Archivio della categoria: I Viaggi

Il brio d’El Xampanyet

Pubblicato da aisnapoli il 03 Apr 2010

Di Franco De Luca

a-good-time-was-had-by.jpgCi sono città che nascondono numerosi segreti. Città antiche, come ad esempio Barcellona, in cui ogni pietra ha la sua storia da raccontare. Prendi la cattedrale di Santa Maria del Mar, costruita dalla comunità degli operatori del porto, gente fedele e forzuta la cui attività consisteva nello scaricare le navi mercantili in mare aperto. Barcellona, infatti, nel medioevo non aveva il porto pur essendo uno snodo fondamentale per i commerci del mediterraneo ed i bastimenti carichi di merce di ogni tipo erano costretti a rimanere a largo ed essere lì svuotate, in qualsiasi condizione di mare, con un sistema di piccoli gozzi disposti in fila a far da ponte di collegamento sull’acqua. Una procedura impensabile in qualsiasi altro posto del mondo ma non in questa operosa città. Questi uomini audaci si chiamavano Bastaixos e la pausa di lavoro (si fa per dire) la occupavano a trasportare enormi massi da una cava a circa 20Km dalla città fino al luogo della costruzione dove l’architetto Berenguer de Montagut metteva a disposizione la sua arte e dirigeva i lavori. Una cattedrale bellissima, eccezionale esempio di gotico in Spagna, altissima e tetra, costruita senza il sostegno economico del Re né delle Signorie locali ma solo grazie all’opera ed alle donazioni dei lavoratori del porto e, anche per questo, unica nel suo genere. Posta in un quartiere “liberale e ribelle” assai amato dalla gioventù locale, El Born, fatto di stradine strette e di anfratti che ricordano Siena ed i borghi medioevali italiani, animato dai numerosi locali meta sia di turisti che della movida spagnola. Uno di questi localini, in particolare, non lo noteresti mai se non per la folla che contiene. Ci passeresti affianco decine di volte senza che ti venga mai in mente di entrarci per come è angusto l’ingresso. Ti ci devono condurre e devono pure insistere per convincerti ad entrare in quella confusione di persone che consumano in piedi, praticamente uno addosso all’altro. Si chiama El Xampanyet, e la cosa strana è che ha regole e stile volti a scoraggiare i visitatori, a cominciare dall’orario di apertura, 19-23, improponibile per gli spagnoli abituati ad uscire molto tardi e vivere la notte tutti i giorni della settimana fino all’alba… eppure è la massa che lo sceglie, con ostinazione, nonostante tutto. Abbiamo avuto la fortuna di avere amici indigeni molto persuasivi che non si arrendevano facilmente e così abbiamo potuto far conoscenza con la famiglia Esteve.
L’esercizio nasce nel 1872. Botti di legno ospitavano il prezioso liquido locale ma anche quello acquistato presso il vicino porto, una semplice rivendita di vino, olio e altri prodotti sotto conserva provenienti da tutto il mediterraneo. Soltanto cinquant’anni dopo passa alla famiglia di cui vi parliamo e cambia il suo destino. Dal 1929, infatti, oltre a restare uno spaccio di articoli gastronomici di importazione, si trasforma in qualcosa di più, qualcosa di estremamente moderno per quegli anni, in linea con le nuove tendenze attuali: un punto di degustazione e di presentazione di prodotti originali e particolari. Nel contempo, sull’onda dell’entusiasmo per la novità da subito assai apprezzata, la famiglia Esteve crea una bibita che ha la caratteristica di essere economica e piacevole, facile e godibile, per i portuali che non potevano permettersi Porto, Cherry, Champagne ed altri vini europei ragionevolmente più costosi. Nasce così El Xampaniet che loro identificano come lo “champagne dei poveri” e che darà nome e vita ad uno dei più caratteristici locali della città.
Diciamo subito che il nome è assai irriverente e che la bevanda è quello che è: un vino bianco di anonimi vitigni che viene “ritoccato” in bottiglia con lo zucchero per consentirgli di acquistare una spuma cospicua e grossolana ed un residuo dolciastro. Questo basterebbe a far rivolgere lo sguardo degli enofili verso l’altro lato dell’universo. Ma attenzione, mai commettere l’errore di ignorare a priori i fenomeni di massa, sennò facciamo gli intellettuali da salotto mentre noi siamo appassionati e la stessa curiosità che ci spinge a perseguire qualità sempre più elevate nei vini dovrebbe anche stimolarci davanti ad un consenso così marcato e diffuso, questo almeno “penso io cretin ‘e me” come dice un’adorabile nonnina che ho nel cuore. Per cui, con un poco di sforzo, la ordiniamo e, se la bevono gli altri, ci diciamo, allora la berremo anche noi. Scopriamo così una bevanda leggera e gradevole, servita nelle tipiche bottiglie rigate di vetro incolore con tappo a leva scorrevole (tipica bottiglia e tappo dell’idrolitina), in cui non si cercano sentori particolari o retrogusti nobili, ma che se ne scende che è una bellezza abbinata alle numerose tapas che vengono servite e che sono la vera origine della notorietà dell’azienda e la reale ragione di questo articolo. Tecnicamente posso dire che l’affermazione del vino è dovuta alla sua intrinseca capacità di poter essere abbinato ad una varietà enorme di pietanze tra loro organoletticamente molto differenti, un po’ come accade col prosecco e l’antipasto all’italiana, ma al di là di questo capisco solo dopo che le ragioni del successo sono ben altre. Xampanyet non è un vino, non è nemmeno una bibita, non è una gassosa e nemmeno l’idrolitina la quale, con molta probabilità, ha un bouquet olfattivo più complesso e raffinato. Xampanyet è un’idea, l’idea fatta bottiglia della leggerezza, dello stare insieme senza schemi né ambizioni, per non contare quanto vino beviamo, né considerare la gradazione alcolica, l’annata etc. Qui è diverso, si procede senza scegliere, una volta tanto ci scoliamo quello che arriva senza se e senza ma… ci sono tanti modi di stare insieme e di condividere il cibo ed altre emozioni, e questo è uno di essi, ed ha il suo spazio, la sua ragione di essere. Ma mentre arrivano bottiglie su bottiglie di questa acqua magica, la qualità finora un po’ trascurata la ritroviamo nelle tapas, tra le più incredibili mai assaporate. Ne arrivano a dozzine accompagnate dal pane condito con olio e pomodoro (tipico anche nelle prime colazioni dei catalani, pensate addirittura insieme al caffè, ‘o fridde ‘ncuolle direbbe Benigni). Ne sono tante e tutte straordinarie così che decidiamo di attendere la chiusura del locale per chiedere a “Mastrolindo” la possibilità di rivolgergli qualche domanda. “Mastrolindo” acconsente e aspettiamo. “Mastrolindo” è Juan Carlos Esteve, “il figlio maggiore”, il viceré della dinastia ma per me il vero Re di Spagna, ci spiega che la loro mission è preservare le usanze di famiglia e che per questo non c’è un operatore del locale che non sia un parente stretto. Il pater familias, il titolare, l’imperatore illuminato, insomma, è a letto influenzato e la sera della nostra visita siamo in un regime matriarcale perché comanda Mamma Rosa, la quale detta i tempi muovendosi nella ressa con eleganza e calma olimpionica e sfoggiando una acconciatura assai articolata ed un inesauribile sorriso che distribuisce con generosità a tutti e che vuol dire “fai quello che vuoi che io ti voglio bene lo stesso”. È davvero sorprendente come tutti loro riescano a conservare la gentilezza e le cortesia in una bolgia simile, dove mille persone chiedono mille cose nello stesso tempo. Loro rispondono come e quando possono ma senza mai perdere il buon umore, manderei a fare in questa struttura degli stage agli operatori di sportello della posta centrale. Comunque, tornando alla nostra intervista, dopo una prima chiacchierata informale dove apprendiamo le notizie fondamentali, Mamma Rosa e il figlio Juan Carlos ci portano nella stanza dei segreti che è un piccolo tinello alle spalle del banco, per mostrarci i propri capolavori. Troviamo un gran numero di leccornie, meritano di sicuro una citazione le sublimi olive catalane snocciolate e farcite di crema di alici, gli incredibili peperoncini agrodolci del sudafrica, piccoli e rossi come pomodorini pachino, serviti ripieni di formaggio di capra speziato, le varie tortillas (tra cui quella de patates), i crostini con gli insaccati iberici, l’insuperabile Jamòn e tanto altro che vi assicuro vale la pena di un viaggio in catalogna… Ma quel che colpisce più di tutto sono le aringhe, le anchoas. Una tradizione di famiglia antica come il tinello in cui siamo compressi, aringhe che vengono conservate sotto sale per tre anni, in torte bianche così perfette che ci manca solo la candelina. Passato poi questo tempo, l’aringa viene separata dal sale e disposta in una tortiera dove viene messa sott’olio per una settimana circa, anche in questo caso la disposizione è scenograficamente perfetta, sembra la spirale della Sagrada Familia di Gaudì… quello che vi arriva nel piatto è divino e non vi sembri esagerato il termine, perché vi assicuro che la morbidezza, la sapidità, la tendenza dolce e quella acida, l’aromaticità, la consistenza tattile ed il retrogusto di mare sono in un’armonia perfetta. Come perfetta è l’armonia che si crea, inevitabilmente, in questo luogo.
C’è una parola che assocerei a questa esperienza, raramente mi capita di trovarne una sola per me così ben rappresentativa: brio. Il brio della bevanda, delle tapas, della “famiglia reale” Esteve, degli spagnoli e dei napoletani, che eravamo noi, perfettamente integrati tra quelle piastrelle blu mare ed i tavolini di marmo, perfettamente a nostro agio in quella confusione, tanto da arrivare a considerare Barcellona il miglior compromesso tra civiltà e vivacità, una delle poche città alternative all’amata Napoli. Così coinvolgente da far nascere tra noi il gioco di trasferirci tutti lì, una burla di una “alcolica” serata ma che al ritorno lentamente vedevo evolvere dentro di me ed assumere la consistenza di un pensiero vero. Man mano che leggevo il giornale il giorno dopo il nostro ritorno sentivo più forte il sapore dell’aringa ed il pensiero diventava chiodo fisso… qualche notte fa mi hanno sentito parlare nel sonno, pare che ripetessi (come Gullotta) “me ne voglio andare, me ne voglio andare, me ne voglio andare…”, chissà se non è stato a causa del TG1 a cui incautamente la sera avevo rivolto alcuni minuti di attenzione e chissà se non stessi sognando proprio Barcellona, magari in particolare la locanda El Xampanyet.

PS El Xampanyet, C/ Moncada 22 – 08003 Barcellona – tel. 0034 93 319 70 03, dite che vi mando io!

Fiera Alimentaria Barcellona 2010: cronaca d’un visitatore!

Pubblicato da aisnapoli il 03 Apr 2010

 Di Luigi Orlando

calcot1.JPGL’ Alimentaria 2010 ha riconfermato il suo ruolo internazionale (oltre 140.000 visitatori con 50.000 presenze internazionali) nella valorizzazione dei prodotti iberici, che presentano eccellenze innegabili in diversi settori dell’eno-gastronomico.Impeccabile l’organizzazione dell’evento dalla scelta della location, facilmente raggiungibile con i funzionali trasporti pubblici o con mezzi propri data la comodità logistica della zona, all’organizzazione dei padiglioni e degli stand divisi per provenienza regionale.L’ingresso ai soli operatori del settore tramite tessera magnetica, ha evitato scene da sagra popolare, consentendo ai professionisti di assaporare al meglio i prodotti, sebbene l’ultimo giorno si sia assistito come consueto ai saccheggi delle rimanenze.In apertura, un salone di esposizione internazionale con rappresentanze di oltre venti paesi ed una notevole presenza italiana; tra gli stand campani i volti familiari del nostro delegato Tommaso Luongo e del segretario Franco de Luca, hanno intrattenuto un pubblico scelto ( obbligatoria la prenotazione dal giorno precedente) nell’assaggio di piatti e vini campani. In Intercarn protagonista d’eccellenza el Jamon de Cerdo Iberico, rappresentato dalle migliori aziende di diverse zone spagnole. D’opulenza e ricchezza gustativa estasianti merita il plauso nelle diverse interpretazioni. Altri prodotti degni di nota, il Chorizo ed il Salchichòn sempre dello stesso amato suino, il coniglio basco, succulento ed aromatico, ed il Jamon de Caballo, scuro e con aroma fortemente ferroso.Piatto forte dell’esposizione (o per meglio dire bottiglia forte), Intervin ha ospitato centinaia di aziende e produttori, da quelli noti ed affermati fino alle piccole bodegas in crescita. La Spagna vinicola punta sempre più al miglioramento dei suoi prodotti ed al buon rapporto qualità-prezzo, che da sempre contraddistingue questo mercato, aperto con decisione all’estero in vista delle acquisite denominazioni di origine. Il tempranillo resta l’uva rossa più diffusa nelle sue nomenclature locali, e ad essa vanno affiancandosi i vitigni internazionali e le uve locali che si riscoprono nel corso di questi anni.E’ proprio con queste uve che caratterizza i suoi prodotti l’azienda Torres, una delle più interessanti tra quelle assaggiate per varietà e qualità dei prodotti. Tra le altre la Bodega Guelbenzu con ampia gamma produttiva per tutti i palati. Per non citare tutte le altre degustate e dimenticate o tralasciate per carenza di tempo!Quindi essenzialmente i rossi sotto i riflettori, ma uno sguardo andrebbe dedicato anche ai Cava la cui produzione è tipicamente catalana (oltre il 95%) ed ai diversi bianchi; peccato che palato e naso puntassero inesorabilmente al vino tinto!Nei restanti padiglioni i prodotti più affascinanti si sono rivelati i formaggi, nei quali la terra iberica eccelle nelle zone di Extremadura ed Asturia. La torta del casar elaborata con latte crudo ovino e caglio vegetale estratto dal cardo (Cynara cardunculus) è il formaggio morbido principe dell’Extremadura e si contraddistingue per il suo aroma intenso e sapore acidulo piacevolmente cremoso (ai soci ONAF l’ultima parola!). Negli altri padiglioni acqua e bevande rinfrescanti, pesce e olio d’oliva, prodotti per la conservazione degli alimenti e dolci.
Impossibile visitare tutto!Per gli interessati appuntamento al 2011: si consiglia la tessera per i cinque giorni da prenotare online.Se l’idea della sola Fiera non spinge al viaggio, vale la pena conoscere gli altri piaceri della terra catalana e di Barcellona. Tralasciando le bellezze architettoniche ed artistiche della città ed il fascino dei paeselli medievali a nord-ovest, attenzione puntata sulle delizie gastronomiche. Indirizzo imperdibile in Barça il Quimet Quimet, con un’invidiabile carta dei vini settimanale tra i quali spiccano le migliori annate dell’ Unico de La Vega Sicilia, e i montaditos (tapas su pane) di crudità scelte (delicatessen) come salmone affumicato, yogurt, riduzione d’aceto balsamico di Modena e caviale; ottima anche la scelta di formaggi. Secondo, solo in ordine di visita, l’ Euskal Etxea (ossia la casa culturale basca) dove ci si può deliziare con i pintxos (montaditos, in lingua basca), bevendo sidra o txacoli (vino di mela il primo, bianco secco il secondo) serviti in caduta dall’alto per liberarne gli aromi (poco da sommelier ma molto caratteristico). Da provare i pintxos con polpa di granchio e spezie, con croquette di carne o morcillon di sanguinaccio.Appena fuori città, immersi nelle colline verdeggianti di flora mediterranea nel parco naturale di Collserola, prima di una salubre passeggiata a La Floret, conviene gustare un menu a base di calçot de Valls (EU Protected Geographical Indication) comunemente detto calçotada, in un ristorante campestre come il Can Ametler.Queste cipolle del genere Bianca grande tardiva coltivate con particolare metodologia, vengono massicciamente consumate in questo periodo dell’anno e scottate al fuoco si intingono, una volta spellate, nella salsa romescu (riduzione di pomodori, peperoni, nocciole, mandorle, aglio, olio, aceto, vino rosso, sale e pepe) e si accompagnano con carne mista e salsa all-i-oli (aglio e olio, anche se sempre più spesso con aggiunta di uovo pastorizzato e latte) e vino rosso catalano giovane. A chiudere ovviamente crema catalana o mel i matò, ossia ricotta catalana e miele.Come liquore si raccomanda il patxaràn, estratto di bacche di prugnolo anice caffè ed altre erbe aromatiche.Tutte eccellenti ragioni per visitare la Fiera e la terra catalana. Da non perdere l’edizione 2011!

Un sentito ringraziamento per i nomi e le descrizioni dei piatti alla mia guida in terra spagnola Laura Nunes Pons.

Rheingau/Wiesbaden Viaggio studio dell’Ais Campania 10/14 Giugno 2009

Pubblicato da aisnapoli il 23 Mag 2009

rheingau_map1.jpgSOMMELIER CAMPANIA IN  “Rheingau/Wiesbaden Riesling-Route”

Programma

Giorno 10/06

Ore 11,00 Ritrovo dei partecipanti all’aeroporto di Fiumicino.

Imbarco sul volo delle h.15.05 con arrivo a Francoforte alle h.17.05.

Ore 18,00 Visita Città di Francoforte.

Trasferimento in autopullman privato ed arrivo a Wiesbaden .

Sistemazione nelle camere riservate c/o in Pentahotels Wiesbaden 4 Stelle.

Cena libera e pernottamento.

Giorno 11/06

Prima colazione a buffet in hotel.

Intera giornata dedicata alle Visite.

Trasferimenti in pullman .

Cena libera e pernottamento.

Giorno 12/06

Prima colazione a buffet in hotel.

Ore 10,00 visita e colazione in Azienda Reichgraf Von Kesselstatt

Ore 16,00 visita in Azienda Schloss Johannisberg

Cena libera e pernottamento.

Giorno 13/06

Prima colazione a buffet in hotel.

In mattinata visita e colazione in Azienda Schloss-Reinhartshausen

Ore 15,00 visita in Azienda S.A. Prum

Cena AIS Campania , prenotazione obbligatoria

Pernottamento in hotel.

Giorno 14/06

Trasferimento in autopullman privato per Francoforte.

Volo di rientro delle 16.50 con arrivo a Fiumicino alle h.18.35.

Quota individuale di partecipazione €670,00 camera doppia ; supplemento singola €120,00

La quota comprende:

4 pernottamenti in hotel 4 stelle in BB

Volo di linea Fiumicino/Francoforte/Fiumicino

Pullman a disposizione come da programma

Assicurazione medico bagaglio

La quota non comprende:

Assicurazione annullamento viaggio

Bevande, mance ed extra in genere

Tutto quanto non espressamente menzionato nella voce “la quota comprende”

N.B: Il costo delle visite e delle cene non e’ compreso nella quota di partecipazione.

Durante il soggiorno verrete informati circa i ristoranti disponib il i in zona per pranzare o cenare

Il programma può subire variazioni.

La prenotazione avverrà solo dietro versamento con bonifico bancario

Associazione Sommelier Campania

BCC di Casagiove

IBAN : IT 91 J - ABI 08987 - CAB 74840 – C/C 000010330616 ,

CAUSALE : Viaggio in Germania, entro e non oltre il 29 05 2009. ( posti limitati ) .

Per Info e prenotazioni : Associazione Sommelier Campania : info@aiscampania.it e/o tel/Fax 0823/345188 entro e non oltre 29/05/09. (comunicare data di nascita e codice fiscale ).

Atlantidea…dal nostro “inviato” capoverdiano

Pubblicato da aisnapoli il 29 Gen 2009


di Luca Massimo Bolondi

Inutile cercare in terre lontane significati al mondo, se non li si sanno cogliere dietro la collina di casa. Anche se le esperienze che si possono fare, animati dallo stesso spirito, sono affatto diverse. Come dire che tra Giacomo Leopardi e Lord Byron si può sempre scegliere Bruce Chatwin. L’esercizio della sensibilità ai luoghi ne presuppone il possesso, e la disposizione che ci fa comprendere e apprezzare l’ermo colle è sostanzialmente la stessa nel Peloponneso o in un arcipelago dell’Atlantico tropicale. Ho la ventura di scrivere da Sao Vicente, Capo Verde, ex colonia portoghese, dove un soggiorno di lavoro si svolge a ritmo africano, quindi rarefatto al punto giusto da offrire spazi allo studio, alla riflessione e alla degustazione. Sullo scaffale delle Mercearias locali, fortunatamente climatizzate e in penombra, si possono trovare un centinaio di etichette lusitane di vini bianchi e rossi, una scelta quasi completa di vini di Porto, una mezza dozzina di presenze italiane che è meglio sottacere, la solita distilleria internazionale da sbarco e, dulcis in fundo, la produzione di vino e distillati autoctoni. Per quanto le chicche non manchino mai, anche negli spigoli del mondo, la eventuale Associazione Caboverdiana Sommelier un domani ne avrà di lavoro da fare…
Nel frattempo affido agli endecasillabi e alla posta elettronica questa esperienza.

Trovammi dell’atlante in su la terra
che dall’oceano mare è circondata,
che dell’umanità rifugge guerra,
che dalla creola gente è popolata.
Sono isole di roccia e rena rossa
che gli alisei carezzan tutto l’anno,
cui il tropico del Cancro scalda l’ossa,
cui pioggia è rara, ché se dà fa danno;
ricca di gente povera ma vera,
che il giogo lusitano un dì ha provato,
ma che, d’africo orgoglio resa fiera,
sola l’indipendenza ha conquistato
e dal quel cinque luglio d’anni orsono
pian piano ha costruito il suo destino.
Non tutto è stato sempre bello e buono
e ancora lungo assai pare il cammino
ma ognun creolo, bedju o figlio d’altrove
lavora e del buon dio attende le prove.
Ognuna delle dieci terre attive
ha forma e vocazion particolare;
le unisce un nome, un popolo le vive
e le separa solo il grande mare.
Una si chiama Sale, un’altra Fuoco
e ben puoi immaginarne la ragione,
l’una fu una salina ed oggi è un loco
ove il turista passa per padrone;
l’altra è un vulcano attivo, coltivato
da bravi vignaioli che l’altura
sfidano ed insieme la natura,
per fare un vino forte e profumato:
Vinho do Fogo Cha de la Caldera,
denso d’oro il color, oppure rosso,
da uva che là solo cresce, nera
tra lava, nubi e mare sempre mosso.
Un vino che negli anni fortunati
stupisce per l’aroma di passito,
per il calore morbido e tornito,
per i tannini lievi e arrotondati. Continue Reading »

Con Fabio Ingrosso di Vino24.tv al Salone del Gusto 2008

Pubblicato da aisnapoli il 28 Ott 2008

Salone del Gusto, 2008

Quella che vedete a sx è la parte che mi ha emozionato e impressionato di più: una distesa di prosciutti San Daniele. Ci sono stato ieri al Salone, insieme a Massimo. Si è parlato del più e del meno, della scrittura di altri post, di progetti, … Tra una chiacchiera e un’altra ecco una degustazione di sigari in abbinamento con cioccolata e distillati (eccezionale!), ecco l’incontro con amici tra i quali i sommelier di AIS Napoli presso cui abbiamo anche avuto il privilegio di pranzare a base di prelibatezze della regione, sia vini che cibi. Insomma, una domenica all’insegna del gusto e complimenti al Salone. Di seguito una carrellata di scatti carini.

Salone del Gusto, 2008: Massimo e Fabio con AIS CampaniaGli amici di AIS Napoli con me e Massimo Continue Reading »

In viaggio nelle terre del Prosecco

Pubblicato da aisnapoli il 28 Set 2008

Di Lilly Avallone e Angelo Di Costanzo

Nell’immaginario collettivo popolare “il prosecchino” rappresenta il vinello da servire senza pretese come aperitivo, spesso da anonima bottiglia e quanto più di rado nell’appropriata flute; Ebbene, molto è stato fatto in questi anni per sensibilizzare anche i palati più effimeri alla buona conoscenza di certi vini che rappresentano indiscutibilmente un gran bel pezzo della produzione vinicola italiana e non soltanto per i volumi spaventosi che muovono in giro per il mondo ma anche per le eccelse qualità che sempre più si affermano come forte sostegno alle bollicine di qualità made in Italy e come validissima alternativa “economicamente sostenibile” alle più famose transalpine dello Champagne. Confidando altresì in una opportuna e proverbiale competenza professionale di ogni buon sommelier mutuiamo e benediciamo la definitiva caduta del diminutivo “ino” (che tanto sta al Prosecco come ogni pittore tentasse di qualificarsi come Van Goghino) alla luce di ciò che abbiamo potuto vedere di quanto si sta facendo in questa meravigliosa terra per migliorare e qualificare questo straordinario vino.Si può pensare alla terra del Prosecco come una vasta e pianeggiante area viticola, con distese a perdita d’occhio di vigne anonime e scomposte ma appena si ha l’opportunità di giungere in queste terre ci si rende conto di quanto fascino e cultura enologica sprizzi dai suoi pori, generosa con i suoi nobili e generosi interpreti. Il viaggio inizia a Rolle, piccola frazione di Cison Valmarino abbarbicato su per le colline trevigiane in uno scenario verdeggiante e ventilato caratterizzato da giornate estive luminose e miti e da notti con forti escursioni termiche dove domina il paesaggio il Relais Duca di Dolle della famiglia Bisol, tutt’intorno le vigne di questa azienda che si sta rivelando soprattutto negli ultimi anni assai dinamica che produce una serie di Prosecco doc di grande eleganza e finezza caratterizzati da profonda freschezza che solo grazie a queste particolari condizioni pedoclimatiche si possono comprimere in un vino. Lungo la Strada del Prosecco che scende giù verso Valdobbiadene si incontrano i piccoli comuni che contornano l’areale maggiormente votato a questo eclettico vitigno, da Miane a Guia incastonati in un bellissimo bosco di castagni sino alla zona per elezione del Prosecco denominata “Cartizze”, nei comuni di Saccol, S. Stefano e S. Pietro di Barbozza, piccolo Grand Cru trevigiano con i suoi 100 ettari suddivisi per circa 140 viticoltori. Qui il vigneto diviene giardino, le vigne si arrampicano lungo i terrazzamenti delle colline, con pendenze a tratti impensabili e l’ordine e la compostezza di come si inerpicano sui pendii sono gli unici elementi di discussione che ti viene da affrontare. Niente diradamenti, le uve hanno bisogno di protezione, per non cadere in surmaturazioni inattese e per difendersi dalle improvvise grandinate che qui, soprattutto in epoca di vendemmia sono il rischio numero uno. Queste vigne donano vini di una fragranza e piacevolezza sublimi, sentori floreali e fruttati intensi e persistenti con riconoscimenti nitidi di rosa, albicocca e mela ed un gusto asciutto, persistente su linee minerali ed un finale gradevole ed ammaliante, consigliamo a tal proposito di non perdere le versioni di Foss Marai, Còl de Salici, Val d’Oca, Bisol, Solìgo e Villa Sandi ed una raccomandazione generale: attenzione agli strafalcioni, il Prosecco Superiore di Cartizze può essere prodotto solo nella denominazione Prosecco di Valdobbiadene (comune di cui fanno parte i crù sopra citati) e non come qualcuno potrebbe desumere anche nella denominazione Prosecco di Conegliano. Scendendo verso Valdobbiadene incontriamo per strada diversi contadini nel trasportare le prime uve raccolte nelle aziende di vinificazione, la grandezza di questi luoghi sta anche nella enorme capacità di partecipazione che i vignaioli sono stati in grado di portare avanti con i progetti di cooperazione, Cantine Cooperative che riuniscono nelle loro fila tutti i minuscoli viticoltori che da soli mai avrebbero potuto affrontare progetti di vinificazione e commercializzazione mirati all’alta qualità come il mercato oggi richiede.Il nostro viaggio termina a Crocetta del Montello, presso l’azienda Villa Sandi di proprietà della famiglia Moretti Polegato, già imprenditori di successo nel campo dell’industria manufatturiera trevigiana (a qualcuno dirà qualcosa il marchio GEOX, nda) e da circa un trentennio sugli scudi per il gran lavoro di promozione che stanno portando avanti per il loro territorio. Qui si aprirebbe un’altro lungo ed articolato racconto da fare che preferiamo però conservare nella nostra memoria e raccontare attraverso le immagini postate, che parlano da sole e chiaramente di una realtà eccelsa della quale senza dubbio non si può tenere conto. A guidarci Roberto, gran cerimoniere di cantina e nelle degustazioni tecniche l’enologo Luciano Vettori assieme a Cinzia Zocca ed il direttore commerciale dott. Campesan (quattro persone a nostra disposizione!) a cui vanno i nostri più sentiti ringraziamenti per l’ampia disponibilità manifestata. Se pensate di aver visto tutto è il momento di ricredersi, se pensate che certi luoghi non hanno poi molto da raccontare statene certi che qui vi smentiranno a mani basse, se ancora esitate per raggiungere queste terre, rompete gli indugi e non perdetevi questo passaggio a nordest e per favore, non chiamatelo mai più “prosecchino”!

Vini e delizie…sotto il campanile!

Pubblicato da aisnapoli il 19 Ago 2008

 Trasferta irpina per i degustatori e i sommeliers del Gruppo Servizi dell’Ais Napoli in occasione della decima fiera enologica di Taurasi.

Di Franco De Luca

campanile-taurasi.jpgTutti conoscono il “Taurasi”, molti di meno il paese che da il nome al vino, ancor meno la “Fiera Enologica” che ogni anno si ripete (ormai da dieci) nella settimana centrale di agosto. Quando molti sono al sole ad arrostire le proprie pelli, a Taurasi si arrostiscono le salsicce, migliaia di salsicce, ogni sera, per cinque giorni, una festa che non ti immagini, una vivacità che non ti aspetti. Per cinque giorni il tranquillo paese di viticoltori viene sconvolto da una marea di varia umanità: giovani che vogliono ritrovarsi; appassionati che vogliono conoscere meglio il vino; buongustai a cui piace assaggiare delizie gastronomiche; persone che cercano semplicemente un po’ di fresco… Per cinque giorni anche i grappoli di aglianico, ormai in via di maturazione, al buio dei vigneti sulle colline circostanti, ballano vibrando ai suoni bassi che provengono dal palco nel centro paese, paese che si riempie fino ad esplodere. I numeri sono elevati: si parla di una media di circa cinquantamila visitatori per anno nelle edizioni precedenti, ma gli organizzatori si rendono conto che questa volta possono essere molti di più. Essi hanno infatti perfezionato un metodo scientifico, tecnicamente evoluto, sofisticato, infallibile per stimare la partecipazione, contano i piatti di fusilli coi mugliatielli (involtini di interiora di agnello imbottiti) che vengono distribuiti, “è l’unica pietanza che prendono tutti ed una sola volta…” sentenzia con matematica certezza Emilio Di Placido (un amico semplice e schietto, genuino e squisito come il vino che produce: GMG), pare che solo sabato notte si siano sfiorate le ventimila unità. Ma i numeri non sono tutto. Gli organizzatori (La Pro Loco in collaborazione di Go Wine, Slow Food e AIS Campania) sono attenti a preservare l’identità della manifestazione. Per l’Ais c’è Alessandro Barletta coadiuvato dall’infaticabile Federico Struzziero. Alessandro è una persona dinamica ed appassionata, e non potrebbe essere altrimenti data l’energia che richiede una manifestazione di tale entità, gestisce tra l’altro un grazioso bed & breakfast che si chiama “Al Campanaro” (poi capiamo perché) nel cuore del paese dove ci ospita con una generosità di altri tempi, di altre epoche. Mentre degustiamo nella sua fornita cantina privata formaggi di fossa ed il nettare dell’amico Emilio, Alessandro ci espone i suoi obiettivi. Il primo è quello della selezione della platea per far si che l’evento non si riduca semplicemente ad un ritrovo per far baldoria nella monotonia agostana ma che conservi lo spirito di divulgazione e di presentazione di una realtà ricca di tradizione ancora molto poco conosciuta al di fuori della nostra regione. E’ importante per far questo epurare, per esempio, l’offerta gastronomica da tutto ciò che non è “territoriale” come kebab, crepes, etc. In realtà, però, bisogna specificare che la presenza delle “vivande intruse” è già adesso in misura pressoché insignificante rispetto alle delizie locali offerte ad ogni angolo di strada. Il secondo obiettivo di Alessandro e del suo team è quello di rendere l’evento di portata regionale anche dal punto di vista organizzativo, di non limitarsi cioè ad utilizzare le risorse locali ma di coinvolgere anche degustatori e sommelier dalle altre delegazioni, un po’ come accade da anni a Napoli con “Vitigno Italia”… questo anche per far si che Taurasi diventi sempre più un bene di tutti da proporre all’esterno dei nostri territori, della nostra regione, della nostra nazione e magari in futuro del nostro pianeta (e chi può dirlo…). Ma l’attenzione maggiore degli organizzatori è nell’offrire, a chi viene a Taurasi in questi giorni, sia la possibilità di bere con leggerezza tutto ciò che si desidera nei vari banchetti alimentari distribuiti un pò ovunque, sia, nel contempo, di consentire agli interessati di fruire delle più accademiche e professionali degustazioni guidate, quali occasioni di approfondimento delle proprie conoscenze direttamente nei luoghi di produzione… in poche parole lo sforzo è di far convivere le due anime della festa, quella goliardica (siamo pur sempre in piena estate) e quella culturale (siamo pur sempre a Taurasi). A questo fine l’AIS dedica molto spazio con appuntamenti quotidiani in tutte le giornate della fiera. A coordinare i servizi offerti c’è Federico Struzziero. La sede è ovviamente l’angolo più suggestivo del paese: il Palazzo Marchionale, grandioso castello normanno del VII sec. che da quando è stato restituito alla popolazione, dopo un lunghissimo restauro di quattro anni, è diventato la sede operativa di tutte le manifestazioni enogastronomiche della cittadina. In particolare nell’ampio vestibolo sono stati allestiti due banchi di assaggio, in funzione pressoché continua, dove è stato possibile degustare i gioielli enologici dell’Irpinia, sempre nello stesso spazio si sono avute altre manifestazioni enologiche quali ad esempio la presentazione della ormai celeberrima “Guida completa ai grandi vini dell’Irpinia di Luciano Pignataro (sabato 16 agosto, ore 20) con la premiazione dei suoi “vini del cuore”. Al primo piano invece, nelle sale interne, si sono effettuate le degustazioni guidate tenute nel seguente ordine cronologico:

Michela Guadagno,13 agosto alle ore 21, per i vini
Antonio Latorella – Taurasi 1999
Mier - Don Ciriaco 2003
Antica Hirpinia – Taurasi Riserva 2001
;
Antonio Del Franco, Presidente Ais Campania, 14 agosto alle ore 21, per i vini
Antonio Caggiano – Vigna Macchia dei Goti 2004,
Guastaferro - Primum 2003,
Triacca - Valtellina Superiore Prestigio 2004,
Bruno Ferrara – Bonarda storico;

Pasquale Brillante 15 agosto alle ore 21, per i vini
Giulia - Taurasi 2003,
Sella delle Spine – Taurasi 2003,
Vinicola Taurasi GMG - Taurasi riserva 2000;

Franco De Luca,16 e 17 Agosto alle ore 21, per i vini
I Capitani – Bosco Faiano 2003,
Terredora – Fatica Contadina 2001,
Perillo – Taurasi Riserva 2002,
Feudi di San Gregorio – Piano di Montevergine 2001,
Manimurci - Poema 2004
Contrade di Taurasi Az.agr.Lonardo– Taurasi Riserva 2001

Alla fine di questa estenuante quanto splendida esperienza, Alessandro e Federico ci salutano e ci chiedono cosa ne pensiamo, cosa cambieremmo della ormai felice e collaudata formula… nessuno di noi ha dubbi: il parroco!!! (inteso solo quale responsabile del campanile). A Taurasi c’è un campanile che ogni quarto d’ora ricorda agli abitanti che ora è… è impossibile a Taurasi non sapere l’ora, anche volendo… ogni quarto d’ora, come un campanile svizzero, i battagli definiscono esattamente il tempo, due note che rimbombano nel cuore della notte… gli abitanti di Taurasi sono abituati, tutti gli altri purtroppo no, e proprio quando il sonno sta per prevalere DAN! DAN! din!din!din! (queste erano le Tre meno un quarto di notte!), ecco che una serie di martellate esattamente al centro degli occhi ci riporta alla lucidità… è qui che nasce l’espressione “mi faccio un quarto d’ora di sonno”, di più è davvero impossibile. Ma a parte questa piccola, scherzosa (ma comunque drammatica,nda) digressione, dobbiamo infine convenire che la fiera enologica di Taurasi è uno straordinario evento che merita di esser vissuto pienamente, magari pernottando come abbiamo fatto noi nelle strutture di ricezione (tanto accoglienti e funzionali quanto economiche) distribuite nel centro storico, per avere la possibilità di poter ammirare la splendida cornice naturalistica e visitare le numerose cantine aperte per l’occasione, con i vinificatori ed i produttori che, muniti di grande entusiasmo e disponibilità, vi apriranno le loro porte. Qui, infatti, tutti sono coinvolti in prima persona per il successo della manifestazione, tutti si impegnano al massimo con una disponibilità commovente e non solo nei giorni della fiera, possiamo dire per tutto l’anno, perché grande è la loro volontà di mostrare e condividere i propri tesori. Un rituale, in particolare, mi ha colpito più di tutti e con esso voglio chiudere questo report: le pulizie del mattino. Quando la marea di giovani (i quali restano a far chiasso fino all’alba) si ritira lentamente, lascia una quantità di bottiglie e di immondizia tale che nemmeno Bertolaso potrebbe far raccogliere in tempi brevi se non accadesse un piccolo miracolo che, grazie al famoso campanile di cui sopra, ho potuto vedere con i miei occhi… dalle prime luci del mattino, come tante piccole formiche, molte donne ed uomini del paese si riversano in strada per ripulire una porzione di via, racimolando i rifiuti della notte appena passata in tanti cumuli che vengono poi prelevati immediatamente dalle strutture di competenza, in meno di un’ora i lastricati di pietra calcarea tornano a risplendere al sole nascente ed il paese è pronto per la sua nuova giornata… un incredibile e “spontaneo” segno di collettività che testimonia lo spessore civile delle popolazioni dell’entroterra campano ed in particolare di queste zone… che se il vino è, come spesso ci ripetiamo, la vera sintesi di un territorio, il Taurasi a questo punto non poteva non essere il gran vino che è.

Nelle Terre dello Sherry con l’Ais Campania…

Pubblicato da aisnapoli il 10 Apr 2007

Dal 14 al 18 Aprile 2007 i Sommelier dell’Ais Campania nelle Terre dello Sherry

Nelle Terre dello Sherry