Associazione Italiana Sommeliers

AIS – delegazione di Napoli

...corsi sommelier in partenza

Di Mauro Erro

Si direbbero coincidenze.

Leggo il Falco* su L’Espresso dell’ultimo venerdì: Bisognerebbe battersi contro i luoghi comuni”, scrive.

D’accordo, battiamoci, anche se noi dei luoghi comuni, il lato b dell’enolaboratorio, parleremo poi.

“Un equivoco che fa danni è legato ai vini rossi del nostro Mediterraneo” continua, “considerati generosi ma faticosi da bere. Non è così.”

E nuovamente siamo d’accordo, e le ultime degustazioni dell’enolaboratorio dedicate al sud pare che proprio questo abbiano voluto dimostrare: rossi potenti sì, ma vividi. 

Basterebbe pensare all’Antelio 2007, l’aglianico di Camerlengo, piccola realtà che con questa annata inaugura la collaborazione con Antonio di Gruttola, enologo campano vicino ai movimenti dei vini naturali, che profuma, lieve, di glicine e viola, di menta e pepe nero appena. Che al palato sguscia via agevole; saporito, di sale anche, ma fresco di un’acidità che fodera il palato e distende il finale.

La Lucania! Terra e vini di desolata e contrastata bellezza: restia allo straniero, arroccata e selvaggia, coriacea e difficile.

Il Vulture, il vulcano dormiente. E tanti piccoli e nuovi produttori, giovani, emigranti di ritorno o tenaci e caparbi contadini rimasti sempre li. Molti, dopo gli anni duemila, affiancano gli storici Paternoster, D’Angelo, Martino e le aziende sorte negli anni ’90.

E ora i vini pian piano escono fuori, emergono, si affinano, si fanno via via più eleganti, leggiadri, saporiti, molto spesso convenienti, più matura l’esperienza e la consapevolezza dei vignaioli.

Un territorio che si stende alle pendici del Vulcano spento nei comuni di Rionero in Vulture, Barile, Rapolla, Ripacandida, Ginestra, Maschito, Forenza, Acerenza, Melfi, Atella, Venosa, Lavello, Palazzo San Gervasio, Banzi, Genzano di Lucania, altimetrie elevate, freddo, neve e la giusta frescura nelle sere d’estate.

Il Dioniso 2007 di Eleano brilla per semplicità d’approccio nelle sue sfumature fruttate e balsamiche, nella sua beva semplice, immediata, generosa nell’impatto alla bocca anche se non lunghissima nella persistenza.

Più compatto e solido, invece, il DaMaschito 2007 di casa Grifalco, ancora riluttante al naso dove concede note terrose, di radici e lievemente balsamiche, e leggermente frenato nel finale di bocca – una bocca densa e austera – da un tannino presente e da una folata alcolica che asciuga appena appena. E se La Sfidavinta –, il doc delle Cantine Bonifacio, è il più vecchio della batteria (2005) mostrandosi nei profumi di natura empireumatica, di brace e cenere, di frutta matura, di catrame e fiori secchi, dal palato schietto, diretto, ruvido nel tannino e dai ritorni amarognoli di liquirizia, il Serra del prete di Musto Carmelitano e il Titolo di Elena Fucci, entrambi 2008, peccano di estrema gioventù. 

Il primo, da piante vecchie quarant’anni, parte intenso al naso su una nota salmastra e lievemente acciugosa, virando poi su note di more in confettura, floreali di viola matura, evidenti timbri di tabacco biondo, poi pepe nero. Al palato è dotato di una materia di forza motrice autentica che riempie la bocca, ma si contrae nel finale frenato dal tannino presente.

Ancora scontroso il secondo: note fruttate mature e spezie scure; palato di grande massa che accorcia nel finale. Legno non del tutto integrato. Per entrambi ci vuole un po’ di pazienza.

Di palo in frasca, è l’ora della Sicilia.

Il nero d’Avola è vitigno che vinificato da solo ha sdoganato l’immagine di questa regione serbatoio di uve e mosti che partivano per il nord, in territorio dai vini potenti e tecnicamente ben fatti; vitigno antichissimo, molto diffuso, se ne conoscono sul mercato innumerevoli espressioni soprattutto provenienti dalla val di Mazzara e dal triangolo Agrigento, Trapani, Palermo. Se ne conoscono meno, invece, le espressioni provenienti dal Vallo di Noto, probabilmente zona d’origine del vitigno che ha luogo d’elezione proprio nella provincia a sud di Siracusa e nel Ragusano, tra Noto e Pachino soprattutto.

Il Siccagno 2008 di Arianna Occhipinti è l’intruso della serata provenendo dalla provincia di Vittoria e dall’altopiano Ibleo. La sua è una dichiarazione d’intenti già nel colore, una trasparente lente rubino scintillante. A un naso solare di lampone maturo e di erbe aromatiche fa da contraltare un vino di bella spinta acido/sapida al palato, di giusto e calibrato succo, già armonioso e godibile nonostante la giovane età. Il Terre delle Sirene 2007 di Zenner (C/da Bufalefi) entra ed esce da una nota di riduzione (solo cemento e acciaio, niente legno). Liberatosi con un po’ di ossigenazione mostra note floreali e fruttate turgide e croccanti. Palato di grande succo, di incredibile capacità dinamica, sorso pieno ma elastico, leggermente segnato da un pizzico di carbonica (va via dopo un quarto d’ora) che ne aiuta la spiccata bevibilità. Classico vino che richiede più secchi che calici.

Di struttura e complessità differenti e superiori i due cru de I Gulfi, Nero Maccarj 2006 e Nero Bufaleffj 2006 dalle rispettive contrade. Il primo ha grande eleganza, un naso sussurrato di frutta (fragole e lampone), ricordi floreali e di erbe aromatiche, un palato di grande tensione acida, capace allo stesso tempo di occupare orizzontalmente e verticalmente la bocca fino al finale dove un cordiale sbuffo alcolico saluta. Il secondo ha grande imponenza al naso con note di fico e carrubo, sensazioni terrose ed empireumatiche, nuance di frutta secca e balsamiche (amaretto) ed un palato di grande profondità nel sorso, ma anche grande dinamica gustativa. Lungo ed equilibrato segna il finale con il suo timbro minerale.

Ancora leggermente trattenuto, invece, l’Eloro Fontanelle 2006 di Curto, punzonato e leggermente appesantito dalle note del legno, spezie scure, al naso, che si riscatta al palato grazie ad un centro bocca che esplode evidenziando un intreccio balsamico aromatico di ottima fattura. Chiude nel finale tuttora frenato dal tannino ben presente e da una leggera derapata alcolica.

“Un equivoco che fa danni è legato ai vini rossi del nostro Mediterraneo” diceva il Falco, “considerati generosi ma faticosi da bere. Non è così”.

Come volevasi dimostrare.

* Francesco Falcone

Questo articolo esce in contemporanea su Il Viandante Bevitore

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