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Wine&theCity e Trentodoc: le Riserve introvabili

Pubblicato da aisnapoli il 16 - maggio - 2019 Versione PDF

59930326_2870567792955181_6597251954873729024_nDi Maria Grazia Narciso

Apre così il calendario di Wine&theCity 2019, con il primo evento presso il Caffè Gambrinus, introdotto dalla direttrice dell’Istituto Trento Doc Sabrina Schench.

Padrone di casa Tommaso Luongo, Delegato Ais di Napoli, ospite d’eccezione Maurizio Dante Filippi, Miglior Sommelier d’Italia 2016.

Il tema della manifestazione quest’anno è la luna, “responsabile della movimentazione dei liquidi sulla terra” come sottolinea Tommaso, che linka subito il topic al tema del tempo, altra voce narrante della serata. Maurizio raccoglie e replica “la luna serve a scandire il tempo”. E il cerchio è presto chiuso: luna, vino, tempo.

Sono già in warm up i due, rimandandosi come due affiatati pongisti citazioni e chiose.

Il tempo è il filo conduttore di questa degustazione di riserve fuori commercio selezionate per l’occasione, con focus stretto sulle modalità con cui le fini bollicine di montagna si rapportano ad esso.

La frase di Anna Magnani al suo truccatore, citazione cara a molti, è la metafora scelta da Tommaso per introdurre il tema: “Lasciami tutte le mie rughe, non me ne togliere nemmeno una. Ci ho messo una vita a farmele”.

La scelta dei bassi dosaggi, operata ante litteram già negli anni 80 dai viticultori del Trentodoc, quando il mercato andava in direzione inversa, 60345874_2870570866288207_2704199984672145408_nracconta infatti di una precisa volontà di restituire al prodotto la sua essenza originaria, di non coprire “le rughe” maturate nel tempo.

Il tempo è evoluzione, cambiamento, continua Maurizio, e la longevità altro non è che la capacità di resistere e modulare le proprie caratteristiche in funzione degli anni che passano. Il tempo non deve ibernare ma lasciare che il vino conservi ed esprima il suo carattere”.

Lo Chardonnay, principe del Trentodoc, uno dei vitigni più adattogeni in assoluto, si alleva in ogni posto del mondo, ma dà risultati diversi laddove si pianta. Grazie alla ricerca portata avanti dall’Istituto di San Michele all’Adige con il Mipaaft , la sua riconoscibilità territoriale è stata dimostrata scientificamente attraverso l’individuazione di 170 elementi (su 2.000 attribuibili al metodo classico), riconducibili esclusivamente alle uve trentine.

Lunghe permanenze sui lieviti, con cuveé composte in funzione della visione di ciò che sarà, un rapporto progettuale e dialettico con il tempo, che Maurizio utilizza come chiave di lettura anche nel suo racconto delle cantine produttrici dei sette vini in degustazione.

Trentodoc Pedrotti Pas Dosè 111 Riserva 2007, Pedrotti
Trentodoc AlpeRegis Pas Dosè Riserva 2009, Rotari
Trentodoc Revi Brut Millesimato Riserva 2010, Revi
Trentodoc Altemasi Riserva Graal 2009, Altemasi
Tretnodoc Endrizzi Masetto Privè Riserva 2009, Endrizzi
Trentodoc Ferrari Perlè Riserva 2006, Cantine Ferrari
Trentodoc Cesarini Sforza Aquila Reale Riserva 2004, Cesarini Sforza

Oggi abbiamo fatto una esperienza importantissima – dice Livio Mirra, Sommelier e Degustatore Ais – abbiamo degustato non solo vini che hanno fatto 60, 80 mesi sui lieviti, ma vini di grandissima intensità dovuta alle sboccature lontane, cioè vini che hanno fatto più bottiglia che autolisi. La grandezza del Trentodoc che abbiamo vissuto stasera è nel potere di mantenere in bottiglia le proprie dinamiche anche a costo di perdere la carbonica”.

Sala piena e cuori contenti quindi. La luna ha già fatto il primo colpo.

Qui tutte del foto dell’evento.

Foto di Gabriella Imparato

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