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Barbacarlo a parole mie

Pubblicato da aisnapoli il 4 - marzo - 2019 Versione PDF

Tommaso Luongo e il BarbacarloDi Maria Grazia Narciso
Di Lino Maga si può parlare solo cosi, seduti a tavolino, con il calice tra le mani, pochi intimi seppur circondati da etichette da tutto il mondo. Siamo da Nicola, nel “salotto enologico” della Enoteca Scagliola, proprio dentro il cuore di Napoli. In verità sento la mancanza della iconica tovaglia a quadri per rifinire il mood “magalino” ma ci pensa Tommaso Luongo a restituirci l’esatta percezione. Il suo racconto come sempre è puntuale, elegante e profondo, traccia le direttrici addentrandosi tuttavia negli aneddoti quando la sintesi non rende giustizia. Percorriamo con lui le trame delle annate di Barbacarlo in degustazione (ma c’e anche il Montebuono), rapportandole con stupore alla loro età. Leggiamo divertiti ma riverenti il bugiardino al collo della bottiglia 2005, dove il commendatore elenca le caratteristiche dell’annata, descrive le qualità del primogenito, suggerisce l’abbinamento ideale: “bisogna essere in due-dice- la bottiglia e chi la beve”. In barba al vino gastronomico!
Confesso a Tommaso, tra un un sorso assorto e uno rivelatore, che il commendatore è l’unico che potrebbe convincermi a fumare una sigaretta, a patto che la posta in gioco siano i suoi pensieri più reconditi, quelli che si fanno in vigna all’alba.
Sì perché questo vino di segreti deve averne per forza, o forse il suo segreto è non averne nessuno.
Il dato inconfutabile resta: il liquido rosso davanti a me stasera è portatore sano di anima. Perché il vino questo è, storia di uomini e di anime, e guai a distrarsi dal racconto poiché a volte la storia diventa leggenda.
Barbacarlo narra di una vigna su una collina, fatta di sabbia cementata a ciottoli (di puddinga per la precisione) e ripidissima nei pressi di Broni, (Oltrepò Pavese), donata da zio Carlo ai nipoti. Qui ogni vite è figlia unica, dalla natura prende tutto e tutto le restituisce.
Le uve sono autoctone, Croatina, Uva Rara e Vespolina, vinificate in vecchi tini di rovere, con una evoluzione in bottiglia che può regalare, a propria totale discrezione, una nuova fermentazione. Per anni oggetto di disputa il Barbacarlo, vive per buona sorte di tutti, un happy ending meritatissimo.
Senza controllo di temperatura e pratiche di cantina ogni annata risponde fatalmente a se stessa, ormai perfettamente a proprio agio sotto il marchio Triple A: Agricoltori, Artigiani, Artisti. Chi se non lui?
Ce ne andiamo leggeri leggeri, come quando saluti un amico.
Io porto a casa gelosamente la bottiglia vuota del 1994 perché anche se non è di Cascella, (Lino Maga, inutile dirlo, ne ha rifiutato i gratuiti servigi) questa etichetta mi fa impazzire.

Foto di Gabriella Imparato.

Per tutte le foto della serata clicca qui.

 

Un Commento a “Barbacarlo a parole mie”

  1. Rachele Bernardo dice:

    Un racconto che ha catturato subito la mia attenzione….
    parole vibranti che mi hanno descritto bene cosa accadeva nel salotto enologico. Grazie !

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