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Quattro parole per un sogno

Pubblicato da aisnapoli il 8 - ottobre - 2018Versione PDF

rossana-gajaDi Franco De Luca
L’appuntamento è alle 10:30 di venerdì 28 settembre. Per paura di fare tardi alcuni di noi sono lì un’ora prima. In un’ora Barbaresco la puoi percorrere tutta per 15 volte; non ci vuole molto per visitare il piccolo borgo di 600 anime che ha l’Enoteca Regionale in una chiesa sconsacrata, e questo la dice lunga sulla sovrapposizione, tutta piemontese, del sacro con il vino. Quando ci siamo finalmente tutti, suoniamo il campanello e la porta che si apre cigola, non perché sia vecchia o malandata, ma perché è di quelle che non si aprono spesso e non si aprono a tutti.

Siamo da Gaja, tra le principali aziende del Piemonte, il che vuol dire tra le maggiori d’Italia, il che vuol dire tra le prime del pianeta… e mi fermo qui. Rossana Gaja ci accoglie con disarmante semplicità e con l’attenzione e la cura che immaginavo riservata a sceicchi o magnati del petrolio, all’inizio sembra un’atmosfera irreale ma poi mi rendo conto che la gentilezza è autentica e questo ci rilassa provocando in molti di noi un inaspettato moto di benessere.

Essendo la struttura immersa nel cuore del paese, soggetta dunque a vincoli di ogni genere, non abbiamo potuto ampliarla e adornarla come avremmo voluto” racconta Rossana quasi scusandosi. La giovane donna non immagina che non siamo assolutamente in grado di fare valutazioni che non siano eccelse. E comunque, una volta attraversata l’arteria del paese mediante un tunnel sotterraneo (sì, avete letto bene) che conduce al Castello di Barbaresco, sede dell’azienda, il bello diventa sublime e allora viene quasi a noi di scusarci per essere lì.

gaja-internoNon sto qui a raccontare note di degustazione che avrebbero sapore di irriverenza e inoltre non voglio associare a un’esperienza del genere la mia personale interpretazione dei vini, dico solo che se arrivassero gli alieni con intenzioni non chiare e io fossi il responsabile delle negoziazioni, farei loro assaggiare il Sorì San Lorenzo del 1999 e sono certo che riuscirei a predisporre gli animi alla fratellanza universale, così come nello spazio manderei, insieme a Mozart e a Beethoven anche il Barbaresco del 2015 (sai che affinamento…), e forse sarebbe la volta buona che si mostrerebbero a noi con maggiore frequenza e con minore ambiguità. Ecco, solo una parola sul Barbaresco del 2015: per quanto all’inizio della sua lunga e promettente esistenza, mai prima di questo momento avevo trovato la parola “elegante” opportuna e propria per fotografare perfettamente un vino.

Tra affreschi del ’700 restaurati che evocano paesaggi bucolici del nord Europa, la degustazione si è consumata in una atmosfera rilassata e nello stesso tempo solenne. Oltre alle due già citate, le altre prestigiose etichette sono state Gaja & Rei del 2016, Barolo Conteisa del 2014 e il Gosset Champagne Extra Brut (marchio importato in esclusiva in Italia).

La parola per Gaja è SONTUOSO. Sontuoso è il castello, sontuosa è l’accoglienza, sontuosa la degustazione e sontuosi i vini. Quando all’estero voglio vantarmi di qualcosa dico: “Sono italiano come Colombo, Michelangelo, Troisi, Eduardo, Leonardo, Totò e Angelo Gaja“.

Solo per questa prima visita abbiamo avuto il piacere di avere con noi Mauro Carosso; è stato bello condividere anche con lui questa fantastica esperienza.

42943215_2401082083237090_1930622112045727744_nDopo un breve e fugace pasto (l’unico della due giorni di dimensioni ragionevoli) siamo partiti alla volta di Rocchetta sul Tanaro per visitare un altro caposaldo dell’enologia piemontese. Giuseppe e Raffaella Bologna sono i figli di Giacomo, uno dei personaggi più importanti della storia del vino d’Italia, un uomo che un giorno si è arrampicato sull’Everest per urlare al mondo: “Badate maledetti che il barbera non è il fratello scemo del nebbiolo…”, e da allora niente è stato più come prima. Le uve gregarie piemontesi hanno cominciato ad acquistare maggiore dignità e sono nati nuovi vini che hanno conquistato il mondo, vedi il celebre Bricco dell’Uccellone (1984). Come molti avranno capito l’azienda è Braida e anche qui camminiamo schiacciati dall’emozione: siamo in un posto dove si è consumata una rivoluzione e questo provoca farfalle nello stomaco coma agli innamorati.

Raffaella si occupa prevalentemente del commerciale. Lei non lo sa ancora e non so se avrà piacere di scoprirlo da noi, leggendo questo articolo, ma è più napoletana dei napoletani. La sua ospitalità è di quelle che non dimentichi, perché è vera e genuina, come vera e genuina è lei. Giuseppe è invece l’enologo ed appare, almeno in un primo momento, più taciturno. Nei lunghi capelli si intravedono aggrappati i suoi sogni. Quando ci porta in vigna per mostrarci il suo gioiellino ha gli occhi emozionati. Un po’ come il papà ha fatto col barbera, anche lui vuole dare maggiore dignità a uno di quei vitigni minori di cui si sente parlare sempre meno: il grignolino. Anche se appare molto determinato e lucido nel suo lavoro, la sensazione è che sia un uomo al di sopra degli schemi e questo lo rende ulteriormente affascinante. Ricorderò sempre questa scena: attendevamo l’arrivo di Raffaella nel cortile deserto dell’azienda quando abbiamo visto arrivare, a tutta velocità e nella nostra direzione, un quad rosso; il veicolo, dopo una curva alla Lauda, è entrato sparato in un capannone producendo un gran chiasso e facendoci prefigurare il peggio.

Adesso uscirà il proprietario e gli farà un cazziatone”, ho sussurrato a Chiara Cimmello e a Gabriele Pollio che erano accanto a me,Pronti con il QuadVeramente è lui il proprietario!”, ha risposto Chiara.

Raffaella e Giuseppe Bologna fanno parte di quella categoria di figli la cui vita può apparire in discesa ma che in realtà è in salita, data la insormontabile figura con cui sono chiamati a confrontarsi ogni giorno. Tuttavia, vini come Ai Suma Montebruna, nati e cresciuti con loro, non solo rendono onore al mito ma ne nobilitano ulteriormente la memoria.

La degustazione è stata memorabile e si è consumata in parte in azienda e in parte a cena, presso la trattoria “I Bologna”, gestita da Carlo Bologna, fratello di Giacomo, insieme con la moglie Mariuccia, il figlio chef Beppe e sua moglie Cristina. Qui abbiamo assaggiato i grandi classici, come La Monella Bricco dell’Uccellone nelle annate 2013, 2014 e 2015, insieme con i più moderni (si fa per dire) Baciale’Limonte e il già citato Montebruna. A proposito di quest’ultimo, va segnalato che se l’annata 2018 sarà particolarmente straordinaria è perché l’AIS Napoli ha significativamente contribuito alla vendemmia. ;-)

La parola per Braida è FAMIGLIA. Famiglia è il sentore organolettico che si respira in ogni vino, ma anche in tutto ciò che ci circonda: gli operai vendemmiatori che ci hanno tollerato con santa pazienza, gli zii e i cugini ristoratori che ci hanno coccolato come parenti acquisiti, il sindaco (o la sindaca) del paese di Rocchetta Tanaro che è venuto (o venuta) a salutarci due volte, il medico del paese che non disdegna di dare una mano quando c’è da raccogliere l’uva… mancavano solo il prete e il maresciallo dei carabinieri e avevamo completato con tutte le autorità.

Infine, l’ultima visita è stata presso La Spinetta, che in realtà ha aperto e chiuso il nostro viaggio.

42887263_10218687501925718_5064072041792012288_nLa sera del giovedì, infatti, appena arrivati nelle Langhe, la prima tappa è stata Alba: cena all’APE Wine Bar di Contratto (storico marchio di Canelli acquisito dall’azienda nel 2011). Il For England è stato il benvenuto più sensazionale che potessimo aspettarci. Un Blanc de Noir (in magnum) da 42 mesi sui lieviti, di una gradevolezza indescrivibile… Accompagnava all’altare la battuta di Fassona con aglio e olio ma è riuscito a sostenere mirabilmente anche l’uovo al tegamino al tartufo bianco, facendo sì che per tutta la cena nessuno dei dieci commensali aprisse una sola bottiglia d’acqua (e questa non è una battuta).

Il sabato mattina invece siamo stati in azienda a Castagnole delle Lanze, dove Enrico ci ha accolti con rara gentilezza. In una piacevole, ricca ed esaustiva chiacchierata, Enrico ci ha mostrato la capacità imprenditoriale di Giorgio Rivetti e la sua vocazione a sapersi sempre adeguare alle varie vicissitudini pur di perseguire ad ogni costo la qualità. L’azienda possiede tutti i macchinari, gli strumenti e le capacità per dare vita a vini eccelsi, ma nel contempo sorprende l’assenza di schemi rigidi e la vocazione a interpretare, di volta in volta, le condizioni al contorno per individuare la migliore strategia di intervento. Non abbiamo avuto modo di conoscere Giorgio Rivetti, ma ne abbiamo sentito la forza nel racconto appassionato di Enrico; si percepiva netta l’ammirazione dei collaboratori e, soprattutto, la sua energia nell’aria.

La parola per questa azienda in realtà sono due: ENERGIA e FLESSIBILITA’. Questo perché, al di là delle mie esagerazioni figlie della profonda passione che nutro per questa terra, ci ha colpito molto l’approccio estremamente duttile e la potenza delle idee, e nessuna altra immagine sarebbe più idonea del rinoceronte per descrivere questo concetto. L’icona dell’animale, elegante e corazzato, era stata scelta tra i quadri di Dürer per adornare in un primo momento le etichette del Barbaresco, solo successivamente è diventato il simbolo di un imprenditore e della sua impresa.

La degustazione è stata tra le più ricche cui abbia mai partecipato; forse Enrico si aspettava ottimisticamente un segnale di resa da parte nostra maLa Spinetta non sapeva con chi aveva a che fare. Per pietà nei suoi confronti, dal momento che ci teneva tra i piedi da oltre due ore, al dodicesimo vino ci siamo guardati negli occhi e abbiamo deciso di denunciare una stanchezza sensoriale che in realtà non avevamo. I vini bevuti sono stati molto al di sopra delle aspettative e tutti noi ci siamo ritrovati nel celebrare, tra gli altri, il superbo Barbera d’Asti Bionzo del 2005 e il magnifico Barbaresco proveniente dal cru Vigneto Gallina del 2015.

Siamo così giunti alla fine del viaggio e del racconto, ma manca ancora una parola. Per questa è doverosa una brevissima premessa.

Peppe Cimmello lavora nel mondo del vino da sempre e da sempre ha contatti con le maggiori aziende del nostro paese. Il suo rigore e la sua serietà hanno consentito la contaminazione dell’amicizia nei rapporti professionali con calibri come Angelo Gaja o Giacomo Bologna. Questa è una cosa rara, preziosa ma anche estremamente pericolosa nell’ambito lavorativo, e richiede grandi doti umane. Gli stessi valori Giuseppe li ha trasmessi a Francesco e Chiara ed è proprio in virtù di questo patrimonio di affetti consolidatosi negli anni che questa piccola fronda dell’Ais Napoli, capitanata da Tommaso Luongo, ha potuto beneficiare di un simile dono.

La quarta e ultima parola è dunque GRATITUDINE. Gratitudine nei confronti dei Cimmello, nella figura di Chiara che ci ha fisicamente accompagnati, dei produttori menzionati e gratitudine anche verso la vita… perché se godiamo gioie del genere allora vuol dire che siamo tra i fortunati, e questo è bene non scordarlo mai.

P.S. (a cura del delegato ;-) )

Con noi c’erano anche Anna Ciotola e Gabriella Imparato, due fotografe (e sommelier) d’eccezione, che hanno “fissato” con i loro scatti i momenti più belli di questo viaggio indimenticabile. Grazie!

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Cinque giorni in Borgogna…ultima tappa!

Pubblicato da aisnapoli il 2 - novembre - 2017Versione PDF

Di Federica Palumbo Giorno 5: Saint Aubin – Beaune ovvero Derain – Colin – Bouchard senza sosta Esistono produttori di vino che ti rapiscono per la loro straordinaria autenticità, Dominique Derain è sicuramente tra questi: capelli bianchi, sandali e mani di granito racchiudono un’anima delicata e ancora sognatrice a 60 anni. Dopo alcuni tentativi, mediati dal pessimo traduttore di Google, Derain ci accoglie nella sua cantina alle 9.30 del mattino del nostro ultimo giorno in Borgogna. Ci fa attendere qualche istante perché è in piena fase di ristrutturazione dei due edifici che appartengono al Domaine; ristrutturazione, cui Dominique partecipa attivamente (ha le mani bianche di polvere di calce quando lo incontriamo), assieme a suo figlio e al suo socio Julien Altaber. Abbiamo giusto il tempo di esplorare Saint – Aubin e di appurare la sua semplicissima bellezza fatta di fiori alle finestre, pochi abitanti silenziosi e odore di pane appena sfornato che viene consegnato a domicilio da un giovanotto in bicicletta. Immagini da pellicola cinematografica. Dominique ci raggiunge e ci riconosce: ci eravamo già conosciuti non molto tempo prima a Roma in occasione di una manifestazione organizzata da un noto (e fantastico) distributore di vini. Senza esitare un istante ci porta a visitare le sue vigne. Il sorriso si stampa sulle nostra facce: è il primo produttore ad accontentare questo nostro desiderio. Come se non bastasse ci conduce alle impervie quanto ripide vigne di “En Remilly” con un auto “assurda” del 1955 (si, ha 62 anni quest’auto!). Giunti a destinazione senza un minimo di difficoltà!

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Auto di Derain del 1955 su suolo di En Remilly

Assaggiamo i piccoli chicchi di chardonnay e sperimentiamo la loro straordinaria freschezza e mineralità. Intanto Dominique, convinto sostenitore delle pratiche biodinamiche, ci mostra, orgoglioso, lo stato di salute delle sue piante, gli acini irregolari ma con le bucce intatte e sane. In un susseguirsi inesorabile di filari, non riusciamo a comprendere come Dominique distingua esattamente quelli di sua proprietà. Il terreno è a tratti rossi e a tratti bianco per l’affiorare di rocce durissime. Facciamo, inoltre, la conoscenza della divinità che protegge i filari da parassiti, malattie e… uomini!

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La divinità che protegge la parcella di En Remilly di proprietà di Derain

L’ospitalità di Dominique è commuovente, degustiamo i suoi vini mentre gli operai spostano una enorme pressa di acciaio senza il minimo sforzo, sfogliando il calendario della semina 2017 (manuale incontrato spesso in questo viaggio incredibile). Dominique ha gli occhi di un bambino mentre parla delle sue vigne e del terreno e della necessità di preservarlo il più possibile; noi, sempre di più, ritroviamo il suo spirito nei suoi freschissimi vini. Grazie per la splendida esperienza.

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A sinistra: il calendario delle semine biodinamiche 2017 – Marie Thun; una vista di Saint’Aubin A destra: il mitico Derain e i suoi vini

Lasciamo Dominique alla volta di Philippe Colin e ci troviamo catapultati in un Domaine in cui la conversione al tecnologico ha raggiunto un livello davvero interessante. La cantina è perfettamente pulita (senza pregiudizi, va detto che si tratta di una eccezione in Borgogna) ed organizzata: un sistema computerizzato regola le temperature a seconda delle fasi di vinificazione; una piccola bottaia accoglierà i bianchi per la malolattica molto presto. Si respira un’aria solenne in attesa della vendemmia. Tutti i produttori incontrati sono in fermento, si legge sui loro volti il desiderio e la speranza di lasciarsi alle spalle la catastrofica vendemmia 2016 segnata dalle gelate primaverili. I vini sono di straordinaria complessità, lo stile è netto ed elegante. Il produttore non trattiene un’espressione di compiacimento al sentirci paragonare il loro Chassagne – Montrachet 1er Cru Les Chenevottes 2015 ad un riesling della Mosella… Francesi umili, incredibile a dirsi! È il nostro ultimo giorno di viaggio ed è anche quello più ricco di emozioni, dopo Colin ci attende la Maison Bouchard Pere and Fils. La Maison conta oggi 130 ettari di vigneti nel cuore della Côte d’Or di cui 12 ettari sono classificati come Grand Cru e 74 come Premier Cru (seconda per estensione solo alla Maison Louis Jadot che conta circa 180 ettari). Un patrimonio unico in Borgogna per la sua diversità e le sue prestigiose denominazioni: Montrachet, Chevalier-Montrachet, Corton, Corton-Charlemagne, Clos de Vougeot, Chambertin. Una storia che affonda le radici nel 18esimo secolo. Joseph Bouchard, negociant di vini, nel 1775 acquisì i suoi primi vigneti a Volnay nel famoso climat di “Les Caillerets” e cominciò a sviluppare le aziende vinicole della famiglia. Durante la Rivoluzione Francese, le proprietà del clero e della nobiltà furono confiscate e messe all’asta. Il figlio di Joseph, Antoine Philibert Joseph Bouchard, con l’intento di estendere le aziende vinicole della famiglia anche a Beaune, acquisì su tutte la famosa parcella di “Beaune Grèves La Vigne de l’Enfant Jesus” (oggi Premier Cru), da cui il rosso più pregiato dell’azienda con la fama di poter invecchiare a lungo. La visita della Cave du Chateau de Beaune, sede della prestigiosa Maison vale davvero l’intero viaggio. Trattasi di una fortezza reale risalente al 15esimo secolo costruita da Luigi XI, acquisito dalla famiglia Bouchard nel 1872. La cave, che si sviluppa completamente al di sotto dello Chateau in un susseguirsi di corridoi gelidi, ospita circa 5milioni di bottiglie, di cui alcune collezioni private risalenti al 19th secolo. Si tratta della più grande collezione di vini del 19th e del 20th secolo, grazie anche all’ingegno della famiglia Bouchard (costruirono ben tre muri dinanzi alla cantina) che riuscì a sottrarre le preziose bottiglie alla furia tedesca della Seconda Guerra Mondiale. Le bottiglie delle collezioni private vengono degustate a scadenze regolari (ogni 10 anni circa) da un gruppo di esperti che ne valuta l’integrità e provvede altresì alla sostituzione dei tappi. Alcune di esse vengono messe all’asta da Christie’s. In ogni caso, risalendo una ripida scala di pietra ci ritroviamo sulla torre dello Chateau, la vista è mozzafiato: il sole è ancora alto, dominiamo Beaune, si intravede in lontananza la collina di Corton e tutt’intorno profuma della lavanda che abbonda nelle fioriere.

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La Cave du Chateau de Beaune

La degustazione finale è l’apoteosi di una viaggio a dir poco emozionante!

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Manca la foto del Corton – Charlemagne Grand Cru… non ne ricordiamo il motivo!

Al termine di questa fantastica avventura residuano nei nostri viaggiatori una certezza e un dubbio… La certezza di non aver minimamente scalfito i segreti di quei magnifici vigneti e di quegli uomini e donne; il dubbio magistralmente descritto dalle parole di Oscar Wilde “ci sono due grandi tragedie nella vita: una, non ottenere quello che si vuole. L’altra, ottenerlo”.

Cinque giorni in Borgogna: il quarto giorno

Pubblicato da aisnapoli il 31 - ottobre - 2017Versione PDF

Di Federica Palumbo
Giorno 4: Chassagne Montrachet – Puligny Montrachet
Ci siamo lasciati il pinot nero alle spalle e dinanzi a noi le distese di chardonnay ci comunicano che siamo giunti nella leggenda: il cartello Bienvenues – Batard – Montrachet non ammette dubbio alcuno, siamo a Puligny! I Grands Crus sono tutti perfettamente individuabili grazie alla segnaletica ricorrente. E’ un sollievo non sentirsi completamente disorientati per la prima volta dall’inizio dell’avventura! Abbandoniamo la cartina e l’auto (nei pressi di Chevalier – Montrachet…che vergogona!) e giù per i Crus. I comuni di Puligny e Chassagne si contendono (dividendo quasi perfettamente in due) il Montrachet Grand Cru ed il Batard – Montrachet Grand Cru. Chevalier – Montrachet e Bienvenues Batard Montrachet, entrambi Grand Cru, appartengono al comune di Puligny; Les Criots è invece totalmente in Chassagne. Generalmente riconosciuti come i migliori bianchi al mondo, sono sicuramente tra i più costosi. Secondo la leggenda, diffusa all’inizio del XX secolo da Jacques Prieur e da Vincent Leflaive, il signore di Puligny per consolarsi della morte dell’unico figlio (le chevalier) avvenuta durante le crociate ebbe da una vergine (la pucelle, che ha prestato il nome al Clos de la Pucelle, vigneto 1er cru interamente di proprietà – monopole – di Jean Chartron) un figlio illegittimo (le bâtard). Al momento del riconoscimento del piccolo la popolazione si riunì al castello per dare il proprio benvenuto (bievenue au bâtard). Da qui l’origine dei nomi: Montrachet, il padre; Chevalier-Montrachet, il figlio scomparso; Bâtard-Montrachet, il figlio illegittimo.
Il clima è stupendo; il silenzio e la calma sembrano il giusto preludio del lavorio che sarà di lì a poco per la vendemmia. Il tutto sembra avvolto da un’aurea di irrealtà, una bellezza devastante, un ordine soprannaturale che si riflette nelle parole di Anne-Claude Leflaive: “In ciascuna pianta vi è un’architettura legata al numero aureo e una bellezza assolutamente favolosa. Il rispetto del vivente riassume la mia maniera di stare al mondo”.
E se è vero che la bellezza salverà il mondo, è probabile che il processo salvifico inizi da qui (e anche da Sorrento!)…
Per oggi basta così.

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Monumento di Anne Claude Leflaive (17 gennaio 1956, Parigi – 5 aprile 2015, Gilly-lès-Cîteaux)

Qui il terzo giorno: http://www.aisnapoli.it/2017/10/25/cinque-giorni-in-borgogna-il-terzo-giorno/

Qui il secondo giorno: http://www.aisnapoli.it/2017/10/23/cinque-giorni-in-borgogna-il-secondo-giorno/

Qui il primo giorno: http://www.aisnapoli.it/2017/10/20/cinque-giorni-in-borgogna-il-primo-giorno/

Cinque giorni in Borgogna: il terzo giorno

Pubblicato da aisnapoli il 25 - ottobre - 2017Versione PDF

Di Federica Palumbo
Giorno 3: Nuits St. Georges – Pommard – Volnay – Meursault
La giornata inizia con la visita al Domaine Chicotot a Nuits St-George, cittadina vivace della Cote des Nuits (cui deve il nome) che vanta ben 41 Premier Crus e 34 Lieux-Dits. Veniamo accolti dal capostipite George, oltre 40 anni di attività in vigna e in cantina, oggi “in pensione”, come lui stesso confessa senza crederci molto tuttavia, ed una passione irrefrenabile per i vini dell’Etna (Etna è infatti il nome del loro enorme cane)! Con la battuta sempre pronta (soprattutto sulle donne) ci spiega quanto sia difficile ed emozionante fare il vino (passateci l’espressione un po’ elementare). Il Domaine ha, negli anni, convertito tutto il patrimonio viticolo al biologico, patrimonio che comprende anche alcuni appezzamenti a Pommard e Ladoix. In vigna c’è Clement il figlio di George e in cantina Pascale, alsaziana d’origine, moglie di George e alchimista vinificatrice. Lieviti indigeni, brevi macerazioni e lunghe fermentazioni a freddo sono le regole della vinificazione per il Domaine, condite da maturazioni in botti di terzo e quarto passaggio affinché il “legno non morda il vino” (cit. di George). Lungi dal voler ragionare di massimi sistemi, va detto che i vini di Chicotot sono incredibilmente “attraenti”, più volte George li definisce una “jeune damoiselle” (giovane donna) per il loro carattere accattivante e sensuale (e noi concordiamo!).
Lasciamo George per visitare le vigne di Pommard e Volnay.
Si dice che Madame Leroy (Lalou-Bize Leroy per lungo tempo artefice dei destini del Domaine della Romanée-Conti, oggi splendida 80 enne leggendaria produttrice di splendidi ed unici vini nelle due Côtes) descriva i vini di Pommard come il campanile della sua chiesa: dei parallelepipedi! Porbabilmente i vini rossi più tannici e robusti della Côte d’Or. Qualcuno potrebbe definirli “maschili” in contrapposizione ai più leggeri e delicati Volnay. Per secoli Pommard è stata considerata patria dei pinot nero più tipici di Borgogna: colore rosso profondo, corredo aromatico potente, vini solidi ed affidabili che riempiono la bocca proprio come il nome del Village. Già nel Medioevo, i vini di Pommard costituivano il termine di paragone di tutti gli altri ivi prodotti.
Le vigne sembrano non avere riparo né dal vento né dal sole, eppure giacciono risplendenti su un terreno che appare più rosso dei precedenti.

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La chiesa di Pommard ed il suo campanile

Volgiamo a Volnay, l’alter ego femminino di Pommard. Volnay, appollaiata sulla collina di Chaignot, in alto nella Côte de Beaune, si sviluppa lungo un corridoio stretto e ripido ad una altitudine che oscilla tra i 230 e i 280 metri. La collina è orientata in modo che i vigneti si trovino a sud-est invece che ad est. Qui il terreno, come sempre ricco di calcare, assume colorazioni quasi rosate. Ciò che, in ogni caso, continua ad affascinare i nostri occhi è l’inesorabilità di queste vigne, un mare verde e fitto che occupa completamente il campo visivo: emozionante! I vini sono di straordinaria eleganza e discrezione (con qualche piccola eccezione), insomma: less is more!

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Volnay – vigne

Terminiamo la nostra lunga giornata a Meursault, che potremmo ironicamente definire “la rivincita dei bianchi”: la bacca bianca domina l’intera denominazione. Il primo vigneto venne impiantati in questo splendido territorio nel 1098 dai monaci dell’Abbazia di Citeaux. Per la prima volta dall’inizio del viaggio visitiamo dei vigneti “cittadini”, posti all’interno delle proprietà e dei domaines del villaggio. Un esempio su tutti: lo Chateau de Citeaux, posto di fronte all’appuntito campanile della Chiesa di San Nicola, ed oggi hotel de charme, cinge tra le sue mura un clos di proprietà esclusiva di Philippe Bouzereau. La visita più rilassante nella giornata più calda dell’intero viaggio, condita da una piacevole sosta “caffè ristretto” all’ombra della Chiesa: indimenticabile!

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Campanile della Chiesa di San Nicola

Qui il secondo giorno: http://www.aisnapoli.it/2017/10/23/cinque-giorni-in-borgogna-il-secondo-giorno/

Qui il primo giorno: http://www.aisnapoli.it/2017/10/20/cinque-giorni-in-borgogna-il-primo-giorno/

Cinque giorni in Borgogna: Il secondo giorno

Pubblicato da aisnapoli il 23 - ottobre - 2017Versione PDF

Di Federica Palumbo

Giorno 2: Clos de Vougeot – Marey St. Denis – Corton – Pernand Vergeless

Il sottotitolo potrebbe essere: il mal di piedi! Spinti da una irrefrenabile curiosità, percorriamo circa 200 km in una sola giornata. Non lo consigliamo: è causa di confusione e tensioni tra i viaggiatori…

Colazione grassa a Beaune e poi direzione nord – Cote de Nuits – Clos de Vougeot, dove incappiamo (inconsapevolmente) nell’ennesima leggenda: Chateau de la Tour!

Ma veniamo al Clos, ben 50 ettari racchiusi da una estesissima muraglia di pietre a secco. Dinanzi a noi si staglia il più grande Clos – e la più grande Grand Cru – di Borgogna; presidiato dallo Chateau che risale al XVI secolo, la sua storia affonda le radici in pieno Medioevo e ha nei monaci Cistercensi dell’Abbazia di Citeaux i principali artefici. Tra acquisti e donazioni il Clos si ingrandisce sistematicamente dal 1109 al 1336, anno in cui  termina altresì la costruzione dell’immane muro. I monaci rimarranno unici proprietari del Clos fino alla Rivoluzione Francese. Emozionante! Ah, la visita del Castello è consentita, costa € 7,50 e, compreso nel prezzo, potrete anche assistere alla proiezione di un film di 2 ore completamente in francese, senza sottotitoli… cosa vuoi di più dalla vita?!

la-vigna-del-clos-de-vougeotIl Clos de Vougeot – vigna

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Chateau du Clos de Vougeot – XVI sec.

Lasciamo Clos de Vougeot alle spalle e ci dirigiamo verso Morey St. Denis alla volta dei tesori inestimabili dei Grands Crus di Clos de Tart, Clos de la Roche e Clos de Lambrays. Intanto però ci imbattiamo nell’Echezeaux e nel Grand Echezeaux, mica male! C’è da impazzire letteralmente!

Di tutti i villaggi della Côte de Nuits, Morey-Saint-Denis è uno dei più “valorosi”. Ben 5 Grand Cru leggendarie:  Clos de Tart, monopole, fondato dai Cistercensi di Tart nel 1141, è appartenuto nei secoli a sole tre famiglie. I Clos de la Roche e Clos des Lambrays, entrambi semi-monopole, hanno una lunga storia che ha coinvolto (ndr spostato) i confini tra i due Climats. Il Clos Saint-Denis e per una piccola parte il Bonnes-Mares completano la scena. La storia di questo borgo vinicolo in passato è stata fortemente influenzata dalla potente casa religiosa di Vergy, dalle abbazie di Cîteaux e Tart, e da alcune delle famiglie grandi della Borgogna. Del suo vino, è stato scritto: “si può dire che non manca nulla”.

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Clos de Lambrays – Clos de Tart – Clos de la Roche

I confini sono labilissimi, e dopo una lunga passeggiata, ripartiamo. In un istante ci troviamo catapultati nel villaggio di Chambolle.

La stanchezza inizia a farsi sentire, così come la fame e altri atavici bisogni. Sosta a Nuits St. Georges per una piccola pausa rifocillante.

Si riparte in direzione Cote de Beaune, precisamente Corton… alla ricerca della bacca bianca che salvò la barba di Carlo Magno e, per quella via, la sua reputazione…

Lo scenario naturale è tra i più belli mai visti fin’ora: la collina di Corton si trova in mezzo ad un raggruppamento di famosi borghi di viticoltura – Ladoix-Serrigny, Aloxe-Corton, Pernand-Vergelesses e Savigny-lès-Beaune – con, a nord, l’estremità meridionale della Côte de Nuits dove i vigneti si mescolano alle cave di pietra (calcare). I vigneti si trovano ad un’altezza di 250-330 metri e formano una specie di anfiteatro senza eguali nella Côte. Sebbene sia terra di vini rossi, Corton è il villaggio del famosissimo Grand Cru Corton-Charlemagne. Raramente la grazia dello chardonnay stabilisce un legame così stretto con il suo terroir! Secondo la leggenda, Carlo Magno ordinò che le viti venissero piantate su quella pendenza dove per prima si sciolse la neve. Fu così che la collina di Corton venne piantata interamente con varietà di uva rossa. Un paio di decadi dopo, la quarta moglie di Carlo Magno, Luitgarda, imbarazzata per i gocciolamenti di vino rosso sulla barba bianca del re, ordinò che una sezione della collina venisse ricostituita con varietà di uve bianche – quella sezione oggi nota come Corton-Charlemagne!

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Le vigne di Corton, in alto a destra il bosco che le protegge

Si fa presto a dire distanze! Continuando a percorrere le stradine tra i vigneti, raggiungiamo Pernand – Vergeless (non consapevolmente!).

 

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Vista di Pernand (sullo sfondo) dalle vigne di Corton

 

Lontana da occhi indiscreti ed infossata nella giunzione di due piccole vallate, sovrastata da Corton e pressoché deserta, Pernand si mostra meno appariscente della vicina Corton ed anche meno accessibile data la sua posizione, ma assolutamente mozzafiato. Le vigne assumono una forma più “eroica” rispetto alle cugine di Corton e su di esse campeggia l’unico nuvolone in un cielo “a pecorelle”.

La tabella di marcia ci impone di rientrare: Beaune è inflessibile sugli orari di cena e noi abbiamo fame!

Qui il primo giorno: http://www.aisnapoli.it/2017/10/20/cinque-giorni-in-borgogna-il-primo-giorno/

Cinque giorni in Borgogna: Il primo giorno

Pubblicato da aisnapoli il 20 - ottobre - 2017Versione PDF

vosne-romanee-e-rue-de-la-tacheDi Federica Palumbo

Borgogna: ma davvero?!

A volte la distanza che separa un sogno dalla sua realizzazione, può essere comodamente colmata con l’acquisto di un biglietto aereo. “Prenotato!” è stata la parola più romantica che ci siamo pronunciati negli ultimi 6 mesi e l’abbiamo capito solo dopo aver visto la stampa dei biglietti aerei per Lione, direzione Beaune capitale della Borgogna vitivinicola.
Insomma è fatta, due sommelier Ais che partono per la Borgogna. Nessuna pianificazione, un mese di tempo per contattare i produttori ed ottenere una visita in cantina (molti buchi nell’acqua ma anche sorprese inaspettate)…
Tra allarmi terroristici e paura degli aerei (di Federica) raggiungiamo la tanto agognata meta: Beaune, borgo medievale, residenza preferita dei Duchi di Borgogna e da oggi, anche nostra.
Veniamo a delle informazioni preliminari di importanza fondamentale:
1. prendere l’auto a noleggio costituisce imperativo categorico se uno degli scopi del viaggio è visitare le leggendarie vigne;
2. bisogna essere di madrelingua francese…. misura che, purtroppo, i nostri coraggiosi viaggiatori hanno totalmente ignorato!;
3. in tutta la Borgogna non esiste un benzinaio… munitevi di grande pazienza ed esercitatevi con i self service!;
4. un senso dell’orientamento sviluppato vi aiuterà ad evitare di spendere un capitale in internet per la geolocalizzazione in mezzo alle vigne!;
5. se avete paura degli insetti (come noi), in Borgogna farete un po’ di terapia d’urto!;
6. numerosi sono i cimiteri immersi nelle vigne, quasi a voler sottolineare che tra le viti l’eterno riposo è sì più lieve…;
7. trattenete la sorpresa quando fermandovi sul ciglio della strada, anche solo per consultare la cartina, scoprirete di essere con le ruote all’interno di un Grand Cru… capita di continuo!

Giorno 1: Vosne Romanée – Gevrey Chambertin
Ci dirigiamo a nord, in direzione della Cote de Nuits, luogo di elezione del pinot nero, il più elegante al mondo (anche il più costoso…).ecco-dove-abbiamo-lasciato-lauto
Malgrado le nostre intenzioni siano di percorrere la stupenda Route des Grand Crus, che taglia in due i magici vigneti della Côte d’Or, il navigatore satellitare ci dirotta in autostrada e da lì su per una stradina che conduce ai vigneti. Lasciamo l’auto a ridosso di un filare (non ci giudicate: eravamo in coda ad altri tre campioni!), che solo usciti dall’auto si rivelerà appartenere alla Grand Cru Romanée St.-Vivant “la grande seduttrice”, cosiddetta per la sua attitudine a regalare vini dotati di profumi avvolgenti e seducenti (così ci hanno raccontato… purtroppo non assaggiato!).
A questo punto i ricordi sono confusi, la sindrome di Stendhal incombe: a destra e sinistra Romanée St.-Vivant, dinanzi a noi campeggia la Romanée Conti, alle sue spalle si intravede la Romanée (il più piccolo Grand Cru della Borgogna con poco meno di 1 ha), individuiamo un po’ più su Richebourg e ci tremano le ginocchia. Sappiamo di essere circondati dalle leggende del pinot nero e, tuttavia, la cosa più disarmante che si presenta ai nostri occhi consiste in una sobrissima, quanto efficacissima, richiesta di non oltrepassare i muretti che delimitano le vigne, affidata ad un cartello posto poco a lato della croce de la Romanée-Conti. Riprendiamo l’auto e scatta la ricerca de la Tache, mitico monopole di poco più di 6 ha, che fatichiamo ad individuare data la frapposizione di alcuni altri Crus (La Grand Rue Grand Cru, Aux Malconosortes 1er Cru); alla fine ci riusciamo, semplicemente percorrendo la Rue de la Tache (a saperlo prima!).

qui-comincia-chambertinPuntiamo verso Gevrey-Chambertin, percorrendo finalmente la Route des Grands Crus (strada a doppio senso di marcia dove il più lento va a 120 km/h!) con un unico pensiero fisso: Clos de Bèze, mitico Grand Cru di 14,67 ha, nonché vigneto più antico al mondo essendo apparso per la prima volta nella storia nel 640 d.C., grazie ai monaci dell’Abbazia di Bèze! Un po’ di curiosità: i suoi confini sono intatti dal Medioevo; il vino di Clos de Bèze era l’unico consumato da Napoleone.
Seguiamo il navigatore satellitare e ovviamente sbagliamo strada. Senza dubbio la ricerca più estenuante di tutta l’avventura. Con somma sorpresa è Facebook (e le geolocalizzazioni degli utenti) a portarci esattamente dinanzi alla più fotografata “cabotte” (capanna del vigneron) di Borgogna!

Pienamente rispettosi di ciò che ci circonda, resistiamo alla tentazione di profanare le la-cabotte-di-pierre-damoy-clos-de-bezevigne. Tuttavia registriamo, con sommo disappunto, che un gruppo di cicloamatori francesi, dopo aver abbandonato le bici proprio ai piedi della cabotte, fanno incetta di acini di Clos de Bèze… poi dicono gli italiani!
Curiosità del giorno: a cena al bancone della Dilettante, fantastico bar à vin di Beaune con centinaia di etichette “rock” provenienti da tutta la Francia (niente Italia e resto del mondo: qui sono integralisti – per essere buoni!), incontriamo un gruppo di italiani (che sollievo!) con cui parliamo ininterrottamente di vini, formaggi, massimi sistemi e terroirs. Tra questi un esperto di Borgogna, selezionatore di vini per importanti cataloghi di distribuzione di vini francesi in Italia, il quale ci ospita all’1 di notte nel domaine in cui risiede a Pommard per degustare un magnum di Rosso di Montalcino Le Potazzine: la più pazza serata dell’intero viaggio… Qui apprendiamo alcune importanti dritte per visitare Corton l’indomani… Grazie Filippo!

L’ultima vigna

Pubblicato da aisnapoli il 29 - marzo - 2016Versione PDF

Di Luca Massimo Bolondi
Torta, attorcigliata, stesa per metri in linee tormentate, spezzate, terminanti in piccoli ciuffi verde tenero di foglie rade, avvinghiata agli alberi e agli arbusti intorno, come a garantirsi dall’espianto, opera difficile perfino a pensare, basta guardare il ceppo enorme saldamente radicato nel suolo roccioso, tronco testimone di longevitá, imprevedibile alla latitudine equatoriale. Sopravvissuta perché ben nascosta, all’angolo di un frutteto abbarbicato a quasi millecinquecento metri di altitudine, in cima ad una conca vulcanica al culmine di una ribera di canyon profondi, luogo oggi accessibile ai veicoli a motore e fino a ieri raggiungibile solo a dorso di mulo dopo ore di cammino.
Santo AntãoSanto Antão é un’isola, la propaggine estrema ad ovest del continente africano, parte dell’arcipelago di Cabo Verde. É un territorio montagnoso, dai profili aguzzi, geologicamente giovane, solcato da valli profonde chiamate riberas. É un’isola a due facce, quella esposta agli effetti incessanti dell’aliseo, vento di nord-est salso e perenne, che insieme al sole a picco asciuga la terra sino a farne un deserto, e quella riparata grazie ai rilievi e alle erosioni, che ospita una vegetazione ricca grazie al terreno fertile e alle acque che appaiono dalle rocce come nel miracolo della pietra spaccata. La coltivazione principale oggi é la cana sacarina, dalla quale si produce il Grogue, acquavite agricola di ottima qualitá, ma si tramanda che in passato fosse la vite la protagonista dei coltivi terrazzati di questo gioiello africano.
ribera das patasSentita nominare dai vecchi di Porto Novo come una leggenda, la vigna era scomparsa dal catasto agricolo fin dalla fine degli anni sessanta, quando la morte dell’ultimo coltivatore della famiglia Morais di Catano aveva interrotto una tradizione di innumere generazioni che custodivano i residui del vigneto santantonense e della sua pratica vinicola. Ultime vestigia perché dal 1765 un editto del Marqués de Pombal, primo ministro della corona portoghese, aveva sancito l’estirpazione delle piante dall’isola al fine di non contrastare l’esportazione vinicola del Douro in Brasile. Il coltivo della vite era sopravvissuto clandestinamente, ad uso familiare, progressivamente soppiantato dalla piú redditizia canna da zucchero.
vide morais 2La vigna perduta viene scoperta quasi per caso, sbagliando strada, come accadde a Ulisse e ai principi di Serendip. Durante una missione sull’isola, accompagnando l’amico Blaise Menuet in cerca di locande per completare il suo portafoglio di offerta turistica, seguendo le indicazioni di un contadino ci si inerpica con il fuoristrada lungo una salita tutta curve e sassi, in un paesaggio mozzafiato di guglie di basalto e prati con le mucche pezzate al pascolo, uno strano ma armonico misto svizzero-equatoriale. Quando la strada diventa definitivamente sentiero e anche la jeep si dichiara impotente, un ragazzino chiamato per sapere dove siamo dichiara il nome del luogo, che a Blaise conferma essere sulla via sbagliata e a Luca fa accendere una scintilla di memoria. Dopo qualche domanda il ragazzino si offre di accompagnarli dove, dice, si trova una pianta di uva. Entrambi pieni di curiositá, lo seguono scalando un cammino da capre quasi verticale, fino ad un grande terrazzamento. É un frutteto con giardino, davanti ad una piccola casa padronale, immerso nel silenzio, e il ragazzo, dopo aver inutilmente dato la voce, annuncia che il padrone é fuori, forse a casa, nel villaggio.
Passato il primo momento di impasse, i due visitatori si rivolgono al ragazzo quasi in coro e chiedono di mostrare loro la pianta di cui parlava. Torta, estesissima e incolta, una vite poderosa, piena di rughe e di incisioni emerge dalla terra giallastra, all’ombra, e si estende addosso agli alberi vicini; il tronco quasi nero ha un diametro di circa venti centimetri, i rami sembrano braccia e al termine dei sarmenti ecco foglie nuove verdissime, poche, ma i rami sottili sono pieni di gemme. É febbraio, é luna piena, é stagione asciutta a Cabo Verde, sono le condizioni ideali per trarre talee. Luca ha un temperino con se, e in pochi lunghi minuti si improvvisa chirurgo ancor piú che potatore, con le mani quasi tremanti per l’emozione, con tutto l’amore e la cura che si possono dedicare a un monumento vivente. I due predatori discendono dal giardino quasi di corsa, salutano la loro giovane guida che li guarda allontanarsi in preda all’euforia, per andare in cerca del padrone dell’ultima vigna, ritrovata.
vide morais e blaiseCon il tesoro trafugato ben nascosto sul lunotto posteriore del fuoristrada, i due viaggiatori si avventurano sull’altro lato della ribera, dove un vicino di casa del padrone della vite ha detto che lo avrebbero potuto trovare, in un’altra proprietá della famiglia. Con l’aiuto del telefono cellulare il signor Morais viene contattato, concede un incontro, lo si va a trovare in cima ad un altro viottolo, tra le mucche pezzate e le costruzioni in pietra e paglia. Un pezzo d’uomo alto grosso e loquace che, vinta la prima diffidenza, racconta del padre amante di quei luoghi, dei fratelli quasi tutti emigrati o in cittá e di lui unico ed ultimo custode delle terre e della vite che, assicura, d’estate regala ancora tanti grappoli dolcissimi di moscato bianco, per la gioia dei passeri e la dannazione del vicinato. Blaise e Luca non sono gli unici ad aver visitato la Quinta e Morais confessa che piú volte negli anni sono venuti funzionari dell’MdR (il Ministero dell’Agricoltura caboverdiano) e ricercatori universitari e cooperanti internazionali a fare rilievi e lasciare promesse.
OLYMPUS DIGITAL CAMERAL’ultima vite di Santo Antão rimane lassú, nell’angolo del frutteto in cima alla ribera, in attesa di una potatura decente, godendosi una lunga e meritata vecchiaia negli sprazzi di sole tra le foglie, e se la natura ha un progetto e una coscienza diffusa, allora la pianta puó vegetare soddisfatta, consapevole del fatto che nell’isola vicina, otto sue piccole creature, in altrettanti vasi di incubazione, stanno mettendocela tutta per spaccare le gemme e spingere le radichette in un composto miscelato con amore da due cinquantenni, un francese e un italiano, appassionati e animati da inesauribile entusiasmo.

Bordeaux e la fine delle mie (poche) certezze sul vino

Pubblicato da aisnapoli il 11 - dicembre - 2015Versione PDF

chateau latourDi Gabriele Pollio

Ciao, mi chiamo Gabriele e non faccio altro che sognare Château Latour da due notti”.
La frase, più o meno, dovrebbe essere questa. Immagino un gruppo d’ascolto per tutti quelli che, come me, tornano dal Medoc e si sentono un po’ più soli.
Bevo da qualche anno ormai e ci ho messo tanto impegno a crearmi qualche certezza sul vino (giusta o sbagliata che sia ma almeno è una certezza!). Quattro giorni a Bordeaux e devo ripartire da capo. Zero certezze. Nessun punto di riferimento. Il vino riesce a fare cose strabilianti, stupendoti e, allo stesso tempo, disorientandoti.
Quello che pensavo fosse solo leggenda in realtà esiste davvero. Esistono davvero gli Chateau che sembrano venire fuori da una favola Disney. Esistono davvero collezioni private di Jéroboam delle annate dal 1900 ad oggi. Insomma, esistono davvero “certi” vini.
Proviamo a fare un po’ di ordine. Il viaggio parte in un qualsiasi giovedì pomeriggio di novembre da un non qualsiasi paese della Francia: Pauillac.
Qui si trova Château Lafite Rothschild. Parte delle proprietà del lato inglese della famiglia Rothschild, il castello sorge accanto a una delle rarissime collinette della zona; letteralmente accerchiato da viti ormai spoglie, è fantastico dall’esterno ma ancora più interessante all’interno. Grazie a Nicolas, sommelier personale della famiglia Rothschild, scopro il dedalo di cunicoli sotterranei che passa dalle varie stanze coi fermentatori per arrivare a una enorme stanza circolare in cui riposa il vino e, una volta all’anno, si tiene un concerto di musica classica. Saranno le candele che illuminano tutto ma l’atmosfera è incredibile, il tempo sembra essersi fermato. Ci aspetta una bottiglia di Château Lafite Premier Cru Classé 2007. La proviamo assieme e ci ripetiamo più volte che il vino “it’s a baby”. Otto anni e non sentirli. Freschezza impressionante. Inizio a capire perchè “certi” vini riescono a invecchiare per decenni. Ricordate le certezze sul vino? A questo punto del viaggio già non ci sono più…
Il mattino seguente inizia la giornata perfetta. Tre première grand cru classé in meno di 10 ore.
Colazione da Mouton Rothschild. Lo Château dei contrasti. Castello antico fuori, azienda futuristica dentro. Un esempio su tutti: la prima selezione dei grappoli è, ovviamente, manuale. La seconda selezione avviene con un lettore ottico che sceglie solo i migliori acini, scartando quelli non perfetti (che vengono, ahimè, compostati) spazzandoli via con dei soffi di aria compressa.

Una delle aziende più antiche che, però, ha le etichette meno convenzionali. Dal 1945 ad oggi tutte le etichette sono state disegnate da artisti del calibro di Picasso, Chagall ed Andy Warhol, solo per fare qualche IMG_1414nome. La visita è un continuo passare dal vino all’arte e viceversa (si lo so, state pensando che anche il vino è arte). Il gran finale è un assaggio, direttamente dalla botte, di Château  Mouton Rothschild 2014: tannino stranamente gentile considerata la “non” età ma ancora tanti spigoli da smussare. Il ragazzo si farà.
Pranzo da Château Latour. Mi risulta difficile trovare le parole per descriverne la grandiosità , al netto della mia scarsa proprietà di linguaggio! La torre, simbolo dell’azienda, domina maestosa e fiera i 46 ettari di vigneto (sugli 86 totali) denominati “L’Enclos”. Due operai si aggirano solitari per le vigne intenti a effettuare l’ultima potatura dell’anno. All’interno migliaia di lampadine illuminano le botti, che a loro volta danno la sensazione di coccolare il vino, creando un’atmosfera surreale, magica. Pezzo forte del tour è il caveau privato, al quale si accede da una porta a scomparsa tipo Bat-caverna: almeno una Magnum, una Jéroboam e una Réhoboam per tutte le annate di Chateau Latour Premier Grand Cru Classe dal 1900 a oggi. Purtroppo (!), mi lasciano assaggiare solo la 2004: incastrato tra le grandi annate 2003 e 2005, spesso questo vino è considerato il fratello sfortunato e ci si aspetterebbe un vino normale…invece di normale non c’è nulla. Potenza, eleganza, freschezza, astringenza mai fuori posto. Per me, il miglior vino mai provato.
Aperitivo da Château  Margaux. Vino da più di 500 anni, basterebbe questo ma sarebbe riduttivo. Più che in castello la sensazione è quella di trovarsi un vero e proprio villaggio: la maggior parte dei dipendenti dorme qui, quasi tutte le botti vengono fabbricate all’interno della proprietà. La cantina è impressionante. Più di mille botti avvolte da una sottile nebbia artificiale volta a mantenere l’umidità costante. Da qui si passa direttamente alla sala degustazioni che affaccia sulla collezione privata di M.me Corinne Mentzelopoulos, più di 25.000 bottiglie adagiate l’una sull’altra…mi è quasi scappata una lacrima (di invidia ovviamente!). L’annata degustata è sempre la 2004: vino muscolare, ancora giovane e, come tutti gli adolescenti, irrequieto. Eppure, in tutta la sua irruenza, nasconde una classe innata che a tratti si manifesta sia al naso che in bocca. Quanto vorrei incontrarlo tra 15 anni…
Ciao Aquitania, ci vediamo presto!

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