Archivio della categoria: Zibaldone:Spunti, racconti e riflessioni enoiche e non

E’ Qui La Festa?- Sì!!! or My Tuesday in Tramonti with Tenuta San Francesco

Pubblicato da aisnapoli il 11 Mar 2010

Di Karen Phillips, Andiamotrips
As I parked my car in front of Tenuta San Francesco Tuesday, I could hear music, laughter…a celebration. The weather was cloudy, windy, and rainy. I pulled aside the plastic tarp that served as the door and stepped inside. Ahh! “This is why I love Italy,” I thought to myself. I entered alone and was instantly greeted by Eva Bove, the owner. She along with relatives and friends were over by the camino, fireplace, preparing a meal for the 40 plus people who were to arrive that day. The smile on her face made me happy that I braved the brutto tempo that hit the Campania region that morning.

This was a party and party we did, beginning with a great meal. I sat down and was instantly given a plate of pancetta, salami, ricotta, and mozzarella by Elena. She and her husband Rino (Ristorante Il Pirata, Praiano) adopted me for the day. So my plate was never empty; minestra maritata, pasta e fagioli, polenta with beans, frittata di pasta, salsiccia e friarielle. They made sure that I knew what each item was, the ingredients, how to prepare, etc. Brava gente.

But where was Gaetano Bove, the man behind the scenes? I mean, I came to Tramonti so that I could talk to him about his winery, his wines, his reason for the celebration. The opportunity arrived between glasses of Gaetano’s finest. I tried his Tramonti Rosato 2009, a blend of aglianco, tintore and piedirosso, 4 Spine Riserva 2006, another blend of the ‘big three’. Gaetano, however was interested in his guests opinion of his E’ Iss 2007, 100% tintore, handpicked from the best prefillossera vineyards around Tramonti (Scavata di Gete, Madonna del Carmine di Campinola, Colle Aveso di Corsano, Pecorari di Capitignano). A sneak preview, anteprima..since this wine will not be available until September. I appreciated how he wanted our input on everything from the label, name, and of course what was inside the glass. Later, Gaetano took me for a walk through the vineyards. An amazing sight ahead, vines dating from the 1700s. Wow!

Caffè, dessert and music carried us into the late afternoon. As I looked around, I felt good to be in the midst of family and friends. I made some good friends that afternoon, and I look forward to going back.

A Tutto Salento…Città del Gusto Napoli takes us to Puglia

Pubblicato da aisnapoli il 06 Mar 2010

 Di Karen Phillips, Andiamotrips

It was a windy night in Naples on Thursday, March 4th.  Inside, however, I was enjoying the calore of Puglia.The latest edition of Citta del Gusto’s Wine Lab brought us to Puglia with the help of Paolo De Cristofaro and Paolo Zaccaria of Gambero Rosso.  The star of the evening…a grape that feels at home in the heat and soil of Puglia -negroamaro.I didn’t have much backgrond knowledge on negroamaro or Puglia for that matter, but Paolo De Cristofaro solved that problem.  While our wine was being served (12…yes 12) Paolo shared with us his vast knowledge of three principle areas that he strongly believes are crucial to understand and appreciate prior to our wine tasting:

  1. Territory and climate
  2. Art and history
  3. Music and folklore

I followed along closely underlining and highlighting points he brought up about the luce, calore, vento which is particular to Salento. How cities such as Lecce are rich in baroque art and architecture. In the background, a film accompanied his discussion of the famous Notte della Taranta where women of the region dance as if possessed during a certain period of the harvest due to a spider bite, (That story alone deserves its own blog!)

SO , we know the territory, but we came to talk about wine.  Particulary two wines from two producers that proudly represent Salento-Leone De Castris and Conti Zecca.  Both wineries produce reds with negroamaro, a grape that that the ancients Greeks brought to Italy.  A grape that feels at home in the hot climate of Salento, its clay and chalky soil.  Strong, forte, and for our wines that we were to try needed un pò di aiuto per morbidere, a little help to make the wine smoother.

Our classwork for this lab, so to speak, was to taste 6 vintages (2006-2000) of Donna Lisa Leone De Castris and Nero Conti Zecca.  And taste we did, served with finger food prepared by chef Antonio Russo and pizza by Michele Leo.  During the Wine Labs, you are free to taste the wines on your own, take your own notes, express your own opinions.  In other words, while listening to the representatives from the wineries themselves (Marco Mascelloni and Piernicola Leone de Castris from Leone de Castris and Ferdinando Antonio Romano from Conti Zecca) I was able to understand where they were coming from, their stories, their batlles and victories. 

The advantage or should I say, privelege of attending a wine tasting of this sort ,when you can taste the same wines-side by side- but different vintages, is that you get the chance to see how factors such as climate and age play on a wine. 

Donna Lisa Riserva, for example (90% negroamaro, 10 % malvasia) is aged 18 months in wooden barrels.  I nust admit that the 2006 offering was too strong for me at first.  The aromas, the taste spoke of a ‘young’ wine that needed a little more time to breathe.  In fact, a half hour later, I noticed how the wine had evolved in the glass , aromas more pleasureable, smoother taste.  A good sign for those looking for aging wines….

Nero (70% negroamaro, 30% cabernet sauvignon) is aged for 18 months in barrique and 12 months in the bottle).  Their 2004 offering gave me a sensation of comfort.  My degustazione gave me images of my fireplace, enjoying my evening winter ritual of finishing my glass of wine in front of the flames as I swirl my glass to set free the aromas  a good glass of red has to share.  Michele Leo’s foccacia was the perfect pairing to accompany me on this trip down memory lane.  This glass was my ‘favorite’ for the evening. (Though can you really choose a favorite after tasting 12?)

Another successful wine lab.  I left Città del Gusto a little tired, but with a great desire to hop in my car for a road trip to Salento.  Maybe late spring….

I Coppieri Volanti

Pubblicato da aisnapoli il 05 Mar 2010

di Luca Massimo Bolondi

ziosam.jpgScenario: una degustazione in una cornice ufficiale, convegno o evento AIS. Sul palco si riversano i raggi dei riflettori. Brillano i calici al tavolo dei relatori. Scorrono chiare e fascinose le diapositive sullo sfondo. Un pubblico attento ed eterogeneo, come sempre nelle grandi manifestazioni, segue la degustazione con appunti e commenti. Anche qualche faccia di circostanza (si sa, non siamo tutti a nostro agio, in pubblico). Nere, eleganti figure assistono i presenti. Precise, applicate, discrete ma pronte a rispondere e garantire uno svolgimento verso la perfezione. E se nel calice trovi solo profumi graditi, se la tua postazione è ordinata e attrezzata, se non ti accorgi che tutto fila liscio perché naturalmente tutto sta filando liscio, è per merito di un’organizzazione chiamata Gruppo di Servizio.
Metti una sera a cena… ad esempio un banchetto dopo una cerimonia, con invitati di tutti i generi compresi ospiti di riguardo. I celebranti, per essere sicuri della buona riuscita della serata, hanno affidato il rinfresco, il servizio a tavola e le consumazioni di chiusura a un catering professionale. E la società di catering, naturalmente, per il servizio delle bevande chiede supporto professionale alla Delegazione AIS. Ecco che se a tavola ti viene servito il vino prima della pietanza e non durante o dopo, se il liquido nel calice non è Brunello ghiacciato né brodo di Champagne, se volendo sapere qualcosa su cosa stai bevendo ricevi notizie informazioni e magari un aneddoto, è grazie all’opera dei sommelier del Gruppo di Servizio.
Quando uno spettacolo lascia il segno, non è solo grazie all’originalità del testo, alla bravura degli attori e alla genialità del regista. Hai mai visitato la macchina di scena di un teatro? Il Gruppo di Servizio è qualcosa di altrettanto complesso ma più ricco, perché fatto di persone.
Partecipare al Gruppo di Servizio è entusiasmante e faticoso, dove l’entusiasmo compensa e mitiga la fatica; è istruttivo e impegnativo, poiché offre una formazione sul campo fondamentale per la pratica del sommelier e in cambio chiede attenta applicazione e una grande disponibilità (di tempo, mobilità, energie). Soprattutto se sei agli inizi ti prendi ramanzine e dure istruzioni, perché la disciplina di servizio non è una dote naturale né si improvvisa, però è così che si crea un professionista. Come nell’action learning, esci dal primo giorno di stage e hai imparato 100 nuove cose poi viene il secondo giorno e ne porti a casa 50, poi dopo finito lo stage e cominciata la pratica corrente ti resta il piacere di imparare ogni volta almeno 1 cosa nuova a patto di tenere i sensi all’erta e non farti assopire dall’abitudine (lo chiamerei l’effetto “cameriere anziano”, in memoria dello splendido film/libro “Quel che resta del giorno”). Ma, come ogni anno i vini nuovi sono nuovi e quelli vecchi diversi quindi nuovi, ecco che il sommelier per ogni servizio che verrà dovrà prepararsi a comunicare cose nuove, non solo affinare la tecnica e l’arte del servire: sempre nuove sfide. Questo per le persone.
Osserviamo l’organizzazione. Ogni gruppo ha sempre un responsabile; l’esperienza che gli è richiesta è adeguata alla complessità del servizio. Nelle occasioni importanti, l’impegno è abbastanza complesso: postazioni da attrezzare e sbarazzare, calici da rimpiazzare possibilmente senza rotture, ordine delle bottiglie da seguire con stappatura – controllo termico – controllo tappo – saggio gusto-olfattivo – eventuale rimpiazzo – distribuzione – rientro alla base… il tavolo di servizio è il ponte di una portaerei da cui partono i voli dei sommelier in missione, se manca l’ordine puoi immaginare le conseguenze. E non credere che nulla manchi. Non esiste evento che dio concede all’uomini di inventarsi che non sia ricco di imprevisti e povero di attrezzature. È un appello alla fantasia, alla creatività, alla flessibilità supportate dall’esperienza e dall’arte di arrangiarsi; le risposte turano i buchi nello scafo della portaerei e i voli proseguono come se sul ponte tutto fosse perfetto. Come in una squadra aerea, prima dell’evento, il coordinatore tiene un briefing per le istruzioni ai piloti; chiarisce i compiti e le specificità, la sequenza dei vini protagonisti, l’assistenza ai convenuti o ai commensali. Ecco come tutto potrà filare liscio. Questo per l’organizzazione.
Partecipare al Gruppo di Servizio non consente di ascoltare i relatori a un convegno (cogli solo qualche chicca), né consente di fare degustazioni (se ti va bene riesci a provare qualche primadonna di stramacchio). In cambio vivi la scena, lavori coi colleghi, partecipi a quei momenti chiamati backstage che sono l’anima imperdibile e profonda di un evento, sia esso un battesimo di campagna o la presentazione al pubblico dell’ultimo nato in casa Mouton-Rotschild. E aspetti la prossima chiamata del caposervizio, lo sguardo storto del coniuge, la corsa con l’uniforme di servizio nel fodero, il ritorno nella notte mentre a casa già dormono, il tutto per un calice che attende di essere onorato dal succo della vite, e dio ci scampi dal commensale che pone la temuta domanda “…potrei avere un prosecchino?”.
Se ti senti pronto a tutto questo, chiedi di essere reclutato: lo Zio Sam chiede di te!

NB: un particolare ringraziamento all’Accademia Aeronautica di Pozzuoli che ospita periodicamente eventi, corsi e riunioni AIS e dove l’autore ha sostenuto gli scritti dell’esame di sommelier.

Diario di una giornata tipo di un Gastro-Facebookomane

Pubblicato da aisnapoli il 28 Feb 2010

facebookmania.pngDi Ettore Guerrera 

Ore 8,00 Sveglia . Ho ancora sonno ( … E PECCHÈ TI SI SVEGLIATO!)
Ore 8,30 : Colazione con Caffè della Ande peruviane ( ..ADDÒ S’ACCATTA! O KIMBO TE FA’ SCHIFO!)
Ore 9,00 : A Napoli c’è una bella giornata di sole ( ….MENO MALE CHE CE STAI TU!, STAV’ TELEFONANDO A BERNACCA)
Ore 9,30- Partecipo alla giornata del Cavoletto di Bruxelles
Ore 10,30 Partecipo alla sagra del Canederlo a Pergine Valsugana
Ore 11,00 Partecipo al Festival del CUS CUS delle donne sole del deserto Marocchino
Ore 12,00 Partecipo alla presentazione del Libro “La Nuova cucina psichedelica”
Ore 12,45 Partecipo alla Conferenza Stampa del “Festivallo della Minchia itinerante”.
(…..AZZ ma si UBIQUITARIO!!!, MANCO LA MADONNA APPARE COMM’ A TE!)

Ore 13,00 Pausa pipì ( ……ALLORA SI UMANO!)

Ore 13,30 : Pranzo veloce : Fusillo di pasta fresca alla genovese di baccalà norvegese con cipolla di Tropea centro , all’ uvetta sultanina , pinoli di Macchia , pistacchio di Bronte, Vesuvietto di pesce bandiera tricolore con zimino di verdure dell’orto della nonna di Don Alfonso e finocchio croccante.
(…MA CHI SI MANDRAKE, CE VOLEVA TROPP A TE FA NU SPAGHETT AGLIO E OLIO!)
Ore 14,00 .15,00 :Mi Mancano 5 Amici Per Il Record ( ……A 1000 CHE VUO’: A BAMBULELLA O A MUCCA CAROLINA)
Ore 16,00  Pausa : Caffè equosolidale della comunità Manioca ( ….. MA PECCHÈ QUELLO DELLE ANDE PERUVIANE TE GGIÀ FENNUT!)
Ore 17,00 mi tocca lavorare ( ERA ORA! , FINEMMÒ TI SI RILASSAT E TE SI FATTE E CAZZ’ NUOST!)
Ore 19,00 : Mi fa male la testa ( ….. E PIGLIAT ‘NA PASTICCA! GRAZIE: STAI ANNANZ A STU’ COMPUTER A 15 ORE!)
Ore 20,00 : Serata all’ Enoteca “ Ubriachi si Nasce” con VERTICALE di Zinfadel e Tracchiulel ( ….. e poi nun te lamentà ca tuorn a casa ORIZZONTALE)!
ORE 01.00 Finalmente a casa; Aggiorno Facebook ( ….. te stevem aspettand! , stavamo in pensiero, VATTA A CUCCA’

Meditate Gente…Meditate!(T.L.)

Sbuffi di fumo dalle cantine La Sibilla…

Pubblicato da aisnapoli il 24 Feb 2010

Di Luigi Orlando

Serata propiziatoria in quel di Bacoli, per inaugurare l’anno vinicolo nella cantina La Sibilla della famiglia Di Meo. Si sono respirati aromi romanzeschi, La luna e i falò, tra le volute di fumo che hanno annebbiato le volte della cantina. Un’ atmosfera amichevole e famigliare quella nella quale si è svolta, per lo sparuto gruppo di appassionati e curiosi (trai quali un’interessata delegazione statunitense), la verticale 2006/2007/2008 del vino più particolare dell’azienda, il Marsiliano, recuperato da un vecchio esemplare franco di piede da Vincenzo il giovane enologo di famiglia. Le viti ancora giovani hanno rispecchiato semplicità nella bottiglia, mostrando al tempo stesso una grande nettezza aromatica e buon lavoro di cantina. Il patriarca ha narrato le fatiche che dall’ottocento di mercanti di vino ha condotto all’impegno presente del figlio Luigi e dei nipoti nella valorizzazione del territorio dei Campi Flegrei Framite le uve che ne sono figlie, per poi deliziare con canti popolari della tradizione partenopea. Fine serata aperto all’esplorazione di altre frontiere del gusto. I catadores Luigi Orlando e Paride Cimbalo, soci del Neapolis Amicigar Club, hanno condotto i presenti in un viaggio sensoriale attraverso le delizie dell’arte tabacalera cubana. Una breve presentazione ha concesso agli interessati la possibilità d’orientarsi tra i sigari della collezione privata di Salvatore, il giovane sommelier, a cui spetta l’idea della degustazione dei sigari abbinati ai distillati della collezione di famiglia ed al cioccolato fondente.E che dire delle pietanze in stile flegreo, preparate dalle donne di famiglia con i prodotti dei campi: un piacere per il palato!
Il fuoco, la cenere e l’orgia di cibo e vino: sicuramente il modo migliore per inaugurare un nuovo anno!

Foto di Karen Phillips

Strudel e Pedro Ximenez Santa Ana 1861 Hidalgo

Pubblicato da aisnapoli il 16 Feb 2010

Di Roberto Anesi*

L’aspetto visivo del piatto è invitante come la sua presentazione, la combinazione cromatica e la diposizione sul piatto sono curate e denotano un’ottima freschezza ed integrità delle materie prime utilizzate per la preparazione della ricetta. I profumi predispongono all’assaggio e mettono in risalto una particolare franchezza ed armonia. All’assaggio il piatto mette subito in risalto la sua decisa aromaticità, una dolcezza percettibile accompagnata da un altrettanto percettibile speziatura, grassezza e persistenza gustolfattiva che dominano la scena. Poco percettibile, ma presente, una tendenza amarognola dettata dall’uso di spezie come la cannella. Il piatto è strutturato ma non in maniera esagerata.In questo periodo la mia carta (dell’ El Pael - Osteria Tipica trentina di Canazei, ndr) dei vini dolci propone al bicchiere una vera rarità, il Pedro Ximenez Santa Ana di Hidalgo 1861. Decido di provare l’abbinamento e mi verso una piccola quantità di questo vino dolcissimo. All’aspetto non presenta particelle in sospensione ed il suo colore è quello del mogano, impenetrabile e fitto. Più che denso, viscoso, con la massa che rotea nel bicchiere in maniera compatta e sembra non volere più ridiscendere una volta fermato il vino. Gli archetti sono lentissimi e ben distanziati tra di loro, indice di grande corpo ed estratto, alcol e polialcoli. Al naso di offre ricco, intenso e di una complessità intrigante. Eccellente. I descrittori sono quelli della confettura di fichi, della noce, del caramello, di frutta secca, dell’uva passa, delle spezie dolci, caffè, fave di cacao e tutto quello che di buono si può immaginare da un nettare di queste caratteristiche…. forse è più facile dire cosa non si percepisce!! In bocca il vino entra denso ed avvolgente, dolcissimo, ben presente l’alcol (caldo) e di una morbidezza sorprendente. Poco fresco e sapido. La struttura è quella di un vino robusto, pieno e si dimostra assolutamente equilibrato. La sua intensità ma soprattutto la sua persistenza sono ai massimi valori di apprezzamento e si dimostrano eccellenti. Vino maturo in grado di conservare le sue caratteristiche all’infinito è decisamente armonico. Lo servo in un bicchiere per vini dolci ad una temperatura di 18°C. Il mio punteggio è di 95/96 punti.Nell’abbinamento, che giudico armonico, la spiccata dolcezza e morbidezza del vino si contrappongono alla dolcezza del piatto e la lughissima PAI del vino non teme certo confronti di nessun genere, nemmeno con la pronunciata aromaticità, speziatura e PGO del piatto. Il nostro strudel è sempre arricchito dalla presenza di noci e fichi secchi… ecco perchè gustativamente credo che questo vino riesca anche ad esaltare l’ottima preparazione del nostro Chef. Certo, un’abbinamento così non è da tutti i giorni…. a la carte costerebbe 37.00€ ma credo che una volta nella vita l’esperienza possa essere fatta, magari per una serata speciale come questa sera di San Valentino 2010!!

*Delegato Ais Val di Fassa e Fiemme

Dal Trentino con Amore…per San Valentino un bellissimo “matrimonio d’amore” f.to Roberto Anesi (T.L.)

Wine Lab, Città del Gusto….The Whites of the Amalfi Coast

Pubblicato da aisnapoli il 06 Feb 2010

Di Karen Phillps
Thursday, February 4th, I accepted an invitation to attend Wine Lab at Città del Gusto. The theme of the evening was’ Tra Terra e Mare’, between the land and the sea. I was particularly interested in this event, not only because it would be the first time I attended a function at Città del Gusto, but because Paolo De Cristofaro of Gambero Rosso put together a lineup of the top 5 wineries from the Amalfi Coast.; Marisa Cuomo, Ettore Sammarco, Giuseppe Apicella, Reale, and Tenuta San Francesco. I always try to take advantage of opportunities to hear from the wine makers themselves. This gives me a chance to connect the wine with a face, a good conversation, and memories. I was not disappointed.I took my seat in the front row, eager for the event to begin. In front of me were twelve wine glasses patiently waiting for our sommelier. Twelve wines-six whites and six reds were the protagonists of the evening. As each glass was poured, Paolo De Cristofaro took us on a journey through la strada del vino of Amalfi, Fuore, Ravello, and Tramonti. Slides with spectacular images of the vineyards, wineries, and the men and women who work so hard to give the world great wines proudly exhibited in the background. Vineyards anywhere from 100 to 600 meters above sea level. Rocky, chalky, volcanic soil on steep hills. Spectacular looking vines. Affascinante.Seated next to Paolo were the men whose wineries would represent the best of the coast. Andrea Ferraioli, of Marisa Cuomo, Bartolo Sammarco of Ettore Sammarco, Prisco Apicella of Giuseppe Apicella, Luigi Reale of Reale, and Gaetano Bove of Tenuta San Francesco.Each spoke proudly of their wines attentively listening to their colleagues, their friends. The whites were presented first and that is what I’d like to focus on for this blog. Here are the wines in the order that they were served:
Tramonti Bianco 2008-Apicella. 60% Falanghina (biancazita), 40% biancolella
Ravello Bianco Selva delle Monache 2008-Ettore Sammarco. 70% Biancolella, 30% falanghina
Furore Bianco 2008-Marisa Cuomo. 60% falanghina, 40% biancolella
Tramonti Bianco 2008-Tenuta San Francesco. Mixture of Falanghina, pepella and ginestra
Ravello Bianco Vigna Grotta Piana 2008-Ettore Sammarco. A blend of ginestra, biancolella and san nicola
Furore Bianco Fiorduva 2006-Marisa Cuomo. A blend of ripoli, fenile, and ginestra.

As each glass was poured, each member of the audience silently tasted, and jotted down notes. In fact it wasn’t until the end of our evening that Antonio Del Franco, President of Ais Campania shared his tasting notes. I compared my notes to his. I found that the wines were beautiful to look at. Light yellow straw colored. I often lost myself in the fragrances of fruits (such as green apples, lemons) and fresh light floral scents. Diverse ranges of acidity, creamy flavors, smooth, morbido as I tasted each one. The last two wines of the ones listed above spend time in oak. This was noted right away when observing their slightly different color and somewhat stronger aromas. I can’t pick a favorite in fact my opinion changed a few times over the course of the evening as we were served top class finger foods to go with our wine tasting. I did like Marisa Cuomo’s Fuore Bianco 2008 and Tenuta San Francesco’s Tramonti Bianco 2008

Foto: Terry Fusco

2 Grapes, 4 Wines, 1 Good Time

Pubblicato da aisnapoli il 31 Gen 2010

Di Karen Phillips

red_wine_grape_1.jpgNebbiolo and Nero D’Avola. I could not have imagined the vast range of discussions that could have arisen during this wine tasting. There are so many things to say about our Winerdì last Friday that I don’t know where to start. So, let’s begin at the beginning. Our host, Fabrizio Erbaggio began the evening as usual with a brief history of Nebbiolo. Grown primarily in Piedmont, it can also be found in the Valtellina valley in Lombardy. It is a difficult grape to cultivate, so as Fabrizio put it, much attention is needed in the vineyards as well as in the cantina. At this point we try our two Nebbiolo wines; Nino Negri’s La Tense (Sassella Valtellina Superiore DOCG) and Vietti’s Perbacco 2006 with a degustazione led by Luca Massimo Bolondi. We could have spent the evening discussing only these two. One might think that the same grape would produce wines that are similar. Similar in some ways, yes, but we noted the that the difference in region, terraced vineyards and sandy silty based soil of Nino Negri’s wine produced a wine that was lighter in color. Vinification played a big part in taste and aroma. Vietti’s Nebbiolo, Luca pointed out was very elegant. This wine had a deeper color and treated us to cherry and dried flower aromas. This wine also spent quite a bit of time in legno-ten months in barriques then another 16 months in oak casks. Practically the same process used for Barolo.
Next…Nero D’Avola from Sicily. Two wines; Firriato’s Chiaramonte Rosso 2007 and Morgante’s Don Antonio 2005. Two choices that represented the grape and Sicily very well. Nero D’Avola, in fact, loves the hot Sicilian sun and is not found in many other places around the world. So what did we see in these two wines? Chiaramonte, a wine on Gambero Rosso’s list of best value for the money, has a dark ruby color, aromas of red fruits and spices as well as a good balance of tannins and acidity. This wine spends 6 months in barriques as compared to Don Antonio’s 12 months in oak barrels. Ah, Don Antonio, already a favorite of a few people in the audience and after trying myself, I could understand why. Sweeter aromas, darker color, smoother tannins, and a stronger acidity gave the wine the vote for the favorite of the evening.
Once again, Winerdì achieved what it had set out to do. Give wine lovers of all levels a greater understanding of a particular wine in a comfortable, casual multicultural environment. At the end of the evening, Fabrizio and Luca were already throwing ideas around for future themes. Stay tuned!!!

Noemy, verticale di Barbaresco a Milano.

Pubblicato da aisnapoli il 23 Gen 2010

Di Alessandro Marra
Il nostro inviato “meneghino” ci racconta di una verticale di Noemy, il Barbaresco dell’azienda di Davide Viglino.(T.L.)
Un imprevisto e un aperitivo che salta all’ultimo momento. Serata da riorganizzare. Un flash. Caspita, ma non era oggi quella verticale di Barbaresco?! Una telefonata a Giuseppe Sonzogni (nella foto)e poi via, in auto, verso la sua Enoteca Vintage a Cesano Maderno. Mezz’ora di strada e sono da lui, in Brianza. Il primo ad arrivare, alle 21 si comincia.16 dicembre. Un’unica azienda, piccola, non più di 35000 bottiglie complessive, quattro bottiglie, una sola etichetta; ‘Noemy’, una dedica di Davide Viglino alla moglie.L’azienda si trova a Treiso, il primo Barbaresco è quello della vendemmia 2003; le poche bottiglie prodotte nel 2002 non sono state messe in commercio.I vigneti sono a circa 400 metri di altitudine, su terreni prevalentemente argillosi e morenici. Sei ettari di proprietà, un cru - il Montersino - che sarà sullo scaffale a partire dall’annata 2008, appena 1500 bottiglie, boccia in più boccia in meno. Solo zinco e verderame in vigna, nessuna filtrazione, pressatura soffice e macerazione per circa due settimane in cantina. Resa di circa 65 quintali per ettaro e invecchiamento in botti grandi da 500 ettolitri. Dicevo, quattro annate. Eccole.

NOEMY 2006 (14.5%)
Rosso rubino, consistente nel calice, non perfettamente pulito (ricordate?! nessuna filtrazione). Non granché intenso l’impatto, arrivano prima i fiori e poi la frutta. Una bella viola in primo piano, si sente la nota eterea e uno sbuffo di canfora. In bocca è secco, bello caldo e con un ingresso abbastanza morbido. Più fresco che sapido, menomale! (penso io), se no il tannino chi lo teneva. Sorso di buone sensazioni, non lunghissimo il finale ma intenso, pulito e asciutto con ritorni di cacao e sottobosco. Abbastanza equilibrato e armonico.

NOEMY 2005 (14.5%)
Esame visivo come sopra. Naso più intenso del precedente millesimo. Qui, però, la prima donna è la prugna, poi la viola. Molto elegante, nonostante quella nota eterea un filino più accesa. Interessanti sensazioni di erbaceo e di balsamico. In bocca è secco, caldo mica da ridere pure questo, più morbido. Sorso più denso, ricco, con una chiara impronta di radice di liquirizia e anche più duraturo quanto a persistenza. Il tannino è molto fitto, c’è sempre quella bella dose di freschezza che aiuta e aiuterà pure a tavola. Unico neo, forse, una leggera tendenza amarognola finale. Bella struttura.

NOEMY 2004 (14.5%)
Qualche piccola virata verso sfumature più mature del colore, per il resto come i due precedenti. Poco meno intenso del 2005, ma che eleganza ragazzi! Onnipresente la viola, una nota calda di frutta in confettura, lampone e menta selvatica, un chiaro accento minerale, figlio del territorio (il più alto della zona di produzione del Barbaresco). E in più, finale lungo e coerente con le sensazioni olfattive, senza l’amarognolo. Armonico.

NOEMY 2003 (14.5%)
Colore più fitto, più caldo, come ci si attenderebbe ripensando all’andamento dell’annata. Naso più fruttato, molto intenso, di marasca e ciliegia sotto spirito, una viola un po’ appassita e una speziatura di chiodi di garofano, decise percezioni di etereo su uno sfondo vegetale e balsamico. Sorso apparentemente più caldo dovuto a una freschezza più sfumata, morbido. Finale discretamente lungo, di fiori appassiti e liquirizia soprattutto. Tannino vigoroso. Annata già pronta, direi, di quelle che non aspetterei molto prima di portarla in tavola.

Il prezzo? Poco più di 20 euro a bottiglia, 2 happy hour e ½ nella città della madunina. Che dite, avrò rimpianto l’aperitivo?!

La Vie en Noir

Pubblicato da aisnapoli il 22 Gen 2010

la-vie-en-noir.jpgdi Luca Massimo Bolondi

Ingredienti:
1 grande vitigno,
2 produttori altoatesini,
1 produttore umbro,
1 produttore siciliano,
1 enologo giovane e promettente,
1 comunicatore appassionato madrelingua inglese,
1 vicedelegato provinciale ais,
valenti collaboratori quanto basta,
abbondante pubblico bilingue.

Preparazione:
riunire il pubblico bilingue in un’enoteca. Presentare il grande vitigno dividendolo in due parti, una da filtrare attraverso l’enologo e l’altra attraverso il comunicatore, amalgamate entrambe bilingue. Ripetere l’operazione con il succo dei quattro produttori, degustandoli ripetutamente dopo un’accurata stappatura. In chiusura, aggiungere le delizie alimentari ottenute dai valenti collaboratori e protrarre la degustazione fino a quando il pubblico bilingue avrà una lingua sola, quella del grande vitigno. Servire caldissimo in freddi venerdì sera d’inverno.

Marche consigliate per la migliore riuscita:
grande vitigno:
Pinot Noir
produttori altoatesini: Hans Haas e Hofstatter
produttore umbro: Antinori Castello della Sala
produttore siciliano: Cusumano
enologo giovane e promettente: Vincenzo Di Meo
comunicatore appassionato madrelingua inglese: Karen Phillips
vicedelegato provinciale ais: Fabrizio Erbaggio
valenti collaboratori: Stefano Pagliuca, Cinzia Dal Monte, Ezechiele Merone
enoteca: CiaoVino
abbondante pubblico bilingue: VOI

Pinot Nero….What Else?

Pubblicato da aisnapoli il 19 Gen 2010

Di Karen Phillips

clooney.jpgWhere do I begin? Winerdì, January 15th shone the spotlight on Pinot Nero. Vincenzo Di Meo and Fabrizio Erbaggio led discussions (in 2 languages) on this finicky grape. A grape that is often difficult to cultivate. It has very thin skin, so at times, it can be succeptable to infections, rot and mildew. It is at home in regions with a dry, cool climate. And the fun doesn’t stop here. It needs to be carefully monitored during the vinification process, as well. It ferments violently and may boil which speeds up the fermentation process. But enough about its problems. Vincenzo calls this an elegant wine and with the wines chosen for our evening, we were able to see why.First stop, Sicily with Cusamo’s Pinot Nero 2007. Here we have a wine whose vineyards are in the south. The first time with Pinot Nero for Cusamo. A nice effort. The vineyards are 800 meters above sea level. A different soil than the northern Italy where Pinot Nero is usually grown. It needed a while to breathe. It was interesting to notice how the aromas as well as the flavor slightly changed over the course of the evening.Going up the boot, we arrive in Umbria with Castello della Sala’s Pinot Nero della Sala 2005. These grapes are harvested at 400 m above sea level and according to the web site, fermentation completed at 26°C in French oak barriques (Alliers, Troncais), as well as malolactic fermentation. The wine is aged in the barriques for 8 months, after which it is bottled. It is then aged in the bottles for 15 months in the historical cellars of Castello della Sala, before release. As Vincenzo always points out, the territory always has an impact on the final product. This was quite evident during the tasting. I will not say that it was better than the Sicilian offering, only different. Two wines from Alto Adige, Frank Haas Pinot Nero 2005 and Hofstatter Mazon Riserva 2004. Here we have elegance displayed in each wine with the intense aromas of red berries, cherries, and wild berries. Fabrizio commented on how Pinot Nero is the perfect wine because it is easy to pair with a wide variety of dishes.We enjoyed the wines with our buffet afterwards; pizza from Stefano Pagliuca, polenta with a rich ragu sauce, lasagna, and insalata rinforza.

La Mensa di Natale

Pubblicato da aisnapoli il 30 Dic 2009

Di Franco De Luca

Ogni anno il 25 dicembre è un giorno speciale per la comunità di Sant’Egidio e non solo perché è Natale. È il giorno delle mense destinate ai meno fortunati. Sono diversi anni che vi partecipo e vi assicuro che ogni occasione (e così ogni blog ed ogni vetrina) è buona per raccontare lo sforzo di queste persone che senza nessun secondo fine si adoperano per sostenere i più bisognosi in un momento così particolare dell’anno, quando chi è solo sente con ancor maggior peso la propria solitudine.In questi giorni particolari, però, ai membri della comunità si uniscono “orde” di volontari. Molti sono della mia specie, quelli cioè che vi partecipano occasionalmente e che qualche volta finiscono per procurare più fastidio che aiuto, ma che, sempre come me, sono comunque mossi da una genuina voglia di rendersi utile… e questo può essere anche semplicemente un sorriso a chi ne ha urgenza, anche solo una o due volte l’anno.I pranzi organizzati sono diversi, solo a Napoli e per tutte le festività se ne contano almeno 25. Per avere un’idea di cosa muove la comunità il 25 dicembre in tutto il mondo basta affacciarsi un attimo a questa finestra: http://www.santegidio.org. A Napoli la tradizione, così come a Roma, è particolarmente radicata. La madre di tutte le mense è allestita nella monumentale Chiesa dei Santi Severino e Sossio. Nella navata principale vengono sistemati i tavoli e servito il pranzo. Tutti i volontari si preoccupano dell’organizzazione e del servizio che viene svolto con attenzione ed accuratezza e coordinato dai membri della comunità. Poi c’è un momento particolarmente toccante. Verso la fine del pranzo, quando ormai tutti si preparano ad andare via, c’è una bella sorpresa: alle spalle dei commensali si apre il portone della chiesa ed in controluce appare un Babbo Natale speciale, con tanto di slitta, che porta doni “ad hoc”: indumenti caldi a coloro che vivono per strada, dolci e sorprese agli anziani soli, una carezza ai malati ed un abbraccio agli stranieri che vivono in solitudine ed angoscia in una terra che non li ha generati e che spesso non li accoglie. Sono tutti piccoli pensieri offerti per lo più dai volontari ma è comunque un momento magico, vedere i loro occhi pieni di festosità in quei particolari istanti rende tutti molto piccoli davanti all’immensità del bisogno ed alla fatalità della vita. Quest’anno i miei amici della comunità, sapendo della mia attività di sommelier nel gruppo servizi e sopravvalutandomi in maniera smodata, mi hanno strategicamente destinato al pranzo per gli stranieri della scuola Messignon (organo della comunità che da 14 anni aiuta l’integrazione dei lavoratori stranieri in Italia con rilascio di un riconosciuto diploma di partecipazione) che si è tenuto presso il chiostro della Basilica di San Lorenzo Maggiore. Gli stranieri sono stati particolarmente fortunati sia per la bellezza della struttura che li ha ospitati e sia perché hanno mangiato e bevuto benissimo. Loro non avevano problemi di salute, si tratta per lo più di persone che vivono e lavorano in Italia ma che non hanno dove andare in un giorno tanto particolare, per cui non c’erano restrizioni di menù. Hanno potuto godere anche dei vini e tra i tanti a disposizione spiccavano quelli di Frescobaldi, in particolare Remole (Sangiovese e Cabernet Sauvignon) e Pater (Sangiovese) oltre a tante altre etichette miste offerte dalle varie enoteche del territorio. Lo chef Giuliano Migliaccio (nella foto) è uno dei titolari della società Spazio Sapori che ha offerto il servizio di catering ed ha impiegato tre giorni a preparare per 250 persone, poi si è preoccupato di allestire un forno, di riscaldare, di sporzionare, senza perdere mai il sorriso e la voglia di scherzare. Ha avuto la fortuna di avermi come suo assistente, gli ho preparato un tavolo di appoggio con le cassette dell’acqua minerale che nemmeno Leonardo Da Vinci… per me è stata una bella conoscenza.
Nel salutarvi vi chiedo venia se ho sfruttato lo spazio del blog per raccontare di un evento che non è legato direttamente alla tematica di questo sito, ma mi piaceva ringraziare in particolare Giuliano per il suo spirito, per la sua generosità e soprattutto per la leggerezza con cui ha voluto esser generoso, e Carmen e Mercede, mie care amiche della comunità (nella foto) in rappresentanza di tutti coloro che in silenzio, senza fare rumore, riempiono (loro si in maniera assidua e costante) i cuori dei più umili e soli.

Report: Verticale “Produttori del Barbaresco”

Pubblicato da aisnapoli il 28 Dic 2009

 Alessandro Marra, il nostro inviato “meneghino” ci racconta di una verticale di Barbaresco organizzata dai colleghi dell’Onav di Milano. (T.L.)

Di Alessandro Marra
produttori-del-barbaresco.bmpLa verticale dello scorso 15 dicembre ha chiuso il 2009 della delegazione ONAV di Milano, regalando – è proprio il caso di dirlo - ai numerosi appassionati e soci presenti un interessante momento di approfondimento sul vino Barbaresco che - come giustamente ricordato ad inizio serata dal delegato provinciale Vito Intini - si è da tempo scrollato di dosso l’etichetta ingenerosa di “fratello minore del Barolo” conquistando, anzi, un ruolo di primo piano sulla scena enologica nazionale ed internazionale.La zona di produzione individuata dal disciplinare comprende il comune omonimo, quelli vicini di Neive e Treiso, più la frazione di San Rocco Seno D’Elvio del Comune di Alba, tutti in provincia di Cuneo. Se nel Comune di Barbaresco non raggiungono i 300 metri e a San Rocco non superano i 180 metri d‘altezza, i vigneti di Neive sono situati a 320 metri e quelli di Treiso a 400. Con sostanziali differenze dei vini prodotti che a Barbaresco mostrano – generalmente – maggiori complessità aromatica ed eleganza, a Neive maggiori equilibrio e dolcezza d’espressione e a Treiso una spiccata componente terrosa unità a vigoria, mineralità e tannicità. Presente anch’egli alla serata, l’enologo Aldo Vacca – un passato a bottega da Gaja - ha ripercorso le tappe storiche della Produttori: “negli anni ’50 il territorio di Barbaresco era molto arretrato rispetto, ad esempio, a Barolo. La famiglia Gaja era pressoché sola in un momento particolare per l’intero mondo del vino italiano; soltanto agli inizi degli anni ’80 sono comparse nuove realtà produttive”.Il 1958 è l’anno di fondazione della Produttori del Barbaresco, “la prima cantina sociale ad aver intrapreso un discorso basato sulla qualità”, obbligando i soci (sono 56 i conferitori attuali) ad “allevare soltanto nebbiolo e a portare in cantina tutte le uve prodotte, promuovendo un sistema di remunerazione che valorizzasse quelle di maggiore qualità”. “Gaja ha fatto conoscere il Barbaresco nel mondo, i Produttori del Barbaresco l’hanno fatto bere”. E, in effetti, i prezzi sono di molto inferiori: €16 per il prodotto “base”, tradizionale blend di uve nebbiolo provenienti da diversi vigneti, €25 per i crus (prezzi franco cantina).
I crus della Produttori (i primi 5 sono usciti sul mercato nel 1997) sono 9 attualmente (Asili, Moccagatta, Montefico, Montestefano, Ovello, Pajè, Pora, Rabajà e Rio Sordo) e vengono prodotti soltanto nelle annate favorevoli (niente riserve nel 2002 e 2003). Ma se di fatto erano ben note e già ampiamente utilizzate in etichetta, soltanto nel febbraio del 2007 le “menzioni geografiche aggiuntive” sono state mappate e recepite ufficialmente nel disciplinare. Alle 65 già riconosciute se ne aggiungerà presto un’altra: la menzione Ronchi del comune di Barbaresco; anche se, in realtà, ce ne sarebbero altre 6 che, tuttavia, non sono state inserite nel Disciplinare perché mai utilizzate sinora da nessuna azienda. “I crus esprimono una maggiore complessità dovuta alla particolarità del singolo terroir”. Nello stesso Comune di Barbaresco si possono individuare due crinali: uno che percorre la zona centrale del territorio comunale, dal fiume Tanaro verso est, lungo cui troviamo i vigneti Pora, Asili, Martinenga e Rabajà, dove i terreni sono più sciolti e fertili, i vini – di conseguenza - meno tannici e, generalmente, più eleganti; l’altro che va da sud-ovest a nord-est, lungo il quale troviamo i vigneti Niccolini, Rio Sordo, Martinenga, Asili, Rabajà-Bas, Paiè, Cole, Montestefano, Montefico e Ovello, dove i terreni sono più calcarei e i vini – di conseguenza - più tannici e minerali. Montestefano e Montefico, in particolare, sono ‘vigneti gemelli’, perché entrambi ripiegano lungo dei piccoli crinali laterali con esposizione a sud, sud-est”.Dopo l’assaggio del Barbaresco 2005 (circa 250000 bottiglie prodotte dopo 20 mesi di invecchiamento in botte, in vendita dall’autunno del 3°anno successivo alla vendemmia), la serata è continuata con la degustazione di 6 annate della Riserva Montestefano uno dei crus più famosi, menzionato per la prima volta già in alcuni documenti del 1878: invecchiamento complessivo di 4 anni, 3 anni in botte di cui il primo in botti da 25 hl, il secondo e il terzo in botti da 50 e 75 hl, tutte di rovere di slavonia, vendita en primeur come accade in Francia.Una verticale eccezionale tenuto conto che i vini proposti – fatta eccezione per il Barbaresco 2005 (attualmente in vendita) e per il Barbaresco Riserva “Montestefano” 2005 (in commercio dal febbraio del prossimo anno) - sono già tutti esauriti. Continue Reading »

Brindando con Pulcinella, Wine&Foto e l’Ais Napoli

Pubblicato da aisnapoli il 23 Dic 2009

bruno-leone.jpgDi Raffaella Fortunato

Serata in onore dell’arte di Bruno Leone, maestro di “Guarattelle”, quella di venerdì 18 Dicembre organizzata da Wine&foto allo Studio Ferrara.Il “format” è ormai affermato e consolidato: cultura (e tradizioni) delle arti e cultura (e tradizioni) del gusto si mescolano, divulgandosi vicendevolmente e dando vita ad un modo piacevole di incontro e conoscenza tra le persone.La partecipazione di Ais Napoli, e dunque di un sommelier professionale, a queste serate, offre la possibilità di un approccio informato al vino, predisponendo ulteriormente un pubblico già ben predisposto, ad una più approfondita curiosità “didattica” sull’argomento. Per brindare a Leone/Pulcinella, all’importante ruolo che svolge nel mantenere in vita, interpretandola nella contemporaneità della cronaca, come da tradizione della Commedia dell’Arte, la S.I.A. titolare dei marchi “Poderi Foglia” e “Vestini Campagnano” ha offerto in degustazione due rossi di Terra di Lavoro, strutturati e sanguigni come la nostra grande maschera.
Conca rosso Igt Roccamonfina 2006 ( Poderi Foglia) è un blend di Aglianico (70%) e Pallagrello nero (30%) vinificazione separata in acciaio, sei mesi di legno di secondo passaggio, è un vino che rientra nella fascia dei 10€ ma pensato, a me pare, in modo più ambizioso, in ragione della qualità dei vitigni da cui è tratto, di quella del suo terroir, del tratto dell’enologo alle cui cure è affidato (il toscano Paolo Caciorgna, “maker” di Brunello)Della presenza secolare del vitigno “aglianico” nella nostra terra dice tutto l’etimo della parola (sia che si sposi la teoria di semplice derivazione dall’aggettivo “ellenico” che quella di “eleanico” dal nome dell’antica città di Elea)
In quanto al Pallagrello, uno dei non numerosi vitigni che produce uva a bacca sia bianca che nera (famoso nell’800 per i vini di pregio sempre presenti alla tavola dei Borboni accanto agli “accorsati” francesi ) se ne fa risalire l’origine alla “Pilleolata” romana “catalogata” da Plinio il Vecchio nel suo Naturalis Historia.Dalla ricchezza di sali minerali del terroir vulcanico di Roccamonfina, il Pallagrello nero prende intensità, aromaticità, tannini marcati.
Il Pallagrello nero in purezza 2006 (Vestini Campagnano) fermenta a temperatura controllata in acciaio, fa 12 mesi di barrique e 6/12 mesi di affinamento in bottiglia.Una buona combinazione per la selezione di salati che Wine&foto offre sempre ai suoi ospiti.Ad accompagnare gli ottimi dolcini alle noci di propria fattura, l’azienda “E Curti” di Enzo D’Alessandro e family ha proposto il “cru” di Nocillo, da noci della tipologia “Sorrento”, realizzato con tecniche artigianali, malli raccolti e tagliati a mano, messi a macerare in alcol puro e aromi naturali in damigiane di vetro verdi, esposte per 60 giorni agli effetti del sole…Il suono “slow” del sax di Daniele Sepe, musicista di “rango” ha piacevolmente contrappuntato lo scorrere della serata.Sparse nello Studio Ferrara le foto di Luciano, ritratti, reportages, still life di elementi e..alimenti, sono sempre un bel vedere. Wine&foto prosegue le sue iniziative al MAV di Ercolano, mentre con chi scrive, o meglio con l’associazione Kalagathòs BelloéBuono ha in cantiere un progetto “Cilento” presentato in primissima uscita il mese scorso a Napoli (con la fattiva partecipazione di Ais Napoli)
Special thanks dunque, per Tommaso Luongo, che interpreta il proprio compito “istituzionale” in modo aperto e moderno.Impeccabile, come d’abitudine, il servizio del sommelier Ais Paride Cimbalo.
Foto di copertina di Roberta Basile.
Last but not least….Buon Natale a tutti!

Hollywood meets Ciao Vino

Pubblicato da aisnapoli il 22 Dic 2009

holly2.jpgDi Karen Phillips

Ok. Here is the scenario. You are a group of actors from Hollywood visiting Naples for a couple of days to thank the ‘troops’ for all they do. During your visit, you have a strong desire to try the best Italian wines the country has to offer. What do you do? Where do you go? You decide to call the Winerdì team from Ciao Vino to help you fulfill your wish!
Monday evening, Fabrizio Erbaggio, Vincenzo De Meo, Cinzia Dalmonte, and I had the pleasure to present Italy through Wine to a group of very special people from the ‘States’. Wanda Colon from TLCs ‘Home Made Simple;’ Bill Brochtrup from NYPD Blue; Daphne Reid from Fresh Prince of Belair; James Reynolds from Days of our Lives; and Lissa Layng from movies ‘Say Yes’ and ‘Night of the Comet’ were ready to embark a journey through this beautiful country with us. Fabrizio enjoys talking about wine. I am always excited to see what he chooses to degustare during our wine tastings. He selected well, even Vincenzo was impressed.
First Round –White Wines. We began in Friuli with one of their most popular indigenous grapes; Ribolla. The wine was Ribolla gialla from producer Girolamo Dorigo. A fresh, young wine that none in the group had tasted before. Next up, a winery close to our hearts, Feudi di San Gregorio from Campania. Fabrizio picked their Pietracalda made with the most popular white grape from the region, Fiano di Avellino. Very impressive. The group noticed instantly the difference in aromas and how this wine had a fuller body than the one previously tasted. Once again, a new wine for our small gathering of friends. Finshing off our first round was a big white from Siciliy-Insolia (Sauvignon). Vincenzo explained that though the Sauvignon grape is an international one, its characteristics have changed somewhat due to the growing in the volcanic Sicilian soil. So Nozze d’Oro from producer Tasca d’Almerita was a popular one of the evening.

Second Round-The Reds. What a selection! Fabrizio felt we should start in Piemonte with a Barolo from Fontanafredda (2000). Mmmmmm! The aromas, the body, everything you would want in a grande rosso made from the Nebbiolo grape. Next wine-Tenuta Silvio Nardi with their Brunello di Montalcino (Sangiovese grape, Tuscany region). A little smoother, a year younger. Finishing off the reds was THE red of the south-Taurasi Radici Riserva from Mastroberardino 1999 (Aglianico grape, Campania region). I was speechless. One of the smoothest Taurasis I’ve tasted. The cherry aroma is still imprinted in my mind. What a way to end the wine tasting! The tasting was over, the evening wasn’t. We learned that James and his wife Lissa were celebrating their 24th wedding anniversary that evening. Fabrizio pulled out a couple of bottles of a French champagne from Bruno Paillard, Rosè Première Cuvée S.A. We drank a toast to the happy couple.
Cinzia, at this point, opened the buffet. E che buffet!!! Pizza, insalata di rinforzo (made with cauliflower, olives, peppers, and anchovies), gateau (a potato dish made with pancetta and cheese), a beautiful braid of mozzarella, and a crowd favorite-lasagna alla contadina (a lasagna made with potatoes and pumpkin).
All good things must come to an end. After a great meal and great conversation, we said our goodbyes. At the end of every Winerdì, Fabrizio always wants to know which wine was the favorite-the decision was split. Daphne Reid was hooked on the Brunello while Bill loved the Ribolla gialla. James, he was already a Barolo fan so the choice was not so hard for him. Wanda, Lissa, and I loved Bruno Paillard’s Rosè. An amazing bunch of people who we had the pleasure of sharing a small part of Italy (and a little bit of France) for a couple of hours one cold rainy, Napoli evening.
Fabrizio, Vincenzo, Cinzia, and I began this Winerdì series a few months ago. What a great way to end the calendar year. I can’t even imagine what is in store in 2010!

Babbo Natale a Napoli…

Pubblicato da aisnapoli il 21 Dic 2009

Di Franco De Luca
babbo_natale.jpgQuest’anno Babbo Natale ha pensato di venire a bere qualcosa a Napoli, ed è forse per questo che, mai come in questa ultima settimana, si sono registrati tanti eventi in città, a cui sono stati chiamati a partecipare i sommelier dell’AIS Napoli. Le locations sono state (in ordine sparso): Città del Gusto, Bertolini’s Hall, Palazzo San Teodoro, Castel Sant’Elmo, Castello De Martino a Castellammare, Chiostro di San Lorenzo Maggiore (meraviglioso..), Prefettura di Napoli (festa natalizia) con i catering D’Angelo, Galà eventi, Gambero Rosso, In Tavola, Pascalucci, Sire. È un fatto singolare per il mese di dicembre, caratterizzato tradizionalmente da pochi “impegni”, almeno per la nostra delegazione, e proprio nell’anno della crisi non ci saremmo aspettati una rivoluzione in tal senso. È invece è accaduto. Ci piace pensare, senza false modestie, e correndo per una volta il rischio dell’autoreferenzialità, che ciò sia ascrivibile soprattutto all’innalzamento della qualità delle prestazioni offerte dal gruppo servizi dell’Ais, e che sia la prova tangibile che stiamo facendo bene, selezionando con criterio persone che oltre ad avere una buona competenza tecnica -che scaturisce dai nostri corsi di formazione- dimostrano di avere anche le qualità umane necessarie per sostenere un rapporto di dialogo, costante e proficuo, sia con i committenti che con l’utenza. Dote fondamentale per un sommelier del gruppo servizi, infatti - accanto alla bravura nell’analisi e nella conoscenza dei vini- pensiamo sia l’empatia, la capacità di entrare in sintonia con chi si ha di fronte. Un sommelier deve essere sicuramente preparato ma più di ogni altra cosa deve vivere continuamente la sua passione, deve sentire il piacere di girare per una sala gremita e di essere naturalmente, senza costrizione, a disposizione di chiunque, e trattare tutti con il sorriso, sia l’esperto che ci gratifica sia quello che, come mi è accaduto proprio ieri per l’ennesima volta, ha battezzato con l’insopportabile “prosecchino” un Vintage 2000 Dom Perignon, (ma stavolta io me lo sono tenuto sotto venti minuti, una vera e propria full immersion che credo porterà i suoi frutti. Alla fine mi ha chiesto scusa, ma io gli ho detto “chiedete piuttosto scusa a Dom Perignon”…)
A parte le battute, bisogna poi dire che è molto piacevole riscontrare col tempo la sempre maggiore armonia con le persone con cui condividiamo l’office. Parlo degli chef, dei maîtres, dei camerieri e di tutti gli operatori con cui siamo chiamati a collaborare. Quando ho cominciato questa professione ricordo grandi difficoltà, tanta diffidenza e perfino qualche ostilità. Poi, pian piano, hanno imparato a conoscerci, ad apprezzare la nostra serietà, a capire che oltre ad essere le belle statuine ornamentali potevamo essere assai funzionali al servizio. La fiducia è ora scritta sui loro volti, e questa è la cosa che ogni volta mi rende più fiero. I rapporti sono cambiati e le sinergie portano sempre a risultati migliori. Come a Colonia, nell’ambito di Anuga -fiera internazionale dell’Agroalimentare- presso gli stands della Regione Campania, una bellissima esperienza di collaborazione tra noi dell’AIS ed il catering In Tavola.
Concludendo, desidero ribadire che queste mie brevi note non intendono essere un’autocelebrazione ma un sincero omaggio a tutte le persone che ci credono, che si adoperano e che per questo meritano il nostro ringraziamento, perché fanno bella l’Ais e, di conseguenza, danno onore a tutti gli associati. Basta citare un dato: la maggior parte dei corsisti dei primi anni si conquistano proprio in queste occasioni, e questo è un fatto, il resto sono chiacchiere. Ma un ringraziamento non è tale se non si specifica a chi è diretto, ed allora via ai nomi, rigorosamente in ordine alfabetico…

Gruppo storico alias “zoccolo duro”: Manuel Arrigo, Luigi Avallone, Savio Basilio, Enzo Bianco, Paride Cimbalo, Stefania Cozzolino, Lucia Cutillo, Elena Erman, Franco De Luca, Salvatore Di Meo, Gigi Esposito, Massimo Florio (responsabile gruppo servizi Ais Napoli), Nicola Francesca, Guido Fusco, Magda Garufi, Michela Guadagno, Alessandro Iannella, Imma Innocenti, Oreste Luongo, Francesca Martusciello, Giancarlo Moragas, Giorgio Napolitano, Gianni Pisa, Pino Savoia (responsabile gruppo servizi Ais Campania), Giusy Romano, Gianluca Serpico, Lucia Sichens, Fosca Tortorelli

Gruppo esordienti alias “Il buongiorno si vede dal mattino”: Livio Ascione, Massimo Luca Bolondi, Angela Bachetti, Domenico Brasiello, Enrico Bruzzano, Silvia Esposito, Lucia Filippetti, Rosaria Fiorillo, Salvatore Langella, Mauro Moragas, Enrica Necco, Enrico Nugnes…

…e tutti quelli delle delegazioni limitrofe che ci assistono all’occorrenza con spirito di abnegazione.

Infine, approfitto per augurare un felice Natale ai lettori del blog. Spero solo che Babbo Natale vi porti bei doni, ma anche che ritorni poi in Lapponia sobrio, perché se affronta con un minimo di distrazione via Marina perde due o tre renne e va a finire che, per la prima volta nella storia del creato, bestemmia al bambin Gesù.
Auguri a tutti!

Una settimana da Wine Trotter…

Pubblicato da aisnapoli il 14 Dic 2009

Di Tommaso Luongo

Cronaca di un’intensa e persistente settimana etilica da wine trotter appena conclusa. Si parte giovedi 3 Dicembre con il tradizionale appuntamento dell’ Enolaboratorio® ed una storica verticale con il mitico Barbacarlo di Lino Maga (il 1983 ha il passo sicuro e leggiadro di un’etoile di danza classica: straordinario!). Venerdi 4, mentre da Ciao Vino c’era la consueta programmazione del Winerdi con la lesson of English stavolta dedicata al Chianti, alla Mostra d’Oltremare si compiva il rito del taglio del nastro che celebrava l’inaugurazione di Terra Felix. Cinque giorni pieni zeppi di appuntamenti enogastronomici con la presenza significativa dell’Ais Campania a cui era affidata la gestione del bellissimo spazio dell’Assessorato all’Agricoltura dedicato all’Enoteca regionale: il Winebar e le degustazioni guidate in compagnia delle Strade del vino della Campania. Apre le danze Marco Starace con i vini di Ischia…ma venerdi è anche la prima giornata dell’Evento-Concorso “Terra Felix Enogastronomia in Campania”. Un serrato confronto non stop, a suon di prodotti tipici Dop campani, in compagnia degli allievi degli Istituti Alberghieri ed Agrari della Campania. Lacrime e sorrisi si alternano, senza soluzioni di continuità, a delusioni e soddisfazioni; qualche polso che trema, tanti visi tesi e la grande partecipazione della platea. Sono queste emozioni contrastanti a scandire il tempo che passa mentre la sfida, a colpi di presentazioni powerpoint, degustazioni e prestazioni da professionisti navigati, continuava a tambur battente: una coinvolgente esperienza umana e professionale. Sabato 5, in tarda mattinata, incursione a Terra Madre Campania ospite del drink team Luciano Pignataro e Mauro Erro e delle Piccole Vigne. Per l’Ais è il turno di Antonio Amato e i vini dell’enoteca di Salerno e dei vini del Vesuvio raccontati da Pasquale Brillante. Domenica 6 di fuoco: costretto a malincuore a rinunciare all’invito del sindaco di Tramonti non essendo in possesso della bilocazione (almeno per adesso, nda) ne approfitto per condurre la degustazione guidata dei vini dei Campi Flegrei con Francesca Di Criscio e Michele Farro e poi subito a seguire la terza giornata del concorso. Gustoso intermezzo con l’urlo di Quagliarella, che ha rimbombato tra gli stands affollati da migliaia di visitatori (…sorry per la divagazione calcistica, ma quando uno è tifoso è tifoso!). Franco De Luca e i Vini dell’Irpinia nel tardo pomeriggio. In serata, il meritato relax (!) con una riunione carbonara in quel di Sorbo Serpico al Marennà con Paolo Barrale a festeggiare gli chef stellati della nostra Campania (special thanks to Guido Ferraro) coccolato da una delle più autentiche cene gourmet degli ultimi tempi: i panini con la pancetta grigliata di Mario Carrabs, le pizze di Enzo Coccia, la pasta e fagioli di Giovanni Assante e i dolci di Carmen… Il lunedi 7 sempre presente a Terra Felix: tocca a Maria Sarnataro con i vini della Costa d’ Amalfi e della penisola sorrentina, a seguire la penultima prova del concorso e l’esordio di Tonia Credendino (bene, brava e continua così! ) con i vini della Terra di Lavoro. E non finisce qui…di corsa all’Hotel Oriente per la lezione sui cereali del corso Ais di terzo livello tenuta da Giovanni Ascione. Martedi 8 gran finale con la giornata conclusiva per le premiazioni all’Arena Centrale dell’eccellenza campana. Alle 12.30 sono di scena i vini delle Donne del Vino con Michela Guadagno e nel pomeriggio Gianni Aiuolo cala il sipario di Terra Felix con i vini del Sannio. La maratona personale si conclude mercoledi all’hotel Oriente con la lezione su Toscana e Liguria di Antonio Fusco per il corso di Secondo Livello.
Musica in abbinamento: prima pensavo fosse più adatta la wagneriana cavalcata delle valchirie (versione Apocalipse now) poi ho preferito scegliere l’italica fanfara dei bersaglieri per il naturale accompagnamento di un tour de force sicuramente “divertente” ma decisamente all’insegna della corsa più sfrenata!

Il report di Terra Felix

Pubblicato da aisnapoli il 13 Dic 2009

Di Franco De Luca

Di sicuro avrà influito l’ingresso libero per una manifestazione gastronomica tenutasi presso la Mostra d’Oltremare, erano anni che non si osservava un fenomeno del genere, un avvenimento davvero inusuale, c’è chi ha espresso un desiderio. Tuttavia il successo di Terra Felix non può essere relegato solo a questo. Dal venerdi 4 al martedi 8 dicembre è stato un crescendo di visitatori e questo accade di solito quando funziona il meccanismo del passaparola. D’altra parte il passaparola si sviluppa solo se, in maniera naturale e spontanea, si sente l’esigenza di comunicare agli amici l’esito felice di una passeggiata, la soddisfazione di aver trovato un ambiente interessante e formativo su uno degli argomenti più suggestivi e trainanti degli ultimi anni: la qualità a tavola. La fiera è stata molto ricca ed ha permesso di spaziare tra i vari angoli della “tavola”, che in questo caso erano molto più di quattro. L’ AIS Campania ha fornito il suo sostegno allo speciale evento guidando una serie di degustazioni che si sono tenute presso lo spazio Winebar dell’ Enoteca Regionale dell’Assessorato all’Agricoltura della Regione Campania. Lo stand era davvero interessante, si presentava in una architettura originale ed intrigante che ha immediatamente rapito tutti i visitatori. Opera di una giovane architetto messicano era sobria nelle linee ma nello stesso tempo vivace nei colori: bicchieri di ogni foggia sospesi nell’aria, sedute formate da fisarmoniche di cartone (in realtà cartoni filtranti per vino…), tavoli di carta con piani di plexiglas , panche di legno grezzo e sgabelli alti, conferivano calore e praticità all’ambiente. Inoltre, sulle paretine perimetrali ed in esposizione permanente, erano collocati i vini campani divisi per provincia ed ad una delle due estremità c’era il banco di degustazione dove era possibile naturalmente assaggiarli. Il servizio è stato magistralmente gestito da due sommelier isolani, Iris Romano delegata AIS Ischia e Tommaso Mascolo. Il banco funzionava in alternanza con le due degustazioni quotidiane previste, precisamente alle 12:30 ed alle 18:00, guidate da degustatori AIS Campania e legate alle varie anime enologiche campane con particolare riferimento alle “Strade del Vino”. Ecco come si sono svolte: Ha inaugurato il programma, venerdì 4 dicembre alle 18,00, Marco Starace che ha degustato una selezione dei vini d’Ischia a cura dell’ Associazione Strade del Vino e dei Sapori Isola d’Ischia. Sabato mattina è stata la volta dell’Enoteca provinciale di Salerno e dell’Associazione Strada del Vino Cilento Sapori e Storia rappresentata dal delegato dell’AIS Costa d’Amalfi Antonio Amato. Nello stesso giorno ma alle 18 invece si è parlato dell’Associazione Strada del Vino del Vesuvio e dei Prodotti Tipici Vesuviani con il delegato AIS dei comuni vesuviani Pasquale Brillante. Il connubio vino-territorio è così andato avanti nei giorni a seguire. Domenica 6 dicembre in particolare sono stati di scena i Campi Flegrei, con una degustazione a cura dell’ Associazione Strada del Vino Campi Flegrei e del Consorzio guidata dal delegato AIS Napoli Tommaso Luongo ed a seguire, alle 18:00, chi scrive ha invece guidato la degustazione vini della provincia di Avellino a cura dell’ Enoteca di Taurasi.

Continue Reading »

Laboratori di Cucina all’Ex Libris di preparazione alla cena di Natale

Pubblicato da aisnapoli il 12 Dic 2009

Di Phillys De Stavola
Per prepararsi ai festeggiamenti natalizi in cucina, l’Ex Libris a Capua (Caserta) ha avviato il mini-corso chiamato ‘Laboratorio di cucina’ in cui creatività e tecnica sono stati gli ingredienti principali in una riproposizione moderna di piatti natalizi della tradizione campana. L’edizione natalizia del ‘Laboratorio di cucina’ si è articolato in un ciclo di quattro lezioni tenute dalla chef Maria Mone ogni Domenica per cimentarsi nella realizzazione di un menù completo: dall’aperitivo e antipasto, passando per due primi, un secondo, un pre-dessert fino al dessert. Da una parte, le ricette proposte e spiegate con dimostrazioni e teoria replicabili durante le prossime festività a casa, con gli ospiti o con gli amici; dall’altra il vino, in abbinamento ai piatti con degustazioni guidate dai sommelier Mariateresa Lanza e Mimmo Natale, durante le quali sono proposti vini per fornire elementi di riconoscimento delle caratteristiche più importanti e per una più corretta degustazione.La cena conclusiva avrà luogo domenica 20 Dicembre 2009 alle ore 20:00 presso l’Ex-libris avrà luogo la cena finale durante la quale i partecipanti al corso presenteranno e spiegheranno assieme alla chef i piatti preparati.
Per info e prenotazione: tel. 0823-962097.
Ex Libris, C.so Gran Priorato di Malta, 25 Cortile Palazzo Lanza, Capua (CE)

I Vini d’Irpinia – Terrafelix, Naples, Italy, 6 December 2009

Pubblicato da aisnapoli il 10 Dic 2009

Di Karen Phillips
Through Ais Napoli (Association of Italian Sommeliers, Naples) I got hold of the wine tasting schedule for Terrafelix 2009. One event caught my attention. A wine tasting with wines from the Irpinia region(Avellino) led by sommelier Franco De Luca. I couldn’t miss it. I have written often of my love for Avellino, its wines and particularly aglianico. Franco presented 2 whites; a Greco di Tufo DOCG 2008 from Benito Ferrara and a Fiano di Avellino DOCG from Terradora. Three reds, Taurasis, from 3 different wineries were introduced to the public as well; Taurasi 2004 from I Capitani, Taurasi 2004 from Don Coriano and a 2005 from Manimurci. These Taurasis were nice but a little too young for me. I think I was spoiled after attending a tasting with Taurasis from Feudi di San Gregorio last month where we had wines from 1993, ‘99 and 2001 (here). What grabbed my attention, though, was a distilled drink presented by producer Salvatore Malerba from Montella (AV). An Acquavita produced from a chestnut called castagne del prete that is dried, toasted, and ground into a flour. As we experienced the aroma, Franco pointed out the fragrances of fruit in addition to the dried chestnuts. Then, we tasted it. What an astounding feeling of warmth that spread throughout my chest. I am not a big lover of chestnuts,or after dinner drinks either, but as I walked to Mr. Malerba’s stand afterwards, I became a fan of his Acquavite di Castagne.

Fonte: Andiamotrips

Serata Cilentana nel cuore di Napoli

Pubblicato da aisnapoli il 09 Dic 2009

Di Raffaella Fortunato
La location é una bella casa “di ospitalità”, dall’imprinting borghese ma con tocchi di design più sbarazzino: Casa Delle Foglie, nel cuore di Napoli, a due passi dal polmone verde dell’Orto botanico. Assieme a Wine&foto di Luciano Ferrara presento a nome di Kalagathòs belloE’buono costituenda associazione dal fine nel nome…un progetto “multisensoriale” dedicato a questa piccola “Patagonia” campana, una regione in cui poter fare un viaggio verso una dolce rarefazione! I vini sono quelli dell’Azienda “I Vini del Cavaliere” (Fiano Paestum, Cilento Aglianico, Spumante Nyx) accompagnati e raccontati dal titolare Giovanni Cuomo, quarta generazione ad occuparsi dell’azienda di famiglia. Assaggi di specialità cilentane: aziende tutte almeno da citare. Nodini di fiordilatte e caciocavallo podolico del Caseificio Capodifiume/Rettifilo di Capaccio; ovoline e ricottine della Masseria D’Elia di Fonte di Roccadaspide, Miele biologico…millefiori, cardo e castagno de “Il fuco d’oro di Roccadaspide, Yogurt della Tenuta Vannulo, salsiccia di bufalino del consorzio Al.ba., pane di grano integrale del panificio Barrella di Roccadaspide, olio biologico non in commercio al pubblico Luigi Senatore da Castel San Lorenzo…. Sono prodotti (e persone) che conosco una ad una perché il Cilento è la terra che mi ha vista nascere e che, senza fretta(!) mi vedrà partire, non senza aver prima confessato di aver vissuto..!Small and elegant exposition di foto di Luciano Ferrara. Small and elegant exposition di “Recuperati ad arte” da materiale ultrapovero de l’ “Antica Bottega” di Antonella Fortunato in Roccadaspide.Breve, ma appassionata ed intensa performance musical poetica di Annamaria Sica accompagnata alla chitarra da Fabio Mastroianni.Roccadaspide é il posto dove sono nata e dove ho il mio “shelter” nel contesto di una grande amata casa di famiglia.Il Cilento é terra mia ma non l’amerei di amore “pubblico” se non ne fosse oggettivamente meritevole.Mi sembra si sia stati bene…..Menzione speciale al bravo sommelier Ais Napoli, Paride Cimbalo: il bellissimo tavolo “quadrotto” molto design di Casa Delle Foglie non era l’ideale per il servizio che, even thath, é stato impeccabile.

Special thanks to:
I vini del Cavaliere dell’azienda Cuomo
Ais Napoli nella persona del suo delegato Tommaso Luongo

Le Champagne est comme le Chat

Pubblicato da aisnapoli il 02 Dic 2009

Di Luca Massimo Bolondi
gatta_stelle.jpgLo champagne è come il gatto, elegante, flessuoso, …e ha sette vite. Viene da declinarlo al femminile, la champagne, poiché un vino complesso e capriccioso, che ammalia sin dallo sguardo e al finale ti lascia beato e insoddisfatto (ne vorresti sempre e non ti basta ancora) incarna l’eterno femminino, è archetipo di fascino e voluttà, fa poesia con seta e con brillanti. Vino nobile della società borghese, è il protagonista dei menu di prima classe a bordo dell’Orient Express, poi della Queen Elizabeth, poi del Concorde. Come il gatto, è un nobile vagabondo e democratico, capace di abitare con pari eleganza i salotti di corte e le abitazioni urbane. E il mondo della di lui produzione non è da meno. Da sempre dominato da grandi maison blasonate e da grandi produttori, le leggi del marketing lo classificano un mercato maturo e chiuso all’ingresso di nuovi competitori; ma ecco che negli anni ’80 un négociant-manipulant, ovvero un privato titolare di una casa senza terra che vinifica con uve di terzi, manda a gambe all’aria i canoni del sistema. Le citoyen Bruno Paillard, inquieto champagneur di terza generazione, avvia un percorso di elevazione qualitativa che lo porta in un decennio (tempo brevissimo, per il mondo del vino) a macinare riconoscimenti e incassar gran stima. Incontrato dapprima a Città del Gusto e poi in una lezione-intervista-degustazione all’enoteca Ciao Vino ospiti di Fabrizio Erbaggio (qui e qui), maitre Bruno ha dispensato a piene mani perle di enoica smaliziata saggezza. In primis, il lato narcisista del successo nelle nobili bollicine: perché lo champagne ha (quasi) sempre nome di persona? Chi opera nello champagne sposa una tradizione, ha per naturale vocazione la qualità e per naturale obiettivo l’eccellenza, altrimenti farebbe meglio a cimentarsi con vini fermi. E ha piacere a metterci la faccia, ovvero il proprio nome, come marca di stile. Chi fa lo champagne è l’assembleur, che impiega i vins de réserve i custoditi nella casa. Ecco perché un grande champagne non può nascere in breve tempo. La pratica dell’assemblaggio è quella che garantisce una qualità e uno stile organolettico costanti nel tempo, rimediando alle difficoltà delle annate meno felici mediante accorto sposalizio con quelle benedette. E ci sono maison che custodiscono annate antiche per mantenere, aggiungendolo, il tocco di stile. Per questo motivo la produzione principale è sans année, senza indicazione d’annata. Poi ci sono i millesime, le vendemmie gloriose, con uve tanto buone da meritare che parte della produzione vada vinificata a sé e permetta di registrare l’anno di grazia in etichetta. Una grande maison gioca su più tavoli, ma sempre di persona.Secondo, il percorso di marketing: il successo dell’inquieto champagneur è giunto grazie a una ricetta apparentemente semplice. Quale?
Lo Champagne secondo Bruno Paillard, libretto d’istruzioni.
1. seleziona le uve migliori dai cru migliori, avendo cura di stipulare con i conduttori dei cru contratti di acquisto a lungo termine per garantirti una continuità qualitativa;
2. impiega solo la premier presse, che consiste solo nel 55-60% del mosto ma ti premia con grande limpidezza, che ti evita manipolazioni successive per chiarificare, e con l’estrazione solo dei migliori caratteri gusto-olfattivi;
3. sfida il disciplinare e allunga la maturazione, portando la permanenza sui lieviti da 15 a 36 mesi;
4. mantieni basso il dosaggio di zuccheri, portandolo a 5-7 grammi a litro quando la legge pone un limite a 15 e gli altri ci stanno a filo;
5. sfida il tempo, dopo la sboccatura riporta la bottiglia in cantina e concedile un riposo di affinamento misurato in lustri, rigorosamente alla temperatura costante di 10,5°C e a umidità controllata.
Non trascurare la sboccatura è fondamentale. Nel lessico degli champagneurs non si parla di degorgement ma di operation, come di un intervento chirurgico. E come dopo ogni intervento, è di prassi un periodo di convalescenza, più breve se il paziente è giovane e più lungo se è avanti negli anni. Questione di difese immunitarie nell’uomo, questione di riequilibrio dei componenti chimico-fisici nel bullicante vinello. La bocca lo premierà. Secondo Paillard, per il palato il non plus ultra non è l’effervescenza bensì la crémance, che racconta dei metodi di cantina e del successo della cura post-operatoria.
Terzo, perché maitre Bruno ci tiene alla metafora delle sette vite? La risposta viene in degustazione.
Premette che, per degustare, all’occhio servono il bianco e il nero. Uno sfondo bianco per riconoscere il colore, uno sfondo nero per osservare il perlage. Poi, attenzione alla temperatura, perché ancor più vale la regola che se un vino caldo butta fuori più sentori lo champagne caldo è un’offesa mortale al gusto. Ogni degustatore sa che i sentori di un bianco pérlant sono pensati per la sua temperatura giusta. Infine, le sette vite. Sette stadi di iniziazione alle gioie del tempo che scorre, sette note distintive a comporre una scala di riconoscimenti: la frutta, i fiori, la frutta secca, il forno, il pan di spezie, i canditi, la torrefazione. Ad ogni soglia temporale, misurabile in tre-quattro anni, si aggiunge un sentore a quelli già avvertibili. Un lento lavoro di accumulazione olfattiva. Così, alla soglia della maggiore età, madame pétillant si laurea gatta di corte con una tesi sull’eterno ritorno. Il relatore, monsieur Paillard, conclude affermando che stappare anzitempo un suo champagne è come commettere un infanticidio. Quindi, attendere e fare le fusa alla bottiglia.Qualcuno in sala ha chiesto il prezzo. Quando ti arriva sul tavolo una bottiglia che ti ha aspettato tanto a lungo da reggere il confronto di Penelope con Ulisse, e che ad occhio naso e palato canta un’ode omerica, non ti curi del conto. Un viaggio meno lungo e fatto in seconda classe costerebbe di più.

I Vini naturali…

Pubblicato da aisnapoli il 27 Nov 2009

Di Vincenzo Colonna*

coccinella.jpgMancano poche ore all’inizio di “Parlano i Vignaioli” (Domenica 29   e Lunedi 30 p.v. nella splendida cornice di Villa Signorini ad Ercolano) e con quest’articolo, a firma di Vincenzo Colonna (agronomo e sommelier Ais Napoli), riprendiamo il tema, sempre pronto a dividere gli enoappassionati,  dei vini naturali et similia. Nel Maggio 2007 con la manifestazione L’Elogio dell’Imperfezione  alle Terme di Baia il nostro piccolo contributo al dibattito… (T.L.)

Cari enoappassionati cercheremo oggi di sviluppare qualche riflessione su un argomento attorno al quale v’è un crescente interesse: i “vini naturali” o “vini artigianali”… Il tema affascina senz’altro chi ricerca nel vino soprattutto un legame con la natura che la vita moderna tende invece a mortificare. E cosa c’è di più naturale del prodotto della fermentazione naturale dell’uva? La risposta a questo semplice quesito ci porta al punto centrale dell’argomento, ovvero al motivo che ha spinto tanti produttori di vino a rivedere il loro rapporto con la terra ed i suoi frutti maturando in essi la necessità di riappropriarsi della naturalità del loro lavoro. Hanno sentito l’esigenza di smettere l’uso ingiustificato di prodotti chimici che l’industria li aveva convinti a fare per perseguire la falsa idea che fossero tali prodotti fossero indispensabili per ottenere un prodotto di qualità. La tecnologia e il progresso che si sostituivano ai metodi della tradizione, tutto in nome del progresso! Ma ritorniamo al discorso iniziale. Dicevamo dell’uva e di come il vino ci sappia donare delle sensazioni del tutto particolari in quanto frutto sapiente della tradizione di vinificazione che da secoli tramandata di generazione in generazione. Pensiamo alla magia che spesso si crea dinanzi ad un vino che ha il potere di proiettarci con la mente al di fuori della realtà, tra filari d’uva incorniciati in splendidi paesaggi collinari in una fuga virtuale da quella realtà che invece ci ancorerebbe con forza al suolo, realtà fatta di smog e traffico cittadino, beghe condominiali e lunghi momenti spesi in fila alla cassa del supermercato.L’universo vino è anche questo, ti avvicina alla natura, all’uva e alla terra che l’ha generata, ti immagini le mani sapienti che hanno curato i preziosi grappoli, pensi alla vita brulicante sui grappoli d’uva in forma di microscopici lieviti che si adoperano per trasformare lo zucchero in alcool.L’argomento dei vini cosiddetti naturali è vasto e complesso ma proveremo qui ad affrontarlo in una maniera il più lieve possibile a beneficio di quanti vogliano approfondirvisi senza correre il rischio esserne annoiati da argomenti a carattere eccessivamente tecnico. Prima di addentrarci in questa chiacchierata è opportuno premettere che la dicitura “vini naturali” non va intesa come un attestato di merito di per se, perchè non ne certifica la qualità in senso assoluto ma si riferisce piuttosto al processo che ha permesso l’ottenimento di quel vino. A determinare la qualità entrano in gioco tali e tanti fattori correlati tra loro che sarebbe riduttivo pensare sia sufficiente ridurre al minimo l’intervento da parte dell’uomo in ogni fase della produzione del vino per conseguire la qualità.

Continue Reading »

Limerick

Pubblicato da aisnapoli il 24 Nov 2009

By  Luca Massimo Bolondi

poeta-appassionato.jpgThere was a wine maker from Graves
who tried to make wine with no grapes.
But when from the cask
was filled up the flask
the wine washed his face off the mask
and buried his fame into Graves.

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
Il limerick è un breve componimento in poesia, tipico della lingua inglese, dalle ferree regole (nonostante le infinite eccezioni), di contenuto puntualmente nonsense e preferibilmente licenzioso, che ha generalmente il proposito di far ridere o quantomeno sorridere.Un limerick è sempre composto di 5 versi, di cui i primi due e l’ultimo, rimati tra loro, contengono tre piedi e dunque tre accenti (”stress”), il terzo e il quarto, a loro volta rimati tra loro, ne contengono solo due. Le rime seguono dunque lo schema AABBA.Nel limerick più comune il primo verso deve sempre contenere il protagonista, un aggettivo per lui qualificante e il luogo geografico dove si svolge l’azione, mentre i restanti versi sintetizzeranno l’aneddoto e nell’ultimo verso (solitamente) viene richiamato il protagonista, magari definendolo meglio.

P.s. Stavolta Luca si cimenta in un breve (ma intenso…) componimento poetico nella lingua di albione dedicato a Fabrizio Erbaggio, a Karen Phillips che tanto entusiasmo spendono, insieme a Vincenzo Di Meo, nell’organizzare e condurre i Winerdì.

Foto: Poeta Appassionato di Giorgione, Galleria Borghese. Roma

Verticale “milanese” di Amarone della Valpolicella “Campo dei Tìtari”, Azienda Agr. Brunelli

Pubblicato da aisnapoli il 24 Nov 2009

amarone-brunelli.JPGAlessandro Marra dal settimo piano della Rinascente di Milano ci racconta di una verticale  di Amarone “all’ombra della Madunina”…(T.L.)

Di Alessandro Marra

Un’altra serata emozionante, quella dello scorso 9 novembre all’ YN Vineria della Rinascente a Milano, che ha visto come protagonista l’Amarone della Valpolicella.Qualche faccia conosciuta, qualche volto nuovo per me, in tutto una quindicina di persone e posti disponibili esauriti in pochi giorni. In cabina di regia, Camillo Dehò, che ha aperto la serata con due parole sull’azienda e sui vini in degustazione. 1936: è l’anno di fondazione. L’azienda, oggi condotta dall’enologo Luigi Brunelli e dalla moglie Luciana, è situata a San Pietro in Cariano (paese che deve il suo nome alla famiglia romana Cariae), nel cuore della Valpolicella Classica. I vigneti di proprietà si estendono oggi per circa 10 ettari e la produzione complessiva si attesta intorno alle 100mila bottiglie l’anno. 6: le annate in degustazione della riserva “Campo dei Tìtari”, non più di 4000 bottiglie prodotte soltanto in annate particolari e ottenute con una cuvée diversa da quella tradizionale, che prevede un 10% di sangiovese in aggiunta a corvina e rondinella (rispettivamente al 60 e 30 per cento).I grappoli, raccolti a mano, vengono fatti appassire in fruttai a temperatura e umidità controllate fino a perdere il 40% circa del peso iniziale. Dopo la pigiatura, la fermentazione avviene a basse temperature per circa 40 giorni; seguono la maturazione in barriques nuove per 36 mesi e, dopo l’imbottigliamento, l’affinamento per altri 8 mesi prima della messa in commercio.Dicevo, sei annate. Ve le ripropongo così, come le ho viste io, in tre mini batterie che sarebbe stato difficile pronosticare all’inizio: 2004/2003, 2001/1996 e 2000/1997.

2004: la trama del colore rosso rubino mostra un bel gioco di trasparenze. La “zaffata” iniziale è forte, i profumi sono complessi e molto eleganti: cioccolato, a seguire frutta rossa (ciliegia), noce moscata, in chiusura fiori rossi ed erbe officinali. Il sorso è secco; l’ingresso al palato è piuttosto morbido, merito anche dell’importante nota alcolica che poi è il tratto comune di tutti i vini in degustazione. Il tannino lavora “in sordina” ed è diluito dalla discreta sapidità e, soprattutto, dalla freschezza. Il gusto è intenso, chiude con un lungo ed elegante finale di frutta, fiori e, soprattutto, cioccolato.

2003: la tonalità del colore è pressoché la stessa del precedente millesimo. L’impatto olfattivo sembra essere un po’ più intenso ma è forse meno durevole. La maggiore pungenza dell’alcool, figlia di un’annata torrida, non lo penalizza in termini di eleganza. Un’eleganza che è però diversa, più spostata verso il tostato, la confettura di amarena e le spezie forti, il rabarbaro e il caffè, la viola appassita. Come era lecito attendersi, in bocca è più caldo e anche più tannico. La freschezza è sensibilmente inferiore e anche per questo l’ingresso al palato sembra essere più morbido. Il finale è pieno anche se, forse, non ha la stessa eleganza del fratellino minore.

2001: il colore vira verso sfumature più mature di rosso rubino, sempre caratterizzate da una buona luminosità. Quanto a intensità dei profumi, non c’è storia con i due precedenti millesimi, ai quali si lascia preferire anche per maggiori complessità ed eleganza. Ha una marcia in più; è quella nota balsamica sullo sfondo che fa la differenza e arricchisce ulteriormente un bouquet prezioso, in cui si intrecciamo ricordi di amarena e fiori rossi, di cioccolato e spezie, che ritornano puntualmente al palato. In bocca mostra una straordinaria coerenza espressiva. Il gusto secco ha morbidezza e potenza, è forse quello che più ricorda la fierezza del cavallo padronale da cui prende il nome. Persistenza lunga di frutta e fiori, afflati balsamici e una lieve nota tostata.

1996: gli anni dichiarati in etichetta non li dimostra, almeno stando al colore che è un intenso rosso rubino. Se si presta attenzione ai residui nel bicchiere, invece, ci si accorge che qualche annetto sulle spalle ce l’ha eccome. Il bigliettino da visita all’olfatto è forse il più intrigante e si esprime inizialmente su note di china e su numerose sfumature di cioccolato. Il naso è intenso e di buona complessità, ma come poi il 2000 forse il meno elegante: lampone, ribes rosso e poi, soprattutto, spezie. Deciso l’impatto, secco e morbido; il tannino è rotondo, la persistenza aromatica è intensa e incentrata sul susseguirsi dei sentori balsamici e vegetali, di cioccolato e di frutta rossa.

2000: anche in quest’annata, la scarsa luminosità del colore (rosso rubino con riflessi granati) sembrerebbe preannunciare uno stato di forma non proprio smagliante. Ipotesi che parrebbe essere confermata anche dalla minore eleganza di un bouquet sempre e comunque di grande impatto ma penalizzato forse dall’eterna alcolicità e da una lieve ossidazione. In bocca, invece, sorprende per naturalezza, ribalta il pronostico e si esprime a ottimi livelli; ricompaiono puntualmente le sensazioni di confettura di frutta rossa molto matura, di cioccolato e di vegetale, sullo sfondo la lieve ossidazione dell’olfatto. Il sorso denota una buona morbidezza e giova dell’apporto rinfrescante di acidità e sapidità.

1997: il colore è rosso granato ma è un po’ spento; qualche residuo nel bicchiere, nella norma considerando l’età anagrafica. Non particolarmente intensi i profumi ma discretamente eleganti. Frutta rossa matura, terriccio, sottobosco, mallo di noce; le note balsamiche e vegetali completano il bouquet. Al palato è secco, mostra il nerbo e la potenza del tannino, ben diluito dalla buona freschezza del sorso. La persistenza è apprezzabile, sulle stesse frequenze dell’analisi olfattiva, con espliciti richiami ai toni cioccolatosi e balsamici.

Molto suggestivo e curato l’abbinamento proposto da Camillo, uno stufato di asino alla corvina veronese e polenta che io ho sinceramente preferito con i vini della batteria centrale. Certo non eravamo davanti al solito Amarone iperconcentrato e pompato (anche se il prezzo è quello che è, almeno 50 euro a bottiglia). Rimangono, però, le mie perplessità in generale sulla piacevolezza e sulle difficoltà di abbinamento a tavola del vino di punta della “valle delle molte cantine” (questo il significato del termine di origini latine “Valpolicella”). Sarà che le delusioni passate mi hanno fatto riflettere sulla crisi d’identità di un vino che è in molti casi sempre più “costruito” per assecondare le mode d’oltreoceano. Sarà che nel corso della recente visita in terra di Valpolicella ho potuto vedere con i miei occhi che “ormai hanno piantato amarone ovunque” (e scusate l’inesattezza della frase, ma è per capirci…). Fatto è che l’Amarone (in odore di riconoscimento della denominazione di origine controllata e garantita) è oggi, a mio avviso, un vino sopravvalutato, più “caro che raro”, benché sia proprio quello l’Amarone che si propongono di difendere le dieci “Famiglie dell’Amarone d’Arte”. Detto che, comunque, non è sicuramente positiva l’attuale “spirale suicida di prezzi al ribasso” di cui ha parlato anche Franco Ziliani sul suo blog “Vino al Vino” (QUI). Scusate: ma è forse troppo chiederne uno “buono, raro e, magari, nemmeno troppo caro”?!

Aglianico e Aglianico: Speciale Enolaboratorio® sulle piccole vigne del Vulture

Pubblicato da aisnapoli il 18 Nov 2009

Di Mauro Erro

piccolevignevulture1.jpgPartiamo con alcuni dati demografici dei paesi più piccoli che rientrano nella denominazione di origine dell’Aglianico del Vulture, confrontando i numeri del censimento del 1961 e quello del 2001. Paesi come Maschito, vedono la propria popolazione scendere dalle circa 3.500 unità alle 1800, Barile dalle 4.200 unità alle 3.000, Ripacandida dalle 4.000 a poco più di 1.700, Ginestra dalle 1.600 unità a circa settecento anime. Se continua così, paesi come Ripacandida o Ginestra tra quarant’anni saranno paesi fantasma e le loro vigne saranno inesorabilmente divorate dai boschi. È per questo che l’ Enolaboratorio® , (una rassegna nata tre anni fa dall’idea di Fabio Cimmino e Tommaso Luongo, oltre che del sottoscritto che la cura con Adele Chiagano in collaborazione con la delegazione di Napoli dell’Associazione Italiana Sommeliers), un progetto nato per valorizzare la diversità vitivinicola non poteva non incontrarsi con le Piccole Vigne, manifestazione ideata da Luciano Pignataro e diretta dallo scrivente, che della diversità si fa strenua difensora. E quale migliore occasione per parlare del re dei vitigni del sud, ad Aglianico e Aglianico? È per questo, per la rilevanza culturale del discorso, che questo post è in diretta a reti unificate (Rai 1, Rai 2, Rai 3 :-) ). Diversità, scrivevamo, antropologica, culturale, colturale e agricola che difendiamo e tentiamo di valorizzare. Ed è da qui che siamo partiti nel racconto, nell’affrontare il tema agricolo partendo dai dati, per difendere e valorizzare il piccolo, il prodotto autentico, che solo ideologicamente si contrappone ad un ipotetico concorrente più grande, ma che in realtà, sapendo guardare ad un orizzonte più ampio che il proprio piccolo orticello, si misura(no) con un mercato globalizzato. Lasciando ad altre occasioni più consone gli approfondimenti in tema, passando agli argomenti tecnici che più ci riguardano, ricordiamo a chi ci legge che è soltanto di qualche giorno fa la notizia che la Giunta regionale della Basilicata ha approvato la proposta per ”Lo stato di crisi di mercato del comparto agricolo lucano”, a supporto della richiesta da avanzare al Governo per usufruire dei benefici ex art.1 bis della legge 71/2005. Rimanendo al discorso vino, basti pensare, per avere solo in parte un’idea di ciò che diciamo, alla mancanza di un mercato di prossimità in Basilicata per questo prodotto agricolo. Il capoluogo di regione, Potenza, conta a stento 70.000 abitanti, quanto all’incirca il quartiere Vomero di Napoli, uno dei meno popolosi del capoluogo partenopeo. In Basilicata le enoteche specializzate si contano su una mano e, se non fosse per uno sparuto gruppo di ristoranti, l’aglianico del Vulture verrebbe commercializzato quasi esclusivamente “all’estero”. È per questo che consigliamo chi ci legge di visitare la Basilicata più volte durante l’anno, per godere delle sue bellezze infinite e per comprare i suoi vini ché, se ben scelti, rappresentano spesso, anche per noi, un buon affare.

Il Territorio

terreni.jpg(Foto: In alto, Rionero e Ginestra. Le due in basso sono di Maschito)

Il Vulture è una zona che si estende nella parte nord della provincia di Potenza, a ridosso del monte Vulture, un vulcano dormiente, attivo fino al Pleistocene (da 1,8 milioni di anni fa a 11.700 anni fa) superiore. Potendo con sicurezza affermare di conseguenza che la matrice dei terreni è vulcanica, osserviamo che vi sono da zona a zona, da comune a comune interessati dal disciplinare di produzione, alcune differenze.Differenze dovute, ovviamente, alle diverse epoche di eruzione del vulcano, alla mutazione nel tempo, in seguito a processi chimici, del magma e, conseguentemente, del tipo di roccia vulcanica, delle diverse bocche o caldare d’uscita (come quelle ad esempio ricoperte oggi da acqua, ossia i laghi di Monticchio), dei tipi di attività, sia di natura eruttiva che effusiva: tanto è che la storia del Vulture, viene suddivisa dai geologi sulla base dell’ordine di successione stratigrafica dei prodotti e dei caratteri petrografici degli stessi in tre periodi (Vulture Primordiale, Vecchio Vulture, Giovane Vulture).Le altimetrie sono importanti, in media sono abbastanza alte quelle delle vigne (tra i 400 e i 600 metri s.l.m.), le precipitazioni non rilevanti come lo è, invece, l’escursione termica, che porta la notte il termometro a temperature fresche d’estate e molto rigide d’inverno.

Il Vitigno

Originario della Magna Grecia, l’Aglianico ha foglia media, pentalobata, pagina superiore glabra, grappolo medio, abbastanza compatto, non sempre alato, cilindrico o conico, acino medio-piccolo, forma sferica; buccia molto pruinosa, di colore blu-nero, di poca consistenza e medio spessore. La pianta ha buona capacità di sintesi zuccherina, il vitigno cospicua materia colorante e ottima acidità, vigoria medio-alta, produttività abbondante e costante. L’epoca di vendemmia è media o tardiva (sino ai primi di novembre). Si contano almeno 4 cloni nel Vulture: il VCR 11 e il VCR 14 del 1997 e il VV 401 e il VV 404 del 2005, senza contare i cloni taurasini che, talvolta, anche qui trovano dimora. Circa i portainnesti non disponiamo, ahinoi, d’informazioni sufficienti. Non si tratta di sola colpa, ma anche del fortuito caso: la quantità di vigna di età avanzata, dai trenta ai sessant’anni, è ancora cospicua. A quell’epoca determinate informazioni risultavano spesso irrilevanti e non sono giunte a noi che ci “accontentiamo” della superiore qualità del vino prodotto da queste piante, godendone in questa beata ignoranza.

La Degustazione

Iniziamo da un aspetto tecnico ed organolettico affrontato subito durante la serata, che riguarda i vini, visto il tipo di “terroir” in questione. Nella letteratura di settore, il termine mineralità è paragonabile all’immagine della Madonna di Pompei nell’iconografia sacra: c’è sempre. Non c’è nota degustativa in cui manchi, persino ad un “vino” novello la si attribuisce. Pur riconoscendo il valore letterale del termine nell’identificazione e definizione di alcuni caratteri organolettici, sottolineiamo, per un uso più consapevole e privo di effetti indesiderati, che non esiste ad oggi alcuno studio scientifico che dimostri la diretta corrispondenza tra minerali presenti nel terreno e nel vino. Tale associazione è frutto dell’immaginazione del degustatore, un’ipotesi se volete, sicuramente romantica. In un malinteso concetto di terroir, pur riportando i dati acquisti per dovere di cronaca (oltre il materiale fotografico ci limitiamo, in modo molto superficiale, scrivendo che si va dai Tufi chiari subaerei - le formazioni piroclastiche più antiche - generalmente non stratificati, colore da grigio chiaro a giallo bruno chiaro, a materiali coerenti caratterizzati da pomici in quantità variabile, frammenti di minerali di rocce ignee e sedimentarie, riferibili alle manifestazioni iniziali (Pleistocene Inferiore), alle rocce di colore variabile dal grigio scuro al nero, compatte di Rapolla, ai tufi scuri a Rionero e Barile, fino alle sabbie grigie, gialle e rossastre, con incrostazioni e livelli travertinosi con presenza di lapilli grossolani di Venosa di epoca più recente), i dati non trascurabili in relazione ai terreni sono la granulometria, per capire il rapporto tra acqua e pianta, la pendenza, le altimetrie e soprattutto il ph dei terreni per un corretto assorbimento dei nutrienti e perché non si verifichino carenze. In questa zona si tratta di un ph da mediamente ad altamente alcalino. Quanto ai vini, abbiamo scelto etichette che rappresentassero al meglio le differenze territoriali, scelte in annate diverse, con filosofie o affinamenti diversi: dal legno piccolo, a quello grande, fino al cemento. Tutti si sono mostrati abbastanza immediati, ben eseguiti, anche se alcuni seguivano uno sviluppo prevedibile, un po’ demodé se volete. Ed è questo il lavoro prioritario che attende le aziende vulturine, tutte queste nate dopo il 2000, con qualcuna che ha alle spalle solo una o due vendemmie: colmare il gap temporale che le separa da buona parte della vitivinicoltura italiana. L’ordine delle note segue quello di servizio.

Zimberno 2005, Michele Laluce
Rosso rubino cupo di belle trasparenze, abbisogna più degli altri di ossigenare. Dopo le note di riduzione si apre su un affascinante timbro minerale ematico a cui si affiancano note di frutta appena accennate, floreali e di spezie, una scia agrumata un po’ sfrangiata ed erbe aromatiche. Buono lo sviluppo al palato giocato sulla bevibilità, corpo stretto e acidità sostenuta. Nell’evoluzione nel tempo speriamo per una maggiore complessità.

Eleano 2004, Eleano
Si mostra più immediato del precedente, con maggiore consistenza materica al naso, risultato imputabile, con buone probabilità, anche all’annata felice, nonostante sia stata non facile. Ottimo equilibrio di un prodotto classicheggiante tra frutta succosa e sviluppo terziario. Al palato ha ottima dinamica, chiude il sorso sapido e abbastanza lungo.

Camerlengo 2005, Camerlengo
Buona pulizia olfattiva e netto il sentore di prugna matura, preponderante che sovrasta i flebili rimandi di gas, sottobosco, tabacco, legna arsa e camino. Fatto di chiaroscuri, ha sicuramente buona materia, un po’ imprigionata dal legno che lo priva di slancio rendendolo nel tempo un po’ monocorde. Al palato ha comunque buona agilità, sapidità nel finale, dove chiude con un leggero sbuffo alcolico. Netta la nota di polvere di caffè a bicchiere vuoto.

Shesh 2006, Lelusi
Il colore è quello meno vivace della batteria. Aspettiamo una nuova occasione per assaggiarlo, soprattutto in altra annata. Questo, per adesso, al naso non è andato oltre l’ingerenza del legno e un deciso sbuffo alcolico, mentre al palato, dopo un ingresso anche di buona tensione si è perso nel suo sviluppo gustativo per via di un’acidità elevata, rigida, citrina, che ha chiuso il sorso “limonoso” prima di un deciso ritorno alcolico.

Serra del Prete 2007, Musto – Camerlitano
È il più concentrato nel colore raggiungendo toni purpurei. È divertente il suo modo di raccontarsi visto l’affinamento in solo acciaio e cemento, che colpisce la platea più di tutti nei suoi toni freschi di frutta e di tabacco biondo dolce. Al palato è fresco di buona dinamica, di corpo consistente, lasciandosi andare solo nel finale per un pizzico di alcol. Tannino non del tutto domo.

400some, Carbone
È quello che ha bisogno di maggior tempo per esprimersi insieme allo Zimberno. Tra tutti è sicuramente quello più indietro nella sua evoluzione e paga soprattutto il legno non ancora integrato. Oltre le note fumé e di legna arsa, un interessante sentore di cuoio, di frutto scuro, poi tabacco e funghi. Al palato si riverberano le impressioni avute al naso, il sorso si chiude sapido. A bicchier vuoto, netta e pulita la nota di frutta.

Report La Scolca Verticale Gavi dei Gavi

Pubblicato da aisnapoli il 09 Nov 2009

Di Mauro Erro

Di su la torretta guardavi lontano; vedevi le genti e i mercanti con i loro carichi di lana e armi venire per le mulattiere, passare per Rovereto percorrendo la via del sale puntando a Genova e al mare. Di lì il “marino” che soffiava dalla Liguria lo avvertivi intenso e profumato di mediterraneo. Da quella cascina, postazione di vedetta sull’appezzamento dall’antico toponimo Sfurca, guardare lontano, appunto, la vigna dominerà l’orizzonte molte centinaia d’anni dopo l’epoca di Carlo Magno.

Tenuta La Scolca

Il distretto vitivinicolo di Gavi si colloca all’estremo sudorientale del Piemonte, a non più di tre quarti d’ora d’auto dalla città di Genova, a ridosso dell’Appennino ligure e della provincia genovese: un’appendice storica di Liguria, insomma, in terra Piemontese. Basterebbe girare per Gavi, ammirare le ville sparse nelle campagne o i palazzi storici del borgo antico di Novi Ligure appartenute alle più potenti famiglie genovesi per rendersi conto di come questa zona sia stata da sempre rifugio autunnale dell’aristocrazia e dell’alta borghesia genovese che preferiva ritirarsi nella serenità di questi spazi aperti e coltivabili. Cosi fu anche per Gianbattista Parodi, imprenditore, importatore di giocattoli, che nel 1919 acquistò la Tenuta La Scolca, a Rovereto, come buen retiro in campagna. Qui, da allora, in questa tenuta che oggi conta circa 50 ettari, in parte in affitto, si è sempre coltivato il cortese, vitigno a bacca bianca dalla spiccata acidità che, almeno fino a poco dopo la seconda guerra mondiale, era acquistato dalle grandi industrie spumantistiche della regione come base delle loro cuvèe. L’azienda vera e propria diventa principale reddito della famiglia solo dopo la seconda guerra mondiale, intorno gli anni ’50, quando vengono etichettate le prime bottiglie. Questo decisivo passo si deve alla lungimiranza e al fiuto commerciale di Vittorio Soldati, fino ad allora dirigente della Olivetti, che sposò Federica Parodi, una dei sei figli di Gianbattista, che si rifiutò di vendere i mosti alle grandi industrie spumantistiche che iniziarono a dirottare il loro interesse verso l’Oltrepò Pavese, oggi colonizzato.L’Etichetta Nera, il Gavi dei Gavi, marchio registrato per differenziarsi dal Gavi di Gavi, e dal cortese di Gavi prodotto negli altri 10 comuni della Denominazione, vedrà la luce per la prima volta con la vendemmia 1969. A quell’epoca Giorgio Soldati, figlio di Vittorio, bocconiano dedito al vino, era già in azienda. Ne prenderà le redini pienamente nei primi anni settanta. Quattordici anni dopo, nell’83 nascerà il D’Antan, il vino dell’etichetta nera lasciata affinare sur lie per circa dieci anni in acciaio. Piccoli numeri, una provocazione per dimostrare come possa invecchiare benissimo il cortese. Dal 1995 a Giorgio e Luisa si è affiancata nella conduzione dell’Azienda la figlia Chiara, quarta generazione di una famiglia di viticultori visionari.

Il Paesaggio

La frazione di Rovereto a dieci minuti a Nord-ovest di Gavi è da sempre, grazie anche a Tenuta La Scolca che ne ha alimentato la fama, considerata come il Grand Cru del Gavi. Si tratta di una piccola frazione con non più di 150 abitanti e vigne a perdita d’occhio: una coltivazione intensa dove il cortese (la presenza di altre uve – dolcetto e barbera – è pari al 2%) domina sovrano.Nello specifico parliamo di una collina posta a circa 300 metri sul livello del mare, con un’esposizione ottimale che va da est a ovest, a 180° gradi, pieno sud, con una pendenza dei terreni che arriva sino al 30%. I terreni sono principalmente marnosi con una forte componente argillosa e alta presenza di ferro, il che già all’occhio esperto, nelle sfumature che vanno dal bianco al rosso scuro, rivela i modi d’intervento. Difatti, nei nuovi reimpianti, i portainnesti possono variare molto, avendo cura, nei terreni con maggiore componente d’argilla di utilizzare quelli che abbiano un apparato radicale più profondo, almeno sotto il metro, affinché nei mesi caldi si eviti qualsiasi problema di stress idrico. Agevolando il lavoro delle piante, coltivando il terreno e lavorandolo in modo tale da romperne i capillari ed evitare che si secchi, creando crepe dannose. Le uve dell’etichetta nera e del D’Antan arrivano dalla parte più vecchia dell’intera proprietà, piante che hanno dai trenta ai sessant’anni d’età, con qualche filare che tocca i venerandi novanta, che rappresentano il 30-40% dell’intera superficie coltivata. Queste piante provengono con buona probabilità dal vivaio dei Fratelli Zerbo, oggi non più esistente e sono allevati a Guyot, a differenza della parte più giovane, meccanizzabile, allevata a cordone speronato. I sesti d’impianto variano dagli 85-90 cm tra un tralcio e l’altro al metro e venti della parte più vecchia con un interfilare medio di 2,5 metri. Il numero di ceppi per ettaro va dai 3.300 agli oltre 4.000. La resa in alcune annate è ben al di sotto dei 95 quintali di resa massima espressi dal disciplinare. In vigna Giorgio Soldati preferisce una potatura lunga e buona superficie fogliare, non si effettuano trattamenti sistemici, si utilizzano solo rame e zolfo; dalla fioritura alla maturazione del cortese (vitigno dal grappolo grande e spargolo, dall’acino generoso e dalla buccia consistente, con buon livelli di acidità e, talvolta, scarsa capacità di sintetizzare zuccheri) intercorrono mediamente tra i 90 e i 100 giorni; il momento della vendemmia arriva tra fine settembre e i primi giorni di ottobre, quando si raccoglieranno dai 5 ai 7 grappoli per pianta per un peso ciascuno che va dai 350 grammi ai 900. In cantina si adoperano lieviti indigeni per la fermentazione, lavorando nelle varie fasi con le temperature. Si abbassano con ghiaccio secco quelle delle uve e, di seguito, si porta quella del mosto attorno ai 18, 22 gradi. Sia l’Etichetta Nera che Il D’Antan affinano sulle fecce fini con controllo della torbidità (torbidimetro, gradi Ntu): il primo circa sei, sette mesi, il secondo dieci anni.

La Degustazione*

Il Gavi non è vino esuberante. Snello, rarefatto già nel timbro cromatico come sincero biglietto da visita, richiede assolutamente un ascolto attento affinchè se ne apprezzino le sfaccettature, soprattutto, quando si vuole andare oltre l’imponenza della massa a cui il consumatore è abituato per assaggiare ed apprezzare l’essenzialità fisica di questi vini. Quelli di Tenuta La Scolca si sono mostrati ritrosi, scorbutici, soprattutto nelle tre versioni del D’Antan, che poco o niente hanno voluto concedere al naso se non dopo prolungata, prolungatissima ossigenazione (20 ore). Vini che vivono sospesi in cerca di definizione, di sicure matrici sapido-acide, talvolta rigida, talvolta saporita, di mineralità pirandelliana, chè si cela sotto queste o quelle mentite spoglie, sul filo della diluizione, della trasparenza e della tensione, ma che sanno raggiungere, come nel ’89 assaggiato, tali livelli di chiarezza espressiva e di magnifica beltà da lasciare a bocca aperta.

Gavi dei Gavi Etichetta Nera Docg 2006
Inizio vendemmia nella seconda settimana di settembre, successivamente ad un breve periodo quasi autunnale caratterizzato da piogge. Ma con le operazioni di raccolta svolte con un miglioramento delle condizioni per peggiorare verso il periodo di fine vendemmia ad operazioni concluse. Vendemmia 2006 da considerare ottima di qualità e resa in vigneto, dovuta all’escursione termica del periodo di agosto.
Il colore è verdolino dal tono rarefatto. Al naso s’avvertono immediatamente la nota selvatica e fruttata, leggera e gradevole, un sussurro idrocarburico che s’accompagna ad una nota d’agrume amaro (pompelmo). Al sorso ha ottima dinamica di palato, è succoso e fragrante, teso sino al finale dove l’acidità ancora rigida non pregiudica il bel ritorno di frutta della lunghissima persistenza.

Gavi dei Gavi Etichetta Nera Docg 2003
L’inizio dell’autunno è stato buono, seguito da un mese di ottobre discreto con un novembre molto piovoso per poi iniziare un inverno nella norma, con qualche breve nevicata. La fioritura è iniziata la prima settimana di giugno. La fine della primavera e la prima parte dell’estate sono state calde, in alcuni casi le temperature andavano oltre i trenta gradi, con piogge rade. La maturazione è cominciata in lieve anticipo. La raccolta ha avuto avvio nella prima settimana di settembre.
Dal timbro cromatico più denso al naso la posa di caffè, l’infuso di camomilla, l’erbe aromatiche ampliano il bouquet in cui spicca un frutto in confetto che si riverbera, caramelloso, al palato. È il sorso più materico della batteria, equilibrato, il finale è caratterizzato da una fastidiosa nota dolciastra.

Gavi dei Gavi D’Antan Docg 2001
l’annata caratterizzata da un inverno con poche piogge, dominato da alta pressione, con temperature minime molto basse e venti di Fohn (venti di Nord Ovest). Dopo un mese di marzo molto secco, con giornate limpide e ventose, nelle prime settimane di aprile comincia una primavera molto calda con temperature al di sopra della media stagionale. Nella seconda decade del mese, una nuova ondata di freddo provoca un rallentamento nello sviluppo della vegetazione che recupera il ritardo alla metà del mese di giugno. Luglio è caratterizzato da lunghe giornate di sole, intervallate da clima ventoso e seguite da un agosto caldo con brevi intervalli di piogge fino all’inizio di settembre. Ai primi del mese vi è un abbassamento delle temperature a cui segue una ripresa di bel tempo stabile che assicura una maturazione graduale e progressiva caratterizzata da un perfetto stato delle uve. La vendemmia inizia con dieci gironi di ritardo circa ed è effettuata interamente con tempo soleggiato ed asciutto. L’acidità naturale è più elevata della media.
Naso sottile, quasi inespressivo, sorprendente nell’iniziale profumo di peperoncini verdi, diviene sicuramente più gentile dei due seguenti mostrandosi delicatamente floreale su un sottofondo petroso, leggermente salmastro con note di scatola di mais, radici e sibili balsamici. Sorso succoso, largo, godurioso. Acidità saporosa.

Gavi dei Gavi D’Antan Docg 1999
Germoglio anticipato e primavera temperata e piovosa; mesi estivi caratterizzati da temperature elevate e rare precipitazioni. Nella prima decade di agosto le piogge hanno contribuito all’ottimo equilibrio idrico delle piante. Nel restante mese di agosto ridotte escursioni termiche e condizioni ambientali ottimali hanno determinato una maturazione graduale, tanto che i parametri analitici delle uve mostravano un buon grado zuccherino supportato da un buon equilibrio acido. La vendemmia lievemente anticipata è stata caratterizzata da giornate soleggiate e ventilate.
Nota di gomma bruciata e zucchero filato, di noci, sottobosco, terra bagnata, di pasticcini, di erbe mediterranee, di iodio, di buccia d’arancia. Dal profilo sensoriale di grande compostezza e misura. Sorso ripido, tagliente, snello nel centro bocca, troppo, seppure conduce ad un finale di sapore, lungo, dalla presa tattile interessante.

Gavi dei Gavi D’Antan Docg 1997
Inverno e primavera con clima temperato ed asciutto, alta pressione costante e venti di Fohn moderati hanno favorito un germoglio precoce. In aprile un abbassamento delle temperature ha favorito un naturale diradamento che ha ridotto la quantità dei germogli a favore della qualità. L’estate è stata calda e soleggiata, seguita da un settembre caldo e asciutto. Il clima durante la vendemmia è stato ideale e la produzione scarsa (con un abbassamento del 15%), ma eccezionale. L’annata 1997 è da considerare, per l’alta concentrazione zuccherina, il perfetto stato delle uve e l’acidità naturale, tra le migliori degli ultimi 50 anni ed una delle più adatte all’affinamento nel lungo periodo.
Al naso prevale una speziatura vegetale un po’ rustica e note di bruciato, una nota sottile di frutta matura e gas, poi posa di caffè. Al palato entra leggermente diluito, tende a slabbrarsi ed espandersi al centro bocca, svanendo nel finale del sorso, mostrando un’acidità, citrina, rigida, dura assai.

Gavi dei Gavi Etichetta Nera Doc 1989
L’inverno è stato caratterizzato da freddo intenso, ma senza valori molto bassi di temperatura. Clima mite nei giorni soleggiati. Neve assente. La primavera può essere ricordata quasi “semi-estiva”. Estate nella norma con temperature elevate, ma mai sopra la norma del periodo. Qualche giornata di caldo più intenso, ma rientrato nella norma. Sporadici temporali hanno diminuito, temporaneamente, i valori della temperatura. Alla fine del mese di agosto si è riscontrata una lieve flessione delle temperature massime. Periodo vendemmiale caratterizzato da temperature miti, in flessione, nella prima decade, ma in aumento nella terza decade del mese, però ad operazioni di vendemmia concluse.
Al naso si racconta con una cotognata iniziale con un tocco metallico salmastro ed una sottile nota minerale di pietra focaia, ma mano a mano che la temperatura si alza i profumi s’ingentiliscono, si addolciscono con note leggere di zucchero a velo, un tocco fragrante di pan di spagna appena cotto al forno e leggermente bruciato, di cedro candito, di yogurt alla frutta e di frutta disidrata. Al sorso la dinamica del palato è impressionante, soprattutto nella sensazione tattile: nel tocco felpato, morbido, grasso, ma allo stesso tempo rarefatto, gentile, come fosse seta, sottile senza alcun spessore, dalla dinamica elastica, dal gusto terroso e dal finale saporoso con un piccolo, piccolissimo sbuffo alcolico.

*I dati relativi alle condizioni climatiche delle annate sono stati forniti dall’azienda.

I liberi tintori…

Pubblicato da aisnapoli il 06 Nov 2009

Di Luca Massimo Bolondi
Sull’onda dell’emozione il report in endecasillabi del Tintore Day composto dall’impareggiabile Luca…(T.L.)

L’incontro è convenuto all’imbrunire
sull’erta di una ripida collina,
ospiti di una rustica Cantina
che degli Astroni muove il divenire.
Pochi sono gli eletti, che al richiamo
in ora e luogo fuori dal comune
rispondono, seguendo il buon costume
di far la prova con la propria mano.
Riuniti da medesima passione,
quasi fosse una loggia carbonara
che per veder la vita meno amara
s’infiamma ad un’idea di redenzione,
son di Costiera i Liberi Tintori,
onesti vignaioli di Tramonti
che invece di una vita a fare conti
fanno il buon vino, e in questo son signori.
Signori, sì, ma senza agio né posta:
duro è il lavoro in vigna in questo loco
freddo l’inverno, estate invece è un foco,
e un vento salso soffia dalla costa.
Spesso l’annata, poi, si mostra avara,
la pioggia o il caldo tardano a venire
il frutto è latitante, e per finire
può farsi viva qualche bestia rara.
Ma questi, che parrebbero disagi,
divengon per la vite condizione
d’un cultivar d’altissima elezione
(povero è il cristo, ma vanno a lui i re magi).
Ne nasce infatti l’uva del Tintore
da ceppi poco più che centenari,
in grappoli sparuti, neri e rari,
che affrontano i disagi con onore.
Da queste uve speciali viene un mosto
di gran colore, acidità e dolcezza,
adatto a farsi vino in sua purezza
e ripagar, longevo, il suo gran costo.
E come un tempo il Regno aveva figli
che la ragion di stato disdiceva
e nell’araldo non riconosceva,
così la terra ancor genera gigli
capaci di fiorire e di dar frutti,
ma privi della dignità del nome
per causa di un destino che s’impone
di clandestino in patria, ignoto a tutti.
Eppure tra la gente dove è nato,
nel cuore dei villani, è conosciuto,
la sua presenza è un dato risaputo,
di lodi e apprezzamento è circondato!
Burocrati e distratti governanti
posson voltar lo sguardo ad altra parte,
addurre causa nel mancar di carte
anche se i testimoni sono tanti;
la scienza e i vignaioli, con amore
raccoglieranno prove, addio alle scuse,
ché se il museo è il luogo delle muse
allora lo è Tramonti col Tintore!

Le Indagini: Birra…seconda parte

Pubblicato da aisnapoli il 30 Ott 2009

Di Mauro Erro

indagini.jpg(…Continua da qui ) Le prima traccia inconfutabile dell’esistenza della birra ci viene da una tavoletta di argilla dell’epoca predinastica sumera (circa 3.700 a.C.), il celebre “monumento blu” che descrive i dono propiziatori offerti alla dea Nin-Harra: capretti, miele e birra. Dai caratteri cuneiformi dei sumeri sappiamo inoltre che le “case della birra” sono tenute da donne, che la birra d’orzo è chiamata “sikaru” (pane liquido) mentre quella di farro è detta “Kurunnu” e che altri tipi vengono ottenuti mescolando in proporzioni diverse le prime due. Da ricordare almeno la niud addolcita con zucchero di datteri e la bi-du, la più ordinaria che serviva a calcolare il salario base degli operai (tre litri al giorno!). la più antica legge che regolamenta la produzione e la vendita di birra e senza alcun dubbio il codice di Hammourabi (1728-1686 a.C.) che condannava a morte chi non rispettava i criteri di fabbricazione indicati e chi approva un locale di vendita senza autorizzazione.

Le materie prime: I Cereali

La maggior parte delle persone sa che il pane è fatto con la farina di cereali, ma non tutti coloro che bevono regolarmente la birra sanno che il punto di partenza di ogni bicchiere è lo stesso alimento: in genere orzo, ma talvolta anche frumento, segale, avena, riso, farro, miglio e sorgo.Tradizionalmente si usa l’orzo perché l’estrazione dei suoi zuccheri è relativamente facile e perché se ne ricava una birra dal spore morbido e pulito. Tuttavia, molti birrai vi uniscono piccole quantità di altri cereali, che modificheranno le caratteristiche della bevanda. Il frumento è in grado di esaltare la rotondità del sapore e migliorare la stabilità della schiuma quando la birra viene versata. L’avena conferisce una serica morbidezza, la segale note speziate, mentre il mais può alleggerire il corpo e rendere la birra più chiara. Alcune birre (per esempio quelle di frumento) contengono solo una minima percentuale di orzo o addirittura, ne sono del tutto prive. Non sorprende il fatto che i birrai tendano a preferire i cereali che crescono meglio localmente. Ciò spiega la prevalenza di birre a base di mais e riso negli Stati Uniti. In Europa l’orzo rimane al primo posto, non sempre è andata così: fini al XVIII secolo la birra della Boemia si otteneva principalmente dal frumento, solo in una fase successiva dall’orzo e, durante le annate cattive anche dall’avena. In futuro, tuttavia, è possibile che l’orzo venga soppiantato come prima scelta: l’aumento della temperatura globale del pianeta potrebbe compromettere i raccolti dell’Europa continentale e costringere i birrai a cercare alternative altrettanto valide.

Varietà di orzo

Esistono differenze anche tra le molteplici varietà di orzo, ma risultano meno evidenti nel prodotto fiito. I birrai tedeschi e cechi, per esempio, preferiscono l’orzo seminato in primavera, poiché produce un aroma pià pulito e dolce. I birrai belgi e britannici preferiscono, invece, quello seminato in inverno, che è più rbusto e conferisce un sapore più intenso. I principali tipi di orzo sono tre e differiscono per il numero di chicchi contenuti nella spiga. Questi crescono a coppie di due, quattro o sei lungo lo stelo centrale. I birrai europei usano l’orzo a due chicchi (distico), perché la percentuale di amido nel chicco è più alta rispetto ad altre qualità. Negli Stati Uniti ha più largo impiego l’orzo a sei chicchi (esastico), perché il clima mite del posto ne favorisce la crescita e perché la concentrazione di enzimi necessari a convertire l’amido in zucchero è elevata. Pare che produca un sapore più rigoroso e pungente. Nel Regno Unito, l’orzo usato per le ale è il tipo Maris Otter, benché altre varietà, che producono più zucchero fermentabile per tonnellata, lo stiano gradualmente soppiantando. Continue Reading »

Report: Vendemmiando la Catalanesca

Pubblicato da aisnapoli il 23 Ott 2009

Metti un sabato di metà ottobre, un vigneto dai grappoli dorati e tre amici desiderosi di promuovere il loro prodotto di punta. Mescola con altri prodotti tipici del territorio, versa in un angolo di terra di rara bellezza e servi ad ospiti desiderosi di riscoprire le nostre tradizioni.Ecco servita la seconda edizione di “Vendemmiamo la Catalanesca”, evento promosso dalle Cantine Olivella di Andrea Cozzolino, Domenico Ceriello e Ciro Giordano sabato 17 ottobre a Sant’Anastasia. Un’occasione per i tre soci dell’azienda di pubblicizzare e far conoscere il loro vino Katà; per i partecipanti la possibilità di vivere in prima persona tutta la trafila della vendemmia, dalla raccolta dei grappoli alla diraspatura e pressatura dell’uva, istruiti dai sommelier Luigi Esposito dell’AIS Napoli e Liliana Pagano dell’AIS Comuni Vesuviani sull’uva di re Alfonso I d’Aragona e da loro guidati ad assaporare al meglio il vino paglierino dal sapore fruttato. Un viaggio nella memoria di atti ormai dimenticati, ripercorrendo i gesti degli agricoltori del nostro territorio: tra i filari ammantati di giallo, allegre e spedite si sono rincorse le cesoie di quanti hanno affollato già dal mattino il vigneto delle Cantine Olivella, come velocemente si sono riempite le cassette con i grappoli raccolti. Sotto la vetta del Monte Somma si sono lasciate per qualche ora le preoccupazioni e il tran tran del vivere quotidiano, per ritornare alla genuinità delle nostre origini contadine. Il lavoro in vigna è stato premiato dalle aziende partners dell’evento (pastificio Le Gemme del Vesuvio, Agrigeus Cooperativa Agricola, Azienda Agricola Di Cecchi, La Baita del Contadino, Az. Agricola Giordano Francesco) che hanno offerto la degustazione di un menù inneggiante alla tradizione: bruschette con pomodori del piennolo e con funghi sottolio, paccheri con pomodori San Marzano e scaglie di caciocavallo, salsicce e melanzane ‘a funghetti’, il tutto innaffiato dai generosi vini della casa, con l’intenso Katà a farla da padrone. Neppure la pioggia ha intaccato la bellezza di una giornata tanto gustosa, né infastidito più di tanto i numerosi ospiti che hanno potuto assistere al coperto alle altre fasi della vinificazione compiute dai macchinari, che riempivano l’aria col dolce aroma del nettare dorato. Andrea, Domenico e Ciro si sono alternati nelle spiegazioni e nelle dimostrazioni, trasmettendo tutto l’entusiasmo e la passione che mettono nel produrre i loro vini. A conclusione di questo percorso dei sensi un’altra degustazione, stavolta dolce, con i biscotti casarecci e i cioccolatini al Passito di Catalanesca, connubio delizioso fra le Cantine Olivella e la Theobroma Cioccolateria.Il viaggio nella tradizione termina così, e si ritorna a casa con in bocca uno scintillio di sapori autentici e negli occhi la bellezza di un territorio a volte dimenticata. Sensazioni che rivivi ad ogni sorso di Katà, che ti parla di albicocche e ginestre, di terra infuocata e testardi lavoratori, simbolo di una Sant’Anastasia che forse non c’è più, ma che vale davvero la pena di tornare ad amare.

Foto e testo di Antonella Scippa - Fonte: Julienews.it

Next »