Associazione Italiana Sommeliers

AIS – delegazione di Napoli

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Archivio per la categoria: ‘I luoghi, le persone e i prodotti del Gusto’

1Di Gennaro Miele

Le donne hanno tante anime, sono sfaccettature della stessa natura che ci circonda, osservare il loro modo d’ essere significa interpretarne la vita, osservando quella che non è solo una donna ma anche una produttrice di vino puoi carpire il senso che lei attribuisce alla vendemmia, al tempo fatto degli umori della natura, le donne del vino sono non solo memoria della loro vita ma della terra e dei loro frutti.
Con Marina Alaimo, trai soffi del primo freddo novembrino, il ristorante Cap’alice di Mario Lombardi, è stato il palcoscenico per l’interpretazione del vino di due donne, anime diverse tra loro e profondamente somiglianti alle sfumature dei loro calici, diversi nelle annate come diverso ogni giorno può essere il risveglio ma in cui un filo conduttore le lega l’una alle altre.
La narrazione della serata di Racconti di Vini e Vigne ha avuto le voci di Marina Alaimo, Marilena Aufiero e Diamante Renna Gaita che sono state le foglie attraverso cui il vento di una storia che si ripete da millenni, quella della vendemmia, ha soffiato con gentilezza ed eleganza, la storia di una parte d’ Irpinia, territorio vocato per la vigna ed evocato da chi del vino ha fatto la propria passione.
Due donne e due vini a confronto, il Greco di Tufo di Marilena ed il Fiano Vigna della Congregazione di Diamante, capaci di stupire in una mini-verticale di tre annate, per eleganza e trasparenza nelle intenzioni, quella di non avere filtri verso chi si approccia ai loro calici.
2CANTINE BAMBINUTO – GRECO DI TUFO DOCG
La voce di Marilena racconta di una scelta fatta nelle vigne di famiglia in Santa Paolina, cuore della produzione storica del Greco, quella di affrontare la vinificazione del greco in purezza e di dare voce, nelle proprie bottiglie, solo alle proprie uve senza conferitori, assumendo l’onere del rischio e l’onore di poter dare il proprio nome ad un vino.
Con una produzione di 20.000 bottiglie, il Greco di Tufo di Cantina Bambinuto si presenta con la sua veste tradizionale, una decisa acidità che è come l’aspetto ruvido di un carattere che apprezzi poi nel tempo, carpendone diverse sfaccettature, un modo d’essere cui devi dar modo di esprimersi per trarne sensazioni di spessore.
Questo Greco non si concede al calice prima di due anni dalla vendemmia, l’attuale lavoro in vigna mira ad una selezione di lieviti naturali avvalendosi della collaborazione del Prof. Moschetti, genetista, che permette di non dover ricorrere all’utilizzo di lieviti acquistati, un vino della vigna in ogni sua dimensione.
Il filo conduttore delle tre annate in assaggio, 2012-2013-2014 è una vivace freschezza già al primo assaggio che comunica una spiccata tendenza alla longevità, la delicata mineralità reindirizza poi verso la riconoscibilità del vitigno, la 2012 è al naso note iodate e leggere di liquirizia, un assaggio appena tannino e una buona struttura alcolica.
Il calice del 2013 è delicato all’olfatto con un inizio di fiori di camomilla, minerale di pietra di gesso con un acidità più contenuta nel confronto fra le tre annate per aprirsi su una gradevole morbidezza, un assaggio in cui la freschezza sembra aver raggiunto un maggior assemblaggio nelle altre componenti nel corpo del vino con un gradevole finale ammandorlato.
La 2014 è l’annata caratterizzata da una bassa resa e dalla pratica della fermentazione svolta con lieviti selezionati in vigna individuati su determinati filari, si apre con leggeri sentori agrumati accompagnati da note di fiori gialli, si ha la sensazione del caldo che carezza l’estate in cui le uve sono maturate, l’assaggio si presenta con una spiccata acidità, come un raggio di sole improvviso, leggerissima la carica tannica che ne amplia la capacità di abbinamento a tavola, entra poi la nota sapida, fattori che convogliano nella prospettiva di longevità.

3VILLA DIAMANTE –VIGNA DELLA CONGREGAZIONE FIANO DI AVELLINO DOCG
Diamante è una donna che non ama parlare molto ed in pubblico ha lo stile di un poeta timido che quasi vorrebbe nascondersi nel momento in cui i suoi versi vengono decantati, l’accento inglese delle sue origini non ha la durezza anglosassone ma piuttosto è una delle sfumature della terra che contraddistinguono il suolo di Vigna della Congregazione, chiamata in questo modo dal compianto Antoine Gaita in quanto appartenente in altri tempi alla Chiesa.
Il modo di raccontare dei suoi calici ha accenni di malinconia e sintesi, il suo intento è di preservare la memoria di chi le è stato accanto e che ora ha una possibilità di vita nei calici delle ultime annate da lui curate.
Le annate in degustazione sono 2009-2010-2013 nelle quali in filo conduttore è l’eleganza e il discostarsi dagli standard, elementi che nella visione di Antoine richiedevano tempi maggiori per l’uscita sul mercato, una riflessione in bottiglia che sarebbe poi stato il riflesso di un’eccellenza già percepibile in una produzione che si pone tra le 4000 e le 6000 bottiglie per annata
Nella 2009 non si percepisce nota ossidativa ma bensì una leggera nocciola che lega con sentori dolci, in bocca è elegante e ricco, ha leggera freschezza e sapidità in chiusura, su toni olfattivi floreali e balsamici di salvia la 2010 irrompe poi all’assaggio con delicata acidità ben bilanciata dalla sensazione di calore dell’alcol che accompagna e non invade denotando buon equilibrio.
Nell’assaggio della 2013 il pensiero va alle parole di Diamante ‘’questa è l’ultima annata curata da mio marito’’, ed il vederla versare è come ascoltare in silenzio le parole di un testamento, l’emozione olfattiva è appagata dal dolce sentore di agrumi canditi ed un leggerissimo accenno erbaceo, l’assaggio è ben definito nelle diverse componenti armonioso come il silenzio in vigna dopo la vendemmia.

Delicati e personali i toni dei vini come anche lo sono stati i piatti della cucina di Mario Lombardi curati dallo Chef Claudio De Castris, dal risotto alla zucca con pecorino bagnolese e croccante di carciofi ad un delicato Baccalà in umido con scarola fino al ricordo, credo ancora presente in molti, di un Flan al cioccolato e castagne di Montella, piatti che hanno rispettato l’eleganza e la ricerca versata nei calici
Lasciando Cap’alice credo che tutti abbiano portato dentro sé quella sera e gli appunti emozionali fatti di sorsi, quegli assaggi che sapevano del futuro e delle prospettive dei calici ma anche del passato con le sue amarezze e le sue speranze che sono il nostro presente.

IMG_20161017_200713Di Fosca Tortorelli

Il 17 ottobre “’O Sfizio d’’a Notizia” di Napoli è stato il palcoscenico di un nuovo e gustoso viaggio nella storia gastronomica napoletana. “Mpustarelle e Sfogliatelle – I Magnifici 7”, il titolo prescelto per la serata, che ha visto protagonisti sette grandi artigiani del gusto, magistralmente coordinati da Laura Gambacorta e coadiuvati dall’approfondimento storico-culturale del professor Fabrizio Mangoni e dall’apporto tecnico di Luigi Dallagiovanna dell’omonimo molino.

Dunque non solo pizza per il neonato divertissement del vulcanico Enzo Coccia, infatti per l’occasione, sette professionisti dell’arte bianca hanno messo in campo le loro forze confrontandosi con due peculiarità partenopee: le ‘mpustarelle e le sfogliatelle.

Vi starete sicuramente domandando cosa sono queste fatidiche ‘mpustarelle, ebbene, dopo un’attenta ricerca e diverse sperimentazioni, Enzo Coccia e Eduardo Ore in collaborazione col Panificio Malafronte di Gragnano, hanno messo a punto una ricetta moderna, in grado di riportare in auge la tradizionale cocchia napoletana, un pane dalla crosta croccante e di forma allungata simile ad una ciabatta.

Per l’impasto è stata utilizzata un’esclusiva miscela di farine del Molino Dallagiovanna, una lavorazione complessa e attenta, che grazie all’alta idratazione (80%) e alla convivenza di due prefermenti – una biga e il lievito madre – permette di ottenere dei pani fragranti e dalla straordinaria digeribilità, caratterizzati da una crosta croccante e un interno estremamente morbido.

IMG_20161017_202659Per la serata sono state proposte tre farciture diverse, in ordine progressivo per leggerezza e complessità dei sapori. Come prima tipologie è stata servita la ‘Mpustarella con pomodorini datterini freschi, pecorino bagnolese semistagionato, bresaola di bufala consorzio Alba, rucola ed olio extravergine Dop, una scelta dal carattere rinfrescante, che in un certo modo ha voluto segnare il finire della stagione estiva. In seconda battuta la ‘Mpustarella con scarola riccia cruda, pomodorini semisecchi, olive nere di Gaeta, lardo di Colonnata, melanzane sottolio, che con tinte leggermente più scure ha dato il benvenuto all’autunno, e in ultimo la ‘Mpustarella con provola di latte vaccino, soffritto e friarielli, dai toni più invernali, che con forza, armonia e vigoria ci ha riportato in quelli che sono i sapori autentici, simbolici e identificativi della nostra realtà partenopea. Versatile, scorrevole e sincera la birra Menabrea alla spina ha accompagnato le tre gustose preparazioni.

Da un classico all’altro, si è passati alla nota dolce della serata, e con sapiente maestria il Prof. Mangoni ha ripercorso la storia della sfogliatella catturando l’attenzione dei partecipanti.

Dopo la veloce e interessante panoramica su Bartolomeo Scappi autore della rinascimentale “Opera dell’arte del cucinare”, dove si parla di sfogliatelle ripiene di biancomangiare, il professore si è spinto su una puntuale descrizione dell’aneddotico racconto della sfogliatella Santa Rosa, nata appunto nel convento di Santa Rosa a Conca dei Marini. La leggenda racconta che tale risultato è stato frutto del gesto casuale di una delle monache, che pensò bene di aprire la sfoglia dall’interno verso l’esterno creando una sorta di cappuccio, in grado di ospitare la crema pasticcera, poi guarnita con delle amarene. Il racconto si è protratto fino alla versione più diffusa nella realtà odierna – riconosciuta come più classica – priva di crema e amarene, proposta dalla pasticceria Pintauro nei primi del novecento. Dalle parole alle azioni, il dinamico e descrittivo racconto si è materializzato con le tre varianti riproposte nel seguente ordine: la seicentesca da Ciro Scarpato in versione classica e in una spettacolare forma gigante, la Santa Rosa da Salvatore Capparelli in versione classica e mignon e la classica da Vincenzo Mennella nel suo classico formato in un connubio armonico di sapori, arricchiti dalla delicatezza e dai profumi delle arance candite del Vesuvio di produzione propria.

Un plauso ai maestri e agli organizzatori per aver arricchito le menti e deliziato i palati.

Giallo come il liquore che “Strega” le parole

Pubblicato da aisnapoli il 15 - ottobre - 2016Versione PDF

IMG_5200Di Marta CattaneoGiallo come il liquore che Strega le parole” canta Vinicio Capossela. Strega Alberti, storica azienda dolciaria di Benevento, non solo strega le parole, ma è pronta a conquistare i palati napoletani con il suo flagship inaugurato ieri nel cuore di Napoli, in via Benedetto Croce. Uno store monomarca pensato come luogo di ritrovo per cultori del buongusto e per tutti coloro che desiderano scoprire il mondo Strega Alberti. Due piani in cui, sugli scaffali realizzati con rovere delle antiche botti di Benevento, sono esposti non solo le bottiglie di Liquore Strega, prodotto di punta nato nel 1860, ma anche i dolci, tra cui il rinomato torrone Strega, il pan di Torrone, il torrone al limone, alla mandorla, al cioccolato e i torroncini e le scatole dal sapore vintage che raccontano la storia del marchio, impresa ultracentenaria nata a Benevento nel 1860 che, tra le altre cose, ha legato il suo nome anche alla cultura visto che dal 1946 patrocina insieme alla fondazione Bellonci il più prestigioso premio letterario italiano: il Premio Strega, appunto. Con oltre 150 anni di storia, quindi, Strega Alberti è oggi un’azienda familiare alla sua sesta generazione ed è un marchio tra i più diffusi ed apprezzati sul mercato italiano ed estero. Nel mondo è presente in 40 Paesi, in testa gli Stati Uniti. IMG_5203Stiamo puntando molto sul concetto di retail – spiega Giuseppe D’Avino, Presidente e Amministratore delegato di Strega Alberti – perché riteniamo di avere caratteristiche e valori che possono essere condivisi e apprezzati dal pubblico. Abbiamo costituito una società, la Strega Retail, e stiamo battendo tutte le strade principali: il travel retail, con punti vendita all’interno delle stazioni; il downtown e questo è il primo punto vendita downtown importante che inauguriamo e, successivamente, pensiamo anche ai centri commerciali. D’altra parte, la nostra gamma dolciaria così ampia si presta bene a un negozio monomarca e al concetto di assortimento”. Tradizione sì, ma non solo. Nel corso della serata, infatti, grazie ai barman di Mixer Lab, è stato proposto al pubblico un cocktail a base di Liquore Strega. Un twist sul Moscow Mule dove, al posto della vodka è stato utilizzato lo storico prodotto di casa Alberti usato insieme al lime e all ginger beer. “Un abbinamento particolare – spiega Alessandro Tambaro di Mixer Lab – che si presta molto bene a diverse combinazioni, soprattutto come aperitivo”. “Questa sera si incrociano due strade parallele – aggiunge D’Avino – Noi abbiamo la nostra campagna di promozione del liquore nell’ambito della miscelazione e poi la gestione dei negozi. In questa occasione le abbiamo intersecate, ma abbiamo un intenso programma di promozione e collaborazione per spiegare e condividere questo utilizzo moderno del liquore Strega”. “Un liquore che si associa particolarmente bene alla miscelazione proprio per il suo aspetto speziato, ma che, in fondo, è sempre stato presente in molti dolci, soprattutto del sud Italia” conclude. Un marchio della tradizione che, pur restando fedele alle proprie origini, guarda al futuro con innovazione e modernità.

Fenomeno “le Charcutier”

Pubblicato da aisnapoli il 16 - settembre - 2016Versione PDF

14199443_10210888813400777_7460896465994392448_nDi Michela Guadagno
Stasera un privilegio per chi c’era, assistere in diretta davanti ai propri occhi ad un quadro degno del teatro classico napoletano, solo svolto ai giorni nostri, ah se ci fosse stata una telecamera portatile… Sarà forse che la data era una cabala venerdì 9/9, sarà che il pianeta benefattore Giove entra così beneagurante nel segno benefico della Bilancia, si assiste a quello che definiamo “street food” – “originally very well” dice Lello Tralice, nell’accezione più sincera del termine.

14322634_10210888814280799_1525805508425233994_nDunque, il fatto: Aperitivo Gourmet BUONO da Salvatore Cautero in Napoli, Caseari Cautero sas Via Matteo Renato Imbriani 1, dice Google Map,  per chi è verace affezionato è l’incrocio dove via Salvator Rosa si trasforma da una parte in piazzetta Pontecorvo e dall’altra sale verso Mater Dei. Stasera erano in menu (copio testualmente dall’evento su FB) mozzarella mozzata a mano del caseificio Agnone di Cancello Arnone, mortadella di suino Mangalica, ‘e purpettt ‘e mamma’, allardiat ‘e papà, e in degustazione Vigna Segreta Falanghina Mustilli, Fontanavigna Pallagrello bianco Terre del Principe; in start Blanquette de Limoux e poi tanto per gradire Pallagrello nero Casolare Divino  e Pinot noir de Bourgogne.

14184394_10210888813560781_614087982930555276_nPassa un terzetto di persone: «scusi ma qui si mangia?», «sì certo, accomodatevi», attratto dalla padellata di polpette al sugo che pippiava sulla piastra a induzione. Dopo un po’ arriva una coppia, diretta ad un concerto a Materdei di Peppe Servillo: «avevamo un desiderio del tipo “ambrogio ferrero rocher”, sarei andato dal senegalese a mangiare un piatto di riso ma ho visto le polpette irresistibili, possiamo?», «certamente». Altro giro altra corsa, il terzo gruppetto arriva più tardi, l’allardiat’ ‘e papà andava che era una bellezza, e anche i signori si fermano, compiacente anche il loro cane Margot.

Finale: estemporanea spontaneità, roba che solo a Napoli, ai tavolini su un marciapiede con luci da atmosfere bohémiennes da bistrot a Montmartre, io l’ho visto, lieta di esserci e contenta di raccontarlo.
ah ps, Salvatore emozionato, scrivetelo ad Alessandro Scrivo.

L’eroico viticoltore

Pubblicato da aisnapoli il 14 - settembre - 2016Versione PDF

14040180_1097860106949018_1542814048076678946_nDi Dario Buonfantino
Sono davvero tanti anni che villeggio ad Ischia ma soltanto negli ultimi sto iniziando a capire di cosa é fatta realmente quest’isola grazie ai racconti di chi ci vive da generazioni. Un’isola innanzitutto contadina e poi, soltanto dopo, di pescatori.
Ieri al tramonto, quasi per caso, ho provato a bussare alla porta di una cantina di Campagnano per provare qualche buon vino e curiosare in un mondo che conosco pochissimo ma che trovo indiscutibilmente affascinante; un buon vino, infatti, non è mai frutto di casualità ma è un’insieme di elementi naturali (terreno, acqua, umidità, altitudine, latitudine…) e di intervento umano (le braccia del viticoltore, i consigli dell’enologo…) che, fondendosi sapientemente, riescono talvolta a dar vita a sapori davvero raffinati.
Insomma, mi ha accolto con indescrivibile ospitalità Antonio Mazzella, un piccolo grande uomo di 70 anni dalla forma fisica invidiabile (di bassa statura e tonico come un ventenne), dalla grande tempra e dalla inimmaginabile saggezza. Un uomo che ama parlare, conoscere, farsi conoscere e che mi ha offerto uno spaccato della vita di un viticoltore appassionato che rispetta la terra (basti pensare che fissa le viti ai pali di legno soltanto con lacci di canapa o rametti flessibili per evitare poi di inquinare il terreno con plastica e porcherie varie) e che la coltiva con metodi antichi producendo uno dei vini migliori dell’isola e, secondo me, di tutti i Campi Flegrei. Basti pensare al bianco Vigna del lume. Ieri sera, dopo una verticale dei suoi vini prelibati, c’ho provato e gli ho chiesto se fosse stato possibile visitare la vigna e lui mi fa: “Guaglio’ volentieri ma ti ‘a scetá presto… ‘e ssei ja sta’ accá!”. Penso: “Queste sono occasioni che vanno prese al volo” e accetto volentieri coinvolgendo anche mio padre in questa passeggiata.
14089155_1096780850390277_2447736710847805106_nPassa la notte e suona la sveglia. Un caffè al volo, 3 biscotti mangiati all’impiedi e siamo già in auto e, dopo 10 minuti, incontriamo Antonio. Lungo la strada resto sedotto da quello che da anni considero lo squarcio panoramico più bello di tutto il Golfo di Napoli. Da Campagnano mi si para dinanzi un sole rosa che inizia timidamente a scaldare l’aria sorgendo alle spalle del Vesuvio. Il mio sguardo si perde tra gli scogli di Sant’Anna, il Castello Aragonese, l’isolotto di Vivara e poi Procida, Capo Miseno e Sua Maestà il Vesuvio che da lontano tutto abbraccia mentre una piccola barca solca per prima le acque di un caldo mare di fine agosto.

Si comincia. Antonio ci saluta e ci porta subito nella cantina dove invecchiano buona parte dei suoi nettari. Ci spiega l’importanza di essere affiancati da un bravo enologo per fare un buon vino. Ci dice che il suo, il prof. Luigi Moio, un giorno gli disse: “Antó, se vuoi fare un vino buono, tu pensa all’uva che io penso al vino“.
Dopo poco saliamo sul suo piccolo e sgarrupato furgoncino e ci inoltriamo su per una strada assai ripida. Quando l’asfalto cede il passo alla terra, solo allora parcheggiamo. Dopo aver aiutato Antonio a fare manovra in uno spazio davvero troppo angusto, lasciatogli da un vicino noncurante che ha provocato la sua repentina, netta e quasi indecifrabile ira, si calma e ci fa: “Iammunì!”.

14117967_1097860286949000_2395969582068609981_nIl sentiero é irto e scivoloso ma lui lo affronta con ai piedi dei sandali. Per noi, invece, scarpe da trekking e mani ben strette a delle corde ancorate sui lati di una parete a dir poco friabile. Dopo poco mi rendo conto di quanto sia difficoltoso l’accesso a questo vitigno per via dei suoi sentieri impervi e per cui bisogna essere dotati non solo di smisurata passione ma anche di un tocco di sana follia se lo si vuole coltivare. Come la definisce Antonio, qui si tratta di viticoltura eroic”. L’unica acqua a disposizione é quella che piove dall’alto. L’uva raccolta durante la vendemmia, che Antonio preferisce fare in un solo giorno con l’aiuto di circa 30 persone, viene caricata tutta su un piccolissimo carretto cingolato che deve necessariamente fare più viaggi. Si sale e si scende, si sale e si scende tra sentieri in aperta campagna finché non ci si para dinanzi lo spettacolo nello spettacolo: una vista mozzafiato dall’alto dell’insenatura che precede la Punta San Pancrazio e poi ancora vitigni in espansione verticale che sfruttano ogni fazzoletto di terra sfidando la forza di gravità.

Antonio ci spiega le immense difficoltà da affrontare quando le Istituzioni non fanno nulla per darti una mano e quando anche i concittadini isolani (che appella serenamente come “brutta razza”) non collaborano mettendo insieme le forze per portare in alto la Doc Ischia. Inoltre ci dice che: “Nisciun chhiù vo’ zappá ‘a terra” per cui, a momenti, teme di dover portare con sé i segreti di un lavoro fatto di tanti piccoli accorgimenti e che certo non si può tramandare in qualche mese. I figli, Nicola e Vera, hanno un ruolo fondamentale in cantina e per l’aspetto commerciale. Ma al di là dei tanti aneddoti che ci racconta è dietro il suo ripetere: “Dottó, je non so gghiuto a scola ma non so strunz…” che si nasconde tutta la verità su quest’uomo che é stato plasmato dalla terra e con lei e per lei vive rispettandola profondamente! E la terra rispetta lui regalandogli un’ottima uva Biancolella, dei fichi strepitosi e tanto altro ancora. Un uomo tutto d’un pezzo, saggio, che nel suo passato ha saputo cedere la responsabilità di alcuni passi importanti ai figli, che sa consigliare ma sa farsi da parte. Un uomo che sgrana gli occhi ed il cuore quando passeggia in quel terreno tanto impervio quanto spettacolare dove realizza se stesso in armonia con tutto il resto.
14102326_1097860416948987_7574630112268955647_nAd un certo punto, decide di cogliere dei fichi e un po’ d’uva da tavola per regalarcela. Sale su un albero con una dimestichezza tale da ricordarmi a tratti l’uomo primitivo.
Nel silenzio di quel momento eravamo così vicini eppure così lontani perché provenienti da mondi completamente diversi. Lo guardo, lo ascolto, lo ammiro e un po’ lo invidio perché, chi, come me, vive in città, troppo spesso non ha quel necessario contatto con la Natura che da solo basterebbe a farti uomo. Vedevo da una parte mio padre e dall’altra Antonio! Quanto erano diversi, anche nell’aspetto, eppure quanto erano simili perché ad entrambi la vita, attraverso percorsi differenti, aveva insegnato le stesse cose. Due uomini fatti! Così tosti eppure così teneri. Si, perché Antonio si é improvvisamente “sciolto” quando, per un attimo, ha parlato della moglie che non gode più di ottima salute mentre gli occhi gli si gonfiavano di lacrime.

Certe passeggiate cominciate così, per caso, finiscono con l’essere già parte dei tuoi ricordi diventando quelle esperienze che ti insegnano più di tanti libri. Non ho ringraziato abbastanza Antonio che si è congedato con un: “Scusate le chiacchiere!” perché purtroppo a volte freno le mie emozioni ma non saprei ringraziarlo mai abbastanza per avermi concesso di entrare per qualche ora nel suo piccolo, semplice, grande mondo e gli auguro, dentro di me, quella pioggia di fine stagione che più volte ha invocato per un’ottima annata.

Mennella passeggiata gastronomica a Torre del Greco

Pubblicato da aisnapoli il 19 - luglio - 2016Versione PDF

Di Fosca Tortorelli

La famiglia Mennella traccia da anni la storia della pasticceria Torrese, infatti dal 1969 i cittadini di Torre del Greco e non solo, si deliziano con le dolci gustosità, frutto della passione e della cura dei suoi proprietari. Non solo pasticceria, la famiglia si è distinta da anni anche nel settore gelateria, selezionando le migliori materie prime e proponendo gusti stagionali e semplici e mai banali, legati spesso ai meravigliosi prodotti che l’areale vesuviano offre. Ma non si vive di solo dolce, e così quasi a voler completare una già significativa “passeggiata gastronomica”; la famiglia Mennella da un paio d’anni ha aperto in Via Vittorio Veneto 28, sulla stessa strada dove già si trovano gelateria e pasticceria, la sua “Officina della pizza”.
Il nome ci rimanda all’idea di laboratorio, proprio a voler sottolineare l’artigianalità produttiva e la continuità con la tradizionale esperienza degli impasti e con la voglia di studiare e sperimentare, fino ad ottenere impasti digeribili e saporiti. Va detto che si tratta di pizze cotte in forno elettrico e presentate sia nella versione tonda al piatto che chilometriche in teglia, ma non per questo con una marcia in meno rispetto alla tradizionale pizza napoletana.
I primi di luglio nel locale di Torre del Greco sono state presentate le pizze che rientrano nel nuovo menù estivo; il giovane pizzaiolo Rodolfo Tucci, terza generazione di una famiglia di pizzaioli, insieme al suo team, ha elaborato la pizza Adamo, dove i pepeoncini verdi di fiume hanno incontrato la dolcezza del datterino giallo e la succosa lattosità del fiordilatte di Agerola, completando il tutto fuori forno con una spolverata di scaglie di Provolone del Monaco Dop. Dove c’è Adamo, non può mancare Eva, che con elegante maestria è risultata una pizza peculiare e sfaccettata, dove la base della pizza è stata arricchita da dolci rondelle di fichi, pancetta e provola di Agerola. A seguire i classici della tradizione, Margherita e Marinara, piacevolmente interpretate, con stesura a semolino con pomodorini freschi del piennolo,
Una discreta selezione di birre estere e un gradevolissimo chinotto Galvanina, che ha accompagnato il classico crocchè di patate, proposto in apertura.
Un’esperienza completa, che va dal dolce al salato, per trascorrere un pranzo o una cena e accontentare le esigenze di tutti facendo solo pochi passi, rivelandosi luoghi di riferimento non solo per i torresi ma per tutti.
Anche stavolta la presentazione e comunicazione dell’evento è stata curata dalla giornalista Laura Gambacorta, che ha curato l’evento nei particolare, rendendo la giornata gustosa e piacevole.

Malazè compie 10 anni, intervista a Rosario Mattera

Pubblicato da aisnapoli il 24 - giugno - 2015Versione PDF

DSCN5728Di Mauro Illiano

Malazè compie 10 anni, per l’occasione ho intervistato Rosario Mattera, creatore e vera anima dell’iniziativa. Ecco il resoconto:
Sono passati 10 anni dal primo sospiro di Malazè, dove siamo arrivati?
Intanto vorrei sottolineare che abbiamo percorso molta strada. In questi 10 anni abbiamo incontrato tanta gente straordinaria, incuriosito migliaia di visitatori, appassionato il pubblico flegreo e non. Personalmente credo che Malazé oggi possa vantare un’esperienza e dei contenuti nettamente superiori. Ad ogni buon conto, come ogni cosa, anche Malazè aveva bisogno di una svolta, e noi abbiamo deciso di ampliare l’anima di Malazè, accompagnando alla connotazione di tipo culturale, una nuova dimensione economica. Da quest’anno i protagonisti di Malazè, la gente che la sostiene – ristoratori, esercenti di piccole attività, operatori di ogni settore – diventa parte sostanziale dell’evento, finanziandolo e condividendone gli obiettivi. In questo modo ritengo che si siano fondate le basi affinché l’iniziativa possa finalmente assumere la dimensione che merita.

Quanto, a distanza di 10 anni, l’idea Malazè è stata compresa?
Molto e poco. Mi spiego, in realtà Malazè, pur avendo delle basi solidissime e dei seguaci fedelissimi, ha cambiato pelle più volte, e lo ha fatto per meglio assecondare le esigenze dei fruitori. Diffondere la cultura, diffondere un’idea, non è semplice, ma prima o poi, se il messaggio che si porta è un messaggio valido, allora puoi stare sereno che sarà recepito.

Come festeggerà, Malazè, i suoi primi 10 anni?
Rinascendo, faticando. Malazè è un progetto umile che non conosce sosta. I nostri 10 anni, lo posso affermare senza il timore di essere smentito, ne valgono 100 in considerazione del contesto e delle difficoltà affrontate. Più volte ho avvertito il bisogno di fermarmi, di riposare, eppure alla fine sono sempre andato avanti, e lo farò fin quando ci sarà qualcuno a sostenere le idee ed i valori di questo progetto.

Giuseppe Rea, sommelier di periferia

Pubblicato da aisnapoli il 4 - febbraio - 2015Versione PDF

Giuseppe ReaDi Gennaro Miele

Ci sono luoghi che nel tempo perdono in un certo modo parte della loro fisicità, vestiti di ricordi e sensazioni che ne divengono elementi d’architettura come il chiaroscuro in una tela. Uno di questi miei luoghi è su di una via che non desta particolari sospetti di bellezza, ma che rappresenta simbolicamente quanto di eccezionale si possa ritrovare in posti inusuali come mi è capitato tempo fa.

Questo è un luogo fuori dal tempo urbano, La Grotta,Vineria Grapperia Hostaria, a Casalnuovo di Napoli in Corso Umberto I°, Giuseppe Rea ne è il patron, persona divenuta amico e spesso maestro di stile. Il suo locale è mecca per appassionati, un bancone ligneo accoglie all’ entrata su stile irlandese, l’impercepibile ronzio di un frigo custodisce fresche sensazioni di bollicine, mentre i distillati sono come incorniciati in un’ampia nicchia al muro, su cui il sole gioca nelle mattine generose.

Non sarà difficile trovare questo ”sommelier di periferia” in vostra attesa seduto ai tavolini interni, illuminati da un arco di luce, questo è luogo d’accoglienza per eno-anime, pronte ad attraversare il confine delle domande, trovando lui disponibile nel versare risposte fatte di sapori e aromi. La GrottaUna competenza che generosamente spilla nei calici con l’apparente facilità resa tale da una vita fatta di ricerca e da una famiglia nelle cui vene scorre rosso aglianico piuttosto che altro. Una chiacchiera con Giuseppe è la rievocazione di sue esperienze, di fiere e paesi visitati da cui sembra esserne uscito arricchito, ricchezza trasferita agl’altri attraverso racconti seduti al bancone mentre la leva scende per la mescita di deliziosi vini al bicchiere Ed è così che ti accorgi d’improvviso di essere a pochi metri dalla strada lasciata poco prima e dalle sue diverse velocità, ma di non avvertirne la pressione ed il trasporto, ascolterai forse come in una rara occasione la quiete, non il silenzio, ma quiete scendere come neve in cui si perdono i suoni del giorno, come quelli dei muti e dorati ottoni alla parete, un ricordo jazz immerso nell’enoteca. 10872231_758152730900460_1378863682_nCi si addentra nell’enoteca, verso la cucina curiosi e rilassati, passando la sequenza d’ archi in pietra, attraversandone le stanze , soffermandosi come in una libreria davanti agli scaffali, leggendo titoli di storie da sorseggiare, fino al camino che sembra attenderti, che sa di antico, di locanda, di cose sincere e da riscoprire. Il menù de La Grotta, è la riscoperta del gusto, attraverso proposte gastronomiche di antica Napoli rivisitata con stile e modernità, e imperdibili sono le serate di degustazione a metà tra lezione e dedizione per un gesto enogastronomico che sa di missione. Ritornando alla luce del mondo invidio l’atmosfera in cui sono immerse tavoli e bottiglie, un luogo senza tempo, confermato da una pendola alta sul muro, con lancette ferme ed impresse in un momento dilatato all’infinito. È questo per me uno dei posti in cui i pensieri hanno il silenzioso tempo per incontrarsi, riunirsi e rigenerarsi, col solo rammarico che rare sono le occasioni, in questa frenesia che è la vita.

Giuseppe Rea all’uscita ti aspetterà con la sua aria sorniona e magari esordirà dicendo “hai mai assaggiato…?” domanda che troverà risposta al prossimo calice.

La Grotta, non solo enoteca, ma uno stile eno-periferico.

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