Archivio della categoria: Degustazioni: De gustibus est disputandum...

Report: serata alsaziana con Lucia Pintore e l’Ais Cilento

Pubblicato da aisnapoli il 29 Gen 2009

Di Giannantonio Aiuolo
Un nutrito ed interessato gruppo di sommeliers ed appassionati si è ritrovato Martedì 27 Gennaio all’Hotel Cerere di Paestum per una “Full Immersion” nella realtà vitivinicola dell’affascinante Alsazia. Ad illustrare, con la consueta competenza,gli usi,i vitigni e lo stile inimitabile di quell’area c’era Lucia Pintore.
L’Alsazia è la regione vinicola più settentrionale della Francia e una delle più fredde del mondo e ciò può far capire gli sforzi e la bravura dei vigneron per riuscire a produrre quei capolavori che conosciamo. Racchiusa praticamente tra la catena dei Vosgi ed il corso del fiume Reno,la Regione nel corso dei secoli è passato dal dominio francese a quello tedesco più volte e questo ha determinato una similitudine di piattaforma ampelografica tra le due sponde del grande fiume ma con risultati finali molto diversi. La Regione è divisa in due Dipartimenti:Bas Rhin ed Haut Rhin rispetto appunto al corso del Reno;i vini più ricchi di struttura e caratteristiche tipiche vengono prodotti per la maggior parte a Sud nella zona che fa riferimento alla città di Colmar.I terreni alsaziani sono tra i più variegati tra le aree vinicole;sono presenti diverse formazioni che vanno dalle creste silicee su roccia granitica dei Vosgi,alle colline di sabbia povera su substrato calcareo,ai depositi alluvionali delle pianure adiacenti il fiume Ill. Clima freddo in l’Alsazia. Regione che però gode dell’effetto riparante dei Vosgi che frenano le freddi correnti oceaniche e che grazie alla presenza di grandi masse d’acqua,alla sapiente esposizione dei filari e ed un’autunno relativamente poco freddo, si riesce a far maturare le uve. I vitigni maggiormente coltivati sono: Riesling,Gewurztraminer,Pinot Gris,Muscat blanc à petits grains;ma sono presenti anche Pinot Blanc,Sylvaner,Muscat Ottonel,Chasselas ed il versatile Chardonnay utilizzato in uvaggio nello spumante Cremant d’Alsace. Anche il Pinot Noir ha la sua quota di vigna ma i risultati non particolarmente memorabili lo relegano all’uso locale nelle Weinstuben.Sono denominati “Grand Crù” 51 località da cui si produce il 2,5% del vino dell’AOC Alsace.

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Les Découvertes di Gennarò…

Pubblicato da aisnapoli il 09 Gen 2009

Di Gennaro Iorio 

Due découvertes di Gennaro Iorio, Chef caviste de l’Hôtel de Paris a Monte Carlo, (un napolitain a Montecarlo, Guida Hachette on line): Domaine de la Casa Blanca e Domaine des Demoiselles, due aziende della Côte de Roussillon.

Fondata nel 1870 a Banyuls-sur-Mer, l’azienda Casa Blanca, situata sulla Costa Vermeille ( dorata ), nei Pirenei orientali, è tra i primi storici produttori dei Crus Banyuls e Collioure.Sugli 8 ettari di vigneti disposti su terrazze, vecchie vigne in prevalenza, Laurent Escapa e Hervé Levano (nella foto a sx) danno nascita a vini generosi, esprimendo pienamente questi terroirs composti da scisto : Collioure ( vino rosso ) e Banyuls ( vino rosso dolce naturale ).
Il terroir è composto da scisto acido del precambriano. Nelle tecniche colturali, dal 2001 sono stati abbandonati i prodotti chimici per i trattamenti, dal 1989 i concimi chimici sostituiti dai composti organici. Aratura del suolo con mezzi a trazione animale ( mulo ) su di un terzo della superfice. Degli esperimenti di inerbimento sono in corso per eliminare totalmente l’uso dei diserbanti.Le vinificazioni, con controllo delle temperature, si svolgono senza l’aiuto di enzimi, con lieviti indigeni. La maturazione, dai 12 ai 24 mesi, avviene in botti di rovere, dai 400 ai 600 litri, di più vini. La produzione annuale varia dalle 15 alle 20 mila bottiglie.Considerata, dalla stampa specializzata transalpina, tra le migliori aziende della denominazione.

BANYULS « Mise tardive » 2006
80% Grenache Noir, 20% Grenache Gris, vecchie vigne di 80 anni ( resa 20 ettolitri / ettaro )
Banyuls di tipo Rimage ( fruttato ), maturato due anni in fusti di legno di 400 litri
Potenziale di invecchiamento : più di 20 anni
Caratteristiche degustative : aspetto rubino, riflessi color tegola. Al naso, intenso è il sentore di acquavite di lamponi. Al palato, note di distillato di prugne, lamponi in acquavite, pepe. I tannini sono rotondi, buona la persistenza.
Abbinamenti : in aperitivo, con i dolci al cioccolato, alle ciliegie, con i sorbetti tipo ai lamponi, oppure con i formaggi come il gorgonzola ecc.

banyuls-vdn.jpgBANYULS 2007
60% Grenache Noir, 40% Grenache Gris, vecchie vigne di 70 anni ( resa 20 ettolitri / ettaro )
Banyuls di tipo rimage ( fruttato ), maturato 12 mesi in ambiente riduttivo
Potenziale di invecchiamento : più di 20 anni
Caratteristiche degustative : aspetto granato, al naso sentori di frutta matura, confettura. Acidulato al palato, note di cacao e di liquirizia. In bocca è pieno e persistente.
Abbinamenti : in aperitivo, dolci al cioccolato tipo mousse, alla frutta rossa, oppure con piatti tipo petto d’anatra al mirtillo ecc.

collioure.jpgCOLLIOURE 2007
80% Grenache Noir, 20% Syrah, impianto datante una quindicina di anni ( resa 25 ettolitri / ettaro )
Il vino ha maturato 12 mesi in fusti di legno, 7-10 anni il suo potenziale di invecchiamento.
Caratteristiche degustative : rosso porpora, assai complesso al naso, si associano note speziate, di frutta tipo more, cassis a quelle di frutta rossa tipo ciliegie, una leggera nota di gariga e di affumicato. In bocca è molto fresco, persistente è il gusto di frutta matura.
Abbinamenti : grigliate, carni in salse, piatti speziati ecc. Continue Reading »

ETILIC MASSON NIGHT…first edition

Pubblicato da aisnapoli il 02 Gen 2009

Di Paolo De Cristofaro

blindtasting.jpgMi piace più questo, mi piace più l’altro. Per una volta la scheda di valutazione si fa così. Perché sono solo e soltanto queste le regole di ingaggio stabilite dal padrone di casa Conan per la prima edizione della Etilic Masson Night, sfida all’ultimo sangue tra ventitrè etichette italiane (con un intruso) chiamate a conquistarsi la cintura di campione davanti a dieci pseudoassaggiatori nella serata del più sfrenato cazzeggio enologico. Dieci batterie eliminatorie tematiche da due o tre bottiglie per iniziare e comporre il tabellone che li condurrà sino all’assaggio finale.

1° Batteria: “Neopauperisti da sud”. Il match si svolge sulla costa adriatica e mette di fronte la mediterraneità seria e composta del Notarpanaro ’97 contro l’aglianico in salsa molisana del Contado ’98. Passa in scioltezza il deuxième vin di Cosimo Taurino grazie al suo carnoso intreccio di toni fruttati e vegetali. Ma il contendente gli spiana la strada con un legno ancora invadente e qualche dolcezza di troppo al palato.
2° Batteria: “Uno, nessuno e centomila”. Questa volta ci spostiamo nella terra di Leonardo Sciascia, Totò Schillaci e del nero d’avola. Ed è proprio sull’ex vitigno più di moda del recente passato che si innesca la battaglia. Più combattuta, questa volta, ma la spunta con chiarezza il Neromaccarj ’01 di Gulfi. Per il buono ma troppo piccolo Terra di Ginestra ’05 di Calatrasi sarà per la prossima volta.
3° Batteria: “Intermezzo d’autore”. In funzione degli sviluppi del torneo, si rivela uno degli scontri decisivi. Da una parte la tradizione sperimentale vulturina del Canneto ’99 di D’Angelo, dall’altra il basso profilo del cru più longevo di Montepulciano, quello Nobile da prugnolo, il Vigna Asinone ’98 di Poliziano. Gara combattuta con ripetuti cambiamenti di fronte: il Canneto parte alla grande con note aranciose e di macchia mediterranea che con un po’ di fantasia qualcuno definisce giacosiane. L’Asinone se ne sta buono buono ad aspettare nella sua metà campo, puntando sull’equilibrio tattico e la solidità della struttura. E appena il Canneto cala un po’ nel finale, ecco la zampata decisiva della compagine più navigata che passa il turno e riceve una grande iniezione di fiducia.
4° Batteria: “100 % San Giovese”. Il tema promette bene ma qui c’è poco da santificare. E’ un noioso zero a zero con fischi dalla tribuna e spettatori che abbandonano anticipatamente lo stadio. E alla fine restano al palo senza passare il turno sia il Palistorti ’96 di Valgiano sia il Cavaliere ’97 di Satta, penalizzato per amor di verità dal classico infortunio di tappo.
5° Batteria: “Bordolesi d’Italia Unitevi”. Entrano in campo i pesi massimi e si sente. E’ un rigonfiar di muscoli che toglie qualcosa allo spettacolo ma non alla validità tecnica del match. Per cui i giurati decidono di consegnare il pass ad entrambi, attendendo di rivederli in prove più articolate. Ed è così che avanzano sia il Marchese di Villamarina ’96 di Sella & Mosca, sia I Palazzi ’98 di Trinoro.6° Batteria: “Enological S-Correct”. Mai tema preventivo si rivelò più azzeccato, considerando le performance nettamente al di sotto delle aspettative di due dei protagonisti più attesi. Bottiglie non a posto? Fase evolutiva complicata? La prima ipotesi viene in soccorso dell’Ambruco ’04 di Terre del Principe, assaggiato recentemente con tutt’altre impressioni. La seconda forse può spiegare la controprestazione del Terra di Lavoro ’01, ben difesosi nella verticale di febbraio alla Città del Gusto. Ma, in ogni caso, entrambi i rappresentanti campani restano al palo.
7° Batteria: “Maremma Riojana”. E’ la prima sfida a tre del torneo. Se la giocano un Vina Ardanza Reserva ’96 di La Rioja Alta, un Sassoalloro ’98 di Biondi Santi e un Avvoltore ’95 di Moris Farms. Il Sassoalloro si chiama subito fuori per via di un’evoluzione molto, troppo avanzata. Intriga il rappresentante iberico ma si sposta troppo velocemente su note un po’ bruciacchiate di caramellina e lampone. Fa un figurone invece l’Avvoltore, ferroso e salmastro con un tannino generoso a lanciarlo verso pronostici di vittoria.
8° Batteria: “Chianti Classico…”. I puntini sospensivi sono per la batteria che seguirà, ma anche per l’esito sorprendente di un confronto dai tanti significati filosofico-produttivi oltre che sportivi. La mancata tenuta del tappo costringe all’immediato ritiro il Vigna del Sorbo ’95 di Fontodi e allora restano uno di fronte all’altro il Chianti Classico ’99 de La Massa e il Montevertine Riserva ’95. Come in un derby Rangers-Celtic, c’è grande rivalità ma anche profondo rispetto tra i due sfidanti. Ognuno porta avanti con convinzione il suo credo: la moderna vocazione internazionale de La Massa contro l’orgogliosa e radicata sottigliezza del Montevertine. Il clima invernale rende il campo molto scivoloso e le agili ma snelle gambe brasiliane della creatura di Sergio Manetti soffrono. Ma alla fine è un pareggio che proietta al turno successivo sia Radda che Panzano.
9° Batteria: “…e meno classico (ovvero Bordello di Montalcino)”. Ultima trisfida che spiega più di tante parole la confusione che troppo spesso si innesca a proposito della più famosa denominazione italiana. Bocciato senza appello uno dei favoriti sulla carta come il Cerretalto ’95 di Casanova di Neri, restano a contendersi il passaggio il Brunello ’95 di Mastrojanni e il Vigna Fiore ’95 di Barbi. Si decide per un doppio lasciapassare per motivi molto diversi: il primo si apre pian piano su note floreali e di sottobosco senza esplodere mai fino in fondo sia al naso che in bocca, il secondo ha forse un pizzico di fascino in meno ma si mantiene integro fino alla fine.
10° Batteria: “Nebbiolo di montagna, ma il gusto ci guadagna?”. E’ la volta dell’incontro tra lo Sfurzat 5 Stelle ’99 di Nino Negri e lo Sfurzat Canua ’97 di Sertoli Salis. L’appassimento si sente, il nebbiolo e soprattutto la montagna un po’ meno e la giuria decide che per i due valtellinesi il torneo può finire qui.
E poi? E poi inizia il valzer dei quarti di finale, ognuno affidato singolarmente ad un assaggiatore. Delle prime tre batterie resta il sempre più sorprendente Asinone ’98 che si prepara ad affrontare in semifinale l’Avvoltore ’95, vincitore della sfida a tre dei sangiovesi contro La Massa e Montevertine (si sa, tra i due litiganti il terzo gode…). Nella parte bassa del tabellone i calci di rigore premiano il Brunello di Mastrojanni che attende un altro outsider di lusso, quel Marchese di Villamarina che la spunta con una doppietta in contropiede sui Palazzi di Trinoro.
Le semifinali sono un florilegio di emozioni e colpi di scena: il clima si riscalda, addirittura si accendono i fumogeni e deve intervenire il servizio di sicurezza dell’Ais per evitare il contatto tra le tifoserie. Quando l’Asinone supera l’Avvoltore c’è già chi parla di una nuova Ferrinopoli, la vittoria del Marchese di Villamarina su Mastrojanni mette la parola fine alle speranze dei talebani enologici.
La finale è senza storia: l’Asinone non cambia di una virgola rispetto al primo assaggio e col suo gioco non spettacolare ma molto efficace riesce ad aver ragione di un Villamarina che forse ha chiesto un po’ troppo nei precedenti turni e cala nettamente alla distanza.
E’ il momento della premiazione, è già pronto Cernizzaricci con la coppa da consegnare, il vincitore si prepara alla foto di rito. Ma si accorge presto che non c’è più nessuno a guardarlo: sono già tutti a bere riesling e champagne…

Il simposio all’Oasis e i cavalieri della tavola quadrata

Pubblicato da admin il 20 Nov 2008

Questa volta il simposio si svolge in una condizione di maggiore comodità, non è una tavola rotonda ma quadrata (in realtà rettangolare), capeggiata non da Re Artù, Lancillotto e Ginevra bensì da Pino Savoia, Fabrizio Erbaggio e Francesca Martusciello (ovviamente senza riferimenti di nessun tipo), è una sistemazione molto più agevole in cui tutti riescono più o meno a guardarsi, quando una persona prende la parola si riesce a seguirla senza grosse difficoltà, si capiscono bene tutte le parole, e questo non è sempre un vantaggio. Scherzi a parte stiamo bene, un unico grande difetto, la sala ha una illuminazione tale che anche la Falanghina può essere scambiata per un Barolo, siamo andati avanti a naso (ed a gusto).

Parto subito col descrivere la prima cosa che più mi ha colpito… i primi due vini sono stati un Franciacorta Cabochon 2003 Monterossa ed uno Champagne Aubry Premiere Crù Rosè, ebbene, senza falsa modestia, tutti noi abbiamo, chi più chi meno, riconosciuto subito che nei calici fosse presente sia lo Chardonnay che il Pinot nero, l’unico errore “di massa” è stato l’inversione del francese con l’italiano e viceversa, vengo allora alla considerazione che nelle degustazioni alla cieca sempre più frequentemente finiamo per confondere le due scuole, allora delle due una: o siamo una banda di ciucci (cosa comunque significativamente probabile) oppure i due prodotti, quando si esprimono a grandi livelli, non sono poi così differenti fra loro, manifesto questa considerazione a Fabrizio Erbaggio che incredibilmente è d’accordo, ora o non ha capito o non mi ha riconosciuto nel buio. Vuoi vedere cioè che tutto sommato, tolte quelle 4-5 etichette francesi che non lasciano possibilità di confronto, siamo più o meno lì? Il simposio è bello perché apre discussioni a volte anche severe ma quando si degusta senza conoscere quel che si ha nel bicchiere accadono di questi strani fenomeni e questo vale un viaggio tanto lungo ed una giornata totalmente dedicata.

Queste due meraviglie si abbinavano magnificamente con le prime due portate: carpaccio di vitellone Bianco agli agrumi, caciocavallo e fior di sale affumicato e zeppola di patate e baccalà su crema di pomodoro e olio al sedano; La purea di farina gialla con porcini disidratati e tartufo nero di Bagnoli Irpino

Dico adesso una cosa che vale un po’ in generale ed è il mio personale (e per questo forse inutile) parere sulla cucina dell’Oasis: è molto differente da tutte quelle finora visitate, robusta ed insieme raffinata, con rivisitazioni contenute di piatti fortemente tradizionali, i gusti sono decisi ma comunque dotati di eleganza e delicatezza. Non sono di questo campo ma credo questo dipenda per lo più dalla grande attenzione alle materie prime utilizzate, credo sia proprio qui la chiave del successo di questa rinomata struttura di Vallesaccarda.

A questo punto è il momento di Michela Guadagno, chi non partecipa al simposio non può sapere che si è creata una piacevole consuetudine, Michela mette in versi la “giornata” e ci delizia con il suo lavoro tra una pietanza e un’altra… anche questa volta accade l’evento e siamo tutti zitti zitti ad ascoltare, ma ahimè, Michela questa volta ci spiazza, nessuno ci capisce un gran ché, tutti hanno la stessa espressione sul viso: “ma che avrà voluto dire?”, mah!? Viva il Dolce Stil “Vecchio” della Guadagno… te li dedico io dei versi (sempre con tono scherzoso, si intende)

dico all’anima tua vera
torna ad essere leggera

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Il Simposio si colora di Rosése

Pubblicato da aisnapoli il 06 Nov 2008

Host unlimited photos at slide.com for FREE!Di Pino Savoia

Rispetto della natura, Espressione di un territorio, Passione di vignaioli. Sono queste tre frasi riportate sull’etichetta a riassumere la filosofia produttiva dell’azienda di Gennaro Iorio. Terra dei Doria è un ambizioso ed affascinante progetto portato avanti con competenza ed abnegazione al fine di valorizzare, implementandone la qualità, la produzione dei vitigni autoctoni della Liguria. Ed è proprio pensando al duro lavoro in vigna ( molte viti si trovano su terrazze sorrette da muri in pietra dove le pendenze vertiginose rendono a dir poco arduo l’uso di mezzi meccanici), alla serietà di un’attenta vinificazione tradizionale, e alla passione di quello che reputo senza alcuna piaggeria un autentico self made man del mondo del vino a tutto tondo ( chef caviste dell’Hotel de Paris, consulente per numerose aziende vitivinicole e società di distribuzione, etc.) che ricordo con piacere – assaggiando il suo vino- una frase di Filiberto Lodi trascritta dal grande Mario Soldati: “bisogna andare al vino, non che il vino venga da te”. Armati di queste nobili intenzioni ci accingiamo dunque, durante il nostro Simposio Sorrentino , a degustare finalmente il Rosése. Rossese Dolceacqua rosato, vinificato in maniera tradizionale con controllo delle temperature; fermentazione malolattica avvenuta in barrique di rovere di secondo passaggio dove poi è maturato per nove mesi. Prima dell’imbottigliamento il vino ha subito un solo travaso senza alcuna filtrazione. Dunque , dopo le doverose notazioni tecniche ecco che il vino si racconta…
Una veste rosa salmone limpida, trasparente, percorsa da caldi riflessi dorati e da un tocco cangiante di corallo seduce immediatamente lo sguardo. Rotea con eleganza carezzando le pareti del bicchiere e disegnando archetti fini e sottili che ci fanno pregustare un vino raffinato ed armonioso.
Intenso, delicato e fruttato, il primo naso dispiega un ampio ventaglio di fragranze nitide e fini di piccoli frutti rossi appena colti ( fragola, visciola, lampone, mora) e agrumi da poco spremuti ( pompelmo rosa , mandarino), che si esprimono con classe sopraffina per poi evolvere in sentori floreali accattivanti e volubili ( malva, violetta selvatica, lillà), note vegetali quasi soffuse ( bosso, cespuglio di ribes) ed effluvi di meravigliosa mineralità ( gesso, ardesia). Via via che il vino si scalda compaiono nuovi profumi fruttati, leggermente zuccherini, circonfusi da una sorta di dolcezza orientale ( bergamotto, albicocca secca).
Sin dall’attacco sapido, morbido e aereo, la bocca, elegante e ben strutturata, sfoggia la sua ricchezza sviluppando con maggiore enfasi il carosello percepito al naso. Le papille si lasciano corteggiare volentieri dai sapori floridi , quasi polposi ( coulis di frutti rossi, confettura di mirabelle, marmellata di arance amare, prugna candita) opportunamente rinfrescate da note vegetali ( felce e menta piperita) che preparano ad un nuovo assaggio. Fresco, privo di eccessi, lungo , ma non languido, il finale è caratterizzato da superbe espressioni citrine e minerali, in evoluzione costante.
Un vino rosè equilibrato, finemente elegante, ricco di carattere e personalità , che smentisce tutti coloro che relegano i rosati in una sottocategoria del vino .Quindi grande espressione del territorio d’origine attraverso l’inconfondibile verve sapida e minerale, ma anche vera passione che vien fuori e si palesa grazie alla profondità di un vino così autenticamente signorile.
Il Rosése accompagna in un vero sodalizio gastronomico, idealmente crostacei, pesci nobili, carni rosate, caprini freschi. A voler invece passare dalla teoria alla prassi, gli abbinamenti che mi stimolano col nostro vino sono i bocconcini di salmone al sesamo con avocado, un ragout di coniglio in pasta phillo, dei muffins al rosmarino con prosciutto d’anatra, un pancake all’aneto con caviale e salmone, un’insalata di astice , rucola e pesche. Non ultimo l’abbinamento del Simposio: zuppetta di patate con carciofi, tartufi di mare, lardo di maialino nero casertano e tartufo nero.

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UN DÎNER D’ANTHOLOGIE ! Terme Manzi a Ischia

Pubblicato da aisnapoli il 14 Ott 2008

Di Brigitte Leloup 

DÎNER DE GALA Restaurant « IL MOSAICO »

Terme Manzi Hôtel & Spa Casamicciola Terme – Ischia

Dimanche 5 octobre 2008

Une touche féminine dans ce monde masculin encore un peu fermé !

Un dîner de gala GRANDIOSE….. ! EXCEPTIONNEL…….. !LE DÎNER de l’année !! Une cuisine inventive, des touches riches encouleurs et saveurs, savamment dosées, des assiettes originales ressemblant toutes à un tableau, des mets d’une grande fraîcheur aux arômes délicats, comme des touches de rosée posées sur chaque mets et explosant en bouche comme un feu d’artifice. Un jeune Chef d’une trentaine d’années qui mérite plus que tous le titre de « Grand Chef » et dont on entendra parler très vite dans un monde de gastronomie où sont confondus depuis quelques temps « l’inventivité fusion à tout prix » et la saveur vraie des produits. Retenez bien ce nom : NINO DI COSTANZO

Vins dégustés sur le menu

DUBL Feudi San Gregorio brut 2004 Méthode traditionnelle, cépage Greco

Robe dorée, brillante et limpide. Bulle présente uniquement au moment du service Nez brioche fraîche, notes fermentaires, cire Bulle fine et caressante en bouche, notes biscuitées, paprika, finale sur l’amande fraîche. Vin fin et plaisant, idéal sur une mise en bouche et sur les petits pains au lard, oignon et citron www.feudi.it

FIANO DI AVELLINO « Exultet » 2006 Quinto Decimo DOCG

Robe paille aux reflets dorés, brillante et limpide Nez fumé, épices et poivre gris sur des notes de cédrat Bouche pleine et ronde, infusion, épices douces, miel et angélique, touche de douceur. Minéralité en finale qui confère au vin une belle tenue dans la longueur. Une note poivrée en toute finale. Très belle alliance sur le crustacé www.quintodecimo.it

TAURASI LONARDO 1999 Cantina Contrade di Taurasi 100% Aglianico, 18 mois en fûts de chêne

Robe grenat aux reflets violets de bonne intensité Nez fruits noirs, mûre, réglisse, cerise burlat, fumé kirsché Bouche fraîche où l’acidité bien dosée relève la cerise burlat. Finales sur les épices, le poivre avec des notes kirschées Vin complexe de très belle facture. Mariage idéal sur la joue de bœuf

CALITTO « GOCCE D’AMBRA » Passito Casa d’Ambra Vino da Tavola

Robe vieil or aux reflets cuivrés Nez raisin de Corinthe, agrumes confits, écorce
d’oranges amères Bouche ronde et grasse, fluide, frais sur une touche mentholée, gingembre. Finale figue blanche, ample et longue

www.termemanzihotel.it

Tous nos plus vifs remerciements à Gennaro Iorio qui nous a donné l’opportunité de découvrir une superbe région d’Italie, riche de ses vins, de sa gastronomie, de sa culture et de la grandeur d’âme de ses habitants

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A ciascuno il suo…champagne

Pubblicato da aisnapoli il 28 Set 2008

Di Pino Savoia

monmarthe.jpg“Solo chi manca di fantasia non trova una buona occasione per bere Champagne”.
Seguendo lo splendido consiglio di Oscar Wilde , ho cercato di fare anche di più. In occasione della degustazione organizzata da Cuzziol a Città del Gusto a Roma, della quale la nostra instancabile Michela ha già profuso “entusiaste” parole (qui), ho cercato di passare in rassegna tutti gli champagne presenti soffermandomi su di uno in particolare.
Si tratta del Brut Carte Blanche 1er Cru di Monmarthe. Una maison quest’ultima relativamente giovane (1930 l’anno di fondazione) a conduzione famigliare dove ogni champagne viene prodotto con le sole uve dei vigneti che costituiscono la proprietà. L’azienda si trova a Ludes – Champagne Ardenne , ed è proprietaria di 17 ettari classificati premier cru ( 94%) suddivisi al 30% tra i tre vitigni tradizionali: chardonnay, pinot nero e pinot meunier.Ma passando ora a parlare dello champagne in questione, prima di raccontare di ciò che ho trovato nel bicchiere qualche piccolissima informazione tecnica è d’ uopo.Uvaggio: 40% Pinot nero, 40% Pinot meunier, 20% Chardonnay. Assemblaggio: 3 annate. Vinificazione: fermentazione malolattica. Invecchiamento : 2 anni. Si faccia largo quindi alla seduzione delle bollicine…Percorso da finissime scintille verdoline e ramate, il vino si presenta nel bicchiere con la sua veste ammaliante di colore giallo dorato paglierino. Il fascino è ulteriormente evidenziato da una corona delicata, regolare e persistente, prodotta da una effervescenza finissima e vivace.Frutto, nient’altro che frutto, e un po’ di pasticceria…ecco quello vien fuori durante la fase olfattiva. Nuance meravigliosamente profumate di frutti gialli maturi ( albicocca, pesca saturno, mela cotogna) procedono di qualche inspirazione e giro di bicchiere i suadenti sentori di frutta esotica ( ananas, mango, papaia) e golosi effluvi di pasticceria ( miele di acacia, brioche) ancora un po’ evanescenti, ma già molto caldi. In bocca l’attacco è vivace e fresco, grazie alla leggerezza del dosage, che rispetta l’autenticità del vino. La presenza dello chardonnay nell’uvaggio si manifesta con chiare note empireumatiche ( mandorla e pancarré tostati), completate da un aroma soave e speziato ( vaniglia di Tahiti), prima che il pinot meunier e il pinot nero conferiscano al vino gustosi sapori fruttati ( coulis di piccoli frutti rossi, ciliegia e prugna candita) e molto più persistenti. La trama del vino è piuttosto lunga e ampia, con un finale netto, segnato dal ritorno delle invitanti note esotiche già individuate durante la fase di olfazione. Eleganza non priva di complessità: così si potrebbe descrivere questa cuvée esemplare nel frutto e nell’equilibrio, ideale per l’aperitivo ma altrettanto indicata per i prodotti del mare ( crostacei, molluschi, pesci) e del cortile ( pollame), se cucinati con arte. Oppure? Come arma seduttiva più tardi nella serata…

L’abbinamento del cuore:Coscette di rana in tempura di ceci, yogurt e mela verde di Raffaele D’Addio -Foro dei Baroni di Puglianello(Bn).

Sardegna: non solo Briatore…

Pubblicato da aisnapoli il 29 Ago 2008

Con questo post inauguriamo una nuova rubrica sul nostro blog dedicata ai vini ad ai territori che abbiamo incontrato durante le nostre vacanze…Buon Viaggio!
Di Tommaso Luongo

Sardinia… una terra sferzata dalle raffiche violente del mistral, il vento più amato dal popolo dei surfisti ma un pò meno dagli altri frequentatori delle splendide spiagge sarde, soprattutto quando si esibisce in tutta la sua esuberante possenza sradicando senza pietà gli ombrelloni che erano stati faticosamente trivellati tra le dune di sabbia. La Gallura è da vent’anni l’immancabile appuntamento delle mie vacanze estive ed ormai, dopo aver saccheggiato svariate enoteche e cantine attentando al patrimonio familiare, posso affermare di aver approfondito con sufficiente ampiezza il lato etilico di un’isola da un pò di tempo identificata purtroppo negli eccessi “vippaioli” del Billionaire, che guadagnano con il loro sfarzo strombazzato le prime pagine degli ameni rotocalchi estivi e non solo…(leggi qui) Lo stile “cafonal chic” del Flavio e dei suoi sbiaditi epigoni non deve infatti far dimenticare la ricchezza di un’isola che ha saputo conservare tradizioni antiche e pregiati giacimenti gastronomici. Dal nostro punto di vista (tranquilli, è sempre un blog che parla di vino…) la Sardegna per ricchezza varietale e livello qualitativo è oggi assai vicina a regioni di più consolidata tradizione vitivinicola, grazie ai molteplici terroirs di straordinaria varietà geologica che assieme alla variabilità pedoclimatica esaltano magnificamente il ricco patrimonio ampelografico. Non è un caso che i terreni di disfacimento granitico della Gallura, dominati dal fresco e secco maestrale, siano diventati il regno del Vermentino, e gli scisti ed i venti del quadrante orientale abbiano fatto dell’Ogliastra la madre del Cannonau, così come le sabbie dell’isola di Sant’Antioco nel Sulcis hanno valorizzato come in nessun’altra parte del mondo il Carignano e la bassa Valle del Tirso ha saputo custodire gelosamente da secoli la flor, misteriosa genitrice della Vernaccia di Oristano, tanto per fare qualche esempio… L’elenco potrebbe continuare ancora per molto ma preferisco fermarmi qui. Un’isola che merita di essere vissuta a 360 gradi, godendosi sia le mille trasparenze del suo mare che la natura incontaminata delle sue più intime zone interne: quelle che scopri solo se ti metti in macchina in compagnia del TomTom dribblando gli agriturismi (poco agri e molto turismi!) dal porceddu facile made in Denmark, ed i paesi-non-paesi, modello Disneyland, della patinata Costa Smeralda… poi, d’improvviso, curva dopo curva, stazzu dopo stazzu, ti ritrovi a tu per tu con l’anima più rude e selvaggia e certamente più autentica della Sardegna, quella che percepisci immediatamente quando metti piede in questa terra e vieni avvolto dai mille profumi della macchia mediterranea arsa dal solleone, ed in un attimo ti senti lontano mille anni luce dalle paillettes di Briatore e della sua corte dei miracoli.
E’ inutile dirvi che in tanti anni di frequentazione etilica della Sardegna tanti sono stati i coup de coeur: dagli arcinoti figli del grande Giacomo Tachis, Turriga & Terre Brune, l’orgoglio dell’enologia sarda, ai vermentini dall’insuperabile rapporto qualità-prezzo come Canayli e Funtanaliras o i fuoriclasse come Capichera, Genesi e Arakena, e ancora la mitica Vernaccia Antico Gregori di Còntini, da pronunciare rigorosamente con l’accento sulla “o”, oppure Josto Miglior il Cannonau di Jerzu. L’elenco anche qui potrebbe essere sterminato ma scelgo di auto-limitarmi ai “vini del cuore” (copyright L.Pignataro) di quest’estate 2008…
Karenzia è un Vermentino Superiore di nome e di fatto…E’ il frutto sapiente delle vigne storiche del Giogantinu con ben quattordici gradi, una vis alcolica che a prima vista potrebbe mettere un pò di soggezione, ma che quando si versa nel bicchiere si offre con un giallo paglia di intensa luminosità e di splendida compattezza, che subito fanno dimenticare l’importante titolo alcolometrico. La macchia mediterranea intrisa di rosmarino e mirto definisce fin dalla prima olfazione i contorni di un naso articolato e complesso; molto espansivo nei profumi, rilascia gradualmente altri forti indizi di appartenenza al terroir gallurese con continui soffi di mineralità salmastra ad arricchire il bagaglio aromatico che si lascia respirare con gratificante soddisfazione… In seconda olfazione sono i riconoscimenti di frutta a polpa bianca e gialla in piena maturazione a dominare la scena. In bocca si diffonde senza incertezze sul palato grazie ad un ingresso possente e disinvolto con la rotondità della glicerina e lo spessore della ricchezza d’estratti, ben sostenute dalla sapidità che con il passare dei secondi si tinge di suggestioni saline amplificate da calde e possenti sferzate alcoliche. Nell’allungo finale in evidenza gli spunti di frutta esotica avvolti da note mellite. A tavola si sposa con l’aragosta di Castelsardo, per un matrimonio di territorio dove trionfano sia l’amore che la convenienza, a “sorpresa” si trova a suo agio anche su succulenti salsicce pepate cucinate alla brace. Un bianco “bidimensionale” nell’abbinamento che conferma quanto sia semplicistica la trita e ritrita e forse un pò troppo manichea equazione dei bianchi sul pesce e delle carni con i rossi. Provare per credere!
kanai-sardus-pater.jpgSarà stato il felice abbinamento con delle costate a cardìga (alla griglia) di bovino di Calangianus, ma per il Kanai, Carignano del Sulcis riserva 2003 della Sardus Pater, è stato un trionfo per come si lasciava bere in assoluta scioltezza, incuriosito ho voluto riprovarlo a distanza di qualche giorno stavolta in formato magnum e con “su sirbone” alias il cinghiale, la classica selvaggina da pelo della Sardegna, cotto in umido con olive nere…altro convincente successo.Un vino di grande temperamento che il rovente millesimo non è riuscito ad esasperare, conservando intatta la solare e calda anima mediterranea senza sbavature ed eccessi, il marker inconfondibile che si accompagna al Carignano quando viene allevato nelle zone più vocate: dal Languedoc-Roussillon francese ed alla Catalogna iberica fino alla Tunisia passando per l’estremo lembo di Sud-Ovest della Sardegna, il Sulcis, e trovando nell’isola di Sant’Antioco un’enclave in cui vigne ultrasecolari ad alberello regalano il loro frutto migliore crescendo ad un passo dal mare e su piede franco, non avendo mai conosciuto, beate loro, la fillossera grazie alla granulometria di un terreno composto da sabbia bianca minutissima, talmente fine da rendere difficile la costruzione delle gallerie sotterranee con le quali il famigerato afide ama spostarsi da un ceppo all’altro. Nel bicchiere conquista per la sontuosità della beva, ma ancor di più per la capacità di ravvivarsi ad ogni sorso, senza stancare il palato nonostante la sua esuberante e ricca materia. Si concede al naso con generosità grazie ad una incalzante successione di viola passa e di confettura di prugna ancora turgida e vitale, poi sprigiona ciliegie sotto spirito, note speziate di cannella e vaniglia ed in ultimo di una ventata di cuoio e cioccolato. Una trama olfattiva assai intricata dove tutti i profumi, avvolti gli uni agli altri, sono immersi in un elegante fondo balsamico. Potente e caldo appena trova la bocca, svela il suo ampio corpo definito da un tannino dal passo felpato che accarezza con discrezione le papille gustative. Nel lungo finale una marcata sapidità tempera la dolcezza dei rimandi fruttati che affiorano in retrolfazione. Un’ulteriore conferma di come il Carignano appartenga, senza ombra di dubbio, al ristretto novero dei grandi vitigni a bacca rossa del Mediterraneo.

Il Simposio del mare

Pubblicato da aisnapoli il 26 Lug 2008

Di Franco De Luca

Mi imbarazza l’involontario protagonismo a pochi giorni da un’entusiasta cronaca di un altro evento Ais (qui), ma come resistere alla tentazione di descrivere il Simposio ultimo, quello di mercoledì 23 luglio a Capo La Gala, il Simposio estivo per eccellenza, caratterizzato dalla scelta (coraggiosa) di evitare i vini rossi, di concentrarsi sugli abbinamenti, di valorizzare vini freschi e minerali accanto ad una cucina decisamente mediterranea. Lo chef è Danilo Di Vuolo, nemmeno 30 anni, ci lascia “a bocca chiusa”, tale è la fretta di degustare le sue meravigliose composizioni. Dall’altro lato noi, i simposiarchi, quelli che mangiano, bevono e parlano (forse troppo dirà qualcuno), un gruppo “nobile” composto da uno zoccolo duro che segue più o meno ovunque gli “autori” e nuovi interessanti novità che sono corsisti, colleghi di altre delegazioni o semplicemente appassionati. Procediamo però con ordine, l’arrivo è magico, la costiera sorrentina comincia subito dopo questo ameno promontorio di Vico Equense che scaglia frammenti di pietra nel mare come funghi… alle otto di sera ci incontriamo sulla terrazza del ristorante e nemmeno riusciamo a salutarci, siamo rapiti da un tramonto che, a parte Michela, lascia tutti muti, i volti diventano rossi e nostalgici, ma poi ci accomodiamo a tavola e ritorna il sorriso. L’organizzazione è un collaudato meccanismo ad orologeria ma non si parte subito, è il momento dell’arte e chi meglio di Michela Guadagno per leggere dei versi di Goldoni che rappresentano un pò il saluto alla serata e che pari pari vi riporto (qui su You Tube): Viva Bacco,e viva Amore:L’uno e l’altro ci consola. Uno passa per la gola, L’altro va dagli occhi al cuore.Bevo il vin, con gli occhi poi…Faccio quel che fate voi.”In realtà Michela, con cui adoro scherzare, sa scriverne anche di propri e mi auguro non mancherà nei commenti il prezioso suo contributo dedicato alla serata… Si parte subito con una chicca sconvolgente, si chiama appunto “chicca di gamberi e mozzarella di bufala con guazzetto di lupini, mela verde ed erba cipollina” praticamente perfetta. Per ragioni fin troppo comprensibili molti di noi non hanno potuto evitare la “scarpetta”. Se vuoi ho i nomi… ma perdonaci Pino!
Il vino di questa prima portata è uno champagne millesimato, il Philipponnat 2000 Blanc de Blancs, un francese elegante ma dotato anche di notevole corpo che sbilancia qualche commensale verso il Pinot Noir o addirittura il Meunier. Il “Tonno rosso” è la seconda portata, viene servito in “crosta di erbe fini, con caponata di biscotto di grano arso”, vede appena la padella, ha la consistenza di un filetto ben tagliato ed il sapore unico del mare che abbiamo alle spalle. Il vino abbinato nessuno lo indovina, è difficile, la platea si divide fra Gewurztraminer e Riesling ma in realtà tutti sanno di sbagliare, non può essere nessuno dei due, si pensa ad un uvaggio assemblato ma Pino spegne immediatamente ogni speranza specificando che si tratta di un monovitigno… alla fine ci arrendiamo, è un vino robusto, di colore quasi ambrato, secco ma con percettibile residuo zuccherino, molto morbido… è italiano, è un Soave Classico 2005 La Rocca di Pieropan, a dimostrazione di una denominazione spesso bistrattata ma capace di regalare vini di grande qualità. Non poteva mancare il piatto tipico di questo angolo di Paradiso, quello che fra tutti Guido Fusco, se un poco lo conosco, avrà preferito (non me lo ha confessato ma mi gioco la villa a Portofino). Sono i classici “Ravioli” (purtroppo solo tre) di Caciotta contadina e Maggiorana. Costanzo Cacace (il simpaticissimo quanto professionale direttore del ristorante) ci spiega che la preparazione è molto laboriosa, la pasta subisce vari processi di lavorazione fra cui una bollitura preventiva onde fare in modo che risulti poi corpo unico con il ripieno. Il risultato è entusiasmante e si capisce solo successivamente che seppure fossero stati dieci sarebbero risultati comunque pochi… per cui tanto valeva non esagerare. Il vino è “Joaquin”, un bianco 2006 di grado alcolometrico pari a 13,5% prodotto esclusivamente da uve Aglianico (vinificate con sgrondatura) di Paternopoli (siamo vicini a Taurasi), la vera sorpresa campana del Vinitaly 2008 (qui) che aveva in ogni caso lasciato un velo di perplessità negli assaggiatori per il non raffinatissimo bouquet. Il vino infatti al primo incontro a Verona presentava un deciso sentore di succo di pomodoro ma aveva comunque esaltato Roberto Gardini per l’originalità e l’unicità delle sensazioni aromatiche e che a distanza di quattro mesi si è rivelato un armonioso ed equilibrato bianco di carattere, grande carattere, prepotente al gusto più che al naso. Lo “Spaghettone artigianale cacio e pepe con scottata di calamaretti di paranza” è un’ulteriore dimostrazione (ma chi ne aveva bisogno…) di quanto siano evolute le tecniche per la preparazione della pasta in questi territori. Cottura perfetta ed equilibrio organolettico straordinario tra tendenza dolce e sapidità, associato questa volta ad un Le Mont Sec Domaine Huet 2006, da uve Chenin Blanc della Loira, noto per la sapidità, per le note affumicate, un altro grande bianco per un altro grande abbinamento. Continue Reading »

Report Riesling: Dioniso, Apollo e Bacco…

Pubblicato da aisnapoli il 28 Giu 2008

 Stavolta il Report sulla prima sessione del Riesling si è sdoppiato negli interessanti contributi di Mauro e Luca, i nostri “articolisti” più prolifici…(T.L.)

 Di Luca Massimo Bolondi

Gli Dei tanto lontani e avversi, eppure complementari, … dall’unione di caratteri mutuamente contrastanti spesso nasce grande armonia, talvolta nasce il sublime (e giù citazioni dotte da Nietsche a Wagner a Wittgenstein…). Ma stasera siamo inebriati da un’esperienza assai tangibile. È lì, anzi sono lì, in nove calici otto variazioni sul tema dell’armonia da contrasto.
Otto perché – ahimè - il primo calice contiene un Trocken Kabinett 2002 (Johannishof) ferito a morte dalla sentenza dell’assaggiatore: “tappo!”. Ciononostante, la curiosità è grande e una piccola quantità viene provata al palato per chiarirci il concetto di acidità tagliente di questo vino che tra i Riesling dovrebbe essere il più secco. E nonostante gli aromi alterati, si affaccia al naso una raffica di sentori minerali. Un inizio di grande stimolo al desiderio.
Il secondo calice non tradisce. Trocken Spatlese 2001 (Koehler Ruprecht ), per servirvi di una mineralità spinta: il primo naso annuncia oli minerali e gomma bruciata. Strano? Gradevole. Dopo un tale intenso impatto vien la frutta di soppiatto… ecco che alla porta accanto l’officina meccanica apre il fruttivendolo. All’ananas oleodinamico si affianca il sentore di pesca gialla matura, e un lieve zafferano ci suggerisce un nobile attacco di botrytis alle uve mature. E in bocca il senso tattile del limo gioca con una spalla acida poderosa. Retroaromi lunghi danno il degno coronamento.
Appena versato, il terzo esemplare splende nel calice. Trocken Auslese 2005 (Karthäuserhof), in crescendo, a dispetto della relativa gioventù. Aroma esotico ed elegante, frutta a polpa gialla a maturazione perfetta. Vivacissimo al palato, mima addirittura un lieve perlage. Armonia sinfonica!
A seguire un fuori programma: Trocken Auslese Niersteiner 1996 (Heinrich Braun). Un cristallo color dell’oro sgorga dal lungo collo della renana e si adagia nel calice. Attacco olfattivo di idrocarburi e pesche mature. In bocca esplode una supernova di gusto ed aromi. Dilaga con una acidità da vino eterno: con queste premesse vorrei provare annate antichissime, attendendomi piacevoli sorprese. Questo è vino da seduzione, peccato sia introvabile…
A chiusura della prima parte della serata ecco il piccolo di casa, un giovinetto di pronta beva (e dal nome impronunciabile - Von Schubert -) che con soli otto gradi alcolici suggerisce di uscire dal cestello e farsi tracannar d’un fiato appena risaliti in barca dal bagno in un assolato meriggiare d’estate. Il Riesling è anche questo.
Ha ragione Fabio Cimmino nel sostenere che questo è un vitigno aromatico anche se non è classificato ufficialmente per tale.
Ripresi? Si riparte, e stavolta con il degnissimo accompagnamento di tre ottime pietanze concepite per l’abbinamento. Una sfida mica da ridere, visto che la seconda parte della degustazione prevede vini non-trocken ovvero di maggiore potenziale zuccherino. Ma Divinoinvigna si avvale di una cuciniera di talento. Capace di dosare attentamente il sapido, il succulento e il citrino. Ecco quindi parte un gioco di contralto tra il vino (Kabinett 2002 Johannishof da terroir di quarzite, Spatlese 2005 Emrich-Schönleber da terroir di ardesia blu, Auslese 2005 Weins-Prüm dolce ed equilibrato) e lo sformato di patate in crema, i dadi di mortadella fine, le polpettine delizia-un-sol-boccone.
Il secondo fuori programma è la corsa all’oro nel calice: Kallstadter Saumagen 1992 Koehler Ruprecht (!) botritizzato, vino soprano che se avesse voce supererebbe la Montserrat Caballè, ananas alla liquirizia con al palato una nota acida ancora talmente acuta da far pensare all’immortalità dell’anima. Gran finale.
Questa degustazione è stata un lungo susseguirsi di sorprese, per chiunque non abbia già grande esperienza di codesto nettare. Vien da dire “corri a provare, non limitarti a leggere!”
Nei vini di stasera abbiamo sperimentato il connubio tra i colori, dall’oro giallo all’oro antico, la vetustà del vino, la forza e maturità degli aromi, il palato dolce da una parte e dall’altra parte la freschezza imperiosa, il sapor pietro della mineralità, la dichiarazione di un futuro raro a un bianco. Un grande danese, Niels Bohr (astrofisico, matematico e fisico premio Nobel) aveva per logo lo yin-yang e per motto “contraria sunt complementa”. Sospetto che fosse buon conoscitore del Riesling.

Report Riesling prima sessione

Pubblicato da aisnapoli il 28 Giu 2008

Di Mauro Erro

La prima volta che ho incontrato il Riesling Renano della Germania è stato svariati anni fa leggendo le parole di Tom Stevenson sul grande atlante dei vini del mondo: nessun altro vino risulta dal primo sorso così fine, così puro e corposo con una gradevole punta d’acidità come un buon Riesling. L’assaggio venne diversi anni dopo. Da allora non ho mai conosciuto nessun degustatore esperto e nessun normalissimo bevitore che non apprezzasse questi vini, quando non li aveva già posti all’apice della propria classifica di gradimento insieme ai Pinot Nero provenienti dalla Borgogna. Io non riesco più a farne a meno: il mio amore viscerale mi spinge a stapparne, mediamente, almeno una, se non due bottiglie la settimana. Non c’è persona cara a cui non l’abbia fatto bere. Una volta addirittura lo proposi ad un’astemia ricevendone in cambio un bel sorriso di ringraziamento. Con le donne rappresenta un’alternativa di gran lunga migliore al solito calice di Champagne.

Eppure, nonostante il Riesling dimostri palesemente le sue indubbie qualità, i tedeschi, come se non bastasse la complicazione che deriva dall’impronunciabilità della lingua, pare ci tengano in maniera particolare a rendere difficili le cose. Approfitterò, oltre questo resoconto, degli altri che seguiranno i prossimi due appuntamenti cercando di trattare nella maniera più semplice ed allo stesso modo esaustiva l’argomento senza tediarvi oltremodo: ora ci occuperemo della classificazione dei vini tedeschi, lasciando l’approfondimento delle zone, dei terreni e della mineralità che ne deriva ai successivi.

La classificazione dei vini tedeschi si basa sul grado zuccherino residuo, misurato in Oechsle, il cui grado è corrispondente a 2-2,5 grammi di zucchero per litro, e non sulla denominazione di origine. Esiste, ad onor del vero, una sorta di classificazione delle zone risalente alla legge del 1971, che ha subito leggere modifiche nel 1994, che ad oggi ha mostrato la sua più totale inutilità e su cui torneremo a tempo debito. Pare che oggi sia in atto un tentativo di semplificazione: non ci rimane che sperare.

I Tafelwein rappresentano i vini di tavola, i Landwein una sorta di Igt. Vengono poi i QbA (Qualitätswein Bestimmter Anbaugebiete) vini di qualità provenienti da una delle tredici regioni previste. È ammesso per questi vini lo zuccheraggio così come l’aggiunta di Süssreserve, un succo d’uva sterilizzato (mosto non fermentato) la cui origine deve essere la stessa del vino a cui viene aggiunto. Infine i QmP (Qualitätswein Mit Prädikat), vini di qualità confermati dalla menzione (appunto il Prädikat) a cui non può essere aggiunto zucchero; anche se è concesso l’uso di Süssreserve, troverete pochi produttori disposti ad utilizzarlo lasciando che sia l’interruzione della fermentazione al momento giusto a stabilire la naturale dose di zucchero da lasciare in bottiglia.

I QmP si suddividono in base al grado zuccherino partendo dai Kabinett, il primo della scala Oechsle pari a 67-85°. Poi gli Spätlese, che tecnicamente significa vino fatto con uva proveniente da vendemmia tardiva, tenendo presente che la nozione di “tardiva” è sempre relativa alle vendemmie tedesche di solito abbastanza precoci, con un grado Oechsle pari a 76-95°. Vengono gli Auslese, prodotti con uve lasciate sulle viti dopo la vendemmia dello Spätlese, in cui è possibile ravvisare accenni di Edelfäule (muffa nobile) il cui grado Oechsle è di 83-105°.

Il Beerenauslese è prodotto, invece, da uva sovramatura su cui si è sviluppata l’Edelfäule. La normativa vuole che ogni acino venga appassito e selezionato uno per uno, vagliando grappolo per grappolo. Questi vini devono raggiungere un livello Oechsle di 110-128°. Infine i Trockenbeerenauslese (TbA), del tutto attaccati da muffa nobile, con una grado Oechsle di 150-154°. Discorso a parte per gli Eiswein che si ottengono nel momento in cui le uve lasciate sulla vite, affinché vengano attaccate dalla muffa nobile, si ghiacciano per la brina o la neve. La vendemmia ghiacciata ha solitamente luogo molto tardi, quasi mai prima di dicembre e spesso nel gennaio successivo (anche se in etichetta va indicata l’annata precedente). Il suo grado Oechsle deve essere almeno pari a quello di un Beerenauslese e può raggiungere quello di un TbA. I Trocken (la dicitura vorrebbe dire più o meno, secco), invece, sono vini che non devono contenere più di 4 grammi sul litro di zucchero. Si può incontrare (come vedrete dalle note) un Kabinett Trocken piuttosto che un Auslese Trocken, il che vuol dire che ci troveremmo innanzi vini dal grado zuccherino minore, ma dall’alcool effettivo maggiore. Completano il quadro complicato delle denominazioni le Goldkapsel (capsula d’oro) che indicano una selezione particolare dei grappoli con il massimo raggiunto dalla Lange Goldkapsel (lunga capsula d’oro).

n.d.a. come solitamente accade nel nostro eno-laboratorio oltre le sei bottiglie si sono aggiunte tre a sorpresa. A seguire le degustazioni…

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Vacanze romane…Doppia verticale dell’azienda Castello dei Rampolla con Sammarco e d’Alceo

Pubblicato da aisnapoli il 25 Giu 2008

Di Tommaso Luongo e Mauro Erro

vacanzeromane.jpgVacanze Romane…l’occasione era ghiotta, un grande evento targato Bibenda: i cult-wine di Castello dei Rampolla, Sammarco e d’Alceo in una doppia verticale che attraversa alcuni tra i millesimi più rappresentativi di questa storica e prestigiosa azienda di Panzano di Greve in Chianti. I vini, il parterre de roi ( i principi Luca e Maurizia di Napoli Rampolla e l’enologo Giacomo Tachis con Paolo Lauciani a guidare la degustazione) e la simpatica compagnia (Mauro Erro e Luigi Cristiano) mi convincono a sfidare il torrido caldo di questi giorni… L’opportunità, poi,  di scambiare un pò di piacevoli chiacchiere con qualche vecchio amico “romano” è la classica ciliegina sulla torta! A proposito, visto che la trasferta nella capitale era giustificata anche da “motivi di lavoro” subito un’ anticipazione: nei prossimi mesi ci sarà una disfida a colpi di zuppa di pesce (scuola puteolan-partenopea vs. scuola laziale) in collaborazione con l’amica e “collega” Maria Cristina Ciaffi, Delegata Ais Civitavecchia. Prima però di lasciare lo spazio al puntuale resoconto di Mauro, due parole due, su questa storica doppia verticale. Diciasette vini sono un’ impresa decisamente ardua ma il ritmo della degustazione scandito dagli interventi calibrati dei relatori con le incursioni di Tachis il Grande (giù il cappello!) consente di recuperare agevolmente la concentrazione e prestare la giusta e necessaria attenzione, meno male…Ma veniamo ai vini. A farmi preferire la batteria siglata Sammarco (per un’incollatura..n.d.a.) sono gli umori terragni della toscanità più classica: humus, sottobosco, funghi e tabacco che si intrecciano uno nell’altro  bicchiere dopo bicchiere. Su tutti svetta, a mio modesto avviso, il superbo 1985 che si presenta in grande spolvero con una veste cromatica di un intenso granato, illuminata da nobili trasparenze e con un naso che mi colpisce per il frutto ancora integro, direi quasi croccante, scolpito da eleganti ed incessanti effluvi balsamici; in bocca l’incedere della parabola gustativa, deciso e fiero ad ogni passo è sospinto da una sorprendente freschezza che si rinnova in continuazione, il raffinato tannino accompagna in lunghezza ed in profondità tutto l’assaggio con un’ impronta garbata e carezzevole. Un vero cavallo di razza che galopperà ancora per tanti anni! Per la batteria dei d’Alceo il timbro è quello della “potenza in un guanto di velluto” anche se ho apprezzato il tono più sommesso del 1998 con una silhouette sicuramente più agile e snella ma dalla lunga e sottile persistenza. Mi fermo qui…basta così! Adesso è il turno della maratona “etilica” di Mauro Erro.

Il territorio:

L’azienda di Castello dei Rampolla è ubicata nella splendida Conca d’Oro, un anfiteatro naturale protetta a nord dalla collina di Santa Lucia, che si apre a sud del paese di Panzano nel comune di Greve in Chianti, nel cuore della zona del Chianti Classico. La natura dei terreni della Conca d’Oro, e più propriamente dei vigneti della azienda, è abbastanza eterogenea, ma vede la predominanza di argilla a valle, che permette la trasmissione di sostanza minerali (le note minerali sono una caratteristica sempre presente nei vini provenienti da questo “Grand Cru”), e man mano salendo in altitudine, terreni limosi e Galestro: quest’ultimo favorisce il perfetto drenaggio e la possibilità di un’ottima penetrazione delle radici delle piante.

L’azienda:

L’azienda nasce grazie all’opera di Alceo di Napoli, intorno agli anni ’60. Innamorato dei vini bordolesi, decise di portare le barbatelle nella sua tenuta (quelle del Cabernet provengono da Villa Capezzana, che a sua volta le aveva prese da Chateau Lafite. Verranno innestate su viti di Malvasia, Trebbiano e Ciliegiolo): fu egli il primo con la collaborazione di Giacomo Tachis, l’enologo, a portare insieme gli Antinori il Cabernet Sauvignon in Toscana e l’unico ad introdurre, in gran segreto perché all’epoca vietato, il Petit Verdot. Dopo la morte di Alceo Di Napoli, saranno i figli dal 1994 a riprendere l’azienda e a produrre il Vigna d’Alceo che verrà commercializzato per la prima volta nell’annata 1996. L’azienda possiede 120 ettari, di cui solo 42 vitati e 28 effettivamente produttivi. Dal 1994, l’azienda è a conduzione biodinamica, per cui si utilizzano solo lieviti indigeni per la fermentazione, non si aggiungono enzimi o prodotti coadiuvanti, l’utilizzo dell’anidride solforosa è ridotta al minimo.

I vini:

Il Sammarco (il cui nome ricorda uno dei figli di Alceo, prematuramente scomparso in un incidente in elicottero) ed il Vigna d’Alceo (oggi più semplicemente d’Alceo) sono i vini di punta dell’azienda. Il primo era nato come uvaggio di Cabernet Sauvignon e Sangiovese, anche se mano a mano negli anni la percentuale di Sangiovese è stata ridotta fino ad un 5% attuale, a cui si è aggiunto un’altrettanta percentuale di Merlot. Il Secondo, invece, è un taglio di Cabernet Sauvignon in prevalenza con l’aggiunta di una percentuale (intorno al 20%) di Petit Verdot. Le vigne sono poste tra i 250 e i 300 metri sul livello del mare, hanno un’età media che supera i trent’anni (anche se si sta provvedendo a nuovi innesti) ed una densità per ettaro, per il Sammarco, di 5/6000 ceppi, per l’Alceo, di 10000, oggi ridotti a 8.000, ceppi. La resa, per quest’ultimo, d’uva per pianta, è alquanto significativa: solo 300-500 grammi!

La vinificazione avviene in lamiera smaltata (non inox, in cui, a detta del proprietario Luca di Napoli, i vini rossi non si fermano mai), anche se l’azienda si sta preparando per sostituirli con tini di cemento, un materiale più neutro per preservare la naturalezza del vino. L’affinamento prevede per il Sangiovese botti dalle capacità di 25/30 ettolitri, per il Cabernet Sauvignon, il Petit Verdoit ed il Merlot, barrique di rovere francese di leggera tostatura nuove solo per il 10, 15%.

N.d.a.: La degustazione, tenutasi ieri presso l’Hotel Cavalieri Hilton di Roma a cura di Ais-Bibenda Roma alla presenza dei titolari dell’azienda e dell’enologo Giacomo Tachis, è stata molto affascinante, ma anche molto faticosa (17 vini, non son pochi), quindi mi scuserete per qualche imprecisione. Trattandosi di due vini in verticale, ovviamente, noterete una certa ripetitività dei descrittori organolettici. L’indicazione del colore sarà data solo quando estremamente significativa. Continue Reading »

Cronaca di una verticale di Taurasi d’inizio estate al Wine Bar dei Feudi di San Gregorio

Pubblicato da aisnapoli il 24 Giu 2008

 Dalla Terra al Palco…

di Luca Massimo Bolondi

L’Arena
Tra Napoli, Salerno ed Avellino, ai margini dei monti s’erge un piano
in mezzo al quale, opera in cammino, s’erge un Vulcano e mira altro Vulcano.
Ma se il Vesuvio per maestà s’impone, e inquieta la presenza ci accompagna,
l’altro Vulcano buono si compone di opere dell’uomo in pompa magna
ed all’interno di quel buon cratere,
di vino il viaggiatore può godere.

Trattasi inver di un luogo assai speciale, adorno di cristallo e legna fina,
moderno il luogo eppur tradizionale, vocato a San Gregorio eppur cantina…
ci accolgono con grazia e con calore provetti sommelier, cuochi signori,
Massimo Florio che ne è il direttore gli onori fa di casa agli avventori.
Fummo riuniti in semplice brigata
per degustar Taurasi alla serata.

I Cavalieri
Squilla un entrèe d’aglianico spumante, tromba d’annuncio dei tre contendenti,
e già il palato, campo bulicante, prepara alla tenzone i suoi palmenti.
Tre sono i vini qui per l’occasione, tre le bottiglie ben accompagnate
da tre pietanze di preparazione studiata a che le tre siano esaltate.
Sfilan Taurasi, Piano di Montevergine, Selve dei Luoti, nere bottiglie che vuotar vorrei,
d’anni dallo splendor a tutti noti: duemila, novantotto, novantasei.

La Tenzone
Inizia il gran confronto al mio parere, tre calici di sangue terra e fuoco,
splende il Taurasi dentro il mio bicchiere, l’anno duemila, e da l’inizio al gioco:
si muove roteando assai sinuoso, e libera sentor caldi e speziati
affascina e seduce, gran corposo, morbido, caldo e dai tannini alati.
È fatto su misura per gli allori, pronto e con vocazione all’armonia,
sembra una diva sotto i riflettori, come una diva dalla lunga scia.

Ma quel che mi ha sorpreso ed estasiato è il Selve dell’annata novantotto:
brilla dentro il bicchier come versato color granato e lampi di ceraso
tannini nobilissimi al palato e un’ampia varietà di spezie al naso.
Cuoio da sella, oli minerali, fiori appassiti e frutta in confettura,
forte d’aromi che fan metter l’ali, spaziando panorami di cultura…
Ricco d’aromi e splendide durezze, scontroso a tratti come un re guerriero,
forte di spalla ma sa dar carezze! E come lascia a lungo un segno altero!

Segue Piano di Montevergine dodicenne, e si direbbe un giovane invecchiato,
color rubizzo ma d’aria solenne: papa benedicente sul sagrato.
Sentor di eteree lacche e liquirizia, vigore di profumi e sacrestia,
forte nel gusto ma già con mestizia addita quel declino cui s’avvìa.
Saggezza più durezze più prestanza, capace di stupire ancora un poco,
di tempra d’altri tempi e d’importanza tale da fare riprovare il giuoco.

Pertanto senza dubbio alcun proclamo di questa nostra semplice tenzone
Selve de’ Luoti s’impone sovrano, per lunghi giorni ancora di passione!
Sempre meglio per me la terra amara, e il duro Selve che ne viene fuori,
piuttosto che un barrique di legna rara che dà al Taurasi morbidi sentori.
E onor mi fa di chiuder la serata col ringraziare i Feudi e il direttore
con caloroso abbraccio alla brigata per il trascorrer di codeste ore
lasciando a voi lettor desiderare
di unirci a noi nel prossimo libare.

Report: Lopez de Heredia…Nobile Diversità.

Pubblicato da aisnapoli il 13 Giu 2008

 Di Mauro Erro

Assurdo: contrario alla logica del pensiero, della parola, dell’azione; contraddittorio; assolutamente sconveniente, incomprensibile; contraddizione assoluta; di quanto è caratterizzato da impensabilità, impossibilità o assoluta mancanza di convenienza. (Vocabolario della lingua italiana, G. Devoto, G. C. Oli)

È da quando terminata la serata che, dovendone scrivere il resoconto, complice la professione e gli studi di mio fratello, vado girando, nei ritagli di tempo, con un teschio tra le mani ponendomi l’amletico dubbio: scrivere o non scrivere? E che scrivere? Volendo utilizzare una metafora e partendo dalla Teoria della comunicazione di Roman Jakobson, provate ad immaginare di dover raccontare un orizzonte e un panorama visti durante un viaggio ad un amico: non lo ha visto, ma potrà provare ad immaginarlo grazie alle vostre parole e grazie alle decine e decine di orizzonti che ha visto durante la sua vita. Provate a raccontarlo ad un cieco: cos’è, ad esempio, il blu? Se la scrittura è un codice che conosciuto dalle parti (mittente e destinatario) le mette in comunicazione, il problema in questo caso è l’oggetto stesso della comunicazione: i vini di Lopez de Heredia. Non vi è spiegazione tecnica che tenga (ho provato, andandolo a trovare, a cavare un ragno dal buco con Bruno de Conciliis che per un problema dell’ultim’ora non è potuto essere presente alla serata – ci siamo ripromessi una replica la prossima stagione –, ma niente da fare) , né racconto che possa solo lontanamente spiegarvi alcunché. I vini di Lopez de Heredia cristallizzano il tempo, i vini di Lopez de Heredia ripercorrono al contrario il senso (se esiste) del gusto, la progressione organolettica a cui siamo abituati: se l’ossidazione è per noi la fine, per nulla nobile, della vita di un vino, in questo caso nobile è l’aggettivazione di un’ossidazione principio di una vita a noi poco familiare, eppure affascinante. Questi vini stravolgono il pensiero, la parola, l’azione, possono risultare incomprensibili se l’ascolto e l’assaggio non sono meditati. Non vi è nessuna logica di convenienza che possa spiegare il motivo per cui un rosato venga commercializzato a dieci anni dalla vendemmia, dopo averne trascorsi quattro in legno (le cui botti i signori Lopez de Heredia si costruiscono da sé) ed altri sei in bottiglia (nei 4 chilometri di gallerie sotterranee della cantina che garantiscono condizioni di temperatura ed umidità ottimali per l’invecchiamento e l’integrità dei vini). Figuriamoci poi spiegare il motivo per cui bianchi e rossi, seguendo la medesima “filosofia” produttiva, vengono proposti al mercato dopo vent’anni.
Dunque, che fare? La nobiltà dei vini di Lopez de Heredia non è quella dell’ossidazione, ma quella della loro diversità, elemento su ci si è fondato questo eno-laboratorio che volge al termine. La diversità che permette noi la scelta. Dunque, ripeto, che fare?
A voi, signori, decidere: rimanere nella beata ignoranza di leopardiana definizione o condividere con me i dubbi e i dilemmi della conoscenza, di un’esperienza (bella o brutta, a voi opinare) che non può essere raccontata, ma che chiede solo di esser vissuta?

Viña Tondonia Gran reserva Rosado Crianza 1995: il colore ricorda la buccia di cipolla, vivo e brillante, nelle cui trasparenze è facile perdersi, e che, volendosi far condizionare dalla sua poesia, pare abbia sfumature cangevoli, dal rame al rosa antico. Al naso s’avvertono note animali immediate, poi burro, dolci rimandi, pelle conciata, legno, carbone bruciato lieve, frutta secca. Al palato è snello e, complice un’acidità possente, risulta esser per persistenza più corto del fratello maggiore.

Viña Tondonia Gran reserva Rosado Crianza 1993: Più cattivo, più intenso del “morbidoso” fratello minore che l’ha preceduto, a cui l’accomuna il colore che in questo vino però varia nel timbro: leggermente più rarefatto. Dopo un’ora abbondante di ossigenazione, finalmente si dispiega negli odori la cui qualità è innanzitutto la dinamicità, il continuo evolvere: ampi e fini si sono proposti profumi di spezie ed erbe aromatiche, di frutta secca, di biscotto (marzapane). Al palato ha maggior corpo e più equilibrio: chiude lunghissimo.

Viña Gravonia Crianza 1995 (viura 100%): giallo oro scarico, al naso è “buccioso” tanto da ricordare i vini macerati sule bucce. Rimandi mentolati, anice stellato, miele, babà al rum, sensazioni floreali, di erbe e tè e di agrumi canditi. Al palato è sapido, sapidità che accompagnandosi all’ottima acidità lo rende equilibrato e di buona lunghezza.

Viña Tondonia Reserva 1987 (viura con piccolo saldo di malvasia): Più carico di chi lo ha preceduto nel colore: oro antico. Più intenso dell’altro e più dinamico al naso, più spesso al palato. Minerale, muschiato, pelle conciata, camomilla, frutta bianca (pesca) disidrata, fiori secchi e spezie, miele di acacia. Al palato, come ho già scritto, ha maggior volume nel centro bocca e la lunghezza è calda e vellutata.

Viña Bosconia Gran Reserva 1981 (tempranillo in prevalenza con il contributo di altre uve: garnacho, mazuelo e graciano): potrebbe risultare spiazzante rispetto ai precedenti per la mancanza di picchi d’astrusità e complicazioni varie. Invece, a mio parere, risulta essere il suo punto di forza. Semplicità di beva e grande eleganza. Frutti, ma soprattutto fiori impreziositi da note animali. Tannino elegantissimo, uno smoking calzato da Sean Connery, ottima spinta verticale dell’acidità risoluta e sapidità di matrice minerale. Ode alla bevibilità (alcool? 12,5%!)

P.S. Evitando inutili copia e incolla, rimando all’articolo del nostro amico Fabio Cimmino su winereport diretto da Franco Ziliani, che all’epoca (2004) mi fece scoprire questi vini e dove troverete le più utili informazioni sulla azienda e sui vini. Per i più curiosi, sempre a firma di Fabio, sulla rivista online L’Acquabuona, troverete il resoconto della serata e le note dei vini.

Promossi e Bocciati, ovvero: il vino e la sua rappresentazione.

Pubblicato da aisnapoli il 13 Giu 2008

Di Luca Massimo Bolondi 

I vini ai voti. Quando una materia di pertinenza filosofica come l’estetica incontra materie di pertinenza politica come la partecipazione e di pertinenza economica come il mercato, può nascere alternativamente una riflessione per un approccio fecondo oppure una palude di polemiche e prese di posizione.
Come entrare nel gioco senza pregiudizi? E come uscirne senza figuracce?
Ecco chiamate all’appello le doti critiche dell’uomo (colto? sensibile? e, magari, in buona fede…). Come realizzare l’incontro delle tre materie in qualcosa di utile? Immaginiamo gli incontri possibili dal punto di partenza di una verso le altre.

1. L’estetica incontra la partecipazione e il mercato.
Il vino è un esempio di vita, nella sua rappresentazione.
Scorre, profumato nel suo colore, e ci inebria di una metafora che può essere sublime.
Il vino è oggetto di godimento e la misura del godimento è una valutazione.
Se siamo soli a valutarlo per il nostro personalissimo metro di giudizio, il godimento si compie in sé e in noi. Finita lì.
Se invece vogliamo comunicare il nostro (grado di) godimento, il nostro gradimento, eccoci nella necessità di ricorrere a un sistema condiviso di misure, segni e simboli. Ovvero, un linguaggio.
Se gusto un bicchiere di vino, percepisco la cosa per ciò che è ai miei sensi.
Se parlo del vino che ho gustato (e più ne bevo e più mi viene da parlarne…), traduco la cosa in simboli.
Se ascolto del vino, percepisco la cosa per ciò di cui è simbolo.
La cosa e la sua rappresentazione si incontrano in noi bevitori, degustatori (cioè bevitori più esteti), alcuni sommelier (cioè bevitori più esteti più comunicatori) che sobri o ebbri, comunque gaudenti, come tutti passiamo la vita a rincorrere delle immagini, persuasi che le immagini siano la realtà.
L’estetica ha quindi incontrato la partecipazione e insieme si recano al mercato. E qui son guai perché appena giunti al mercato cominciano a parlare due lingue diverse. La partecipazione non capisce più dove vuole andare a parare l’estetica quindi le da ragione (come agli stupidi o ai presuntuosi) e la lascia in disparte, non prima però di averle sottratto il dizionario. Insieme al mercato comunque non si trova a suo agio: il mercato le parla un po’ in gergo un po’ in inglese e la partecipazione che ha incontrato l’estetica ma ne ha conservato solo il dizionario non capisce molto e rimane confusa. Il mercato, che è svelto e furbo, ne approfitta. Finirebbe a schifio. Ci vorrebbe un Virgilio che accompagna il Dante attraverso l’inferno senza bruciarsi…

2. La partecipazione incontra il mercato e l’estetica.
Il consumatore sceglie il vino in base primo al nome, secondo al prezzo, terzo alla esperienza o alla conoscenza (se e quando ci sono). Notiamo che il bevitore ancora non ha incontrato l’oggetto ambito è già diventato consumatore, in onore all’occhio dell’economia che guarda la scena. Egli è quindi pervaso di aromi personali, molti di questi frutto di lunghi periodi di affinamento in società dopo il lievitante effetto della pubblicità che gli ha permesso la fermentazione culturale. Non sa di somigliare al vino che desidera ed è convinto che la Guida ai Vini dell’anno in corso possa illuminarlo.
La partecipazione ha quindi incontrato il mercato e appena vista l’estetica cominciano a litigare: “Il vino si produce con amore e si vende con profitto!”… “Se è per questo è vero anche il contrario: si può produrre con profitto e vendere con amore!”…”Ma che avete capito, il vignaiolo e il cantiniere sono rimasti con un palmo di naso quando hanno parlato il flying winemaker e il flying winemarketer!!”. A cercare di metterli d’accordo, dopo una partenza promettente e un esito inconcludente, arriva un sommelier che chiama da parte il consumatore, con parole schiette ma fascinose fa un incantesimo lo ritrasforma in bevitore e come per magia capovolge i suoi criteri di scelta. Primo la conoscenza, secondo attento al prezzo, terzo il nome con la Guida come bussola ma la Tua testa come nocchiero. Ma che fatica!

3. Mercato, estetica e partecipazione si incontrano e vanno al bar.

Mercato è un tipo svelto e non ama i preamboli, così quando incontra estetica e partecipazione dice “estetica, tu che sei capace di apprezzare, vieni a farti un goccetto!” e all’altra “partecipazione, tu che ami stare in compagnia, unisciti a noi per un goccetto!”
Mercato, estetica e partecipazione sono al bar a bere, ma di questi tempi è il mercato che paga il conto e si sente in diritto, per questo, di chiedere agli altri di seguirlo nelle sue idee e nei suoi sogni.
Calderòn de la Barca sosteneva che la vita è sogno. Un sogno che, allietato dal frutto di Bacco, potrebbe scorrere dionisiacamente facendo danzare insieme contadini matematici cantinieri giudici scellerati saggisti casalinghe giornalisti e tutte le categorie ivi non menzionate ma bendisposte. Il problema è che troppo spesso sono sobri e si prendono così sul serio da illudersi che il potere sia uno strumento del Bene, così tutto il vino va in aceto.
Riecco l’opportunità di una figura di mediazione, magari pronta a mescere da una buona bottiglia e stavolta lasciamoci anche in questo consigliare da lui…
Alla fine qualcosa forse ne abbiamo ricavato, anche se siamo costretti a dare risposte, sempre, come Lazzaro a Gesù.
“Lazzaro, alzati e cammina!” e Lazzaro: “Signore, ma manco da morti si può riposare in pace?”.

Foto:Pollice Verso (Thumbs Down) by Jean-Léon Gérôme

Giovin Re 2006 di Michele Satta: Viognier di Toscana

Pubblicato da aisnapoli il 02 Giu 2008

Verrebbe da dire ”Simposiarchi vicini e lontani giù il cappello, questo qui è un gran vino, punto e a capo! “ Ma andiamo per gradi, partiamo dal colore…
Fin dalla vista colpisce per uno smagliante oro zecchino dai radiosi riflessi che illuminano il cristallo del bicchiere. Straripante è la ricchezza aromatica della finissima trama olfattiva: prima esplodono le note fruttate di albicocca, ananas e pesca gialla; poi è il turno della cannella accompagnata da incenso e miele d’acacia. Intensi e continui sono i profumi che giocano con le nostre narici, nascondendosi uno dietro l’altro: diventa estremamente piacevole immergere il naso nel bicchiere e verificare come il ventaglio aromatico si dispieghi ad ogni olfazione, disegnando una complessità di rara definizione che chiude con un tocco soffuso di crema inglese dal quale emerge con chiara precisione il baccello di vaniglia.
Un corpo estremamente sensuale ed avvolgente, arrotondato da una morbidezza che pervade il palato con un incedere lento e flessuoso sostenuto ad ogni passo da una acidità rimarchevole, che nella dinamica gustativa accompagna il Giovin Re verso l’armonia nonostante l’importante ricchezza in estratti; con il passar del tempo, dopo la deglutizione, dimostra di sapersi vestire anche di sapidità per un interminabile finale di regale eleganza.
Mi lancio, stile “viandante bevitore”, in un abbinamento musicale e mi vien subito da pensare alle evocative atmosfere di Habibi ya nour el di Alabina. Buona danza del ventre…

Tommaso Luongo

Report: I Vini Anfora all’Enolaboratorio

Pubblicato da aisnapoli il 30 Mag 2008

Di Mauro Erro e Claudio Tenuta

Se andassimo oltre l’aspetto suggestivo, quello primordiale ed ancestrale che ci riporta agli albori della viticoltura, a diecimila anni fa, al Caucaso e alle anfore interrate, cosa rimarrebbe? Oltre la storia, la spiritualità, l’aspetto filosofico che lega le anfore (non necessariamente) ad una viticoltura biodinamica, cosa c’è? Quali i dati empirici e significatici che per noi degustatori, appassionati e studiosi del vino, possano rappresentare un’esperienza significativa che vada al di là del mero giudizio di gusto? È ciò che mi sono chiesto prima di introdurre l’ultima serata dell’eno-laboratorio sui vini anfora le cui note di degustazione di Claudio Tenuta leggerete di seguito.
Eppure, dalle prime sperimentazioni in Italia alla fine degli anni novanta ad opera di produttori come Josko Gravner e Angiolino Maule (che dopo cinque anni deciderà di abbandonarle), l’utilizzo delle anfore durante le fasi di vinificazione e affinamento di un vino prendono sempre più piede incontrando la curiosità di numerosi produttori. Andando a memoria e oltre quelli saggiati durante la serata, Castello di Lispida (Veneto), Josko Gravner (Friuli), Giotto Bini (Sicilia), mi vengono in mente proprio partendo dalla Sicilia, Frank Cornelissen e COS con il suo Cerasuolo di Vittoria, Cristiano Guttarolo in Puglia e il suo Primitivo di Gioia del Colle, Cantina Giardino in Campania (di cui potete vedere alcune foto, gentilmente fornitemi) fino ad arrivare in Friuli con la Vitovska di Vodopivec ed altri ancora. Ciò nonostante, a distanza di dieci anni e più, e fatta eccezione per una tesi di laurea a Milano sotto la guida del Prof. Attilio Scienza, per quanto mi risulta non esiste letteratura scientifica. Ho avuto la fortuna di poter parlare (e li ringrazio per questo) con tutti i produttori dei vini che durante la serata abbiamo saggiato, ma soprattutto con Antonio e Daniela Di Gruttola che mi hanno svelato un mondo nuovo e affascinante, che coinvolgerà tutti noi, fino all’elaborazione anche di un nuovo linguaggio che possa raccontare questi vini.
Vini d’anfora. Ma quali anfore? Quelle caucasiche o quelle spagnole? Le prime realizzate attraverso un metodo – definito a Colombina – che prevede (scusate l’imprecisione) una serie di strisce larghe una decina di cm che messe insieme faranno l’anfora, o il metodo spagnolo, dove è l’abilità dell’artigiano seduto al tornio e che lavora l’argilla a determinare lo spessore dell’anfora (e di conseguenza la permeabilità all’ossigeno)? E quale argilla poi? Un materiale vivo, ricco di minerali, che si differenza da zona a zona. Quella che compone le anfore spagnole, ad esempio, utilizzate da Gabrio Bini (le cui dimensioni sono di 230/240 litri, poco più di una barrique e interrate davanti alla vigna in un terreno di natura tufacea) caratterizzate da la loro componente silicea che durante la cottura ceramizza e di conseguenza non necessita di alcun rivestimento interno (né cera d’api, né altro), o quelle che Cantina Giardino si costruisce da sé? O l’argilla toscana che alcuni produttori stanno provando ad utilizzare?
Per non parlare della differenza delle dimensioni o del rivestimento interno a cui facevo riferimento pocanzi. Siamo così sicuri che questo strumento sia così neutro tanto da esser semplice veicolo di quella presunta “naturalezza” di cui questi vini si ammantano? Eppure pare che sia un materiale che abbia una permeabilità al’ossigeno maggiore rispetto alle classiche botti di legno e di conseguenza influisca non poco sulla reazioni di ossido-riduzione durante la fermentazione. O che, vista la sua natura basica, leghi con gli acidi fissi, (precipitazione dei Sali) e che di conseguenza ci si trovi in presenza di vini (alcuni, non tutti, vi sono altri fattori di cui tener presente) con acidi fissi molto bassi, ma concentrazioni di sali anche cinque volte maggiori rispetto ad uno stesso vino che sia stato affinato in barrique. Per non parlare di una potenziale acidità volatile molto alta in relazione all’influenza, appunto, dell’ossigeno.
Si potrebbe continuare per ore ponendosi interrogativi (di come ad esempio l’anfora sia ritenuto uno strumento estremamente vantaggioso per le vinificazioni con macerazione sulle bucce) che certamente in questa sede non possiamo soddisfare. Se delle botti di legno, delle loro differenza, della natura dei legni e delle tostature molto si sa, possiamo star certi che delle anfore c’è ancora molto da scoprire e studiare, lasciando da parte, almeno noi, discorsi di natura antroposofica, filosofica o spirituale, ma ponendoci con spirito critico, dal punto di vista “tecnico-scientifico” con sana curiosità e passione, perché si possa poi raccontarlo alle persone che a noi, operatori del settore, si rivolgono. La chiudo qui, sperando di aver acceso la vostra curiosità e passando la parola a Claudio, non prima di aver nuovamente ringraziato per la disponibilità e per le informazioni fornitemi, Josko Gravner, Alessandro Sgaravatti e Gabrio Bini. Un particolare ringraziamento ad Antonio e Daniela Di Gruttola.

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1982…un’annata memorabile

Pubblicato da aisnapoli il 11 Mag 2008

Di Roberto Erro
1982: nascono Italia1, Rete4 e Calaiò. Vede la luce anche E.T. di Steven Spielberg, mentre Ridley Scott dirige Rutge Hauer nel personaggio di Roy Bath (“Io ho visto cose che voi umani non potreste neanche immaginare”) e Harrison Ford in Blade Runner, tratto dal romanzo Do Androids dream of eletric sheep? di Philip Dick, scrittore statunitense che muore a marzo, nello stesso mese della prima del film a Denver e Dallas. Michael Jackson lancia Thriller iniziando a percorrere il sentiero che lo porterà alla ricchezza e alla disgrazia. Ad oggi Thriller è l’album più venduto (104 milioni di copie) nella storia della musica. In un freddo e lontano paese si svolge un referendum popolare: 53% di favorevoli. La Groenlandia abbandona la comunità europea.Intanto Gabriel Garcia Màrquez viene insignito del premio Nobel per la letteratura “per i suoi romanzi e racconti, nei quali il fantastico e il realistico sono combinati in un mondo riccamente composto che riflette la vita e i conflitti di un continente”.Un’azienda statunitense, la Commodore Business Machine, presenta il commodore 64, tra le prime consolle dell’era digitale: i più piccoli (ma anche i più grandi) possono godere dell’uscita di Pac-Man Plus, Super Pac-Man, Popeye e Donkey Kong jr.In aereo, con la coppa al loro fianco, quattro italiani giocano a scopone scientifico: la coppia Bearzot-Causio vince su Pertini e Zoff. Qualche ora prima, il portiere della nazionale si era preso una più grossa soddisfazione: l’Italia batte la Germania al Santiago Bernabeu di Madrid vincendo i mondiali di Spagna. Quell’11 Luglio i Rolling Stones sono in concerto a Torino: Mick Jagger indossa la maglia azzurra n° 20, quella di Pablito Rossi, e profetizza un 3-1 in uno stadio gremito di gente in cui è stato montato un maxischermo sintonizzato sulla partita. Faceva caldo quell’estate, un caldo boia. In Sicilia la temperatura tocca il picco più alto registrato fino ai giorni nostri: 47 gradi. In Piemonte le condizioni climatiche, lontane dalla situazione isolana e del sud, offrono a Ida e Franco Boschis i presupposti migliori per un grande vino.Ed eccolo dinanzi a me: Barolo Classico “Giacomo Borgogno e figli”.
Classe 1982
. Ha la mia stessa età. L’ho bevuto insieme ad altri ben più canuti millesimi, di cui Franco De Luca e Claudio Tenuta ha parlato qui.Ma è lui che mi strega, quasi mi ipnotizza.
Mi ci avvicino con rispetto, quasi con timore reverenziale, curioso di scoprire come il tempo abbia inciso sul vino, più o meno conscio di quello che ha fatto su di me.Ed eccolo nel mio bicchiere: granato al colore con sfumature che nell’unghia, a bicchiere inclinato, rimandano a tonalità miste, tra il rosa e l’arancione, di quelle nuances proprie solo di alcuni tramonti. Poi lo avvicino al naso: piccoli frutti rossi, qualcosa di floreale, poi una pausa. Il vino è in qualche modo austero, più restio a concedersi rispetto agli altri. Ma io insisto ed ecco arrivare altre sensazioni: cioccolata, spezie di fondo, qualcosa di deciso e pungente, mi pare di riconoscervi del finocchietto. Nel totale un naso molto elegante, dotato di grande equilibrio. Poi lo bevo e la corrispondenza al naso è decisa: il tannino, ben dosato, graffia la lingua ai lati accompagnando un’acidità, che in alcuni momenti mi è sembrata quasi citrina. Con essa termina il sorso. Con essa ci si appresta al prossimo.
Sorso dopo sorso, il vino finisce.Mi emoziono. Mi dispiaccio.
Pare che mio fratello ne abbia conservata una bottiglia per me. Gliene sarò grato a vita.

Report Borgogna secondo atto: il Sapore della terra…

Pubblicato da aisnapoli il 19 Apr 2008

Di Tommaso Luongo e Claudio Tenuta
In ogni dove in Borgogna si respira un’atmosfera agreste, profondamente rustica e di rurale semplicità. Vignaioli caparbi ed ostinati che zappano la terra, vigne attempate che non celano le proprie rughe, vini virili dalla scontrosa eleganza e cantine che profumano di mosto dove, ancora, ci si inzacchera le scarpe con la terra battuta… Tutto questo può sembrare forse un pò troppo naif, ma questa è l’anima più verace della Borgogna, che non si nasconde dietro artifizi o alchimie mostrandosi con dignità e fierezza per quello che autenticamente è. Qui la natura esplode, rigogliosa, nelle mille essenze e nei profumi cangianti dei suoi vini, e nel palato che si esalta e si entusiasma ad ogni sorso. I vigneron borgognoni sono prima di tutto dei profondi conoscitori della propria terra, degli agricoltori “artigiani”di poche parole e dai modi piuttosto spicci. Gente schiva, riservata, non adusa alle pubbliche relazioni, “geneticamente” refrattaria ai fasti e alle solennità dei pomposi Chateâu bordolesi. Qui è un altro mondo, si preferisce non ostentare la propria grandezza e far parlare soltanto il vino; spesso però, magari dopo qualche piccolo mugugno che è eredità della loro ancestrale diffidenza, quegli stessi vignaioli sanno accoglierti con genuina e spontanea cordialità. Un frutto turgido e vitale declinato nelle sfumature di ciliegia nera, amarena e lampone è il filo conduttore della nostra degustazione; passando da un comune all’altro della Cote de Nuits, questa nota fruttata, perfino semplice nella sua immediatezza, si impreziosisce degli umori dei singoli terroirs esaltando anche la più insignificante delle differenze pedoclimatiche, facendo di ogni vino un’emozione unica e irripetibile. I vini sono sfuggenti, riflessivi ed emozionali; vini che sanno raccontarti, senza lustrini, gli umori del proprio terroir, ma che chiedono in cambio di essere degustati con assaggi meditati e non frettolosi, e per questo con calma sediamoci e iniziamo il nostro piccolo viaggio nella grande terra di Borgogna in compagnia delle schede di degustazioni a cura del “nostro” Claudio Tenuta.
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Il mio Vinitaly…

Pubblicato da aisnapoli il 13 Apr 2008

Di Giulia Cannada Bartoli
Il viaggio comincia all’ alba del 2 aprile, in macchina verso la mia quinta edizione dello showbiz del vino. Vinitaly 2008. Sono in compagnia di produttori dell’Irpinia e durante tutto il viaggio non si fa altro che discutere su mezzi e strategie da adottare per una promozione piu’ organica del comparto viticolo campano, consapevoli che ci si trova di fronte alla concorrenza di un mercato globale e che i “nemici” non sono i confinanti di vigna o di paese, bensì i produttori europei e quelli del nuovo mondo. Parliamo, parliamo, ma non giungiamo a conclusione alcuna. L’analisi della situazione e la congiuntura di mercato sono piuttosto negative e non si intravedono soluzioni: le politiche pubbliche di sostegno sono obsolete e disorganiche e le singole aziende da sole non ce la fanno. Consorzi, Strade del Vino? Manco a parlarne. Bei progetti sulla carta, ma all’atto di concretizzare sforzi e sinergie tutto si blocca. La ragione? Credo sia da ritrovare nell’esasperato individualismo che caratterizza gran parte dell’imprenditoria vitivinicola, soprattutto in alcune regioni del mezzogiorno, e, ahimè,la Campania è una di queste.
I giovani produttori piu’ lungimiranti si arrestano davanti a muri di gomma….
Beh, intanto siamo arrivati e il discorso si chiude con un po’ di amarezza. Arriviamo in “Campania” , il tanto discusso padiglione di design della scorsa edizione, ci attende immutato e candido. Cominciano i convenevoli tra produttori, gli scambi di pinze, chiodini e martello per vivacizzare l’atmosfera. In tardo pomeriggio l’allestimento è più o meno completo, ogni provincia identificata da un colore: lilla per Avellino, rosso per Napoli, verde per Caserta, giallo per Salerno ed azzurro per Benevento. Al centro del padiglione Piazza Campania, lo spazio dedicato agli eventi, convegni e degustazioni in collaborazione con l’Ais regionale e quattro banchi dedicati all’enoteca regionale per un assaggio veloce dei vini di tutte le aziende presenti.
Sembrerebbe fin qui, tutto identico rispetto alla scorsa edizione, ma quest’anno la Campania si porta dietro due fardelli davvero pesanti: gli scandali immondizia e mozzarella. Due bocconi molto difficili da far digerire, i discorsi con agenti, clienti e pubblico sembrano avere sempre questo tema. Molto arduo dirottarli subito sul vino, sulla qualità e sulla bellezza dei territori. Dopo i primi due giorni scatta la guerra tra poveri, beneficiamo senza volerlo dell’effetto “velenitaly”, gli scandali del Brunello e delle adulterazioni. Improvvisamente non siamo piu’ al centro dell’attenzione mediatica! Il padiglione campano è pieno: arrivano i buyers esteri, i clienti e gli appassionati e qualche giornalista. Le aziende, soprattutto nei primi tre giorni, lavorano molto, strette l’una all’altra, spesso a voce bassa…il nemico è in ascolto!
Il programma di degustazioni messo a punto dall’Ais riscuote un’ottimo successo di pubblico: argomenti interessanti e non banali. Tra tutti mi ha colpito “La Falanghina che non t’aspetti…Variazioni sul tema”. La degustazione guidata da Tommaso Luongo – delegato Ais di Napoli - ha voluto sfatare il mito di un prodotto “di massa” senza pretese, presentando diversi volti di gran qualità dalle bollicine al passito, in una carrellata tra le province che ha visto esordire i Feudi di San Gregorio con le Bollicine del Dubl Falanghina Metodo Classico , un esperimento condotto dall’azienda di Sorbo Serpico in collaborazione con il maestro dello Champagne Anselme Selosse. Il risultato è un vino dalla straordinaria freschezza e acidità che resta sui lieviti 18 mesi garantendo al vino un bagaglio aromatico fine e complesso. A seguire un classico: la Falanghina dei Campi Flegrei delle Cantine Farro di Bacoli con la selezione “ Le Cigliate”: un’esplosione di profumi e prepotente sapidità. Il prosieguo si è fatto molto interessante con l’apparizione della falanghina di Cantine degli Astroni, “Strione” 2006, siamo sempre nei Campi Flegrei, ma di fronte ad un esperimento molto particolare: l’enologo di casa Gerardo Vernazzano, in collaborazione con il Prof. Zironi dell’Università di Udine ha portato avanti una vinificazione “in rosso” con macerazione sulle bucce. Questo procedimento ha conferito al vino una notevolissima complessità olfattiva, un mix di fiori e frutta quasi passita e la nostra amata mela annurca. Il vino è stato invecchiato in barriques di 3° e 4° passaggio che non hanno assolutamente coperto né il frutto, né la mineralità. Un vino davvero interessante che si presta ad abbinamenti meno scontati.
In tema di coraggiose sperimentazioni, abbiamo proseguito con la Falanghina del Taburno di Libero Rillo di Fontanavecchia, l’annata? 2001!
Tanto particolare da dare il nome al vino. Un prodotto affascinante, il vino non è stato filtrato e nonostante ciò ha mantenuto negli anni una veste cromatica vivace ed elegante. Lo avevamo presentato con Luciano Pignataro, in anteprima a Napoli lo scorso febbraio in abbinamento alla genovese di terra della Trattoria Sessantanove e a quella di tonno, di Pasquale Torrente del Convento di Cetara. Due piatti strutturati e difficili da abbinare. La performance di 2001 è stata perfetta. Il naso è molto accattivante, intenso e complesso, frutta in surmaturazione, cera d’api, burro di arachidi, potremmo pensare a difetti di ossidazione, ma questa è un’ossidazione nobile!
Abbiamo chiuso in dolcezza con un “must” del panorama campano: l’Eleusi, il passito da Falanghina di Villa Matilde, il colore ambra con riflessi dorati, brillante e seducente. Al naso un’esplosione di frutta matura, albicocca, fichi secchi, e poi note mielate ma per nulla stucchevoli. Il vino offre un’ottima spalla acida, grassezza e sapidità che invitano a finire il bicchiere. Interminabile il finale di bocca.
Al di fuori del programma istituzionale della Campania, ho seguito un laboratorio dell’Ais nazionale dedicato all’aglianico,magistralmente condotto da Franco De Luca insieme a Tommaso Luongo ed a Roberto Gardini. Il parterre era di quelli d’eccezione: overbooking in sala New Beetle a Verona, oltre 80 partecipanti per 7 campioni di aglianico: Si comincia, dopo un excursus dedicato al vitigno e alle sue differenti espressioni a seconda dei terroir, con un altro esperimento: l’aglianico vinificato in bianco della casa vinicola irpina Joaquin di Raffaele Pagano.

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Report: Taurasi Campoceraso Struzziero

Pubblicato da aisnapoli il 30 Mar 2008

Di Claudio Tenuta

Ancora una serata AisNapoli all’ enoteca Divinoinvigna, per confrontarci su quattro annate del cru Campoceraso di Taurasi,della Azienda Struzziero, una azienda vinicola del nostro territorio che nonostante sia fuori dalle luci della ribalta mediatica conserva il successo di un prodotto fedele nel tempo alla filosofia del condottiero Mario Struzziero: rispetto della materia prima sia in vigna che in cantina con la realizzazione di un prodotto finito che è in grado di sfidare il tempo, ma anche di dare forti emozioni anche nelle annate più giovani.
Le bottiglie delle quattro annate (1993,1997, 2000 e 2001) scrupolosamente aperte circa tre ore prima della degustazione da Mauro Erro vengono versate quasi all’unisono nei larghi bicchieri è già tutti i commensali cercano di scrutare fin dalla mescita i colori e la corposità di un vino tutto da scoprire. Continue Reading »

Report Borgogna: A Napoli sfilano cinque Pinot Noir…

Pubblicato da aisnapoli il 19 Mar 2008

Una serata che ha decisamente entusiasmato i partecipanti almeno a  giudicare dall’affollamento mediatico della blogosfera! Per adesso…(qui) e (qui)

 

“A Napoli sfilano cinque Pinot Noir” Di Luigi Metropoli

 

pinotnoirdegustazione.jpgL’estrema parcellizzazione del territorio borgognone, il numero elevato di produttori che v’insiste (e di conseguenza la difficile reperibilità delle singole etichette, in tiratura sempre limitatissima), la variabilità delle caratteristiche pedoclimatiche tra ogni minimo fazzoletto di terra (anche a breve distanza uno dall’altro), l’anarchia stilistica che caratterizza gli interpreti, rendono impossibile stabilire misure e parametri affidabili. L’esplorazione, dunque, dei vini di Borgogna resta un’avventura che si rinnova ad ogni assaggio: imprevedibile, avvincente. Se a ciò si aggiunge l’anima irrequieta del pinot noir, vitigno-totem dell’inassoggettabilità, sfuggente e refrattario a qualsivoglia classificazione, allora ci si rende conto di quanto sia arduo catalogare ciò che per natura non è catalogabile.
Ogni vino nato da quel territorio, da quel vitigno, è, senza retorica, un unicum. Nella sfilata di denominazioni che va dai village ai gran cru (questi ultimi in una percentuale considerevolmente ridotta rispetto alla produzione totale) ci si ritrova di fronte a vini differentissimi tra loro. Naturalmente ciò investe anche la variabilità qualitativa delle bottiglie, sia in ragione dei differenti cru e terroir, sia della mano dei vigneron, che delle condizioni climatiche, qui più che altrove in grado di ledere molto facilmente l’anima sottile e delicata dell’uva pinot noir, contraddistinta da una certa fragilità e intolleranza alla mutabilità atmosferica. Se la bassa percentuale di 1er cru e gran cru può essere garanzia di maggiore qualità, bisogna fare i conti con questi altri parametri sopraelencati, i quali concorrono, per giunta, a costituire una bussola impazzita del listino prezzi: per bere davvero bene, all’altezza della fama di questi prodotti, purtroppo bisogna spendere molto.
Il pinot noir è un vino che non ostenta, bensì sussurra, non è potente né imponente, ma vive di sfumature, non rinunciando tuttavia ad imporre una precisa, grande personalità. Va accolto con garbo e apertura, per intendere la sua eleganza sottile e femminea.
Questa breve introduzione è inevitabile prima di passare ai 5 vini assaggiati. È inevitabile perché il pinot noir è spiazzante, infinitamente cangiante e dai mille volti.
Ciò che ho cercato dall’assaggio di 5 vini molto diversi tra loro (per produttore e territorio), presso l’enoteca Divino In Vigna, è un denominatore comune, al di là della già troppo chiacchierata eleganza, tratto peculiare del vitigno. Se non una metafisica ricerca della verità e un teoretico inseguire l’identità, almeno cercare di cogliere un quid riconoscibile in ciò che si cela per sua natura. Credo che questo si possa almeno individuare nel frutto dei 5 campioni: ciliegia e frutti di bosco che delineano l’aspetto gentile del vino-vitigno. Ciò che non è mai uguale a se stessa è la striatura minerale di ogni singolo bicchiere, conseguenza (e qui possiamo dirlo senza tema di essere smentiti) dei differenti terroir oltre che dalla declinazione datagli da mano diverse.
Tutti i campioni sono figli di un’annata non facile per i vigneron della Côte d’Or: la 2004. La freschezza e la bevibilità sono le note positive che, a priori, delineano ogni bicchiere. Continue Reading »

Report: Verticale di Faro Palari

Pubblicato da aisnapoli il 08 Mar 2008

Di Mauro Erro
Se la serata è iniziata con me che discutevo con Tommaso Luongo e Michela Guadagno cercando una comune interpretazione su struttura e corpo del vino senza raggiungere un’intesa (mentre altri cercavano su internet di sintonizzarsi sulla partita del Napoli), non poteva proseguire in maniera differente nelle impressioni sul vino. A ciascuno il suo. La conta dei giudizi finali di ciascun partecipante non ha dato un preferito in assoluto, ed ogni vino ha avuto i suoi estimatori, nonostante differenze anche sostanziali. Il che, credo sia molto istruttivo. Tenterò di raccogliere di seguito i vari pareri. Il 2000 era quello che si esprimeva, alla prima “sniffata”, in maniera netta rispetto gli altri, con maggiore intensità (quantitativa, non qualitativa) su note di frutta sur/matura, direi personalmente anche abbastanza cotta, su sentori di confettura di fichi. Non mancavano sfumature di tabacco, cuoio e goudron. Si faceva preferire da alcuni credo proprio per questa sua generosità di frutto che si evidenziava anche al palato. Il 2001, invece, aveva un profilo completamente diverso, leggiadro direi nell’esprimersi, sussurrato, taluni lo hanno paragonato per certi versi al nebbiolo. Mostrava grande eleganza (anche se personalmente, vista l’annata, mi sarei aspettato maggiore decisione) sia al naso che al palato con il passare del tempo: prugna, grafite, sottobosco e tabacco. Buona verve, colore affascinante tendente al granato, si può ipotizzare ancora un’evoluzione nel tempo. 2002, il traditore. Il naso, almeno per quanto mi riguarda, più intrigante tra i quattro, che seppur mostrava inizialmente una leggera riduzione (straccio bagnato), nel tempo aprendosi mano a mano evidenza una certa mineralità (ferrosa o ematica), sentori di piccoli frutti di bosco, sensazioni balsamiche e di spezie, rimandi di tostatura del legno. Il palato purtroppo mostrava dei limiti soprattutto in un tannino verde e una certa scompostezza. Nel tempo si riequilibrava leggermente, e il cibo lo aiutava nella beva. Il 2004 era quello che più evidente esprimeva note floreali (alcuni lo hanno paragonato al Pinot nero Borgognone) e di piccoli frutti di bosco, anche se apriva su note di caramella al caffè e, più evidenti rispetto agli altri, su note boisè e tostate del legno (che in ogni caso già mostra un’ottima integrazione). Continuava su sensazioni di erbe aromatiche e balsamiche. Al palato era il più deciso, mostrava un ottimo apporto acido e una buona mineralità. Ha davanti a sè ancora lunga vita

Report: Verticale Ripe del Falco Ippolito 1845

Pubblicato da aisnapoli il 09 Feb 2008

 Di Mauro Erro

Il primo passo per ogni grande sapere è sapere di non sapere”. Ho voluto iniziare con il pensiero di una mente illuminata qual’era quella di Tiziano Terzani sperando che questo scritto non sia solo un resoconto di una serata, ma spunto di riflessione che possa spingervi, attraverso i commenti, a contestare, approfondire, argomentare ciò che andrò a scrivere. Quando pensai insieme a Fabio Cimmino e Tommaso Luongo a questo Enolaboratorio, proposi l’idea di un percorso didattico (ed edonistico) che vedesse da un lato la proposta di sentieri enoici poco battuti (per vitigno, filosofia di produzione, zona, ecc.), dall’altro, il tentativo di approntare un linguaggio che evitasse ogni tecnicismo esasperato e si proponesse una nuova via: una tavola rotonda che mediante la condivisione mirasse al raggiungimento di una oggettività di giudizio del gusto attraverso il confronto delle differenze e delle posizioni soggettive. Chi mi conosce sa che sono allergico a qualsiasi forma pseudo-scientifica che tenti di legiferare sulle relazioni fruitive con il mondo della bellezza e del vino: ciò che si dimentica è che si beve (e si degusta) attraverso i sensi, e che la ragione, la razionalità ed i parametri che fissiamo, sono solo il tentativo di tradurre il piacere per comunicarlo, e lo sforzo di interrogarci sugli elementi che lo hanno provocato: la ragione consiste “nella capacità di distinguerle e separarle tutte(le sensazioni, n.d.a), per riferire a ciascuna il piacere che le è proprio e per non attribuirlo a una causa che non l’ha prodotto”*. Una nuova idea estetica ed etica del vino. La serata che ha visto protagonista il Cirò Riserva Ripe del Falco è stata, tra le altre, la più stimolante. Sul vino dirò poco, lasciando che leggiate le note concise ma significative che troverete alla fine, scritte da Luigi Metropoli, critico di poesia e wine-writer del sito Enodelirio. Mi limiterò dicendovi che, come spesso accade, il vino è stato capace di rimettere in discussione la mia (come quella di altri) opinione, nel momento in cui il 1991, fino a qualche giorno fa il mio preferito, è stato “surclassato” dal “nebbioleggiante” 1987, vino d’altri tempi, 21 anni e non li dimostrava, tempi in cui la fermentazione a temperatura controllata non veniva effettuata (il titolo della serata, “il vino vecchio è buono”, mai fu più azzeccato). Mi concentrerò, invece, sugli spunti casualmente venuti fuori, sull’approccio del degustatore. Continue Reading »

Report Kurni: Percorsi enoici diversi…

Pubblicato da aisnapoli il 04 Gen 2008

INCONTRO n.2: Kurni, Oasi degli Angeli.

Di Mauro Erro

Pare che la moda imperante del momento sia la richiesta da parte dei consumatori di vini naturali, biologici o biodinamici. (leggi il post) La stortura, ovviamente, che fa la differenza fra termini quali “moda” e “cultura”, è che oramai molti vini, e il numero cresce vertiginosamente, si fregino della dicitura: “uve provenienti da agricoltura biologica”. Attestati conferiti da enti o aziende di dubbia affidabilità (questo è un cortese eufemismo). Pare che tale moda sia accompagnata da un’altra altrettanto imperante: “No barrique”!!! E chi opera nel settore del vino si sarà sicuramente accorto che buona parte dei produttori, gli stessi che un giorno ci tenevano con ardore a farci sapere che i loro vini erano affinati in barrique di rovere francese e/o americano di varia natura e tostatura, oggi nelle schede tecniche che accompagnano i loro prodotti si limitino sotto la voce affinamento ad un generico: “affinato in legno di rovere”.
Non ci poteva essere, quindi, degustazione più divertente in questo momento come quella del Montepulciano marchigiano Kurni di Oasi degli Angeli.Ci troviamo innanzi a vigne molto vecchie, alcune superano i quaranta anni d’età, allevate a gobelet con sesti d’impianto superiori ai diecimila (dico diecimila!!!) ceppi per ettaro ed una resa per pianta inferiore ai duecentocinquanta grammi (dico duecentocinquanta grammi!!!). Filosofia biodinamica, macerazione e fermentazione in acciaio per quaranta giorni (dico quaranta giorni!!!) per questo vino che affina in barrique nuove di rovere francese per nove mesi e per ben due volte. Si non avete capito male, due set di barrique nuove (l’affinamento in legno varia a seconda dell’annata; non meno solitamente di 14/16 mesi).

Kurni 1998: Ciò che colpisce di questo vino è sicuramente il residuo di carbonica che via via scomparirà con il tempo una volta versato nel calice. Al primo sorso pungente, sarà proprio la carbonica a rendere la bevuta piacevole ed il vino godibilissimo nonostante il tenore alcolico viaggi sui 14 gradi. Frutti rossi, effluvi balsamici, ma soprattutto sentori animali e spezie dolci si propongono al naso (dinamico) e li ritroviamo al palato accompagnati da una buona spinta acida e discreta sapidità. Il suo punto di forza, sembrerà strano, ma è proprio la bevibilità.

Kurni 1999: Al naso fatica ad esprimersi, rimane rintanato e non si concederà se non a fine serata aprendosi sui toni di frutta rossa (marasca) ben evidenti. Al palato è femmineo, irretisce per la sua estrema eleganza setosa dai tannini vellutati che rapiscono. Ecco il tutto integrarsi in una finezza composta e squisita: frutti rossi ed effluvi balsamici che rinfrescano e invogliano ad un nuovo sorso. Se ne avete una bottiglia, quando deciderete di aprirla, fatelo con largo anticipo: ne godrà anche il vostro naso.

Kurni 2000: Paga l’annata e forse il fatto di essere il più giovane tra i tre. Al naso è quello che maggiormente colpisce appena versati i vini; rimarrà purtroppo immobile, forse schiacciato dal suo stesso spessore. Al palato è denso, il tannino non ancora fuso con la massa imponente che manca di slanci. Alcool che viaggia sui 15 gradi: non rimane che attendere e sperare in un maggior equilibrio che forse il tempo gli regalerà.

La chiosa: Vino didattico. È in grado di smentire tutti i filosofi che pieni di pregiudizi giudicano il vino prima ancora di berlo. Non è vino che rientra tra i miei gusti, ma gli riconosco la stoffa e la classe da grande vino. Il legno si integra alla perfezione, non s’avverte se non per gli effluvi balsamici che arricchiscono il quadro delle sensazioni. Da considerarsi vino da meditazione, non è un azzardo l’abbinamento con formaggi stagionati e salumi piccanti. Come ha detto giustamente uno dei presenti: “immensa potenza in guanto di velluto”. Applausi.

Hanno amabilmente colloquiato tra loro: Antonella Bevilacqua, Pasquale Brillante, Adele Chiagano, Fabio Cimmino, Aldo Della Corte, Mauro Erro, Roberto Erro, Michela Guadagno, Roberto Iodice, Guglielmo Landolfi, Tommaso Luongo, Giovanna Sangiuolo, Antonio Valentino.

 

Vigna Sassella 91 Ar.Pe.Pe:”un vecchiaccio dalla schiena dritta”

Pubblicato da aisnapoli il 01 Dic 2007

Di Mauro Erro. 

Ne avevo aperto una bottiglia al mattino per permettergli di uscire, ambientarsi, vincere la timidezza e svelarsi, pian piano, fino ad aprirsi completamente quando, insieme ad amici, mi sarei seduto al tavolo e curioso mi sarei messo a sentire cosa aveva da dirmi. Di tanto in tanto avvicinavo il naso al collo della bottiglia sperando di coglierlo in fallo, annusare qualche sentore che indicasse che si era deciso ad uscir fuori, ad esprimersi, invece di starsene lì nel suo involucro di vetro dove oramai riposava da sedici anni. Niente, non ne voleva sapere. Era un vino tutto di un pezzo direi, niente smancerie, ruffianerie, nessuna presentazione ad effetto, se ne stava lì e amen.Un vecchiaccio sentimentale e retrò, cocciuto e colto: di quella cultura che viene dalla tradizione di gesti che si ripetono (sin dal 1860), che si trasmettono e si rinnovano e che gelosamente vengono preservati dalla barbarie di chi non avendo radici, dimentica il passato, la propria storia, se stesso ed il luogo, e di conseguenza è incapace di raccontarlo. Luoghi fatti di vigne che salgono su pendii scoscesi, abbarbicate grazie anche all’umano intervento: ai terrazzamenti che almeno permettono – ah, è faticoso solo immaginarlo – agli eredi di Arturo Pelizzatti Perego, di salire e salire e salire e cogliere i frutti che la natura gli concede.Dopo dieci ore o giù di lì era arrivato il momento di parlargli.Lo verso nel bicchiere, e nel frattempo riguardo per l’ennesima volta la bottiglia: Sassella Riserva Vigna Regina 1991. Il colore vigna-91.jpgè granato, luminoso e vivido di riflessi rubini, che degrada verso l’esterno illimpidendosi fino a divenire terso, cristallino e brillante sulla parete del bicchiere. Mi avvicino con il naso, e il vino, dopo aver dato bella mostra di se, restio stenta a concedersi. Aspetto. Lo riscaldo, lo annuso, lo saggio. Credo sia meglio accompagnarlo a qualche piatto, dargli modo di sposare i suoi aromi e sentori con qualche semplice leccornia, non lasciarlo nella solitudine di chi impaurito teme il giudizio, ma coinvolgerlo in un tourbillon di amorose sensazioni. E che diamine, ha pur sempre un’età e merita rispetto! Finalmente, dopo un po’, grazie al tepore che dalle mani giunte è arrivato, si svela, si racconta. Dapprima un’evidente sfumatura affumicata, il preludio di un profilo essenziale, ma dinamico, estremamente affascinante perché sussurrato e che obbliga ad un religioso silenzio, ad una rispettosa attenzione ad esso dedicato; poi ciliegia sotto spirito ed agrumi, sfumature minerali, note floreali, effluvi balsamici, sentori di spezie. Verticale il suo sviluppo al palato, un acidità nerboruta – è vecchiaccio dalla schiena dritta – e buona sapidità. Emozionante. Mostra la sua età nella struttura forse leggermente esile, ma soprattutto nella persistenza non lunghissima. Appare, e poi, puff, elegante e impettito, con la sua immensa personalità, ci lascia, dissolvendosi come un’ombra.Sipario.   

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Eno-laboratorio: Nuovi percorsi enoici, tra estetica ed etica del vino.

Pubblicato da aisnapoli il 30 Nov 2007

 

Di Mauro Erro e Fabio Cimmino. 

 

INCONTRO n.1: IL NEBBIOLO DI  MONTAGNA, OVVERO, ARTURO PELIZZATTI PEREGO.

 

“O gusto, o divino senso dell’uomo, senso del bello e dell’armonia, o tu che delle belle opere conosci solo e discerni il valore e il pregio, padre e creatore delle belle arti, dirigi la mia ragione, anima la mia fantasia, acciocché, scrivendo io del gusto, non ne scriva senza gusto alcuno.”

Mario Pagano, Saggio del gusto e delle belle arti, 1785

È possibile interrogarsi su una idea di vino diversa, su un approccio ad esso diverso e su una comunicazione di esso diversa? Leggendo una vecchia intervista pubblicata su Porthos di Luca Mazzoleni ad Elio Franzini, Professore ordinario di Estetica all’Università Statale di Milano, nasce la metodologia del nostro discutere: “All’oggettività, nel campo della qualità, si perviene soltanto nel momento in cui si possono confrontare le opinioni soggettive, dunque nel momento in cui si instaura un dialogo tra le posizioni soggettive”. Una tavola rotonda, un laboratorio di degustazione tecnica, ma senza tecnicismi, dove non si stabiliranno vincitori e vinti, né premi o punteggi. Cosa si cerca in un vino? La piacevolezza?
Ecco cosa ha detto uno dei partecipanti: “la piacevolezza? Ogni tanto si parla di questa piacevolezza…io ricordo quei vini che, o facevano schifo, o che avevano…(quel “non so che” n.d.a.), i vini piacevoli non li ricordo per niente”.È sempre affidabile il classico metodo di degustazione? O i vini andrebbero accompagnati ai cibi e cioè, riportati alle condizioni in cui le persone a cui noi ci rivolgiamo - “i normali consumatori” - lo bevono?I vini di Arturo Pelizzatti Perego, hanno dato il meglio di sé proprio nel momento in cui sono stati accompagnati al cibo, e più d’uno dei presenti ha tranquillamente affermato che in una normale degustazione avrebbe penalizzato il vino degustato (tutti i vini ed in particolare il 1991 - stappato 12 ore prima come gli altri - emerso con l’innalzamento della temperatura).Concludo, prima di lasciarvi alle note che troverete di seguito scritte da Fabio Cimmino, sommelier e giornalista che ha guidato la serata, con una osservazione. Ho preferito che a questi incontri partecipassero anche quei normali consumatori che a noi (operatori del settore) si rivolgono per essere consigliati, sicuro di averne un giudizio sincero e non condizionato da sovrastrutture.
Bene, è emersa lampante la difficoltà di quest’ultimi di “capire” e seguire, in alcuni momenti, la discussione che si sviluppava.È possibile tradurre il “gergo” rendendolo discorso umano e comprensibile? Come trasmettere la passione e la cultura del vino?L’unica certezza per adesso è che i vini di Arturo Pelizzatti Perego sono stati unanimemente apprezzati (la platea, Rocce Rosse a parte, si è divisa tra il 1991 (il mio preferito) – che pure si presentava forse all’inizio della fase discendente della sua esistenza come giustamente notato da alcuni; appena manchevole nella struttura, forse sottile, e dalla persistenza non lunghissima – ed il 1995) per la loro genuinità, per la capacità di essere indiscutibilmente espressione del territorio ove nascono (sul rapporto tra tipicità del vitigno e aderenza al territorio – terroir come direbbero i francesi – avremo modo di interrogarci nei prossimi incontri).
Ringrazio Isabella Pelizzatti Perego e la sua famiglia per l’occasione che ci è stata concessa.

Hanno amabilmente colloquiato tra loro: Pasquale Brillante, Cristian Casolla, Fabio Cimmino, Massimiliano Discepola, Mauro Erro, Roberto Erro, Michela Guadagno, Tommaso Luongo, Massimiliano Mari, Sandro Mattia, Antonio Valentino, Isidoro Volpe.

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Kurni 2003 Oasi degli Angeli

Pubblicato da aisnapoli il 15 Set 2007

Alla vista colpisce per un impenetrabile rubino dagli accesi riflessi , con una concentrazione così opulente che sembra quasi debordare. Appena versato nel calice effonde nell’aria inebrianti profumi di marasche sotto spirito e di more, poi è un continuo divenire in cui affiorano lentamente umori di sottobosco e di tabacco assieme a note di moka e di cuoio: un naso piacevolmente cangiante capace di regalare ancora mille e una sfumature a chi ha la pazienza di aspettare…
Denso e soffice al palato, è l’ossimoro la sua cifra stilistica con l’esuberante sobrietà e la potente levità. Straripante la dinamica gustativa dal tocco raffinato che emoziona per energia , volume e profondità. Ma la sensazione principe è la piacevolezza della beva che ci accompagna soavemente lungo e ben oltre l’interminabile finale. Ancora un sorso, please…Oh Noo! E’ già finito.

Tommaso Luongo

I vini del Simposio: Casa Scola 21.6.2007

Pubblicato da aisnapoli il 21 Giu 2007

Cuvée Decennale Millesimato DOCG 1996

Accattivante fin dal primo sguardo al bicchiere: un brillante oro zecchino illuminato da un perlage di esemplare fittezza e persistenza che titilla con discrezione le nostre papille gustative.
Aromi di pane appena sfornato, mineralità e burro fresco subito; poi, si assottiglia su note di mela cotogna fuse a nuances lievemente fumé da nobile ossidazione.
Il palato si apre immediatamente su docili note di dolcezza fruttata; a seguire è ravvivato nell’allungo finale da inaspettati e pimpanti fremiti giovanili virando, deciso e scorrevole, su confortanti note agrumate.
Un Franciacorta di classe dallo stile molto personale…

Pinot Gris Cuvée Sainte Catherine 2004 Domaine Weinbach

I vini biodinamici che abbiamo incontrato nei nostri simposi ci hanno sempre, immancabilmente, diviso, stavolta invece siamo tutti d’accordo: un campione di eleganza, senza sbavature o eccessi di alcun genere ma allo stesso tempo autentico e pieno di carattere.
Al naso è una travolgente polifonia di suadenti profumi; susina gialla e mela golden, sambuco e mandorla fresca ( tant’è che siamo tutti convinti di essere di fronte ad un’uvaggio e quando ci viene svelata l’etichetta stentiamo a credere ai nostri occhi…solo Pinot Gris! Sono gli scherzi del blind tasting. Ndr ); In bocca è grintoso e di grande persistenza, ben sostenuto da una piacevole e corroborante freschezza. Thank you for coming. Chapeau, chapeau, chapeau!

Broy 2004 Collavini

Un caldo e rilucente giallo venato d’oro antico accende il bicchiere.
Notevole è l’espressività olfattiva, dagli intensi e complessi profumi che si schiudono lentamente tingendosi prima di albicocca e frutta esotica, a seguire di nocciola e miele d’acacia. In bocca la parabola gustativa si compie con grande equilibrio ed avvolgenza; stupisce l’intesa complice fra freschezza e sapidità che collaborano fino in fondo in perfetta armonia. Interminabile il finale che si esaurisce pian piano lasciando una gradevolissima coda di sensazioni fruttate e sapide. L’ennesima perla dell’enologia friulana…

Batàr 2003 Querciabella

Naso inizialmente chiuso e compresso ma che rivela, dopo ripetute olfazioni, la capacità di dispiegarsi ed evolvere nel bicchiere. Intima la fusione dei sentori di glicine e ananas con nocciola e vaniglia in un fondo dominato dagli importanti spunti boisé.
L’attacco è piacevolmente morbido, con un corpo ricco e spesso ma dalla aristocratica compostezza. In quest’annata sembra ancora non aver adeguatamente “digerito” il rovere, che appare un po’ sopra le righe; forse è solo una questione di tempo e… di tempo ne avrà sicuramente tanto davanti a sé! Batàr(d), il borgognone di Greve in Chianti.

Blason de l’Evangile 2002 Chateau l’Evangile

Naso complesso e di buona profondità, dall’elegante incedere declinato su intense suggestioni fruttate di ciliegia rossa e di mora; nel fondo, una nota di tabacco Kentucky chiude il ventaglio delle sensazioni. Bocca decisamente in stile Pomerol, dai tannini che si intuiscono ma non prevalgono, inseriti in una densa e carezzevole struttura, già godibile ma certamente in divenire; il lungo finale è scandito da ampi e sofisticati ritorni balsamici ad ingentilire ancor di più il sorso. “Solo” il Second Vin…forse è il caso di ricredersi su Michel Rolland!

Anghelu Ruju Riserva 1998 Sella & Mosca

Rosso rubino cupo con lampi granato. Naso profondo e fitto di amarena e di prugna sotto spirito, cacao ed erbe di macchia mediterranea, inchiostro e sfumature balsamiche. (Ancora una volta tutti pronti a scommettere: Porto al 100% ed invece Cannonau… sdeng!)
Calda e vellutata la bocca, si offre con una progressione puntuale che si espande in modo autorevole grazie all’elegante trama tannica. Lungo il finale, sorretto dall’esuberante vena alcolica che conquista senza prevaricare. Generoso frutto del sole di Sardegna.

I vini del Simposio: Foro dei Baroni 4.5.2007

Pubblicato da aisnapoli il 04 Mag 2007

Trento Giulio Ferrari Riserva del Fondatore 1997

Alla vista stupisce per il brillìo vorticoso di minuscole bollicine che in superficie si dissolve lentamente in una corona di spuma soffice e prosperosa. Al naso ha un bouquet di grande intensità; offre nitide sensazioni di mela renetta e di nocciola, con un tocco finale di fragrante pain brioche appena sfornato. In bocca esprime una struttura fatta di armonia ed eleganza, con il palato rinfrescato da una calibrata acidità e da una gradevole vena sapida che sfumano in un interminabile crescendo arricchito da preziose nuances mellite e da eleganti soffi minerali. Dom…Giulio Ferrari: degno rivale di tanti blasonati fuoriclasse d’oltralpe.

Lis 2004 Lis Neris

Al naso disegna sinuosi arabeschi olfattivi che si intrecciano uno nell’altro regalando mille e uno profumi: parte da penetranti sentori di bosso e di fiori di sambuco per poi evolvere verso polpose note fruttate di pera, pesca ed ananas, ed approdare ad una raffinata speziatura dolce di vaniglia. Ricco e caldo all’assaggio, incede snello e scorrevole grazie alla vibrante freschezza che si sposa magnificamente con la morbidezza glicerica, fino ad esaltarsi nel persistente finale di bocca impreziosito dai puntuali ritorni aromatici. Grande eleganza e personalità come nello stile degli uvaggi friulani

Montepulciano D’Abruzzo Cerasuolo 2005

Bellissimo ed invitante il colore: un cerasuolo luminoso e vitale nelle sue sfumature pelure d’oignon. Naso compresso e serrato, con le prime olfazioni dominate da una acidità volatile troppo alta che potrebbe spiazzare quelle narici “convenzionali” che non hanno la pazienza di aspettare… Noi abbiamo la fortuna di lasciarlo riposare nel bicchiere e siamo premiati da una ciliegia succosa e carnosa ancor piena di mordente e da una delicata nota di petali di rosa con inebrianti sentori fumè. In bocca è leggiadro e solenne secondo il più classico “Valentini Style”. Un vino senza cipria e belletti, da “ascoltare” senza fretta.

Pinot Nero Barthenau Vigna S. Urbano 2002 Hofstatter

Pinot Noir fin dal cristallino rosso rubino: si presenta di grande vividezza e con quella trasparente luminosità coerente con il tradizionale archetipo del vitigno. Un naso di grande finezza che ci regala splendide sensazioni di ribes e di fragolina di bosco accanto a fragranti ricordi floreali di rosa canina, il tutto avvolto da un timido sottofondo terroso di humus che lascia presagire nel tempo una nobile evoluzione verso una profonda ed affascinante complessità terziaria. In bocca il tannino è già magnificamente levigato per un vino dal grande carattere e dalla sofisticata piacevolezza di beva. Il cru italiano che sfida la Borgogna!

Eiswein 2005 Kracher

Sfolgorante livrea dorata accesa da eleganti riflessi topazio. Straripante è l’intensità aromatica: infinite spezie dolci si rincorrono per poi fondersi con miele e datteri. In bocca è appagante, magistralmente equilibrato dalla spinta dinamica e sferzante dell’acidità, con una lunghissima chiusura arricchita dal ritorno di tutte le componenti olfattive. Un vino dalla beva ricca, gustosa e mai stancante. Assai difficile non innamorarsi…

Tommaso Luongo

 

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