Visita in Azienda con il Corso di Primo Livello: Foglie d’Amaltea e Grotta del Sole
Pubblicato da aisnapoli il 14 Giu 2010
Pubblicato da aisnapoli il 14 Giu 2010
Pubblicato da aisnapoli il 31 Mar 2010
Di Enrico Nugnes
Prologo
Siamo alle battute finali del corso di Sommelier. La tensione dell’esame è alta e come ragazzi alla prova di maturità non ci sentiamo abbastanza preparati per affrontare il grande momento. La nostra Michela Direttrice Guadagno ci sprona e ci impartisce ripetizioni. Il morale è sulle montagne russe, depresso dal Sud Africa, tonificato dalla criomacerazione e di nuovo depresso dallo spostamento di data e di sede (dobbiamo lasciare i nostri amati Campi Flegrei). Il gruppo però si compatta siamo tutti fortemente legati nel momento del bisogno e in men che non si dica iniziamo a parlare come innamorati: “non ci lasceremo mai più”, “la nostra storia durerà in eterno”, “io e te per l’eternità”. Poi l’esame. Lo scritto, l’orale……. Quasi tutti promossi qualche caduto tra le bottiglie di Champagne e qualche ferito tra quelle di Vernaccia di Serrapetrona…….Il legame resta forte, in estate i primi incontri all’Abraxas di Nando Fazenderos Salemme, poi alla Cantina dell’Abbazia di Procolo Lino Di Bonito, poi da CiaoVino di Fabrizio Erbaggio poi il gruppo si restringe e si consolida nasce così la formazione tipo (in ordine alfabetico) :Alessandro Scrivo; Davide Romanelli; Elisabetta Betty Marasco; Enrico Giaguaro Nugnes; Laura Dramis; Lucia Peraino; Michela Direttrice Guadagno; Mimmo 1° Sommelier non Professionista Brasiello; Nando Fazedenderos Salemme; Procolo Lino Di Bonito; Rosario Presidente Mattera ; Viviana Brenda Migliaresi
Il Cancelliere.
Solita confusione su orario e luogo dell’incontro poi genio e fantasia ci regalano: “passaggio a livello di Via Diocleziano” e il consolidato “Autogrill tra Avellino Ovest e Avellino Est”. Si parte, quasi tutti puntuali: 1° appuntamento e 2° appuntamento poi uscita ad Avellino Est poi sbagliamo strada (solo una volta e questo è record) e finalmente siamo nelle terre de Il Cancelliere. Ci accolgono il capostipite Soccorso Romano con la moglie, la figlia Nadia e la nuora Rita: gentilissimi. Facciamo un giro tra le vigne dove ci mostrano il metodo di potatura a cordone speronato con una particolare variante, ci spiegano che ogni impianto e più in generale ogni vigna va condotta in maniera differente così come facciamo con i nostri figli, penso: li seguiamo attentamente ma in maniera diversa e speriamo che il tempo ci dia ragione. La giornata è primaverile, l’umore è ottimo, il sole ci bacia, sembriamo più belli! Saliamo, per avere un migliore vista del panorama, tra gli impianti che producono l’uva che tutti gli anni viene conferita a Cantina Giardino che in collaborazione con la famiglia Romano cura questa vigna. La vigna è su un terreno esposto a nord, il panorama è bellissimo, succhiamo fiori dolci “Sucamieli” e siamo felici. Qui il terreno è più avaro e gli impianti hanno naturalmente una produzione minore rispetto alle vigne più a valle dove la produzione generosa costringe spesso i Romano ad una potatura verde. Poi scendiamo, ci aspetta il momento clou: l’assaggio.
Ci accomodiamo su una terrazza, dove sostano ad asciugare le barrique di 4° e 5° passaggio dopo essere state lavate per accogliere il nuovo vino. La filosofia in azienda è quella di utilizzare legno che cede poco o niente al vino mantenendo intatte le caratteristiche del terroir. Visitiamo la cantina dove è ancora in fermentazione il mosto che darà vita ad una novità per l’azienda: un passito di Aglianico con il metodo del “ripasso”.La moglie di Soccorso ci prepara una uno spuntino con pancetta (buonissima), salame, capicollo, formaggio e una marmellata di Aglianico (ottima con il parmigiano) tutti prodotti dalla famiglia Romano. Assaggiamo i vini e ne discutiamo, c’e’ chi ne parla subito, chi sta zitto e pensieroso e chi butta li la prima cosa che gli viene in mente…La giornata è bellissima siamo seduti al sole a parlare di vino con i Romano e non vorremmo più andare via ma arriva il caffè e capiamo che il momento è giunto.
Epilogo
Via, tutti in macchina, tra scherzi, battute e risate quando arriva inaspettato l’incidente: il Fazenderos mi distrae e io a marcia indietro con la GiaguaroMobile colpisco di striscio la vettura (appena ritirata dal carrozziere!!!) dell’agronomo nonché figlio di Soccorso, Enrico Romano: TRAGEDY! Tutti fuori dalle macchine, ma non è niente, ci si accorda subito. Poi tutti sulla via di ritorno, qualcuno continuerà la serata dal Tarantino, qualcun altro aspettando le figlie alle 2:00 fuori discoteca: la vita è una ruota e a volte ci si sta sotto….!
Note di degustazione di Mimmo Brasiello
Gioviano IGT 2008:Colore rubino intenso è vivacità in evidenza che ben mi predispone all’assaggio. Al naso si mostra subito intenso, con le note fruttate che la fanno da padrone (ciliegia e prugna su tutte) rendendolo quasi monotematico, ma non coprente. Resisto dall’assaggiarlo subito come da cattiva consuetudine vedo spesso fare(ahi,ahi)…..mi dice bene…s’inizia ad aprire in un leggero sottofondo balsamico con le note speziate che fanno da contorno(qualcuno mi suggerisce liquirizia… concordo). Non resisto più…bevo! In bocca esprime tutto il frutto di cui è capace, la nota alcolica si fa sentire, ma non è sbilanciata. Tannino perfettamente fuso e acidità in evidenza che ne determina la giusta lunghezza. Vino che nasce pronto ma in grado di regalare soddisfazione nel tempo.
Taurasi Nero Ne 2005:Colore impenetrabile e trama fittissima, al naso è intenso con frutta polposa a maturazione spinta (non ancora marmellata per fortuna), più marasca che ciliegia.Elegante e fine pur essendo TERRAIOLO. Le note speziate qui sono più nette, chiodi di garofano in primis e sottofondo balsamico più marcato. In bocca è suadente con la nota alcolica ben stemperata anche in questo caso dalla buona freschezza. Tannino elegante e bella persistenza. Taurasi di nuova interpretazione, uno dei migliori (a mio avviso) provati quest’anno,assieme a quello di Tecce (stessa annata 2005). Intelligente uso dei legni, con botti grandi di Slavonia. L’ideale sarebbe riprovarlo tra qualche anno per quello che ha ancora da esprimere…..Cancelliere permettendo. Solo 3000 bottiglie all’anno è tutte numerate…..meditate gente,meditate.
Pubblicato da aisnapoli il 26 Mar 2010
Di Enrico Nugnes
Appuntamento alle 6 precise, Lino scende alle 6:30, veloce rimprovero, non c’e’ tempo, punto il navigatore: Greve in chianti, via Nozzole, si parte.Siamo di ottimo umore nonostante la (mia) levataccia l’autostrada scorre tranquilla, cappuccino e sigaretta, caffè e sigaretta, sigaretta, Lino fuma io guido.Usciamo dall’autostrada e dopo qualche curva quello che immaginavamo è sotto i nostri occhi: colline, vigne, boschi, ancora colline ulivi e vigne. Non c’e’ un ettaro che non sia coltivato a vigna o a ulivo, notiamo qualche forzatura: qualche vigna (a nostro modestissimo parere) dove sarebbe meglio non fosse allevata.
La strada sale, superiamo pensionati ciclisti, gli autovelox ci minacciano, le curve ci cullano e Lino mi dorme pacioso.
“Avete raggiunto la vostra destinazione” gracchia il dannato navigatore, siamo in mezzo alle vigne, bello! Ma Villa Nozzole non si vede manco in lontananza. Continuiamo a salire, vigne, ulivi, e i boschi che ci raccontano di chi ci ha preceduto e che sapeva che l’uva non cresce bene dappertutto.
La strada si stringe e perde l’asfalto, ora è bianca e la polvere ci segue.
Finalmente un’indicazione, ci siamo…. a destra poi a sinistra e poi: la mitica Villa Nozzole di Tenuta Folonari dove (grazie agli acquisti della Cantina dell’Abbazia) siamo invitati ad una degustazione di Armagnac Marquis de Montesquiou.
Siamo accolti dal maggiordomo (!) in livrea bianca che ci mostra la stanza dove potremo pernottare e poi ci accompagna in un salottino, dove si potrebbe tranquillamente organizzare una coppa Davis. Insieme ad altri ristoratori scambiamo i convenevoli. L’atmosfera, nonostante Villa del ‘400, maggiordomo e camerieri in livrea, è rilassata: siamo tutti un po’ amici…
Poi ci invitano fuori per l’aperitivo, usciamo, il giardino è a strapiombo sulle vigne, siamo circondati da colline e vigne: “io da qui non me ne vado più”, mentre formulo questa idiozia di pensiero qualcuno mi porge il primo calice della giornata è il Cabreo La Pietra 2007 uno Chardonnay in purezza con una bella nota minerale e una bocca che non puoi confondere con altri vitigni è chiaro che strizza l’occhio agli Chablis.
Mentre il cameriere affetta a mano Jambon Serrano e il Parmigiano ci invita a nozze continuiamo a bere e a bearci di quello che vediamo, sarà il Cabreo La Pietra ma a noi pare di stare in alto, molto in alto, quasi lassù.
Poi il pranzo, a tavola ci raggiunge Marco Sabellico, al fianco di Lino siede Messieur Bruno Gazaniol (President Directeur Général di Marquis de Montesquiou) che dopo guiderà la degustazione di Armagnac e … non credo alle mie orecchie Lino chiacchiera amabilmente in inglese con Messieur Bruno con un leggero disappunto del Dott. Folonari che non riesce ad inserirsi nella serrata discussione…
Nei due calici vengono versati Chianti Classico 2007 e Cabreo il Borgo 2006 mentre alla ribollita succede un arrosto di Chianina (praticamente un costato intero), cantucci e poi il primo Armagnac, il VSOP e poi subito un “ohhhhh” in mezzo a quel fior fiore di esperti degustatori, ristoratori e giornalisti Messieur Bruno intinge il cantuccio nell’Armagnac: SACRILEGIO!
Poi ci si sposta (toscaneggio) nella sala degustazione, tutti gli Armagnac sono già versati e la sala (quadratura da campo di calcetto) è piacevolmente satura dei profumi che salgono dai calici, da non credere…..
Eh si è dura, ricapitoliamo: aperitivo un tre calici di Chardonnay, a tavola tre/quattro calici di Sangiovese e davanti alle nostre postazioni 6 calici di Armagnac… è dura ma noi siamo durissimi e andiamo avanti.
Le President Directeur Général tradotto da un graziosa ragazza con inflessioni tosco/francesi ci esalta le proprietà organolettiche degli Armagnac Millésime 1904, Millésime 1914, Millésime 1934, Millésime 1973, Louis I (assemblaggio dei migliori millesimi del XX secolo) e Pier De Motesquiou Conte D’Artagnan (assemblaggio dei migliori millesimi dal 1865 al 1974).
Bevo tutto, non posso farne a meno, tutto.
Io e Lino a questo punto siamo in balia degli eventi, ci propongono la visita in cantina e noi: “siiiii”. La barricaia e immensa, mai vista una cosa simile, in un’altra sala altrettanto immensa ci sono le bottiglie in evoluzione e le bottiglie degli anni precedenti: “chiudete: dormiamo qui!”.
Sono le 18:00 andiamo a rinfrescarci in camera, ci si vede alle 19 per l’aperitivo e poi la cena.
Sono le 20:00 e da qualche minuto bussano alla porta: sono già tutti giù in salotto a bere l’aperitivo, stavolta Champagne!
Ci scusiamo, beviamo an flute de Champagne e poi tutti in macchina, destinazione: la macelleria di Dario Cecchini o più precisamente l’ Officina della carne.
L’Officina ha un tavolo centrale lunghissimo per quasi tutti gli avventori e un tavolo laterale. Al lato della tavolata c’e’ la brace dove l’istrionico Cecchini dagli occhi luciferini dopo averci servito un pinzimonio (sedano, finocchio e carote) cuoce in successione la Panzanese, la Costata e la Fiorentina e guai a chiamarle bistecche: ti caccia dal locale e non è un eufemismo. Poi ci spiega che utilizza carne spagnola che risulta ugualmente saporita ma più leggera della Chianina (non posso che dargli ragione). Tra una portata e l’altra fagioli all’occhiello. Del resto della serata ricordo poco: vagamente un Chianti Classico, un Nobile di Montepulciano, un Brunello di Montalcino, Cecchini che declama “To beef or not to beef”, le foto di Lino con Cecchini, un ristoratore altoatesino che mi diceva cose incomprensibili…. poi la macchina che scivolava nel buio tra le stelle e al termine una stella che si spegne contemporaneamente alla voce di Lino: “Errì buonanotte”.
Pubblicato da aisnapoli il 01 Ott 2008
Di Michela Guadagno
Stavolta non criticate l’eccessiva lungaggine, lo premetto, se volete potete leggerlo a puntate…Stavolta ci inchiniamo davanti al mito: il Professore Luigi Moio e la tenuta Quintodecimo. Che succede se un giorno di fine settembre si varca il cancello dell’azienda e la soglia di casa della scienza enologica? Che emozioni si provano ad entrare nello studio dell’uomo che ha portato il vino campano e non solo a livelli altissimi ed è il modello per generazioni di enologi? Lo studioso che il mondo ci invidia, che ha rinunciato alle cattedre offertegli dalle prestigiose Università francesi e italiane per rimanere in Campania, a fare il “suo” vino e quello di tanti altri amici che lo rispettano e lo seguono, come lui stesso racconta, pronunciando la frase che più di ogni altra lo rende ai miei occhi ancor più leggenda: “Prediligo i rapporti umani nelle mie scelte“, mi aspetta ai piedi della sua vigna con il cane Chablis. Come sono arrivata fin qui? Facciamo qualche passo indietro: è da tempo che Laura Di Marzio mi ha invitata ad andarli a trovare a Mirabella Eclano, per varie circostanze e impegni loro e anche per una certa soggezione mia, la visita veniva rimandata. Poi l’occasione giusta in qualche modo arriva, il 27 settembre un seminario di aggiornamento ad Avellino mi offre lo spunto per chiamarla: “posso venire la mattina di sabato, sono con altri colleghi, va bene per voi?” Sicuramente sì. E così parto per Quintodecimo, Laura mi spiega la strada per arrivare, Tommaso Luongo con Paride Cimbalo e Marco Starace mi raggiungono più tardi. La macchina ha un sussulto, o sono io, quando alla sommità di una collinetta si offre al mio sguardo la vista del vigneto e della casa. Telefono a Paride: “prepara la macchina fotografica, qua è stupendo”, la valle del vino, un vigneto perpendicolare alla strada e un altro parallelo, come a incrociarsi, con i filari a salire fin sotto la casa. La strada circonda l’azienda, il cancello si apre ed eccomi qua, incantata come Alice nel paese delle meraviglie. L’ospitalità calorosa, la spontaneità e l’affettuosità sciolgono la mia obnubilazione, Laura mi accoglie in casa e mi offre un caffè, mentre Luigi torna in cantina, sta vinificando la falanghina. Nell’attesa che arrivino gli altri mi mostra il Bed & Wine, la “locanda” come lei la chiama, tre camere arredate con gusto per i particolari, dedicate alle tre tipologie di vino, semplicemente la camera dei bianchi, la camera dei rossi e la camera dei vini dolci. E poi il loro appartamento, e lo studio: vi assicuro che entrare nel regno del mito vivente è qualcosa di curioso, di emozionante e di commovente tutto insieme, questa è la stanza dei bottoni dove nasce l’arte di fare il vino, libri, giornali e riviste, targhe, premi, cappelli e chitarre, una collezione di automobiline, dettagli che aiutano a comprendere la creatività di un signore speciale. Scendiamo, gli altri sono arrivati, fatti i convenevoli, Luigi ci immerge in quella che si può definire una lezione impagabile su questa azienda e la sua storia, mi accorgo che più di una volta restiamo con la bocca aperta ad ascoltarlo per non perdere alcun dettaglio prezioso. La vigna: quella che scende in verticale davanti alla casa, è Vigna Quintodecimo.
Pubblicato da aisnapoli il 28 Set 2008
Di Lilly Avallone e Angelo Di Costanzo
Nell’immaginario collettivo popolare “il prosecchino” rappresenta il vinello da servire senza pretese come aperitivo, spesso da anonima bottiglia e quanto più di rado nell’appropriata flute; Ebbene, molto è stato fatto in questi anni per sensibilizzare anche i palati più effimeri alla buona conoscenza di certi vini che rappresentano indiscutibilmente un gran bel pezzo della produzione vinicola italiana e non soltanto per i volumi spaventosi che muovono in giro per il mondo ma anche per le eccelse qualità che sempre più si affermano come forte sostegno alle bollicine di qualità made in Italy e come validissima alternativa “economicamente sostenibile” alle più famose transalpine dello Champagne. Confidando altresì in una opportuna e proverbiale competenza professionale di ogni buon sommelier mutuiamo e benediciamo la definitiva caduta del diminutivo “ino” (che tanto sta al Prosecco come ogni pittore tentasse di qualificarsi come Van Goghino) alla luce di ciò che abbiamo potuto vedere di quanto si sta facendo in questa meravigliosa terra per migliorare e qualificare questo straordinario vino.Si può pensare alla terra del Prosecco come una vasta e pianeggiante area viticola, con distese a perdita d’occhio di vigne anonime e scomposte ma appena si ha l’opportunità di giungere in queste terre ci si rende conto di quanto fascino e cultura enologica sprizzi dai suoi pori, generosa con i suoi nobili e generosi interpreti. Il viaggio inizia a Rolle, piccola frazione di Cison Valmarino abbarbicato su per le colline trevigiane in uno scenario verdeggiante e ventilato caratterizzato da giornate estive luminose e miti e da notti con forti escursioni termiche dove domina il paesaggio il Relais Duca di Dolle della famiglia Bisol, tutt’intorno le vigne di questa azienda che si sta rivelando soprattutto negli ultimi anni assai dinamica che produce una serie di Prosecco doc di grande eleganza e finezza caratterizzati da profonda freschezza che solo grazie a queste particolari condizioni pedoclimatiche si possono comprimere in un vino. Lungo la Strada del Prosecco che scende giù verso Valdobbiadene si incontrano i piccoli comuni che contornano l’areale maggiormente votato a questo eclettico vitigno, da Miane a Guia incastonati in un bellissimo bosco di castagni sino alla zona per elezione del Prosecco denominata “Cartizze”, nei comuni di Saccol, S. Stefano e S. Pietro di Barbozza, piccolo Grand Cru trevigiano con i suoi 100 ettari suddivisi per circa 140 viticoltori. Qui il vigneto diviene giardino, le vigne si arrampicano lungo i terrazzamenti delle colline, con pendenze a tratti impensabili e l’ordine e la compostezza di come si inerpicano sui pendii sono gli unici elementi di discussione che ti viene da affrontare. Niente diradamenti, le uve hanno bisogno di protezione, per non cadere in surmaturazioni inattese e per difendersi dalle improvvise grandinate che qui, soprattutto in epoca di vendemmia sono il rischio numero uno. Queste vigne donano vini di una fragranza e piacevolezza sublimi, sentori floreali e fruttati intensi e persistenti con riconoscimenti nitidi di rosa, albicocca e mela ed un gusto asciutto, persistente su linee minerali ed un finale gradevole ed ammaliante, consigliamo a tal proposito di non perdere le versioni di Foss Marai, Còl de Salici, Val d’Oca, Bisol, Solìgo e Villa Sandi ed una raccomandazione generale: attenzione agli strafalcioni, il Prosecco Superiore di Cartizze può essere prodotto solo nella denominazione Prosecco di Valdobbiadene (comune di cui fanno parte i crù sopra citati) e non come qualcuno potrebbe desumere anche nella denominazione Prosecco di Conegliano. Scendendo verso Valdobbiadene incontriamo per strada diversi contadini nel trasportare le prime uve raccolte nelle aziende di vinificazione, la grandezza di questi luoghi sta anche nella enorme capacità di partecipazione che i vignaioli sono stati in grado di portare avanti con i progetti di cooperazione, Cantine Cooperative che riuniscono nelle loro fila tutti i minuscoli viticoltori che da soli mai avrebbero potuto affrontare progetti di vinificazione e commercializzazione mirati all’alta qualità come il mercato oggi richiede.Il nostro viaggio termina a Crocetta del Montello, presso l’azienda Villa Sandi di proprietà della famiglia Moretti Polegato, già imprenditori di successo nel campo dell’industria manufatturiera trevigiana (a qualcuno dirà qualcosa il marchio GEOX, nda) e da circa un trentennio sugli scudi per il gran lavoro di promozione che stanno portando avanti per il loro territorio. Qui si aprirebbe un’altro lungo ed articolato racconto da fare che preferiamo però conservare nella nostra memoria e raccontare attraverso le immagini postate, che parlano da sole e chiaramente di una realtà eccelsa della quale senza dubbio non si può tenere conto. A guidarci Roberto, gran cerimoniere di cantina e nelle degustazioni tecniche l’enologo Luciano Vettori assieme a Cinzia Zocca ed il direttore commerciale dott. Campesan (quattro persone a nostra disposizione!) a cui vanno i nostri più sentiti ringraziamenti per l’ampia disponibilità manifestata. Se pensate di aver visto tutto è il momento di ricredersi, se pensate che certi luoghi non hanno poi molto da raccontare statene certi che qui vi smentiranno a mani basse, se ancora esitate per raggiungere queste terre, rompete gli indugi e non perdetevi questo passaggio a nordest e per favore, non chiamatelo mai più “prosecchino”!
Pubblicato da aisnapoli il 30 Mag 2008
Di Enrico Bruzzano
Se si soffre un pò l’auto, dobbiamo procedere lentamente. Ci sono un pò di tornanti ad attenderci, nella campagna toscana, ma la strada che parte da Chianciano e porta a Montalcino è davvero degna di nota. Dopo le terme ed un numero considerevole di alberghi che suggeriscono un’idea di relax e tranquillità, ci si immerge rapidamente in un’atmosfera coinvolgente e romantica: sulla “Via del Vino Nobile di Montepulciano”, contornati da vigneti ed uliveti, passando per il suggestivo borgo di Pienza, ci avviciniamo sempre più a Montalcino. Domenica 25 Maggio 2008, e’ il giorno di “Cantine Aperte”, e la tentazione di fermarsi in tutte le suggestive cantine che aderiscono all’iniziativa è davvero grande!La vista di Montalcino e’ davvero suggestiva. Un panorama intatto, selvaggio, dove le condizioni geografiche regalano una tra le migliori espressioni del vitigno Sangiovese: il Brunello.La “Fattoria dei Barbi” è vicina… è il momento di visitare le sue cantine e lasciarsi guidare nella degustazione. Il percorso è affascinante, tra botti di rovere di Slavonia e preziose bottiglie, sapientemente disposte tra affreschi che raccontano la storia della famiglia Colombini di Montalcino, e sembra quasi di “vivere” tutti i passi precisi e meticolosi che trasformano il Sangiovese nel tanto declamato Brunello. Ed ecco che, dal basso della mia pallida esperienza, mi appresto a degustare i 3 vini proposti al termine della passeggiata.
Morellino di Scansano D.O.C: uno dei due vini della Fattoria che non viene prodotto esclusivamente con Sangiovese, ma anche con Merlot, Ciliegiolo ed Alicante. Ha un colore rosso rubino, limpido o quasi cristallino, ed abbastanza consistente, al naso rivela subito finezza ed una certa intensità e complessità. Colpiscono subito le note fruttate, che ricordano more mature e polpose, seguite da spezie nostrane e l’inconfondibile aroma delle botti di rovere. Fine all’olfatto, lo è forse ancora di piuù al gusto, dove la morbidezza ed il calore compensano una fresca acidità ed una piacevole sapidità, non eccessiva, e la sensazione provocata dai tannini, presenti in maniera equilibrata per nulla fastidiosa, si fonde con una buona persistenza. E’ un vino di corpo, abbastanza armonico ed equilibrato, che forse va “aspettato” ancora per un pò… Continue Reading »
Pubblicato da aisnapoli il 19 Mag 2008
Ecco che questo senso è riapparso ieri, durante una mia breve vacanza che io e mia moglie abbiamo trascorso nella Maremma toscana con alcuni amici.
Non si tratta della fascinosa aria che si respira in queste zone, né tanto meno dei panorami mozzafiato che si possono assistere dalle colline verso Grosseto, ma di un progetto economico - i vari governi Italici farebbero bene a prendere lezione - ed architettonico partorito dal solito Renzo Piano. Vi parlo dell’azienda vinicola Rocca di Frassinello.
Non voglio assolutamente pronunciarmi ed avventurarmi sulla descrizione dei grandi vini prodotti da quest’azienda, anche perché, pur essendo un amatore del vino, non appartengo assolutamente alla schiera dei tanti che filosofeggiano sull’edonismo del vino e di tutto il modo che vi circonda. Sono meramente un’amante della bellezza tout court, e solo di quella voglio parlarvi.
L’azienda si trova vicino a Giuncarico, nel comune di Gavorrano, in piena Maremma, a pochi chilometri dal mare di Castiglione della Pescaia. Il poeta John Ruskin diceva che non c’è architettura tanto altera quanto quella che è semplice. Bene quella dall’architetto Renzo Piano è mostruosamente semplice una semplicità che risulta essere la gloria dell’espressione di ciò che deve raccontare quel luogo, pensare con semplicità e grandezza nello stesso tempo.
L’azienda si sviluppa soprattutto sotto terra, dove due livelli distinti incorniciano la barriccaia (dove la movimentazione delle barriques avviene attraverso bracci telescopici progettati ad hoc…un qualcosa che vi lascia a bocca aperta), ospitando la tinaia in acciaio, il magazzino e l’imbottigliamento. Fuori una torre, ed ai suoi piedi una sorta di piazza a cielo aperto, rivestita in cotto, sulla quale avviene il ricevimento delle uve. Al centro, orientato verso nord, un pavillon in vetro trasparente, con profili disegnati ad hoc in acciaio satinato, dedicato al ricevimento, alla vendita diretta, alle attività commerciali, ma anche alla musica o a mostre visive.
Già a prima vista appare evidente che il capitale economico è notevole, tanto da far storcere il naso ai decadenti gauchistes della teoria (…) o vile denaro sterco del diavolo. Qui la bellezza è potente ed il denaro onnipotente. L’eleganza architettonica è complementare ad un’altra bellezza, quella descritta magistralmente da un vecchio adagio “dove tuona un fatto, siatene certi, ha lampeggiato un’idea”. L’azienda Rocca di Frassinello è una joint-venture tra l’Italia e la Francia nell’ambito vitivinicolo. L’incontro tra l’esperienza di Castellare di Castellina e la holding Domaines Barons de Rothschild, proprietaria anche di Lafite.
Alla fine della visita io, moglie e i geni che abbiamo deciso di condividere, ci siamo sentiti investiti da questo “nuovo senso di bellezza” e assaliti da questo “nuovo desiderio di vivere”…ma purtroppo non in questo paese.
Pubblicato da aisnapoli il 18 Mag 2008
A degna conclusione del corso AIS per sommelier di primo livello, siamo ospiti delle cantine Grotta del Sole, guidati dal suo proprietario. Chi lo conosce come enologo, chi come produttore. Molti lo scoprono alfiere di una particolare forma di marketing territoriale, quella legata alla comunicazione dei valori storici e vitivinicoli della Campania Felix. Francesco Martusciello (nella foto a sx) riunisce in se i tre ruoli: è esperto di vigna e di cantina, appartiene a una famiglia interamente dedicata al vino da tre generazioni, promuove attraverso Grotta del Sole non solo l’azienda di famiglia ma anche il culto dei luoghi di origine dei suoi vini. Una storia particolare, si direbbe di nemesi storica, perché in origine c’erano una casa vinicola senza terre e una fabbrica di aceto; la cantina era del nonno e vinificava raccogliendo da conferenti di fiducia; l’acetificio sorgeva accanto e un giorno fu messo in vendita. Figli e nipoti, animati da coraggio imprenditoriale, partono da premesse lontane dalla vinificazione di qualità ma tracciano un percorso di evoluzione che vi si attesta con risultati lusinghieri. E non è finita, poiché l’azienda dal 2005 è in corso di profonda riorganizzazione in nome di un progetto di lungo respiro. Parlare di imprenditori e di sfide è quasi una tautologia. Quella dei Martusciello consiste nel recupero di aree viticole storiche e del rilancio di vini “fuori moda”. Tre esempi: la Falanghina dei campi flegrei, l’Asprinio dell’aversano, il Gragnano della penisola sorrentina. Tre vinelli dappoco? Vediamo… La Falanghina dei campi flegrei è tra le poche viti a piede franco sopravvissute in Italia. Piede franco significa la fortuna di crescere in un terreno di sabbie tufacee immuni dalla fillossera. Piede franco significa che il vitigno non subisce il portainnesto, quindi non si formano cicatrici sulla pianta e la linfa scorre lungo un ponte diretto tra il terreno e il grappolo. Piede franco significa quindi caratteri organolettici tipici, dalla terra al vino. Da una vite autoctona di origine etrusca di rara vigoria. Ancora oggi molti vignaioli flegrei vantano ceppi in grado di dare 30 kg di uva ciascuno con l’esclamazione compiaciuta “guarda come è bella, aveta e gruossa” (alta e sviluppata). Quando nel 1994 i Martusciello acquistano la vigna nei pressi della cantina, inizia un processo evolutivo basato sul confronto tra caratteri storici del vitigno e tecniche di cultivar moderne: impianto denso (3.500 ceppi/ettaro, che arrivano a 5.000 ceppi/ettaro nella neoacquisita vigna del Lago d’Averno), altezza massima 2 metri (contro i tre e oltre della tradizionale falanga), 4 o 5 grappoli per ceppo a costo di rimuoverne alcuni in potatura verde, addirittura la smezzatura delle pigne (il taglio della coda del grappolo) se sono troppo pesanti. Il risultato è una produzione limitata a 60 quintali per ettaro compensata dall’alta qualità.
Pubblicato da aisnapoli il 08 Mag 2008
Di Luca Massimo Bolondi
Come una visita possa svelare momenti di alta formazione…
Ospiti presso Casa D’Ambra, la storica casa vinicola ischitana. Organizzano, per i corsisti del Primo Livello, AIS Napoli insieme ad AIS Ischia rappresentata dal competente e disponibile Marco Starace. Conduce la visita Andrea D’Ambra, figlio di Salvatore e nipote di Mario, i fratelli fondatori della Casa. Vocazione di vignaiolo moderno e comunicatore, amante della sua isola e alfiere del rilancio dei valori storici del territorio facendo impresa, Andrea traduce tutto questo in esempi concreti: una raggiera di rapporti di produzione selezionata e guidata con al centro la Casa, la sfida di riportare la produzione in pianura sviluppando la Tenuta Calitto, la scommessa del vigneto di montagna giocata nel recupero della storica Tenuta Frassitelli.
La Casa. Come fare un’azienda vinicola in un’isola il cui territorio è enologicamente vocato ma la proprietà terriera è estremamente frazionata e il suolo si vende quasi a centimetro quadro? I D’Ambra hanno raccolto la sfida, intessendo una fitta rete di rapporti personali con oltre 120 miniproduttori, spesso famiglie, che accettano volentieri di essere guidati nelle scelte di cultivar e di conduzione dei fondi in cambio della sicurezza di avere un mercato sicuro per la produzione viticola. Questo consente, inoltre, di disporre in cantina di “mosti di mare” e “mosti di monte”, secondo la provenienza, che possono essere tagliati a misura di annata. Quindi scommessa vinta grazie al radicamento sul territorio. Seconda questione. Come fare un’azienda vinicola in un isola priva di infrastrutture tecniche per le cantine? Risposta insieme semplice e complicata: dotandosi in proprio dei macchinari e gestendo direttamente l’innovazione tecnologica, al prezzo di investire somme da capogiro. E diventare un quasi-ingegnere-quasi-enologo-quasi-agronomo, magari senza dimenticare che è il piacere a guidarci, in pratica un imprenditore maturo. Risultato finale? Una cantina dotata in proprio di pigiatrici soft anni ’70 in perfetta efficienza (come il vino, le macchine devono maturare nelle mani del cantiniere), un impianto su misura per la produzione di refrigerante e gas tecnici per la vinificazione, una linea completa di imbottigliamento “per la quale ho alle dipendenze un tecnico meccanico ed elettrico dedicato” spiega Andrea per il quale deve esistere piena continuità tra qualità del prodotto e qualità del lavoro. Altro che autarchia, il far da se su un’isola diviene un imperativo per non soggiacere a costi esternalizzati da oligopolio, nel settore vinicolo.
Tenuta Calitto. 7 ettari di giovane vigna di piana realizzata facendosi largo tra i rovi. Acquisita nel 1998, splendido esempio di fondo nobiliare borbonico ancora in fase di restauro, ha richiesto un impegnativo lavoro di recupero dei terreni con il riporto degli strati di humus tufaceo per omogeneizzare il suolo di partenza per la vigna. La scelta del portainnesto, l’orditura d’impianto e la messa a dimora dei virgulti, la manutenzione dei filari rivelano un mix di grande rispetto per la viticoltura tradizionale e di impiego di tecnologie avanzate (i portainnesti sono stati selezionati sulla base delle analisi chimiche dei terreni; l’impianto è stato effettuato affittando una macchina piantatrice a controllo numerico e satellitare via GPS per ottenerne la massima regolarità; il ciclo di manutenzione vede un limitato impiego delle motozappe, preferendo il tradizionale erpice trainato da minitrattore in quanto capace di garantire un dissodamento del terreno in profondità evitando pericolosi ristagni di acque piovane; l’irrorazione impiega solo rame e zolfo, niente pesticidi né agenti di sintesi). Quando si dice il Progetto di vigna per il progetto di Vino. Continue Reading »
Pubblicato da aisnapoli il 15 Apr 2007
ASSOCIAZIONE ITALIANA SOMMELIER DELEGAZIONE DI NAPOLI
La Delegazione Ais di Napoli ha organizzato per sabato 21 Aprile una visita all’azienda vitivinicola Mastroberardino: uno dei pilastri fondanti della viticoltura campana ed italiana. Da dieci generazioni interprete della territorialità più autentica e testimone della capacità di coniugare lo sviluppo e l’innovazione richiesti dalle nuove sfide del mercato globale con la difesa dei valori tradizionali della terra d’Irpinia.
La giornata inizierà nella splendida tenuta di Mirabella Eclano, 60 ettari di vigneti di Aglianico, Greco di Tufo e Falanghina; ad Atripalda visiteremo poi le cantine settecentesche ed il prezioso caveau dove riposano tutte le bottiglie più prestigiose, compresa quelle della mitica annata 1928, anno di nascita del dott. Antonio Mastroberadino, recentemente premiato come “Veterano del Vino” nel corso dell’Anteprima Vinitaly di Castel dell’Ovo a Napoli.Ma non finisce qui: nel corso della degustazione tecnica avremo l’opportunità di assaggiare, grazie alla squisita ospitalità della famiglia Mastroberadino, una verticale di Taurasi Radici Riserva con le annate 1997, 1999, 2000. A seguire è previsto un pranzo a buffet con i prodotti tipici del territorio irpino.
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Qui il programma-visita-2142007.pdf