Associazione Italiana Sommeliers

AIS – delegazione di Napoli

...corsi sommelier in partenza

Archivio per la categoria: ‘Degustazioni: De gustibus est disputandum…’

Champagne Marie-Noëlle Ledru Millèsime 2008 Brut Nature

Pubblicato da aisnapoli il 6 - maggio - 2018Versione PDF

image-1-2Di Tommaso Luongo
Naso docile, quasi reticente, a tratti perfino refrattario.
Sembra che abbia difficoltà a muoversi, a farsi “sentire” nel bicchiere, ma in realtà è solo una strategia da consumato campione.
Come un velocista che prima di partire si mette in posizione accovacciata ai blocchi di partenza, flette le gambe e pompa i muscoli in attesa del segnale: pronti, partenza, via!
Appena arriva in bocca libera una forza impressionante, svelando una mineralità liquida che bagna ogni angolo del palato, anche il più remoto, con tutta la sua esplosiva energia rocciosa. La corsa continua all’infinito in una progressione piccante che si tinge di iodio, zenzero e coriandolo, fino a tagliare vittorioso il traguardo in scioltezza, senza nemmeno una goccia di sudore.
Merci beaucoup, Madame…

Marie-Noëlle Ledru, vignerrone di Ambonnay, meglio conosciuta come Madame Pinot Noir.

I vini storti da Granafine

Pubblicato da aisnapoli il 3 - agosto - 2016Versione PDF

13734652_10208637529528423_888185225_nDi Marco Fasciglione

Nell’arte si è sempre discusso del rapporto tra fascino, bellezza e imperfezione e solitamente l’imperfezione è definita adottando come punto di riferimento un genere, un canone, una legge per cui sarebbe imperfetto quel qualcosa che ha troppo o troppo poco rispetto a tale genere, canone o legge. Eppure non è detto che ciò che è imperfetto sia necessariamente privo di fascino e incapace di trasmettere emozioni: se così fosse non si comprenderebbero le celebrazioni che la storia ha riservato all’imperfezione tanto nell’arte (la Venere di Milo) quanto nell’estetica (lo strabismo di Venere, il naso di Cleopatra, ecc.) e questo perché evidentemente il fascino è fenomeno sfuggente e non ha nulla a che vedere né con la perfezione né con la bellezza.

Lo stesso discorso può valere, fatte le debite differenze, quando si passa ad un altro senso umano –quello del gusto – e alla degustazione del vino. Cosa dobbiamo ricercare in un vino? La sua perfezione? I profumi al posto giusto, il perfetto bilanciamento dell’equilibrio, e le sensazioni, certo eleganti, che si ritrovano anno dopo anno al punto tale che possiamo finanche prevederne tanto le caratteristiche nel calice quanto il loro corredo gusto-olfattivo? Oppure possiamo lasciarci affascinare dal fatto che la perfezione anche in un vino abbia bisogno di una piccola imperfezione? Come giudicare quel qualcosa di inatteso, che sorprende, che emoziona, e che casomai inizialmente non riusciamo a decodificare, ma che dona a questo vino un anima?

i vini storti, second editionEbbene il tema dei vini imperfetti, vini che sono “alla perenne ricerca di un equilibrio”, che potrebbero non trovare mai, e che forse proprio per questo sanno emozionare più di altri, è stato l’oggetto di due interessanti degustazioni (l’8 luglio e il 22 luglio) dedicate proprio ai ‘vini storti’ e magistralmente guidate da Tommaso Luongo delegato dell’AIS Napoli, presso il Wine & Sparkling Granafine. In questa sede passiamo in rassegna i vini oggetto della degustazione svoltasi il 22 Luglio. La batteria di vini proposti, serviti in abbinamento con le raffinate creazioni culinarie del locale e serviti con la consueta competenza e passione dai tre proprietari (i due Giuliano e Federica), tutti sommelier, due AIS e uno Fisar (ma non è colpa sua, ndr :-) ), si è rivelata particolarmente interessante:

- Champagne Brut 1er Cru di Yves Ruffin, Avenay Val d’Or

- Maximin Grünhäuser Herrenberg Riesling Kabinett 2011 di Carl von Schubert, Mosel

- Noir, Pinot Nero, Abbazia di Crapolla, 2011 il “Mister X“ della serata servito alla cieca

- Gattinara DOCG 2010 di Travaglini, Gattinara

Questi vini, infatti, per un motivo o per un altro sono “storti”: sono cioé vini diversi, atipici, molto spesso richiedono di essere attesi per poter essere compresi appieno. Sono però vini dotati di personalità, hanno carattere da vendere ed un anima come pochi altri: è proprio questo che li rende affascinanti.

La degustazione

Champagne Brut 1er Cru di Yves Ruffin, Avenay Val d’Or

La …‘diversità’ di questo champagne risiede nelle tecniche di conduzione in vigna e nelle pratiche di cantina adottate dall’azienda. Yves Ruffin, infatti, ha svolto un ruolo pioneristico nella regione della Champagne sin dal 1971 quando ha ottenuto la certificazione di agricoltura biologica, con una scelta per l’epoca in netta controtendenza (e che per certi versi lo è ancora oggi) rispetto alle pratiche dei vignaioli della regione improntate all’uso di pesticidi e diserbanti come trattamenti antiparassitari e dei fertilizzanti chimici. In secondo luogo, la vinificazione e l’affinamento sono svolti interamente in legno, in botti di acacia con parecchi anni di vita sulle spalle in modo da favorire la micro ossigenazione del vino con una ridotta cessione di tannini. Lo stile di vinificazione seguito dalla maison, quindi, cerca di ridurre al massimo l’invadenza talora propria del legno con un controllo ossidativo rigoroso, soprattutto nel primo stadio evolutivo. Si tratta di uno stile in cui dal punto di vista delle sensazioni organolettiche l’apporto del legno è solo intuito: esso non crea ‘distrazioni’ alle fragranze fruttate e a quelle collegate all’autolisi.

Note di degustazione

Una livrea oro scintillante ed un perlage sottile ed elegante sono il biglietto da visita di un vino di grande stoffa e personalità. L’olfatto è scandito da un rincorrersi di sentori che iniziano su lievi note fumé intessute con sentori di albicocca e pesca bianca, per poi virare verso il pan di spezie, le noisette ed i biscotti alle mandorle e chiudere infine con nuance di burro fuso e miele. L’incedere del sorso è ricco e scandito da un perfetto equilibrio tra l’avvolgenza del gusto e la verticalità impressa da freschezza e dalla sapidità, il tutto su lunghi ritorni aromatici di frutta e note gessose.

Maximin Grünhäuser Herrenberg Riesling Kabinett 2011 di Carl von Schubert, Mosel

Riesling, un’uva la cui origine è avvolta nel mistero e che entra di buon diritto nella categoria dei vini ‘storti’. Le sue caratteristiche, infatti, ne fanno un unicum: matura tardi, molto tardi per i paesi del Nord che per tradizione invece vendemmiano molto presto. Nella regione della Mosella, terra di estremi, di suoli a base di ardesia e di scorci verticali, il Riesling trova le condizioni ideali per rendere al meglio: le escursioni termiche e i suoli minerali conferiscono intensi profumi tra cui gli inconfondibili sentori di pietra focaia e idrocarburi. Soprattutto, nel maturare il Riesling fa una cosa che nessuna altra uva riesce ad eguagliare: raggiunge una dolcezza elevatissima mantenendo una elevata acidità. Origina un vino quindi che fa della freschezza, del basso tenore alcolico e delle decise percezioni zuccherine le proprie caratteristiche principali. Tanto lo zucchero quanto l’acidità tendono a favorirne la conservazione rendendolo un vino praticamente eterno in grado di durare nel corso dei lustri e non è un caso d’altronde che, a parte i vini liquorosi, proprio i Riesling renani siano tra i vini più longevi del pianeta. Ad esempio, erano Riesling i vini in cui si imbatté Thomas Jefferson, il terzo Presidente degli Stati Uniti, quando, nel corso della sua permanenza in Europa dal 1784 al 1789 in qualità di ambasciatore in Francia, si trovò nell’albergo della Grande Casa Rossa di Francoforte. La carta dei vini in vendita, infatti, includeva annate che risalivano fino a sessant’anni prima. Verosimilmente era sempre appartenente alla famiglia del Riesling il vino più antico mai bevuto, aperto nel 1961 a Londra dopo quattrocentoventuno anni di conservazione in bottiglia: si trattava, come ci racconta Hugh Johnson (Il vino. Storia, tradizioni, cultura, 2012, 429), di uno Steinwein, cioè un vino proveniente da un vigneto chiamato Stein, nei pressi di Würzburg sul fiume Meno vendemmiato nel 1540 (ventiquattro anni prima della nascita di Galileo).

Note di degustazione

Paglierino luminoso con riflessi verde smeraldo. L’assetto olfattivo, maestoso e opulento, regala sentori di albicocca, ananas, mela e melone per poi assestarsi su note di agrumi canditi e sbuffi di spezie dolci e chiudere, infine, su note di idrocarburi e di pietra focaia. Sorso in linea con l’olfatto, glicerico e vellutato ma ottimamente bilanciato dalla sferzante acidità e da una martellante sapidità a testimonianza della sua potenziale, e disarmante, longevità. Si congeda con eleganza su echi di frutti canditi e ricordi minerali.

Noir, Pinot Nero, Abbazia di Crapolla, 2011

In una ipotetica gerarchia di vini ‘storti’, il Pinot nero occupa senz’altro una posizione di rilievo soprattutto quando proviene, come nel caso del campione in degustazione, da un territorio che non può essere certo definito come la sua terra d’elezione. Il territorio in questo caso è rappresentato dagli splendidi declivi a picco sul mare della Penisola sorrentina e l’azienda è l’Abbazia di Crapolla a San Salvatore a Vico Equense. L’azienda dal 2007 ha dato vita ad un progetto di grande suggestione: piantare in quelle vigne a 300 mt. sul livello del mare, e dislocate su diverse piane, 2000 esemplari di pinot nero in modo da sfruttare al meglio il particolare microclima locale, caratterizzato da grandi escursioni termiche e dall’influenza delle correnti d’aria provenienti dal mare; un clima che poneva grossi dubbi circa l’adattabilità delle varietà autoctone a bacca rossa. Una scelta, dunque, altamente inusuale e che insegue una associazione, solo apparentemente azzardata, tra questo particolare lembo di terra della Campania e la Borgogna. A ben vedere, il modo più semplice per cercare la Borgogna rossa nel nostro paese sarebbe quello di visitare l’Alto Adige (dove il pinot nero è conosciuto con il nome blauburgunder); in alternativa si potrebbe pensare all’Etna dove solo recentemente ci si è accorti delle potenzialità derivanti dalle affinità elettive con questa regione francese. Tuttavia, ridotte esposizioni al sole, terreni similari e grandi escursioni termiche, che donano quindi profumi intensi ed eleganti, caratterizzano anche quest’angolo di Penisola Sorrentina. Infine c’è il vitigno, il pinot nero, che per definizione è ‘storto’. Scorbutico, di difficile adattabilità e delicatissimo, odia il sole ma è soggetto facilmente a marciumi, e origina un vino che non ha un colore invitante: rosso rubino scarico, molto simile al nebbiolo. Insomma, una Borgogna …Campania style.

Note di degustazione

Radioso manto rubino, trasparente. Impianto olfattivo elegante: incipit su note di mirtilli rossi e ciliegia; poi note floreali coronate da sbuffi di cuoio, polvere di caffè e rabarbaro. Il sorso è caratterizzato da una vivace freschezza avvolta da moderato tenore alcolico e sfuma su di una trama tannica ancora astringente.

Gattinara DOCG 2010, Travaglini – Bottiglia Imperiale

Il nebbiolo è uno dei vitigni più difficili al mondo. Acini piccoli e fitti, ciclo vegetativo molto lungo; precoce nel germogliamento e nella fioritura, matura tardi e quindi viene vendemmiato tardi esponendosi ai rischi climatici derivanti dai primi freddi. La buccia di quest’uva è povera di antociani, le sostanze che danno colore al vino rosso, e determina pertanto un vino particolarmente scarico di colore e che risulta a volte poco invitante. Nel calice è un vino di non facile interpretazione. Esso, infatti, tende a rievocare precisamente le caratteristiche del territorio e, come avviene nel caso del vino in degustazione (proveniente da una denominazione a volte ingiustamente sottovalutata – Gattinara DOCG), riflette tanto le spigolosità (maggiori rispetto al nebbiolo delle Langhe) causate dall’alta concentrazione di ferro che caratterizza il territorio delle colline vercellesi, quanto l’intrigante mineralità che deriva dalla particolare composizione del terreno (che ricorda quello delle vicine Alpi: il Monte Rosa è a due passi!) a base di granito, porfido, e come detto ferro, e che conferisce eleganza e finezza al vino. Un vino ‘storto’, che, e qui risiede un altro aspetto di rilievo, è presentato in una bottiglia anch’essa molto particolare. Nel 1958, infatti, Giancarlo Travaglini, il fondatore dell’azienda, ideò una particolare bottiglia in grado di trattenere il naturale sedimento che il vino con il trascorrere degli anni tende a formare, consentendo di servire il vino direttamente nel calice e di evitare quindi le operazioni di decantazione e di scaraffatura. Si tratta di una vera e propria opera d’arte che da allora è diventata in un certo senso il simbolo del Gattinara in tutto il mondo. Particolarità nella particolarità, nella degustazione in esame il vino è stato servito da una bottiglia Travaglini ‘Imperiale’ dotata di una capacità di 3 lt. e corrispondente quindi alla Jéroboam della nomenclatura utilizzata per lo Champagne.

Note di degustazione

La mescita da una bottiglia Imperiale ha richiesto di attendere che nel calice il vino emergesse in tutto il suo splendore dopo il lungo periodo di riposo in una bottiglia di 3 lt.

Manto granato, ancora ricco di luce. Cornice olfattiva esemplare caratterizzata da un’incalzante progressione: ciliegie, more e ribes in confettura aprono la strada ad un rincorrersi di note floreali, su tutte la viola appassita, per poi virare ed intrecciarsi con nuance di cuoio e sentori minerali e ferrosi. Il palato è in sintonia perfetta con l’olfatto. Il sorso riempie il palato e lo avvolge grazie alla struttura autorevole e al ritmo impresso da una freschezza mai doma e dall’elegante trama tannica. Finale lungo e coerente incentrato su echi speziati e minerali.

 

Verticale di Grecomusc’ a Vitignoitalia 2016

Pubblicato da aisnapoli il 8 - giugno - 2016Versione PDF

13323278_1193832370648928_2414142381996378083_oDi Mimmo Gagliardi

Un vino singolare, un vitigno misterioso, un posto unico al mondo. E’ successo lo scorso 23 maggio nell’ambito di Vitigno Italia 2016, la bella manifestazione di casa da anni nella splendida cornice di Castel dell’Ovo.
In una delle stanze dell’antichissimo castello sul lungomare partenopeo le bottiglie di Grecomusc’ di Cantine Lonardo Contrade di Taurasi hanno incontrato un folto pubblico di interessati wine lovers, che hanno ben volentieri si sono sottratti agli assaggi nelle altre sale per godersi un viaggio tra sei delle nove annate sin qui prodotte.
Le note di degustazione di Marina Alaimo e Tommaso Luongo hanno supportato l’appassionato racconto di Sandro Lonardo, fondatore della Cantina, che ha profuso energie ed entusiasmo per recuperare un vitigno unico nell’areale irpino e nazionale: il vecchio Grecomusc’. Definito “muscio” dai vecchi contadini a causa della particolare tendenza degli acini ad asciugarsi durante la maturazione presentando una buccia raggrinzita, veniva vinificato ed utilizzato per arricchire il vino ricavato da uve di Greco aumentandone la piacevolezza aromatica e gustativa.
13329532_1193832580648907_1418347108812529078_oGrazie a uno studio condotto in collaborazione tra le Cantine Lonardo con la dottoressa Antonella Monaco della facoltà di Agraria della Facoltà di Portici (NA), il vitigno che Sandro aveva sempre visto crescere sugli starseti di Taurasi è stato analizzato a livello di DNA ed assimilato al Roviello Bianco. Ma a noi il termine Grescomusc’ piace. Dal 2006 è sinonimo di un vino unico, visto che i Lonardo sono i soli a vinificare il Roviello Bianco che, tra l’altro, cresce solo a Taurasi ed immediati dintorni.

Ecco le impressioni sulle annate degustate in questa che, in assoluto, è stata la seconda verticale di Grecomusc’ mai realizzata:
2009 – I.G.T. Irpinia Bianco Grecomusc’.

Di colore giallo dorato pieno e cangiante. Il naso offre aromi frutto dell’evoluzione del vino che variano dall’affumicato all’idrocarburo, aromi speziati di radice di liquirizia, frutta e fiori secchi. Al sorso il palato viene avvolto dalla morbidezza del vino che con passo deciso e lineare porta avanti la sua parte fresca e minerale. Vino caldo e persistente con un finale di mandorla con note minerali sulfuree.

2011 – I.G.T. Irpinia Bianco Grecomusc’.

L’annata 2010 non è stata prodotta per scelta aziendale. Il vino si presenta di un colore giallo dorato ben luminoso. Al naso le note evolutive rimandano al miele, al burro, alle arachidi ma non prevalgono su un bel fruttato di pesca e arancia mature. L’impronta minerale resta una costante con note di grafite e zolfo. Al gusto il sorso è pieno e corposo, fresco con il calore che si diffonde nel palato sul finale affidato a note minerali.

2012 – I.G.T. Irpinia Bianco Grecomusc’.

Di colore giallo dorato non pienissimo, all’olfatto rivela una prevalenza di fruttato maturo e floreale non secco, buccia d’arancia e nocciola tostata, appoggiati su un denso strato minerale che ricorda la pietra focaia e lo zolfo. Bello il sorso che entra fresco, agile e corposo per finire caldo non note agrumate e sulfuree. All’inizio della sua maturità piena.

2013 – I.G.T. Irpinia Bianco Grecomusc’.

Colore giallo paglierino abbastanza carico. All’olfatto rilascia complesse note di mela, pera e pesca fresche, agrumato di arancia e pompelmo, fresie e gigli, note vanigliate, sulfuree e di pietra focaia completano un corredo notevole. Sorso fresco, tagliente, agrumato, che si scioglie caldo tra note fume’ e di iodio. Non ancora giunto alla maturità, ma è piacevolissimo da bere.

2014 – I.G.T. Irpinia Bianco Grecomusc’.

Colore giallo paglierino con riflessi verdi. L’olfatto ricorda note molto fresche e acide di frutta non matura e agrume appena tagliato, fiori freschi e la costante nota minerale di zolfo. Al palato è estremamente fresco e agrumato, non ancora perfettamento bilanciato dal calore della componente alcolica. Giovanissimo

2015– I.G.T. Irpinia Bianco Grecomusc’ Burlesque.

Prima annata di un nuovo progetto per un vino ottenuto da uve di un’unica vigna coltivata secondo l’ancestrale metodo delle starsete taurasine a piede franco. Colore nettamente giallo paglierino tenue con forti riflessi verdi. Naso che esalta note freschissime e penetranti di frutta, agrume e fiori. Le note sulfuree sono ancora poco nette e fuse con sentori iodati. Sorso freschissimo, diretto ma molto morbido e ricco. Un vino che si farà ma che sta appena muovendo i primi passi.

L’evoluzione del Grecomusc’ ci ha trasmesso un’idea importante di vinificazione, fortemente legata alle caratteristiche pedoclimatiche e geologiche del territorio, che mira alla conservazione di una tradizionalità e di una franchezza che non vogliono lasciarsi irretire dall’andamento del mercato. Un vino molto identitario e di personalità, che intende cavalcare il tempo andando oltre le mode e i preconcetti. Esattamente come il Burlesque.

Tuffate il naso in un calice di Eiswein

Pubblicato da aisnapoli il 24 - maggio - 2016Versione PDF

13230072_10206024724805305_1539057495229966589_nDi Marianna Cotecchia

Tuffate il naso in un calice di Eiswein, assaporerete l’algida dolcezza e gli aromi che vengono dal freddo. Letteralmente “vino dal ghiaccio”. Dimenticate un attimo calore del sole, acini appassiti, botrytis cinerea, qui parliamo di piccole, pazienti, puntuali e ripetute vendemmie notturne durante le prime gelate invernali, di acini congelati, raccolti a meno 8 °C e poi delicatamente pressati nelle prime ore dell’alba ancora nello stato congelato.
Le soluzioni zuccherine hanno un punto di congelamento inferiore all’acqua, questo consente di estrarre dall’acino solo le componenti liquide con concentrazioni zuccherine più elevate. Gli Eiswein non sono prodotti da acini appassiti. Hanno infatti generalmente residui zuccherini inferiori, paragonabili più ai Beerenauslese “vendemmia da acini selezionati”, contenenti fino a 200g/l di zucchero residuo all’incirca, che ai Trockenbeerenauslese “vendemmia da acini appassiti selezionati”, che invece contano fino a 270g/l di zucchero residuo all’incirca Ebbene si, la classificazione dei vini in Germania, scarsamente regolati dal punto di vista legislativo, è basata principalmente sul livello del contenuto zuccherino. Insomma, siamo ancora molto lontani da una legislazione dettagliata che sia equiparabile alla nostra o a quella francese…

E così, a Terre d’Italia, in Toscana, un piccolo angolo di Germania è venuto a deliziarci con la sua “bellezza del ghiaccio”: Lamberto Tosi e Andrea Macchia hanno proposto alla degustazione sette Eiswein indimenticabili
Ruppertsberger Linsenbusch Riesling Eiswein 2012. StaatsWeingut mit Johannitergut. Pfalz è il famoso Palatinato, la vasta regione che estende a sud dell’Assia Renana, dove ricchi e ben strutturati Riesling raggiungono la piena maturità grazie al clima più temperato, dando vita ad ottimi Trockenbeerenauslese. Cristallino, lievemente dorato, dai riflessi platino. Delicato, dolce e corposo, questo vino di ghiaccio da uve Riesling nell’annata 2012 ha avuto il 9% di alcool. Per informazione, Ruppertsberger è il nome del villaggio, Linsenbush è il nome del vigneto. Coerente all’olfatto e in bocca, ha esordito con una finissima entrée di mele cotogne cotte e una leggerissima, soave nota di ciliegie in confettura e di frutta tropicale. Discreta persistenza, fine ed equilibrato

Oberbergener Baßgeige Weißburgunder Eiswein 2012 – Oberbergen. La fertile Baden, ricchissima di vigneti, si estende a sud-ovest. I terreni diversificati, suoli morenici, vulcanici, granitici, consentono di produrre vini secchi, abbastanza morbidi, prevalentemente da Pinot, Riesling, Gewürztraminer e Spatburgunder. L’Eiswein da Pinot bianco in degustazione ha 7 gradi alcolometrici. Non proprio dorato, più paglierino, ma splendente. Un intenso attacco di pera e melone. Al gusto un buon connubio di frutta secca e miele caramellato. Spezie leggere. Pienezza, morbidezza della maturazione in rovere e la piacevole acidità creano un equilibrio memorabile.

Cabernet Sauvignon Eiswein 2008 – Anselmann (Pfalz). La cantina Werner Anselmann, nata intorno al 1126 sui terreni argillosi di Pfalz, è una delle più grandi e meglio attrezzate aziende vinicole private in Germania. Pluripremiato, in concorsi nazionali ed internazionali, l’Eiswein da Cabernet Sauvignon è di un accattivante, lucente rosso rubino. Al naso emergono potenti i sentori di frutti rossi e sorbe, coerente al gusto, spezie e sfumature balsamiche di fondo, persistenza, acidità e sapidità da manuale

St. Laurent Blanc de noir Eiswein 2007 – Anselmann (Pfalz). Ancora Anselmann, questa volta un Eiswein da Pinot Noir, il giallo oro brillante svela un elegante Blanc de Noir. Anche questa bottiglia esibisce contrassegni di più premi internazionali, Il gioco di aromi include note fruttate mature di mango, albicocche, miele. Ricorda ancora l’odore di frutta secca e fiori delicati. È corposo, di equilibrata acidità dolce, fine. Persistente.

Oberbergener Baßgeige Weißburgunder Eiswein 1998 – Oberbergen (Baden). Oberbergen è una antica cooperativa di produttori, fondata nel 1924, che fa laboriose e costose colture di qualità su ripide terrazze e terreni vulcanici, la cui roccia porosa è parzialmente coperta da uno strato di loess, che fornisce un terreno di coltura ideale soprattutto per le varietà Pinot. E il Pinot bianco dà l’Eiswein 1998, 8 gradi di alcool, la sosta in barrique accompagna al colore dorato i sentori di pera matura, miele caldo, caramello, mandorla tostata, che non emergono subito, ma richiedono pazienza e tempo di attesa, coperti dalla consueta nota ossidativa che, pur presente in più vini, in questo e nei suoi compagni più vecchi, man mano è più importante.

Rheingau Riesling Eiswein 1994 – Weingut Forschungsanstalt (Rheingau). Questo Riesling Eiswein proviene dalla Cantina dell’Istituto di Ricerca Stato, la zona è Rheingau, situata a ovest di Wiesbaden, considerata la migliore zona vinicola del Reno, dove si producono Riesling “classici”, pieni ma non pesanti. Fondata nel 1872, già “reale prussiana Collegio per frutteti e vigneti”, tra i ricercatori annoverò anche il dottor Hermann Müller-Thurgau, che gettò le basi per la varietà porta il suo nome. Colore dorato, intenso, limpido, consistente. A farsi largo tra la nota ossidata e un discreto sentore di idrocarburi, un sottile bouquet di albicocche disidratate, litchi. Ancora vivaci dolcezza e acidità. Agrumi canditi, frutta secca, note minerali e fumose. Oltre il maturo, ma ancora strutturato

Erbacher Steinmorgen Riesling 1987 – Weingut Freiherr Zu Knyphausen (Rheinessen). La cantina Barone Knyphausen ha vigneti coltivati con il 85% Riesling, il 10% Pinot Nero, e varietà autoctone come il Red Riesling. È assurta a cantina tra le più importanti in Germania, passando alla coltivazione biologica, introducendo criteri di qualità più rigorosi in vigna, e anche attraverso l’uso attento di botti di rovere. Il nome Erbacher Steinmorgen è quello di una vigna della Chiesa locale Erbach nella zona di coltivazione di Rheingau. Una nuance albicocca con riflessi dorati rivela un Eiswein che ha visto giorni migliori. I sentori sono abbastanza stanchi, tendono ad inasprirsi e lasciano solo intuire l’albicocca candita, i fiori secchi, la scorza d’arancia caramellata.

È il caso di dire che la messa è finita, e amen.

1 FotoDi Marco Fasciglione

Vero e proprio status symbol della Basilicata del vino, l’Aglianico del Vulture è una delle migliori uve del nostro Paese ed origine di un vino che può essere senz’altro inserito tra i grandi rossi italiani al pari del Barolo in Piemonte, del Brunello di Montalcino in Toscana, dell’Amarone della Valpolicella nel Veneto e del suo stretto parente campano, il Taurasi. Si tratta di un vino dotato di personalità come pochi e che è riuscito ad ottenere risultati qualitativi eccellenti grazie al lavoro dei produttori locali, dove le aziende storiche hanno svolto un fondamentale ruolo di avanguardia e di orientamento per la crescita di nuove imprese che hanno apportato a loro volta un fondamentale contributo in termini di entusiasmo, passione ed innovazione. L’uomo, quindi, con le sue conoscenze e le sue tradizioni (la pratica dell’allevamento ad alberello, ancora utilizzata in alcune aree del Vulture, ne costituisce un esempio), ma non solo. L’altro elemento che concorre in modo fondamentale nella creazione di un vino monumentale sotto tutti i punti di vista, è l’ambiente pedoclimatico: poche sono le zone, in Italia come all’estero, così vocate come l’area del Vulture. I terreni vulcanici hanno evitato il diffondersi della fillossera favorendo lo sviluppo di vigne molto antiche, franche di piede, in alcuni casi, come detto, ancora coltivate ad alberello. L’altitudine, che oscilla tra i 450 ed i 600 metri sul livello del mare, è ideale per l’allevamento della vite: le forti escursioni termiche tra il giorno e la notte, il minore irradiamento solare determinato dall’inclinazione dei vigneti, l’ottima ventilazione proveniente dal mare ed il drenaggio perfetto dei terreni a base tufacea e ricchi di minerali, arricchiscono il corredo aromatico e soprattutto conferiscono eleganza e finezza ai profumi. L’insieme di questi fattori consente ai coltivatori locali il lusso di poter assecondare la maturazione tardiva dell’uva e quindi di poter procedere con la vendemmia nel momento in cui l’uva ha raggiunto un perfetto equilibrio tra maturazione tecnologica, quella fenolica e quella aromatica. Il vino che ne deriva si caratterizza per una componente acido-tannica che ne esalta la droiture e ne favorisce la vita lunghissima tanto in bottiglia quanto nel bicchiere dove il vino con il trascorrere del tempo non si spegne bensì si esalta, continua ad evolversi in un incessante andirivieni gusto-olfattivo.
i vini in degustazioneÈ a questo grande vino e al suo terroir che è stata dedicata il 23 marzo 2016 una doppia verticale condotta da Marina Alaimo presso il ristorante Cap’Alice in via Bausan. Le sessioni di degustazione hanno riguardato alcuni dei prodotti di punta di due aziende del Vulture: Eubea e Vigne Mastrodomenico. Si tratta di aziende relativamente giovani, entrambe fondate verso la fine degli anni ‘90 e a conduzione familiare, ma che hanno già dimostrato di saper interpretare al meglio la millenaria tradizione enologica del Vulture.
Eubea, che ha presentato il Ròinos nei millesimi 2008, 2009 e 2012, ha sede in località Ripacandida ed è oggi guidata da Eugenia Sasso (presente alla degustazione), nipote e figlia d’arte, affiancata dal papà Francesco una delle maggiori personalità del mondo del vino della Basilicata. Il Ròinos proviene da vigne antiche anche di 70 anni coltivate a Barile principalmente ad alberello o a filare basso (questo per limitare gli effetti del caldo e del sole durante le assolate giornate dei mesi estivi) e affinato attraverso un sapiente utilizzo di botti di rovere francese.
Le Cantine Mastrodomenico, che hanno presentato il Likos nei millesimi 2007, 2009 e 2011, sono situate a Barile piccolo paese incastonato tra le pendici orientali del monte Vulture in quel suggestivo scenario naturale del massiccio collinare Sheshë: una serie di grotte scavate nel tufo ed adibite, soprattutto nel passato a cantine per la custodia del vino. L’azienda, condotta dall’agronomo Donato e dai figli Giuseppe e Emanuela (anche lei presente alla serata di degustazione) si caratterizza per il meticoloso lavoro in vigna e per la forte spinta innovativa: dal 2011 l’azienda ha aderito a Farm To Fork (F2F) una ricerca pilota finanziata dall’Unione Europea, e che coinvolge aziende ed università sparse su tutto il territorio europeo, destinata a promuovere la tracciabilità dei prodotti alimentari e la lotta alla contraffazione. Una volta a regime, il sistema di tracciabilità consentirà di ricostruire la storia di ogni singola bottiglia dalla vendemmia fino all’affinamento e all’imbottigliamento finale.
Entrambe le aziende operano da alcuni anni in regime di viticultura biologica certificato. La scelta verso la viticoltura sostenibile è testimonianza dei valori che permeano la filosofia aziendale di entrambe: un approccio alle risorse della terra basato sul rispetto, la preservazione e lo sguardo rivolto alle generazioni future.
In via generale, le due verticali hanno confermato la vocazione dell’Aglianico del Vulture come grande vino da invecchiamento caratterizzato da una mineralità che sembra trarre la propria linfa vitale dalla lava, dal tufo e dalle brezze che dal mare si inerpicano fino al Vulture. La degustazione ha consentito, inoltre, di analizzare più in dettaglio il millesimo 2009: proposto in entrambe le verticali, tale millesimo si è confermato come un’annata di grande spessore grazie al carattere amichevole e caldo dell’andamento climatico stagionale. Infine, quanto alle annate più giovani, se da un lato il loro essere ancora in fieri è di palmare evidenza, dall’altro lato i due vini hanno evidenziato un carattere caleidoscopico, ed una estrema vitalità fatta di irrequietezze, di movimento, di dinamicità, con delle potenzialità evolutive da vertigini.

La degustazione

Ròinos 2008 Eubea
Manto rubino cupo. Timbro olfattivo evoluto e discretamente modulato con un corredo aromatico che apre su note di amarena, poi pepe nero e quindi note di gesso che si intrecciano nella chiusura con note di pelle conciata e sentori eterei di ceralacca. Al palato il vino mostra potenza ed eleganza in un discreto equilibrio generale in cui l’acidità risulta ben calibrata e mai aggressiva. Lungo il finale declinato su note minerali salmastre e che ricordano la pietra lavica e la grafite. Affinato in botti di rovere.

Ròinos 2009 Eubea
Rosso rubino intenso. L’intrigante incipit olfattivo sprigiona note di frutta rossa, poi i profumi virano drasticamente verso sentori di liquirizia in radice per cedere il passo a note floreali; quindi con l’ossigenazione il naso viene condotto verso stuzzicanti sentori di pepe nero intrecciati a nuances minerali ed erbe aromatiche. Seguono di nuovo le spezie, ma questa volta dolci, per chiudere infine con accenni di fichi secchi. La bocca è interamente giocata sugli inseguimenti gustativi tra i tannini irruenti, ma non aggressivi, e tutto sommato ben delineati, la piacevole sapidità ed una affascinante freschezza che sottolineano le intatte potenzialità evolutive del vino. Finale lungo e coerente declinato su note di grafite e china. Affinato in botti di rovere.

Ròinos 2012 Eubea
Manto rubino, ricco di luce e di riflessi. Il naso, avvolgente, apre su note di amarena intessute a note eteree, per poi orientarsi verso sentori di pepe nero e chiodi di garofano e infine su note di caffè e cacao. Bocca di struttura tutt’altro che timida: il sorso porta in dote la freschezza del sapore, tannini setosi e ben fusi nella struttura del vino ed una stuzzicante sapidità che sostengono un corpo a dir poco imponente e fanno da preludio ad un finale lungo e di rara potenza declinato su note di caffè, timo e gesso. Insomma, un millesimo che esprime al meglio le potenzialità del territorio: godibile già oggi ma con ancora lunghi anni di evoluzione davanti a sé. Affinato in botte di rovere.

Likos 2007 Mastrodomenico
Rubino cupo, quasi impenetrabile. L’assetto olfattivo è lento ma ricco e generoso; esordisce su note di cuoio e di amarene che ‘dominano’ un quadro che si arricchisce poco a poco di spezie dolci, poi gesso e grafite, quindi sentori iodati e salmastri per orientarsi in chiusura su note di ceralacca. Bocca elegante e carica di vitalità in cui i tannini, evidenti ma ben fusi nella struttura, e l’impetuosa salinità, che rilancia la persistenza iodata ed eterea, operano in un contesto di generale equilibrio gusto-olfattivo. Un vino, insomma, con prospettive di evoluzione ancora rilevanti. Barrique francesi poi affinamento in bottiglia.

Likos 2009 Mastrodomenico
Il vino esprime perfettamente le potenzialità dell’andamento climatico stagionale, caldo e precoce, e che regala un millesimo che donerà ancora a lungo tante soddisfazioni agli appassionati. Manto rubino compatto, la carica antocianica è talmente forte da lasciare del colore lungo le pareti del calice. Silhouette olfattiva ricca ed elegante nella sua prorompente mineralità: apre su note di gesso e nuances di grafite, poi amarena in confettura e sorba matura, quindi humus e sentori silvestri anticipano note di chiodi di garofano e una lussuosa declinazione aromatica di radice di liquirizia. Come se non bastasse, dopo circa venti minuti dall’inizio della degustazione emergono suggestive note di pesche sciroppate e di agrumi e fichi secchi. Il sorso è intenso ed energico e rivela un’impalcatura acido-tannica di solare efficienza; il finale potente, complesso e lungo è interamente dedicato alla frutta in confettura e alle note minerali. Lo si può apprezzare già da ora, oppure da conservare in cantina per qualche lustro. Barrique francesi poi affinamento in bottiglia.

Likos 2011 Mastrodomenico
Il tono cromatico, cupo e tetragono è sostanzialmente in linea con il millesimo precedente. Il ventaglio aromatico è imponente, colossale e caleidoscopico. Il naso, in effetti, indugia in un continuo susseguirsi e rincorrersi di ritorni olfattivi con un incipit declinato su note di spezie dolci ma che si rimodula subito su prorompenti note iodate, ferrose e medicinali. Poi le note di fichi secchi, le bacche di liquirizia, i sentori di cacao e la polvere di caffè prendono il sopravvento ma solo per condurre il naso ad un progressivo declino su note di more di gelso, quindi di rosa e di erbe alpine. Il sorso evidenzia grande qualità: il vino entra autorevolmente nel palato per allargare velocemente lo spettro aromatico e scatenarsi in una vertigine di ritorni minerali e di liquirizia, in un quadro caratterizzato dal martellante ritmo impresso dall’acidità e da un persistente finale gessoso. Un vino monumentale ma palesemente ancora in divenire e che merita di essere atteso ancora a lungo per poterne apprezzare al massimo tutte le proprie potenzialità. Barrique francesi poi affinamento in bottiglia.

Brunello alla Volée…

Pubblicato da aisnapoli il 31 - maggio - 2012Versione PDF

Di Mauro Erro
L’altra settimana ho partecipato ad una bella degustazione di sangiovese da Montalcino nell’ambito del laboratorio di degustazione che con Fabio Cimmino e Tommaso Luongo abbiamo ideato in collaborazione con la delegazione di Napoli dell’AIS.
Interessante perché i vini erano innanzitutto buoni e rappresentavano interpretazioni diverse, ma altrettanto soddisfacenti e gustose del sangiovese grosso Ilcinese (senza addentrarci nei meandri di parole come tradizionale e moderno i cui significati sono spesso opachi e travisati).
Alcuni vini già bevibili, altri da attendere e dimenticare un po’ in cantina.
In ordine di preferenza eccovi un paio di note.

Brunello di Montalcino 2006, Pian dell’Orino: un vino espansivo, cordiale ed elegante, con un bel nocciolo fruttato ed un contorno di sfumature odorose a regalare complessità. Palato di bella densità di materia, felpato, tannino sottile che non frena il finale gustoso. In beva.

Brunello di Montalcino 2006, Le Potazzine: un vino più introverso rispetto al precedente, si da con maggiore parsimonia e preferisce alla ricchezza aromatica, al momento, un sussurro balsamico che da ritmo ai profumi che esalano con il tempo. Bocca ampia e tesa, ma ancora trattenuta sul finale da un tannino di bella trama, ma presente. Da dimenticare in cantina per un po’.

Brunello di Montalcino Bramante 2006, Podere San Lorenzo: un vino allo stesso tempo più aperto rispetto al precedente e a quello che seguirà, ma sottile e più timido rispetto al vino di Pian Dell’Orino. Ha trama odorosa garbata, fruttata, floreale e balsamica e un palato da pesi medi, espansivo e rarefatto nel finale. Già bevibile.

Brunello di Montalcino Vigna Soccorso 2007, Tiezzi: Sgomita e prima di aprirsi e liberarsi da qualche impuntatura ci mette un po’, per poi regalare una bella materia fruttata. Anche al palato è nervoso, salato e con un finale su un intrigante tannino rugoso. Da dimenticare in cantina.

Brunello di Montalcino 2006, Le Ragnaie: è quello che, al momento, mi ha soddisfatto meno, nonostante la buona materia, per quel tocco di esotico di troppo, che ritrovi al palato in quel finale leggermente dolcino che lo rende un po’ stucchevole. Da attendere in cantina che assorba il legno oggi un po’ in eccesso. Articolo pubblicato anche su Il Viandante Bevitore.

Luigi Tecce…Il Taurasi che non t’aspetti!

Pubblicato da aisnapoli il 25 - settembre - 2010Versione PDF

Di Rosario Tiso

Quando ha chiamato “POLIPHEMO” il principe dei suoi aglianici,sicuramente Luigi Tecce ha pensato all’analogia fra la mole mastodontica del Ciclope omerico e la monumentalità del suo Taurasi.

O forse ha voluto evocare la circostanza che vede Ulisse indurre il “gigante” a bere fino ad ubriacarsi.

Non saprei.Propendo per la prima ipotesi…ancora soggetto alla malìa di un “campione”,dell’annata 2006,di 15 gradi alcolici.

Proveniente da vitigni che suppongo antichi per l’eleganza e la finezza che il vino sa esprimere già alla prima timida olfazione, ho potuto degustarlo per la generosità dell’amico Sandro Maselli nella cornice consueta del wine-bar Cairoli di Foggia.

Il racconto è un traboccamento dell’anima….

Un colore rubino saturo e compatto fa presagire notevole fittezza di estratti che puntualmente si ritrovano e conferiscono al “bouquet” un respiro multidimensionale.

Il frutto in confettura è in costante controcanto con un’oscura mineralità derivata da terreni grassi e freddi.

La speziatura è un’aroma appena sussurrato.

Al gusto drappeggi glicerinosi,che rigano copiosamente la coppa,ammantano lingua e palato in un caldo e virile abbraccio e si coglie un tannino piacevolmente ruvido e già perfettamente integrato.

Che dire:un grande vino!

Fino a quando non ho letto la controetichetta…

Una perentoria didascalia avverte che non ci sono lieviti selezionati,né enzimi,né batteri malolattici,né tannini aggiunti,né disacida,né chiarifica,filtrazione,gomma arabica…

Possibile?Non ho mai bevuto un vino che scaturisse da simili estremi giungere in sì felice approdo sensoriale.Mai un vino sostanzialmente biodinamico si era presentato così pulito,turgido,profumato,esente da difetti appezzabili ai miei recettori sensoriali.

La perplessità dura poco.

Sorso dopo sorso,la verità del gusto mi avvince.

L’armonia mi conquista.

La mia esperienza è risibile goccia nel mare delle infinite possibilità enoiche.

Più che idolatrare le proprie convinzioni,bisogna credere a quello che contiene il bicchiere.

Credo in quei produttori che hanno saputo coltivare una propria identità e compiono un percorso che non è solo professionale…ma che,per certi versi,muove dallo spirituale e pretende di fornire al mondo una personale declinazione della verità.

Quel che non amo sono gli steccati ideologici.

Come quello che contrappone,anche aspramente,coloro che fanno il vino dicendo di assecondare la natura a quelli che la natura pretenderebbero orientarla con tutti i mezzi.

Ho bevuto vini buonissimi “costruiti” perfetti.Altri,meno riusciti,hanno un che di caricaturale.Come certi vini “naturali” imbevibili.

Se si lasciassero briglie sciolte ai sensi nessuno si sognerebbe di assegnare un’aprioristica connotazione negativa a qualcosa che si registra gradevole.

Ma prevale l’ideologia.

L’ideologia è quanto di più distante dal bicchiere.

E’ l’attitudine a parlare della realtà senza osservarla.

E’ l’arido rito della celebrazione della compiutezza della propria cosmogonia.

Non esiste un sapere univoco,una magica ricetta,una sapienza esoterica,un percorso preferenziale che conducono all’immigliorabile vinicolo.

Esistono solo uomini che immaginano e poi realizzano dei sogni e con i loro vini sanno regalare autentiche emozioni.

Con saperi diversi,intuizioni diverse,modalità differenti,illuminazioni e lampi creativi scaturenti da

versanti contrapposti dello spirito.

Altrettanto validi quando sanno produrre l’eccellenza.

L’eccellenza in un vino va scovata.

Il vino si accoglie,giammai si cataloga.

E’ sempre diverso come l’attimo che fugge.

Solo amandolo esprimerà l’inesprimibile.

Luigi Tecce è sicuramente nel novero di quella risma di produttori vinicoli non convenzionali.

Me lo ha detto il suo Poliphemo….

 

Report: serata alsaziana con Lucia Pintore e l’Ais Cilento

Pubblicato da aisnapoli il 29 - gennaio - 2009Versione PDF

Di Giannantonio Aiuolo
Un nutrito ed interessato gruppo di sommeliers ed appassionati si è ritrovato Martedì 27 Gennaio all’Hotel Cerere di Paestum per una “Full Immersion” nella realtà vitivinicola dell’affascinante Alsazia. Ad illustrare, con la consueta competenza,gli usi,i vitigni e lo stile inimitabile di quell’area c’era Lucia Pintore.
L’Alsazia è la regione vinicola più settentrionale della Francia e una delle più fredde del mondo e ciò può far capire gli sforzi e la bravura dei vigneron per riuscire a produrre quei capolavori che conosciamo. Racchiusa praticamente tra la catena dei Vosgi ed il corso del fiume Reno,la Regione nel corso dei secoli è passato dal dominio francese a quello tedesco più volte e questo ha determinato una similitudine di piattaforma ampelografica tra le due sponde del grande fiume ma con risultati finali molto diversi. La Regione è divisa in due Dipartimenti:Bas Rhin ed Haut Rhin rispetto appunto al corso del Reno;i vini più ricchi di struttura e caratteristiche tipiche vengono prodotti per la maggior parte a Sud nella zona che fa riferimento alla città di Colmar.I terreni alsaziani sono tra i più variegati tra le aree vinicole;sono presenti diverse formazioni che vanno dalle creste silicee su roccia granitica dei Vosgi,alle colline di sabbia povera su substrato calcareo,ai depositi alluvionali delle pianure adiacenti il fiume Ill. Clima freddo in l’Alsazia. Regione che però gode dell’effetto riparante dei Vosgi che frenano le freddi correnti oceaniche e che grazie alla presenza di grandi masse d’acqua,alla sapiente esposizione dei filari e ed un’autunno relativamente poco freddo, si riesce a far maturare le uve. I vitigni maggiormente coltivati sono: Riesling,Gewurztraminer,Pinot Gris,Muscat blanc à petits grains;ma sono presenti anche Pinot Blanc,Sylvaner,Muscat Ottonel,Chasselas ed il versatile Chardonnay utilizzato in uvaggio nello spumante Cremant d’Alsace. Anche il Pinot Noir ha la sua quota di vigna ma i risultati non particolarmente memorabili lo relegano all’uso locale nelle Weinstuben.Sono denominati “Grand Crù” 51 località da cui si produce il 2,5% del vino dell’AOC Alsace.

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