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California Dream…I vini della Napa Valley

Pubblicato da aisnapoli il 25 - novembre - 2011 Versione PDF

Di Matteo Zappile*

Sì! È anche il titolo di una canzone dei Mamas Papas, ma risalta alla mente soprattutto pensando a quello che gli americani hanno fatto della viticoltura. Sino a 50 anni fa la vite in quelle zone era un miraggio o forse un sogno, a dream, come direbbe uno degli enologi di qualche azienda. Eppure oggi, l’eleganza e la struttura di alcuni vini americani è degna di nota, e di valutazione in campo internazionale.Il territorio più vocato o quello che semplicemente finora ha dato i frutti migliori è senza dubbio la Napa Valley.

Ingrani la seconda, poi la terza, cominci a prendere velocità, arrivi ad un tratto dove non vedi altro che vite, vigneti a perdita d’occhio: pianura, collina, vallate arroccate su precipizi, insomma la vite qui è regina di questi paesaggi, mentre tutto scorre ti accorgi che nonostante sistemi di allevamento non del tutto convenzionali, e scelte di vitigni per niente autoctoni, alla fine di tutto, qui, la qualità, è un traguardo ormai raggiunto: vi presento la Napa Valley.In Italia, pensando alla California si è sempre parlato di vini molto “robusti”, di vini “duri”, persistenti, dal tannino verde e amaro, vini non pronti e che l’uso della botte di quercus alba rendeva tutto ancora più difficile da bere per i nostri palati sopraffini, ma solo ciò che viene esportato forse risponde a questa descrizione, per capire lo “stile Napa” bisogna andarci in Napa. Chenin blanc, sangiovese, cabernet franc, cabernet sauvignon, riesling, chardonnay, syrah, petit syrah, savagnin, melange blanc, aglianico, fiano e il noto zinfandel, questi alcuni dei vitigni che oggi è possibile trovare in tutte le sottozone della Napa Valley. Nel mio viaggio-degustazione ho scoperto tantissime micro-realtà, che non solo non hanno mai esportato in Europa, ma che non hanno nessuna intenzione di farlo. Quasi la totalità delle aziende medio-piccole oggi presenti nelle fila dei viticoltori californiani, producono solo ed esclusivamente per gli Stati Uniti. In ogni azienda mi son sentito dire che il figlio o il nipote o il proprietario stesso aveva studiato enologia in Francia o in Italia, tutti qui hanno cercato e cercano ancora oggi di apprendere le tecniche da chi il vino lo fa da secoli, ma senza per questo imitarne lo stile. Parliamo di “vini da barbecue” in alcuni casi, una definizione che non avevo ancora mai sentito in una degustazione, ma che è facilmente comprensibile da chi questo micro-mondo lo vive tutti i giorni. Enologi e tecnici di cantina hanno scelto per la loro produzione tutto legno di provenienza francese, la barrique americana a differenza di quello che si pensi non è utilizzata se non per la produzione di vini di bassa qualità. La wine county più grande ed importante d’America si divide essenzialmente in tre grandi sottozone, ovvero:

Napa, Sonoma e Mendocino; a loro volta queste tre grandi aree si dividono in altre sottozone sedici per Napa, quattordici per Sonoma e dodici per Mendocino.

Il mio viaggio inizia dall’area più vasta, Napa, dove oltre a far visita alle grandi aziende, che di questa zona sono il simbolo come Mumm, Robert Mondavi, Opus One, Domaine Carneros o Charles Krug, mi reco essenzialmente nelle medio-piccole cantine, non per questo trovando una accoglienza da meno, anzi. Tutte le aziende hanno un “Wine Educator”, qualcuno che è preposto a far capire all’interlocutore cosa vuol dire, “fare il vino” per quell’azienda, una persona che ti mostra e ti spiega tutte le fasi della produzione, facendoti degustare il vino dalla botte alla bottiglia, carpendone così le sostanziali differenze di fermentazione, stabilizzazione, e maturazione. Il vino nella Napa County è diventato business, lo sanno fare, lo sanno vendere e lo sanno apprezzare. Tra le aziende più interessanti di quelle visitate c’è da provare Grigch Hill Estate, denominazione Napa Valley, è un’azienda specializzata in chardonnay e merlot, vincitrice di svariati concorsi e molto attenta all’affinamento, la produzione totale si aggira intorno alle trentamila casse l’anno. Dopo il consueto giro per l’azienda, dove tra le altre cose esiste anche una fermata del cosiddetto Wine train per chi non volesse guidare dopo aver bevuto, mi presentano diversi prodotti tra cui:

 “Essence” Sauvignon Blanc 2009:

Biodinamico spinto, un sauvignon dal carattere deciso, inconfondibile giallo paglierino, vivo, lucente. Nel bicchiere è padrone del suo spazio. Al naso è affascinante, sentori agrumati, del pepe rosa a tratti percepibile, supera di poco i 14 gradi alcolici ma ben livellati ad un corpo che li avvolge con pienezza e maestria. In bocca risulta fresco, con una attenta sapidità, il vino in questo caso è quasi una “essenza divina”, persistente ed ammaliante al palato, lascia tracce lungo la sua scia.92 punti, elegante

Proseguo lungo le strade della Napa valley, mi reco più a nord dove la viticoltura si esprime ad alti livelli persino in montagna, prenoto una visita in una azienda chiamata Barnett Vineyards, precisamente ora sono nel distretto di St. Helena, sulla Spring Mountain, dove questa azienda può imbottigliare tra le due denominazioni trovandosi esattamente al centro tra Napa e Sonoma.

Miss Laura è gentile, ci accoglie con un sorriso quasi accecante, ci mostra la selezione di vino che lei ha scelto per la nostra degustazione ed orgogliosa ci mostrerà di lì a poco i locali per l’invecchiamento e quelli per l’imbottigliamento. Ci racconta della produzione e della loro ultima annata affermatasi a circa 150 mila casse, prodotte tutte in quella unica sede in una settimana di vendemmia e con un clima al dir poco favorevole.

Trenta ettari per questa modesta cantina californiana, sistema di allevamento Guyot con una distanza di circa un metro tra i filari ed un fitto impianto di vite, qui la qualità è davvero rincorsa.

La selezione si compone dei classici di questa zona, chardonnay, pinot noir e merlot, ma colpisce soprattutto una loro speciale riserva:

Cabernet Sauvignon, “Cyrus Ryan Vineyard” 2006

Pepe, oltre ad un carattere pungente per questo sauvignon, percezione netta di pimento, o chiamato altresì pepe della Jamaica. Alterna alla speziatura, note dolci di cannella e peperoni, dal corpo robusto e ben livellato con la botte, un vino di una piacevole struttura che riesce a non strafare, botte usata sapientemente e in maniera molto delicata. Il legno è si, presente ma non disturba, in quanto a persistenza è in assoluto il suo punto forte. 90 punti, robusto.

Dopo tante degustazioni e altrettanti piccole sorprese per questa valle dominata dalla vite, ci dirigiamo verso la denominazione più grande della Napa County, ovvero, Mendocino.

Qui percorrendo lunga la statale 1 che costeggia l’oceano, alla fine di questo mio lungo viaggio-degustazione ho trovato forse le cose più interessanti, se non altro quelle più inusuali.

Arriviamo sulla statale 128 che collega Mendocino a Boonville, lungo la strada ci fermiamo in diverse aziende, una su tutte però ci colpisce in modo particolare: Greenwood Ridge Vineyard

Entrando in questa piccola cantina, casolare in legno immerso nel verde della natura, da subito ti accorgi che c’è qualcosa di strano, al muro sono appese tantissime coccarde, no! Non è un’azienda i cui cavalli fanno le gare! Sono tutti i premi vinti dai vini, nella grande selezione rientrano come di consueto i classici californiani come lo zinfandel, il pinot noir, sauvignon blanc, il merlot, il syrah, ma un vincitore per eccellenza è il Riesling prodotto anche nella versione vendemmia tardiva, inutile citare tutte le medaglie vinte da questi due vini, ultima su tutte, la medaglia d’oro al concorso di Mendocino.

White Riesling 2008

Altro che Germania, il Riesling californiano è tutt’altro che inferiore, vengo travolto da una primavera di sentori; lilium, gladioli, pomelo e mapo, poco consistente, tutti i 12 gradi alcolici sono ben amalgamati al corpo del vino, archetti non fittissimi ed in questo tulipano della Redel son ben disposti. Spiccata acidità, languida armonia con freschezza e sapidità, equilibrio e finezza i punti cardini di questo vino che sconvolge il palato. Resto esterrefatto da cotanta bontà. 93 punti e forse la scoperta più bella di questo viaggio.

Piccole ma grandi degustazioni, in questo mio report a qualche mese dal ritorno in Italia, ad oggi l’idea che avevo della California è stata completamente stravolta e rimodellata, chiunque sia appassionato al vino e ne distingua le sottili sfumature trovandosi in questa micro ma macro realtà vitivinicola ne resterebbe affascinato. Sono tornato in Italia con la convinzione che gli Stati Uniti d’America, pian piano entreranno di tutto diritto nella piccola casta dei Paesi dove l’eccellenza vinicola non è più un mistero.

*Sommelier Ais Master Class e Chef de Cave de Il Pagliaccio

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