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Archivio per la categoria: ‘Zibaldone:Spunti e riflessioni enoiche e non’

Vitigno Italia 2014: Analisi Americana (The U.S. Report)

Pubblicato da aisnapoli il 17 - giugno - 2014Versione PDF

DSCN3263Di Mauro Illiano

Quando ci si ritrova a scrivere di un evento di grande popolarità e di grande impatto mediatico – qual è il Vitigno Italia – , si rischia di cadere nel banale. Tanto è stato detto in questi meravigliosi 10 anni di manifestazione, milioni le parole spese per tessere le lodi di questa kermesse dal sapore unico e dal fascino inarrivabile. Si è scritto di Wine & the City, evento apripista del Vitigno Italia, che ha visto quest’anno un successo clamoroso tra il pubblico, si è detto dei 200 espositori e dei focus su vino e cibo organizzati “in pancia” all’evento, si è detto della location più bella al mondo per ospitare una fiera del vino (il romanticissimo Castel dell’Ovo), si sono già spese innumerevoli parole sulla rilevantissima affluenza, anche di un pubblico straniero. Di questa edizione si sono evidenziate l’applicazione mobile “Smartwine” (un progetto Intuizioni Creative e Rete del DSCN3311Metirterraneo) che sfrutta la realtà aumentata, nonché l’irresistibile gioco alla ricerca del proprio profilo di bevitore intitolato  “The Impossible Wine Bottle Machine”, partorita dai co-workers del 137A di Napoli. Novità dunque, ma anche piacevoli conferme, come l’angolo del Vitigno dedicato al Sigaro Toscano, sapientemente spiegato, e generosamente offerto a coloro che si sono lasciati attrarre dalla scia di fumo proveniente da un angolo del castello.. Di assoluto gradimento tra il pubblico anche l’anima food dell’evento, gli stands del Pastificio Di Martino e dei salumi Levoni. Bacco, Tabacco, Salato ed ovviamente Dolce, con il mini laboratorietto di pasticceria allestito dall’oramai leggendario Sal De Riso, pasticciere dell’omonima pasticceria di Minori (Sa).

Americani a Vitigno ItaliaInsomma, considerato il tasso di gradimento di questo oramai irrinunciabile appuntamento della Napoli del bere, si è finiti per andare in over di passione e spendere tra le parole le più belle e lodevoli che il nostro lessico può offrire.

Non mi restava, dunque, che una sola via: lasciare che a parlarne fosse chi il Vitigno Italia lo viveva per la prima volta, con gli occhi di chi scopre un mondo nuovo. Un gruppo di giovani statunitensi appassionati di eno-gastronomia hanno rappresentato per me il nuovo inizio, la nuova pagina da scrivere, la dimensione originale di ciò che io, insieme a migliaia di napoletani, oramai vivo con imparziale trasporto. Ecco a voi il parere su questa X edizione del Vitigno Italia di Matthew Anderson, James Christopher Sylvan e Bryan Barletto.

Ecco il resoconto della lunga intervista ai miei amici americani:

Cosa rappresenta per voi il Vitigno Italia?

Matt: Il Vitigno Italia rappresenta un contenitore di vini italici in grado di dimostrare la diversità esistente nella penisola italiana attraverso le differenze di sapori e di essenze tra tutti vini presenti in fiera. Il Vitigno Italia insegna anche la passione delle “persone del vino”, che mettendo in mostra i propri vini si dimostrano fieri delle differenze esistenti tra la propria regione e la propria vigna al cospetto delle altre. Per me è stato come conoscere tutta l’Italia del vino in un solo giorno.

James C.: Un’occasione per apprezzare la passione, la conoscenza e la storia del vino italiano. Un’occasione per provare i più buoni vini della tua vita. Un’occasione per imparare l’importanza e la differenza esistente tra le diverse uve, le diverse regioni, i climi e le diverse altitudini

Bryan: Il Vitigno Italia è per me la conferma della specialità e dell’unicità dell’Italia. Una location incantevole come il Castel dell’Ovo, gente amichevole ed interessante e, ovviamente, vino eccellente! Il Vitigno combina tutte le cose che io amo di questo Paese …tranne che il cibo (mi piacerebbe se si facessero più degustazioni)

Cosa del Vitigno Italia ricorderete con maggiore piacere?

Matt: Quest’anno mi ricorderò del gran caldo! A parte di scherzi, mi ricorderò la varietà ed i diversi sapori. In particolar modo la mia mente terrà in evidenza la capacità di molti produttori di battersi per mettere in evidenza le peculiarità della propria zona vinicola e della capacità di trasmettere il “territorio” nel vino. Non dimenticherò quanto alcuni vini ricordassero i climi freschi, come altri fossero accostabili al mare. Insieme a mia moglie Eileen abbiamo fatto una lista dei vini più graditi, e penso proprio che viaggeremo per quelle vigne onde comprare alcune bottiglie da portare a casa negli USA.

James C.: Una delle cose che maggiormente mi è rimasta impressa è stata la varietà di vini provenienti, spesso, da zone vinicole lontanissime da Napoli. Una gran bella carrellata!

Bryan: Circa il vino, mi ricorderò dei vini del Trentino Alto Adige che non conoscevo prima. Ma, più di ogni altra cosa, mi ricorderò del bel tempo passato con gli amici, i nuovi ed i vecchi. Per il resto non saprei dire, dopo tutto ho bevuto un bel po’.

Perché un vostro conterraneo dovrebbe visitare il Vitigno Italia?

Matt: Perché ci sono due ragioni su tutte per visitare l’Italia: vedere ed assaggiare! Quale migliore occasione per provare così tanti prodotti realizzati con perizia in questo meraviglioso Paese? Aggiungerei che quest’anno ho apprezzato la maggiore presenza di espositori di prodotti gastronomici, anche se una maggiore possibilità di degustare del buon cibo insieme a così tanto buon vino renderebbe più completa l’esperienza. Immagino come sarebbe bello poter abbinare a quei vini del formaggio, dei salumi o del pane particolare..

James C.: Perché molti americani, anche associando l’Italia con il buon vino, non ne conoscono la reale potenzialità

Bryan: Gli altri americani dovrebbero andarci perché il Vitigno Italia insegna molto sulla la diversità del vino italiano. La conoscenza statunitense dei vini italiani è generalmente limitata ai grandi produttori ed i vitigni più esportati in America – Chianti, Barolo, Amarone ecc. –. Ma c’è molto altro da imparare ed assaggiare, ed il Vitigno ti apre le porte al nuovo. Un’ultima cosa…  se dovessi consigliare ad un altro americano una visita al Vitigno Italia, consiglierei Mauro come Cicerone!

Amaritudini dolcezze

Pubblicato da aisnapoli il 16 - giugno - 2014Versione PDF

seminario Ais con Armando CastagnoDi Giuseppe Rea

Riflessioni di degustazione a margine del Seminario A.I.S.
“I vini fortificati” di Armando Castagno

Il terzo ed ultimo Seminario dell’A.I.S. Napoli, condotto da Armando Castagno, su i vini fortificati, ha avuto un impianto didattico interessante ed articolato, data la lunghissima storia dei vini presi in esame, nonché le numerose declinazioni in termini di classificazioni e categorie degli stessi.
Dalla slide iniziale recante una celebre frase di Alexander Fleming:” La mia medicina guarisce i malati, ma questo Sherry resuscita i morti”, al racconto, “Il barile di Ammontillado” di Edgar Allan Poe, dove lo scrittore usa la curiosità suscitata in un intenditore da un dubbio acquisto di Ammontillado, come trappola predisposta dal suo assassino per attrarlo in cantina ( dove lo murerà vivo).
i vini in degustazioneUn excursus geografico e storico, legato alle dominazioni arabe, spagnole ed inglesi in tutta l’area mediterranea ed oltre, dal Sudafrica al Portogallo, dalla Spagna, alla Sicilia, da Cipro a Creta per giungere infine a Massandra nella parte meridionale della penisola di Crimea, attuale Ucraina, dove nel 1894, l’ultimo Zar Nicola II°, fece costruire tra mura mastodontiche una cantina, scendendo fino ai 62 metri di profondità attraverso sette gigantesche gallerie che accolgono ancora oggi, 350 milioni di litri di vino in botte e 800mila bottiglie, molte delle quali centenarie.
I vini fortificati sono figli naturali di questo enorme crocevìa commerciale (1703 trattato commerciale tra Inghilterra e Portogallo), svoltosi sostanzialmente via mare ( los vinos de la ruta), dove la brezza marina, le fortissime escursioni termiche, la canicola nelle stive dei brigantini da trasporto, nonché le caratteristiche geologiche dei suoli prevalentemente vulcanici crearono condizioni uniche per la nascita dei più famosi vini fortificati al mondo.
Vini figli del tempo, longevi ed espressivi, trasfigurazione perenne del frutto, protetti dall’alcol che “iberna” un coacervo infinito di “amaritudini dolcezze.”
Invecchiano in cantina per molti anni, nobilitandosi con la permanenza in legno, il colore non più topazio volge all’ambrato, poi al mogano brillante cui si aggiungono gli aromi ed i sapori della nocciola, dell’uva passa, dell’albicocca secca, pur mantenendo profumi speziati ed a volte pungenti.
i vini e il dolceIl sud della penisola iberica resta comunque un’area dove la viticoltura rappresenta qualcosa di diverso rispetto al resto del mondo mediterraneo, siamo in una delle zone più meridionali dell’Europa, più a sud della città di Tunisi, e le temperature torride rese ancora più soffocanti dai venti caldi che soffiano dal vicino Sahara creano oggi condizioni molto particolari per la produzione di vino.
Le gradazioni zuccherine e quindi il grado alcolico, diventano molto alte, le acidità cominciano a precipitare quando le uve arrivano a maturazione ed i profumi tendono a svanire.
Queste condizioni ambientali, in effetti, permettono la produzione di due sole tipologie di vino: passiti fortemente dolci, i migliori dei quali basati sul vitigno pedro ximenez, sono sovente di grande livello, oppure, più comunemente, vini liquorosi, di cui l’esempio classico è lo Sherry, prodotto a Jerez de la Frontera nella provincia di Cadiz, città portuale dalla quale i vini hanno preso, sin dal Medioevo, la via del mare per diffondersi ai quattro angoli del globo.
E’ stato proprio lo Sherry di Jerez, più degli altri vini, a catturare la mia attenzione, poichè nel suo protocollo di cantina, gli enotecnici, devono confrontarsi con un aspetto unico quanto antico dell’enologia, quello legato allo sviluppo della “flor”, lo strato di lieviti di spessore e durata variabile nel tempo, che cresce sulla superficie dei vini in affinamento in cantina e svolge un ruolo fondamentale nel creare le migliori caratteristiche dello Sherry chiamato “ fino”.
Con l’età un fino, sviluppa un colore ambrato e diventa fino-ammontillado, ma solo dopo otto anni diventerà un vero ammontillado, secco, più corposo e con un leggero sapore di nocciola.
Densi al palato, quasi masticabili, sciropposi eppure mai stucchevoli, alcuni vini fortificati come lo Sherry di Jerez Darck- Cream ed il Palo Cortado dulce ,oppure il Bual ed alcune varianti di Malmsey di Madeira sembrano più di un vino, una specie di panforte trasmutato in forma liquida, possono essere sorseggiati da soli alla fine di un pasto importante; non richiedono null’altro per soddisfare tutte le esigenze di un abbinamento degno di un pasto memorabile.
Bene la lezione è terminata, guadagno l’uscita dall’aula “prelevando” tutti i profumi e le nuances che si respirano, ancora una volta Armando è stato grandissimo nel prenderci per mano e portarci in giro per il mondo, un viaggio bellissimo tra passioni quotidiane e insoliti spiriti.

137 A – Bello e Impossibile

Pubblicato da aisnapoli il 5 - giugno - 2014Versione PDF

Marialuisa Firpo e Gabriella GrizzutiDi Mauro Illiano

Laboratorio, bottega, fabbrica di idee…. Sono tanti gli appellativi spendibili per il 137A, quella straordinaria, inimitabile e folle creazione di un gruppo di designers, architetti, fotografi e stilisti. Dalle menti di 7 interpreti – Carla Celestino, Gabriella Grizzuti, Marialuisa Firpo, Ivan Turturiello, Carla Giusti, Luca De Bartolomeis, Totto Renna – è nata anche quest’anno un’idea geniale a far da diamante all’elegantissima iniziativa Wine & the City, collezione di eventi apripista del 10° Vitigno Italia, salone del Vino che si svolgerà quest’anno nei dì 8, 9 e 10 Giugno nell’oramai consueta location del Castel Dell’Ovo di Napoli.

Quest’anno è stata la volta di “The impossible wine bottle machine”, un gioco, un percorso fatto di scelte, un intrigante test ad incastri, a cui rispondere in modo impegnato od ironico onde giungere al proprio stile di bevuta. 7 sfumature, categorie con tanto di nomi e sottotitoli, corrispondenti ad altrettanti stili di bevitori: Brother, ovvero il bevitore easy; Thor, l’amante dell’estremo; Hot, il passionale; Glam, il bevitore cool; Mind, il sostanzialista; Slipper, il misurato; Pro, il vero intenditore. Ad ogni categoria un nome dunque, ma anche un’etichetta. Eh si, perché “quelli” del 137A sono andati oltre il semplice gioco, per approdare ad un esperimento vivificato dalla consegna ai partecipanti della loro bottiglia personale, tappata sotto i loro occhi dagli stessi creatori, e fregiata dall’etichetta – anch’essa disegnata appositamente – corrispondente al profilo di ognuno.

E poi? E poi non finisce qui! Gli autori della macchina strizza-cervelli, infatti, hanno pensato ad un’apposita pagina Facebook intitolata “Where is your impossible wine bottle”, in cui gli avventori hanno potuto postare una foto della loro bottiglia, stipata nel posto più originale a disposizione..

Una gran bella idea, insomma, che ha visto la partecipazione prodigiosa del pubblico (più di 300 bottiglie in 2 sole ore), tant’è che The impossible wine bottle machine sarà presente anche al Vitigno Italia, dove altre menti saranno testate ed altre bottiglie etichettate, ma, cosa più importante, la mirabile idea venuta al mondo il quell’antro del Corso Vittorio Emanuele sarà al servizio di innumerevoli visitatori provenienti da ogni parte del Mondo, donando la meritata dimensione all’ennesima diavoleria dei co-workers del 137A.

Durante l’esperimento ho avuto modo di intervistare due interpreti del 137A, vale a dire Marialuisa Firpo e Gabriella Grizzuti. Ecco il resoconto dell’intervista:

Come si incastrano Vino ed Arte?

Mah, il vino e l’arte hanno molteplici punti d’incontro. Tuttavia, crediamo che l’arte, più di ogni altra cosa, possa mettere in collegamento le persone ed il vino attraverso gli stimoli esterni lanciati dall’arte in grado di suggerire una ricerca dentro di sé onde approdare ad una maggiore conoscenza del proprio approccio e del proprio modo di amare il vino. L’arte stimola la curiosità, e la curiosità spinge l’uomo a voler sapere e voler capire.

Quali difficoltà avete incontrato nel creare la vostra I. W. B. Machine?

Sembrerà strano, ma non abbiamo avuto alcuna difficoltà. Il gruppo di lavoro ha funzionato perfettamente. Ognuno, pur non seguendo alcun ordine prestabilito, sapeva perfettamente cosa fare e come farlo. In un certo qual senso si potrebbe dire che la macchina è nata da sola, istintivamente.

Idee per il futuro?

Ci sono molte idee in pentola, anche se non si possono svelare. Il gruppo rimarrà saldo. Ciò che possiamo dire è che anche l’anno venturo creeremo qualcosa di interattivo, e ciò perché il segreto del successo di queste idee è il sentirsi parte del gioco, poter determinare il destino di sé stessi in modo cosciente eppure inizialmente inconsapevole del dove le proprie scelte condurranno. 

Azzurrità trasognante

Pubblicato da aisnapoli il 28 - maggio - 2014Versione PDF

leggerezzaDi Giuseppe Rea
Riflessioni di degustazione a margine del seminario Ais Campania “Il Corpo del vino” di Armando Castagno: “ I Vini dal corpo leggero”

Ogni serio approfondimento sul mondo del vino, rappresenta un crocevia, un punto di transito, al quale si arriva da altre esperienze e dal quale si parte per giungere ad un altro crocevia, alimentando e fecondando una “fiamma” che, mai sterile, si rivitalizza e si risignifica, ogni giorno, ogni ora, ogni minuto.
Il mondo del vino, quello sospeso tra guide e degustazioni alla cieca, così vario, differente e veloce, ha subìto un momento di ”insolvenza”, sostenendo vini dal possente corpo e trama cromatica e penalizzando quelli fluidi e leggeri, relegandoli in un quartiere sconosciuto.
Malintesi e maltrattati, connotati da scivolosità, qual è la leggerezza, i vini dai fianchi più stretti, mostrano ad un’attenta analisi, un’anima vera e propria che si declina in numerose varianti, oggetto di singolari osservazioni dal valore inatteso.
Un ventaglio di percezioni sensoriali, dove i colori diventano espressione di un linguaggio locale, gentile e puro, testimonianza dei propri confini, vini leggiadri, ricchi di grazia, che all’assaggio danzano, senza prendere in ostaggio la bocca né tanto meno la mente in un punto definito.
I vini del seminario n.2Sono vini che hanno un’anima libera; risveglio di sensazioni in grado di donare una sinergia unica tra sapidità e morbidezza, vini che non stancano mai.
Continui rimandi olfattivi si susseguono in un alternarsi di sottili finezze che giocano a sottrarsi ed a emergere, svelando sotto voce un’identità sicura e forte, ma cangiante e mutevole.
Camminano in punta di piedi, non si “offrono”, rimangono fedeli a se stessi seppur figli di una naturale logica metamorfica; è un susseguirsi di virtù, dalla pulizia espressiva, dall’assenza di note decadenti, ad un viaggio fantastico, che ti restituisce il presente in un’azzurrità trasognante, dove l’assenza di peso non determina “caduta libera”, ma diventa il nucleo fondante di un’enologia che si rivela e si manifesta nelle sue pagine più belle.

Bene, la lezione è terminata, anche questa volta ritorno a casa, disincantato, in balìa non delle onde, ma delle nuvole, dove fino a qualche minuto fa c’ero anch’io!

Foto di Ernesto Lamatta

Sferici e sereni

Pubblicato da aisnapoli il 18 - maggio - 2014Versione PDF

1la batteria dei bianchi evolutiDi Giuseppe Rea

Partecipare ad un seminario condotto da Armando Castagno significa partecipare ad un evento esclusivo, con tanti punti di riflessione, legati a tutto tondo alla cultura dei vini d’eccellenza ed a un nuovo modo di proporli e raccontarli.

Non è la prima volta che partecipo e ogni volta mi colpisce l’atmosfera unica che si respira, trasposta ai presenti grazie alle capacità di una squadra di professionisti del vino.
E’ opinione condivisa generata dalla “narcosi” enologica degli anni ’80, che il vino rosso sia, per sua natura più longevo del vino bianco; quando poi si tratta di vini bianchi minori o addirittura aromatici e dolci, il pensiero legato all’invecchiamento, si allontana definitivamente.
Siamo, infatti, abituati a credere, che una delle tante differenze tra vini bianchi e vini rossi, sia una questione legata alla durata nel tempo, caratteristica, questa, non distintiva dei primi.
Il problema della longevità è decisamente simile alla longevità degli esseri umani, è infatti possibile stimolarla attraverso diverse regole comportamentali, ma qualsiasi cosa si faccia, il risultato resta quasi sempre imponderabile.
L’attenzione sulla longevità dei vini bianchi, nasce senza dubbio prima in Francia che in Italia, non a caso il vino più longevo al mondo è un bianco francese, Château-Chalon (Jura), vino definito diabolico per aver stretto un patto con il diavolo, secondo tradizione dovrebbe invecchiare sei anni, sei mesi e sei giorni.
I tappi della degustazionePremesso, che in via generale, i vini bianchi hanno più necessità di protezione, le armi, necessarie per bilanciare alterazioni di natura spontanea e non, sono essenzialmente due, legate a fattori esogeni ed endogeni, lo sviluppo di anidride solforosa indotta dal dosaggio e anche dalla fermentazione alcolica, le perfette condizioni di conservazione in cantina, l’utilizzo di legni viversi, l’acidità fissa e l’estratto secco, a puro ma indispensabile complemento.
L’Italia, quella dalle uve d’oro non emula, reagisce e dalla Sicilia al Friuli, in forza di un’antica tradizione, utilizzando un protocollo di vinificazione tutt’altro che modaiolo, forte di una tecnica ragionata ma unica, genera vini bianchi differenti, gli “orange wine”, frutto di una fermentazione in rosso.
Sono questi vini evoluti, hanno più talento rispetto al passato, una marcia in più ( il glutatione) hanno conosciuto legni diversi, costretti dal tempo a confrontarsi con l’ossigeno e spogli della corazza tartarica, donano una cromaticità inattesa, naso lirico e note di seria dolcezza.
Bene, la lezione è terminata, mi allontano quindi dall’aula, preferisco evitare l’ascensore e con timido sorriso scendo i pochi gradini che mi portano al parcheggio, in verità sono un po’ confuso ma sicuramente più tranquillo e sereno, sì, sereno come i vini che ho appena conosciuto.

Il teorema delle tre strisce

Pubblicato da aisnapoli il 29 - aprile - 2014Versione PDF

Marco PozzaliDi Marco Pozzali
Qui si disserta sul desiderare, sullo scegliere, sul prendere posizione. Di politica, quindi. Di qualcosa che ha a che fare con una passione che si chiama schieramento radicale per una marca.

Nel 1980 avevo otto anni. L’undici giugno a Roma si inauguravano i campionati europei di calcio con la partita Cecoslovacchia-Germania: uno a zero per i tedeschi con goal di Rummenigge al 57° minuto.
A marzo di quell’anno, proprio trent’anni fa, usciva l’album delle figu Panini, Europa 80 che costava 200 Lire. Avevo già provato a fare la collezione per Argentina 78 ma ero troppo piccolo. No, nel 1980, a 8 anni ero pronto per la raccolta. Nell’album c’era una sezione dedicata alle nazioni non qualificate: ricordo ancora il volto di quei calciatori e le squadre: Ddr, Eire, Francia, Svizzera, Jugoslavia, la mia Jugoslavia, Ungheria, Irlanda del Nord, Austria, Polonia, Portogallo, Scozia, Russia, Svezia e Galles.
Tra le qualificate c’era l’Olanda di Johnny Rep e dei fratelli Van de Kerkhof, l’Inghilterra di Kevin Keegan, Glen Hoddle e Tony Woodckock, il Belgio di Vandereycken e di Ceulemans e l’Italia, di passaggio verso un successo ancora da venire: Ruben Buriani, Maldera e il Barone Causio.
È da quella primavera che sono stato contagiato dagli eroi. Da quelle facce fiere e spesso baffute dei calciatori dell’est. La Jugoslavia è diventata la mia squadra e l’Adidas è diventata la mia marca. Per sempre. Come una cosa indelebile, che non può mai più cambiare. Una fede, indissolubile patto d’amore. Così avevo deciso e così sarebbe andata. Sapevo, come oggi so ancora, quali calciatori calzavano le scarpe con le tre strisce. Scarpe nere con le tre righe bianche e basta. Mica quello scempio che vedi oggi ai piedi di questi mezzi uomini con il gel, i cerchietti e i tatuaggi in giapponese, calzature di tutti i colori, bianche, gialle, rosse, verdi, rosa. Nel 1980 l’unico fronzolo erano i baffi di Panenka. Le scarpe da calcio vogliono nere. Nere.
Il modello con i sei tacchetti, nel 1980, si chiamava Zephir, diventato World Cup per i mondiali del 1982, insieme alla immortale Copa Mundial a 13 tacchetti di gomma nera con suola bianca. Safet Susic, Valdimir Petrovic e Ivica Surjak le usavano fieramente, con quella capacità piuttosto zingara di farle muovere nella tecnica e nell’eleganza accanto al pallone.
Nel 1982, a dieci anni, ero un bambino Adidas e mi apprestavo a seguire il mondiale infischiandomene bellamente del risultato finale; io tenevo per i calciatori più Adidas degli altri. Mio padre, in giro per il mondo per lavoro, mi regalava scarpe e magliette che in Italia non esistevano e io non me le toglievo mai.
La mia Jugoslavia, in Spagna, era riuscita a ottenere la qualificazione ma ha abbandonato il torneo dopo aver ottenuto solo 3 punti in 3 partite:scarpe Adidas pareggiando 0-0 contro l’Irlanda del Nord, perdendo 2-1 contro la Spagna e vincendo 1-0 contro l’Honduras.
Allora, mi ricordo, che avevo pensato di tenere per due squadre: la Francia per via della maglietta della prima partita, bianca a righine sottili blu e rosse (era la seconda divisa; la prima, blu, sarei riuscito ad averla qualche mese dopo, da un amico di mio padre di Parigi) e la Russia di Blokhin. Mi ricordo le formazioni: Ettori, Amoros, Bossis, Tresor, Janvion, Giresse, Soler, Platini, Lacombe, Genghini, Six. Il mio idolo era Didier Six, ala sinistra coi capelli lunghi, ricci e i baffi neri.
La Russia: Dassaev, Borovskij, Chivadze, Baltacha, Demianenko, Oganesian, Shenghelia, Bessonov, Gavrilov, Baal, Blokhin.
Che bella quella Francia, tutti vestiti Adidas e tutti con le scarpe Adidas.
Gli anni 80 sono volati via così. Li ho vissuti tutti da innamorato di innamoramento facile ma fedele: le mie passioni autentiche e immediate avevano volti e contorni netti.
Forse il calciatore che ho amato di più è stato Dragan Stoijkovic ma il suo calcio e il mio hanno perso una sera al Maracanà di Belgrado, forse dalla nebbia, forse dal dottor Galliani, sicuramente non dal Milan di Sacchi. Berlusconi non lo nomino nemmeno perché usa il fondotinta. Ma questa è tutta un’altra storia.
Come state leggendo, di riferimenti a Nike, neanche l’ombra. Sono dei neofiti questi americani qui. Sono arrivati al calcio nell’epoca del grande business; quando c’era da fare affari. In Italia, negli anni 80, avevamo delle signore marche: Pantofola d’Oro, Quiko, Rutilius, Tepa, Valsport. E il concorrente di Adidas era Puma, mica Nike.
E, visto che questo è un giornale che parla di vino, potrei abbozzare un paragone. L’Adidas sta al calcio come la Francia sta al vino. La Nike sta al calcio come la California sta al vino. E si ci si guarda davvero, è così. Osserva chi usa le scarpe da ginnastica, o da tempo libero Nike e vedrai che gli piace il Nero d’Avola, oppure il Merlottone fruttato o il Sardonné. Le Nike sono modernissime, luccicano, brillano, sono ammortizzate, forse fanno anche i frullati. Le Adidas sono vintage, io direi millesimate. Sono storia che si ripete.Oggi ho ai piedi una Running zx 700 uscita nel 1985 e rifatta pari, pari quest’anno. La Champagne è Adidas e anche la Borgogna è Adidas. Per non parlare della Mosella, Adidas anche lei. Radicamento, fedeltà, appartenenza, pelle con tre strisce, tre strisce che non cambiano mai.

IMG_20140407_110248Di Mariachiara Filosa (alias Maki Flo)

VeronaFiere. Domenica 6 aprile ‘14. Ore 9,30. Il sole che mi lambisce le braccia e un caldo che mi accarezza l’anima… Sarà forse emozione? Ed eccomi lì, dopo tanta attesa all’ ingresso San Zeno in Viale del Lavoro… Ad accompagnarmi il mio piccolo bagaglio di esperienza, una mente sempre in ebollizione, affamata di idee, curiosa di novità!
Circondata dal brusio di tanta gente, persone di ogni dove, inglesi, francesi, tedeschi, cinesi, giapponesi… una vera Torre di Babele all’ombra di un edificio di nuova costruzione… e poi alzo gli occhi al cielo e finalmente realizzo “Vinitaly 2014”!!! Ecco sì, ci sono! Arrivata in quel luogo sacro che per chi come me, fa del vino una linfa, è un po’ la “Mecca” , quasi fosse il “primo pilastro”, l’annuale pellegrinaggio che cade ad Aprile, una tappa obbligatoria del viaggio “esperenziale” nel mondo di Bacco per ogni bevitore buongustaio che si rispetti! Eccitazione, adrenalina, batticuore… E poi eccomi lì immersa in un caos, sì esattamente… Tanti padiglioni, grandi ciascuno all’incirca quanto Piazza Plebiscito e l’imbarazzo della scelta… Vininternational, padiglioni regionali, degustazioni guidate, percorsi sensoriali, neo-esperienze gusto-olfattive, vini premiati e chicche enologiche… Per non parlare dell’ eccellenza gastronomica… Chef stellati, pranzi luculliani e abbinamenti insoliti!
IMG_20140407_111835Insomma da dove cominciare? E voi cosa avreste scelto?!? Ho deciso di cominciare da un paese in cui il turismo vitivinicolo affascina sempre più… Il Sud-Africa! Chenin/Grenache Blanc, Sauvignon Blanc, Shiraz, Cabernet Sauvignon, il vitigno autoctono Pinotage… Lasciandomi catturare dalla verve delle sorelle Brutus, fondatrici della “Seven Sisters”, mi son fatta guidare alla scoperta dei vini della West Coast, territorio caratterizzato da estati calde, poco umide con temperature che si aggirano dai 25 ai 35 gradi Celsius ed inverni dalla piovosità media annuale che si aggira tra i 450 mm e i 600 mm, vini che sorprendono per il loro basso contenuto alcolico e bassa acidità. La varietà che mi ha colpito di più? La Bukettraube, creata in Germania, che dà vita ad un vino fresco, fruttato, facile da bere e che a differenza degli altri presenta una notevole acidità… L’ Odelia 2013 una scoperta olfattiva che ti riporta alla brezza dell’ Atlantico!
Lasciata l’ Africa, son tornata in Europa dalle mie amate bollicine, incuriosita dallo champagne Louis de Sacy! Una delle degustazioni forse più emozionanti di quest’esperienza veronese: dapprima il Brut Zéro Cuvée Nue, Pas Dosé, in cui il Pinot Nero prevalente dona una spiccata morbidezza… Ma il segreto di cotanta bontà non mi viene svelato da Alain Sacy, erede di una famiglia da oltre 12 generazioni vignaioli e da sole 3 di champagne… Riesco a farmi svelare solo piccoli particolari: e’ a Verzy , sulle montagne di Reims che nasce questa bottiglia dal packaging singolare, con una sola etichetta sul lato posteriore da cui traspare il nome della cuvée, esaltando così il perlage delle bollicine! Arrivo poi al Brut Grand Cru, champagne di grande equilibrio, in cui note di frutti rossi ed agrumi del Pinot Nero e Pinot Meunier lasciano il passo a note di spezie, date dallo Chardonnay, di cui il 10% è stato invecchiato in barrique! Ed eccomi al terzo, lui che più mi ha intrigato, il Brut Grand Cru Rosé, dal color rosa salmone, con un perlage fine e persistente, un rosé d’ assemblage , di cui il 90% di Pinot Nero e il 10% di Pinot Meunier con note evidenti di bacche selvatiche e pepe rosa… Ed una punta di tabacco… L’ho immaginato protagonista di un aperitivo estivo con una tartare di tonno e scampi! Ed infine concludo il mio “battesimo in Champagne” con il Brut Premier Cru Millésimé 2008, 50% Pinot Nero e 50% Chardonnay … Una vera composta di frutta matura al naso, raffinato, maturo ma non entusiasmante da eleggerlo tra i miei preferiti!
IMG_20140407_112043Entusiasta ho continuato sulla scia del metodo classico ed ho degustato una vera rarità… L’ Arcano, Franciacorta della famiglia Gatta, con l’ 80% Chardonnay e il 20% Pinot Nero, un incontro di sensi, di cui non basta un calice per apprezzarne le qualità organolettiche, uno spumante in continua evoluzione e perché no, diciamolo pure, uno di quelli di cui la flûte non può mai essere vuota!
Et dulcis in fundo… La degustazione più impegnativa ed entusiasmante in compagnia di Francesca, Peppe, Cira e Massimo Florio, che come un abile Caronte ci ha guidati dalle sponde del fiume Oglio, a quelle del fiume Adda… Dalla Franciacorta alla Valtellina! Un invito nel salotto della Lady del vino, la Signora Pia Donata Berlucchi, una vera nobildonna d’ altri tempi che con il suo savoir-faire ci ha condotti alla scoperta del Franciacorta Brut Millesimo 2007, una serie limitata che dopo sette anni di attesa si presenta oggi all’apice perfetto della sua maturazione. Il Freccianera, nato da una piccola partita di Franciacorta con una netta prevalenza di Pinot Bianco su Chardonnay e Pinot Nero come quella del 1977, festeggiata dalla mano del più grande designer del panorama italiano Franco Maria Ricci (N.d.A. da non confondere con l’editore di Bibenda) che ha firmato le 7.000 bottiglie in serie limitata con una variante dell’etichetta originale. Dal ’77, anno del primo millesimato di Fratelli Berlucchi, al 2007, anno della sua vendemmia. Un numero “sette” che si ripresenta come segno di perfezione in equilibrio tra la storia e la modernità. E lei, la signora Pia Donata, da vera “padrona di casa”, ci ha spiegato che quello che oggi rappresenta lo stile austero ed elegante della famiglia Berlucchi, 37 anni fa si chiamava “Etichetta Nera”, premiato come prodotto e riconosciuto come la più bella etichetta italiana fra gli spumanti a metodo classico… Unica pecca?!? La temperatura di servizio… Troppo caldo, ma quanto basta per valorizzarne la grandezza stilistica!
Insomma, un incontro che ha cambiato la mia prospettiva ed accresciuto la mia voglia di continuare a credere in ciò che faccio, un ottimismo contagioso trasmessomi dalla forte caparbietà e volontà tenace della Signora del Franciacorta, definita dai più “lady di ferro”! E ad oggi nella mia piccola esperienza nel “varietale” mondo del vino, posso affermare che nessun obiettivo è irraggiungibile, anzi, le difficoltà rendono ancor più interessante il percorso… In ascesa mi auguro!!!
Grazie Vinitaly 2014… Ed in alto sempre i calici!!!

Tutti pazzi per Mary? No per il Piedirosso!

Pubblicato da aisnapoli il 21 - marzo - 2014Versione PDF

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Di Gerardo Vernazzaro*

Ieri un’altra conferma dell’ attenzione che sta suscitando ultimamente questo piccolo grande vino, ma soprattutto delle potenzialita’ fino a pochi anni fa  sottovalutate che invece stanno adesso man mano affiorando nelle consapevolezze dei degustatori, ed in particolar modo in quelle dei produttori “attenti” che sono sempre piu’ fiduciosi per il futuro di quello che fino a poco tempo fa, veniva definito sbrigativamente “figlio di un Bacco minore“. Le ultime degustazioni in ordine di tempo a cui ho partecipato: quella di Campania Stories al Grand Hotel Parker’s di Napoli con giornalisti nazionali ed esteri e quella di ieri sera tenutasi all’ enoteca La Botte di Caserta, con oltre 70 partecipanti venuti per degustare e sentir parlare di Piedirosso (e pensare che nello stesso momento giocava il Napoli …) sono appunto le testimonianze dirette e tangibili delle possibilita’ di questo vitigno. Figli di un Dio MinoreMa veniamo a ieri sera: la degustazione e’ stata condotta magistralmente dal patron di casa Marco Ricciardi, con il geologo e sommelier Antonio Galileo e dal bravo e “sensibile” collega, Maurizio De Simone. Ben 18 piedirosso provenienti dai Campi Flegrei,Vesuvio e Sannio con annate recenti e a seguire due batterie con Piedirosso Campi flegrei 2009-2007-2005 e -udite, udite- 2003, vere sorprese? No conferme! Almeno per me, con vini integri nel frutto, senza segni di cedimento alcuno, note salmastre e minerali sempre in evidenza (forse qualcuno meritava di essere aperto qualche ora prima, ma con un po’ di attesa nel bicchiere, tutto al posto giusto…). Le considerazioni da fare su questi vini con qualche anno in piu’ sono le seguenti:

1) Vini di certo non nati per essere bevuti oggi, o comunque non progettati per tenere in tempo;

2) La consapevolezza viticola scarsa soprattutto se si arriva ad oltre 10 anni fa;

3) Poca fiducia o meglio “fede” nel vitigno e nei territori di appartenza.

Oggi le cose sono cambiate e ci sono alcuni produttori che stanno facendo la differenza e stanno aprendo le porte a un nuovo e luminoso futuro per questo vitigno -vino e soprattutto per il territorio dal quale proviene. I piedirosso in degustazioneDurante la degustazione e’ stato delineato un profilo che va da quello Flegreo piu’ snello e scattante, a quello del Sannio piu’ deciso e corposo e che non da spazio alle trasparenze e quello del Vesuvio che si colloca nel mezzo di questi antipodi sensoriali. Un dato preoccupante e’emerso dalle slide presentate da Maurizio: negli ultimi 50 anni da 4000 ettari siamo arrivati fino agli attuali 700 ettari di piedirosso coltivato, questo dovuto soprattutto alla difficolta’ di coltivazione del vitigno, alla scarsissima resa e nonché alle difficolta’ di vinificazione per la sua tendenza alla riduzione. Forse questa riscoperta, questa attualita’ del vino Piedirosso, intesa in termini di possibilita’ di abbinamento gastronomico, per la tendenza del mercato a prediligere vini piu’ sottili ed eleganti e comunque fortemente legati al territorio, potrebbe essere la leva giusta per continuare ad investire in ricerca viticola e incoraggiare i produttori a ripiantarlo dando pero’ Valore Aggiunto a questi piccoli cru, gocce nel mare del vino globale . Anche se le istituzioni, i consorzi, e chi di dovere, non dovessero assolvere a questa esigenza, sarà sufficiente che ogni produttore ” serio” continui a dare impulso positivo a questo vitigno, ognuno a suo modo modo suo ed in base alle sue possibilita’ economiche, colturali e culturali, per poter affermare con convinzione che nel prossimo decennio ne vedremo delle belle.

Il futuro e’ rosa , no e’ rosso , anzi no e’ PIEDIROSSO !

*Enologo di Cantine Astroni

Gli eventi dell'AIS Napoli
    • dal 03 set 2014 al 03 set 2014 alle ore:18:00

      3 Settembre Aspettando Malazè, L’impronta geologica del Piedirosso nei Campi Flegrei: per un’enologia consapevole

      Mancano: 10 giorni e 21:12 ore.
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