Associazione Italiana Sommeliers

AIS – delegazione di Napoli

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Archivio del mese di gennaio, 2008

Eno-Laboratorio: Miniverticale di Ripe del Falco Riserva

Pubblicato da aisnapoli il 31 - gennaio - 2008Versione PDF

ASSOCIAZIONE ITALIANA SOMMELIER DELEGAZIONE DI NAPOLI

 

Continuano gli appuntamenti dell’ Eno-Laboratorio: un luogo di discussione e di confronto dove sperimentare la degustazione di vini “diversi” e percorrere nuovi virtuosi sentieri di conoscenza.

IPPOLITO 1845, OLD CALABRIA: Il VINO “VECCHIO” E’ BUONO…

MINIVERTICALE RIPE DEL FALCO RISERVA

1987, 1988, 1989,1991

 

Enoteca Divinoinvigna, via S.Freud n.33/35

Mercoledi 6 Febbraio ore 20,30 Euro 30

Info e Prenotazioni: 081.3722670 mail: divinoinvigna@libero.it

 

 

falcoripedelfalco.bmpFondate nel 1845 le Cantine Ippolito rappresentano la più antica realtà vinicola della Calabria. La famiglia Ippolito produce, con la collaborazione dell’enologo Franco Bernabei, una gamma di vini che raccontano della terra natale senza alcun compromesso di sorta. Tra questi spicca, senza alcun dubbio, il Ripe del Falco Riserva, ottenuto da uve Gaglioppo in purezza: un vino che sosta in barrique dai 12 ai 24 mesi per poi evolvere lentamente grazie ad un prolungato affinamento prima in acciaio e poi in vetro aspettando pazientemente di essere bevuto…Viene infatti messo in commercio a circa 14/15 anni dalla vendemmia, solo quando è ritenuto pronto! Una scelta molto old style lontana anni luce dalle miopi strategie di mercato di tanti produttori disposti perfino a “violentare” i loro vini pur di inseguire i tempi tecnici di pubblicazione delle guide di settore.Ci condurrà in questo viaggio nella storia vinicola italiana il giornalista Fabio Cimmino con il racconto di una terra spesso sottovalutata, ma in grado di produrre vini di altissimo pregio come il Cirò Rosso Classico Superiore Riserva Ripe del Falco che degusteremo nelle memorabili annate 1987, 1988, 1989 e 1991: un tuffo in vent’anni di passione e di amore.

Tommaso Luongo

Delegato Ais Napoli

 

 

La Semiotica dei territori…

Pubblicato da aisnapoli il 30 - gennaio - 2008Versione PDF

fra.jpgDi Franco De Luca

Rappresentare il vino come quintessenza di un territorio può apparire, ai non addetti ai lavori,un po’ audace, tuttavia il suolo è senza dubbio determinante sulla produzione enologica, più di quanto si possa immaginare a priori, quando si muovono cioè i primi passi verso la cultura eno-gastronomica. Nell’avvicinarsi a questo mondo cambia nettamente il modo di porsi dinanzi al cibo, si diventa attenti, selettivi, talvolta un po’ “severi”, si persegue continuamente la qualità, la genuinità, e non solo nelle occasioni importanti ma sempre, dalla prima colazione alla cena, fino alle più elementari esigenze quotidiane come bere un bicchier d’acqua. In aggiunta a questo e conoscendo alcune piccole regole sul rapporto “suolo-vino” può cambiare addirittura il proprio modo di viaggiare, guardando infatti semplicemente un panorama dal finestrino e cercando di intuire le principali caratteristiche geologiche di una particolare zona ci si può fare un’idea del vino che queste terre possono offrire e, di conseguenza, di come sia potuta evolvere la gastronomia, sarà poi un piacere per il palato verificare se le ipotesi costruite sono giuste oppure errate. Per un primo approccio a questo nuovo punto di vista è sufficiente sapere che qualsiasi terreno, considerandone una sezione verticale, è costituito fondamentalmente da tre zone: più in fondo la roccia madre (di natura magmatica, sedimentaria o mista), poi i terreni sciolti ed infine, sotto i nostri piedi, il suolo (che è un miscuglio di terreni sciolti con l’humus, materiaorganica derivante da decomposizione di vegetali o animali). I terreni sciolti possono costituirestrati di alcuni metri, come nel caso della pianura, o di pochi centimetri se ci troviamo nelle zone collinari o montane. Questo spessore è fondamentale per la viticoltura, la vite infatti può avere radici anche molto lunghe e laddove riesce a toccare la roccia negli strati più in profondità allora ne assorbe le sostanze minerarie le quali conferiscono robustezza e finezza ai vini. Leggi tutto »

A proposito di ghiaccio…

Pubblicato da aisnapoli il 27 - gennaio - 2008Versione PDF

win-hof.jpgLa notizia che l’olandese Wim Hof si è crogiuolato per ben un’ora e dodici minuti completamente immerso nei cubetti in un affollata strada di Manhattan battendo, tralaltro, il suo stesso record mi dà l’opportunità di approfondire scientificamente, grazie alla nostra preziosa “consulente” Stefania Comes, come la tradizionale miscela di cubetti di ghiaccio, acqua e sale raffredda una bottiglia posta nel secchiello
“Un sistema semplice per raffreddare rapidamente delle bottiglie di vino consiste nell’utilizzo di una miscela crioscopica preparata a partire da H2O allo stato solido (ghiaccio), H2O allo stato liquido (che per semplicità indicheremo in seguito solo con la formula H2O) e il comune sale da cucina NaCl (cloruro di sodio).Ponendo del ghiaccio tritato in un opportuno contenitore e aggiungendo poca H2O, in modo da aumentre la superfice di contatto con le bottiglie da raffredare, si ottiene una miscela iniziale bifasica (solido/liquido) alla temperatura di equilibrio di 0°C. Se aggiungiamo a questa miscela circa 33g di NaCl per ogni 100g di ghiaccio si otterrà un abbassamento della temperatura della miscela di circa -20°C.
Come si spiega la formazione di questa miscela crioscopica?
Il principio chimico-fisico su cui si basa questo raffreddamento è dovuto al fatto che si forma un nuovo sistema, costituito da due fasi solide (il ghiaccio e il sale) ed una liquida (la soluzione H2O + NaCl), che possono coesistere solamente in un punto di equilibrio detto punto eutettico, che corrisponde a – 21,3 °C a pressione atmosferica. Per raggiungere questo equilibrio il ghiaccio deve fondere e il cloruro di sodio passa in soluzione acquosa. Questo processo richiede assorbimento di calore dall’ambiente esterno, con conseguente effetto refrigerante. ” Per la precisione….(T.L.)

Di Fabio Cimmino 

fotofabio.jpgIn questo mio breve pezzo cerco di spiegare il più semplicemente possibile un argomento, oggi, quanto mai di attualità e che penso coinvolga sempre più tutti a partire da noi della stampa specializzata. Ci coinvolge perché essere veramente preparati significa non solo non ignorare ma cercare di andare oltre per comprendere fenomeni come questo che da nicchia stanno assumendo proporzioni sempre più significative. Data la brevità della trattazione (onde rendere il tutto accessibile e scorrevole) questo scritto non ha alcuna pretesa di esaustività e fin da adesso mi scuso per l’approccio superficiale ad un argomento ben più complesso che merita, almeno da parte di chi è veramente interessato, successivi ed indispensabili approfondimenti. Vorrei, innanzitutto, chiarire il termine “biologico”. Usarlo induce ad una prima grande confusione con i vini prodotti da agricoltura biologica che sono, di fatto, probabilmente, l’unica categoria istituzionale, inequivocabilmente identificata grazie ad una legislazione precisa al riguardo ed alla presenza di appositi enti certificatori. Si tratta di vini prodotti da UVE coltivate secondo i dettami dell’ agricoltura biologica e che non prevede “vini biologici”. I primi, proprio per questo motivo, si limitano a certificare la sola qualità delle uve e non sempre sono riconducibili alla categoria dei VINI naturali, biodinamici e, per l’appunto, biologici (“organic wines”) cui farò più avanti riferimento e che rappresentano, invece, una vera e propria filosofia produttiva che coinvolge a 360° gradi la realizzazione di un vino: non solo la vigna ma anche la cantina e le tecniche di vinificazione. Teoricamente, e senza voler gettare discredito alcuno sull’agricoltura biologica, un produttore di vino ancorché certificato “bio” potrebbe in cantina lecitamente utilizzare di tutto di più, in termini sia di coadiuvanti enologici che di attrezzature ed altre joly1.jpgpratiche invasive, senza poter dare, pertanto, alcuna garanzia al consumatore in merito all’effettiva “naturalezza” del prodotto finale. Mi occupo di vini naturali e biodinamici praticamente da quando ho iniziato ad appassionarmi al vino, circa 8 anni fa. Fino ad allora per poter parlare di vini naturali, biologici (nell’accezione appena chiarita) e biodinamici si doveva far riferimento, quasi esclusivo, alla Francia dove questi movimenti sono molto diffusi ed abbracciano trasversalmente praticamente tutte le regioni di produzione: dai terroir meno conosciuti a quelli più famosi e celebrati compresi alcuni blasonati produttori della Borgogna e di Bordeaux.  Leggi tutto »

Intervista di Antonella Loi a Dalia Masiadalia-masia.JPG 

Sarebbe bello scoprire un giorno che sono stati i sardi a far conoscere il Cannonau agli spagnoli e non viceversa anche se la Spagna rimane comunque la madre di moltissimi vitigni coltivati in Sardegna. Studi archeologici condotti recentemente in un sito nuragico di Borore hanno portato alla scoperta di alcuni vinaccioli risalenti al 1500 a.C. Significa che i sardi hanno coltivato la vite e prodotto vino prima dell’arrivo nell’Isola dei fenici dei romani e degli aragonesi. Come sostiene Attilio Scienza, docente di Viticoltura all’Università di Milano, la cultura nuragica potrebbe essere stata capace di domesticare la vite. La scoperta dimostra che uno dei vitigni più antichi del mondo potrebbe trovarsi in Sardegna. Il Cannonau è il vitigno che ci ha fatto conoscere nel mondo ed è senz’altro quello che più ci caratterizza. A cominciare dal nome che è inequivocabilmente autoctono,nonostante il vitigno sia presente in tutto il mondo. Gli spagnoli lo chiamano Garnacha ed i francesi Grenache dove contribuisce a produrre uno dei migliori vini al mondo.Ne troviamo sinonimi anche nel resto di Italia, vedi il Tocai Rosso vicentino e il Gamay umbro. Ma il Cannonau ha delle peculiarità dovute a fattori ambientali che lo rendono unico. Quello di Jerzu, è coltivato su terreni scistosi ad altezze che possono toccare la-sardegna.bmpanche i 700 metri; quello di Oliena, il Nepente, in territori più calcarei e ad altezze minori o quello di Capo Ferrato che si coltiva anche al livello del mare. In generale possiamo dire che la caratteristica principale, insieme alla sua corposità, è l’alto tasso alcolico dato da un’importante percentuale zuccherina nell’uva. Questa è una caratteristica che da un lato lo rende poco bevibile a chi non è abituato a questo tipo di vino ma che lo ha reso commercializzabile in tempi passati anche al di fuori della Sardegna permettendone la conservazione durante il trasporto. Il livello zuccherino ha permesso inoltre di riscoprire versioni dolci del Cannonau, presenti fino ai primi del Novecento, poi ripreso dalla Sella&Mosca con l’Anghelu Ruju. Ultimamente altre cantine stanno producendo il Cannonau in versione passita, come la cantina di Jerzu con l’Akratos e Gostolai con il Su Gucciu. Leggi tutto »

L’ALFABETO DEL VINO: S COME SAUVIGNON

Pubblicato da aisnapoli il 23 - gennaio - 2008Versione PDF

Associazione Italiana Sommelier Delegazione di Napoli

L’ALFABETO DEL VINO: S COME SAUVIGNON.

Blind TastingTorniamo sui banchi di scuola per un viaggio virtuale nel bicchiere alla ricerca dei migliori territoirs nei quali il Sauvignon Blanc si esprime ai massimi livelli qualitativi…
Una palestra di degustazione scritta e parlata riservata ad esperti sommelier per approfondire e condividere le conoscenze sui vitigni di notorietà internazionale. Cinque Grandi Sauvignon in blind tasting provenienti da tutto il mondo: Sancerre e Pouilly-Fumé per la Francia; Friuli Venezia Giulia e Umbria per l’Italia; Marlborough per la Nuova Zelanda.Il materiale didattico a disposizione sarà il frutto dell’ elaborazione comune e partecipata, nel segno della circolazione delle idee e dei contenuti, strumento indispensabile per la crescita collettiva. Ed è appunto per questo che ogni partecipante al Sauvignon Day dovrà necessariamente contribuire alla formazione del materiale didattico valorizzando il proprio background secondo le diverse esperienze e le rispettive attitudini…Tranquilli, sarà sufficiente solo un “piccolo” sforzo creativo; sarà poi il confronto reciproco, che ci auguriamo possa essere vivace e serrato, a stimolare il dibattito ed a riservare tante sorprese!
Il dopo degustazione sarà allietato delle gustose proposte gastronomiche degli chef Raffaele d’Addio e Nicola Miele in abbinamento agli “ennesimi” Sauvignon: il cileno Albaclara e l’emiliano Villa Bassi.

Questi i vini del Sauvignon Day:

• Sancerre Comte La Fond, Francia
• Pouilly-Fumé Carte Noire Domaine Landrat-Guyollot, Francia
Cloudy Bay Marlborough, Nuova Zelanda
• Collio Ronco delle Mele Venica, Friuli Venezia Giulia
• Conte della Vipera Castello della Sala, Umbria
• Albaclara Viña Haras de Pirque Maipo Valley, Cile
• Villa Bassi Azienda Agricola Bassi, Emilia

29 Gennaio 2008 ore 20 Euro 50

Altrestelle, Lungomare Cristoforo Colombo, 4 Pozzuoli
Info e prenotazioni: 3356790897 tommasoluongo@yahoo.it

 

Tommaso Luongo
Delegato Ais Napoli
www.aisnapoli.it

Tocai friulano, salvo per adesso…

Pubblicato da aisnapoli il 20 - gennaio - 2008Versione PDF

tocai75.jpgFriulano” per l’estero; “Tocai friulano” o “Friulano” per il mercato domestico: è questo il compromesso raggiunto a Trieste, al tavolo tecnico-legale sul problema del vino Tocai rimasto senza nome dopo gli accordi Italia-Ungheria del 1993, che affidavano al solo paese danubiano la possibilità di commercializzare il proprio “Tokaj”, e l’impossibilità di chiamarlo con il sinonimo Friulano dopo due pronunce contrarie del Tar del Lazio.
È stata individuata questa soluzione-ponte in attesa di trovarne una condivisa che corrisponda agli interessi di tutti i produttori del Friuli Venezia Giulia e soprattutto in attesa della sentenza della Corte di Giustizia europea di Lussemburgo alla quale avevano fatto ricorso alcune cantine friulane intenzionate a continuare a chiamare con il nome Tocai il noto vino bianco del Friuli Venezia Giulia.In pratica sono state recepite le indicazioni contenute nell’ordinanza del Tar del Lazio – che per due volte aveva respinto il decreto ministeriale che imponeva il sinonimo “Friulano” – per pervenire ad una modifica del decreto stesso che assicuri, in via transitoria, l’utilizzo della denominazione “Friulano” solo all’estero e, a scelta dei produttori, della denominazione “Tocai Friulano” o “Friulano” sul mercato nazionale come suggerito nell’ultima ordinanza dello stesso tribunale.
In attesa della sentenza della Corte Europea festeggiamo il raggiunto compromesso con il travolgente sound della Crazy Etilic Band, formazione musicale made in Friuli, che ha pensato bene di metabolizzare la ventilata scomparsa del Tocai friulano con un brano ricco di dissacrante ironia, impreziosito dalla straordinaria partecipazione della voce mundial di Bruno Pizzul. (T.L.)

Fonte: Sommelier.it

elisabetta.jpg

 

                        Nel parlare comune, i “bugiardini” sono i foglietti esplicativi presenti nelle confezioni dei farmaci. Probabilmente la gente li chiama così perchè non li legge mai, oppure si limita ad un’occhiata distratta, giusto per conoscere la posologia del farmaco stesso (in parole povere: quando e quanto prenderne). Se infatti le persone leggessero il foglietto da cima a fondo, si accorgerebbero che la frase “provoca reazioni allergiche simili a quelle del morbo di Pott” è preceduta da quella che dichiara “studi clinici hanno dimostrato che in 1 caso su 1 milione”. Perciò, avendo assunto il farmaco senza accusare nessun sintomo strano/inspiegabile/curioso che possa in qualche modo essere riconducibile al misterioso morbo di cui sopra, ne deducono che il foglietto racconta storie. Lo stesso dicasi se, viceversa, pur avendo assunto il medicinale non sono guarite. Nell’un caso e nell’altro, il malefico foglietto è un “bugiardino” – e le case farmaceutiche dei covi di sadici che si divertono a ingannare la gente.

Bene. Anche il variopinto mondo del vino ha i suoi “bugiardini”.
Sono le cosiddette schede tecniche dei vini. Intendiamoci: ce ne sono di perfette, da manuale. Schede tali che, di un vino, non si limitano a dirti da quali uve è tratto e come è stato realizzato, ma ti raccontano anche il paesaggio circostante i vigneti e il numero di sassi contati sotto quei grappoli precisi. La resa per ceppo e quella in vino. Il tipo di allevamento della vite e i trattamenti fitosanitari fatti, e l’epoca di raccolta, e le stelle dell’ultima vendemmia. Schede che ti dicono il ph, l’estratto secco, l’acidità totale, l’alcol, gli zuccheri residui.Per i fanatici della tecnica, una goduria. Per tutti gli altri, mah!.Sennonché, anche la scheda più perfetta e meticolosa nasconde la sua piccola tara: dove?
Nella descrizione organolettica.La quale, o è perfettamente inutile (perchè fa il pari con le inutilissime descrizioni riportate in etichetta come-legge-comanda), oppure è totalmente inventata. Questo perchè in genere queste schede sono scritte dai tecnici di cantina.
Oppure dai responsabili commerciali.
O da quelli dell’ufficio marketing.

Mai da tutti e tre insieme.E le tre categorie – i tecnici, i commerciali e i marketer – com’è noto, non si amano. Nel migliore dei casi, si tollerano. Nel peggiore, si evitano, convinti come sono, ciascuno per suo conto, che l’altro non capisca niente del suo lavoro. Il che, disgraziatamente, è spesso vero.
Risultato?

Di recente un’azienda mi ha presentato un nuovo vino: uno spumante rosè. Chiedo di parlare con l’enologo: “Tu l’hai fatto, prova a descrivermi questo spumante“. L’enologo, giovane e sveglio, mi parla di profumi lievemente aromatici, che ricordano la rosa, ma con una punta di agrumi. Sapore morbido e avvolgente, lungo, floreale.Prendo in mano la scheda tecnica, scritta dal responsabile marketing: alla voce “profumi” parla di “frutta rossa con note di sottobosco” (funghi? Muschio? Felce?). Alla voce sapore: “secco, sapido e fruttato“. Stiamo parlando di un altro vino? No. Di un’altra annata, magari? Nemmeno, è un prodotto nuovo.Il fatto è che il responsabile marketing, in genere, non assaggia il vino. Lui/lei deve solo aiutare la forza commerciale a venderlo. E per far questo usa tutto il vocabolario di cui può disporre, ricorrendo agli aggettivi più trendy e alle descrizioni più convincenti. Anche a costo di “colorire” un po’ la realtà, infilando nell’uvaggio uve che non ci sono – meglio un pinot nero di un pinot bianco, no? tanto, chi se ne accorge? – o ricorrendo a lavorazioni fantasiose (“invecchiato in vasi d’acciaio”).Dal canto suo, nemmeno l’enologo assaggia il vino per trovarci punti di forza markettizzabili (orribile neologismo che rende l’idea), ma solo per controllare che non abbia problemi e/o difetti.

Morale: meglio lasciar perdere le schede tecniche. A meno che, dopo aver assaggiato il vino, non si voglia farci sopra una risata.

Elisabetta Tosi

Fonte: Vino Pigro 

Gli eventi dell'AIS Napoli
    • dal 15 gen 2012 al 15 ott 2013 alle ore:

      Aspiranti vigneron alla riscossa! Sei Incontri in vigna con l'Ais Napoli

      Mancano: 00:00 ore.
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    • dal 27 feb 2012 al 27 feb 2012 alle ore:20:00

      Corso di Primo Livello Sommelier con l'AIS Napoli. Si parte il 27 Febbraio

      Mancano: 4 giorni e 14:20 ore.
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    • dal 01 mar 2012 al 15 mar 2012 alle ore:20:00

      Barolo e Barbaresco a Napoli con Masnaghetti e i Cru di Enogea

      Mancano: 7 giorni e 14:20 ore.
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