Associazione Italiana Sommeliers

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Archivio per la categoria: ‘Zibaldone:Spunti e riflessioni enoiche e non’

Corpo @ Corpo Certezze e falsi miti sul corpo del vino

Pubblicato da aisnapoli il 22 - novembre - 2016Versione PDF

Foto 4Di Marco Fasciglione

Che cosa dobbiamo scegliere allora? La pesantezza o la leggerezza? Questa domanda se l’era posta Parmenide nel sesto secolo avanti Cristo. Egli vedeva l’intero universo diviso in coppie di opposizioni: luce-buio, spesso-sottile, caldo-freddo, essere-non essere. Uno dei poli dell’opposizione era per lui positivo (la luce, il caldo, il sottile, l’essere), l’altro negativo. Questa suddivisione in un polo positivo e in uno negativo può apparirci di una semplicità puerile. Salvo in un caso: che cos’è positivo, la leggerezza o la pesantezza? Parmenide rispose: il leggero è positivo, il pesante è negativo. Aveva ragione oppure no? Questo è il problema. Una sola cosa è certa: l’opposizione pesante-leggero è la più misteriosa e la più ambigua tra tutte le opposizioni.” (M. Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere, Adelphi, 1985)

Proprio lo scontro tra ‘leggerezza’ e ‘pesantezza’ è stato l’oggetto della degustazione tenutasi il giorno 11 novembre presso l’Enopanetteria i Sapori della Tradizione. La degustazione, guidata con la solita perizia e bravura da Franco De Luca vice-delegato dell’AIS, per l’occasione affiancato da Paolo Fasciglione degustatore AIS, è stata organizzata secondo una serie di ‘challenge’, di sfide, fra tre coppie di vini il cui corpo nell’immaginario collettivo degli enoappassionati non potrebbe essere in alcun modo confrontabile. Il tutto si è svolto nell’affascinate sala di degustazione dell’Enopanetteria e con le leggendarie pizze di Stefano Pagliuca come attrazione gastronomica. La degustazione ha costituito l’occasione per discutere e riflettere sulle seducenti trame che legano il corpo al vino e sui luoghi comuni che solitamente ricorrono quando si affronta questo tema. Foto 2Capita a volte, infatti, di vedere o sentire che un giudizio non particolarmente lusinghiero su di un vino sia accompagnato dalla motivazione che esso sia dovuto alla carenza di concentrazione o alla debolezza di struttura: in sostanza si è portati a considerare la ricchezza estrattiva come l’unico parametro per stabilire un grande vino: un po’ come se solo i vini inchiostrosi, iper-fruttati, alcolici e ultra-speziati siano veramente i più ricchi, i più sani e i più longevi. Tale punto di vista è il risultato di una precisa fase storica che ha caratterizzato il movimento del vino, fase in parte coincidente con l’affermazione dei grandi vini del nuovo mondo, in cui l’abbondanza di sostanze coloranti, di elementi aromatici fruttati o legnosi, di alcol e di tannino è stata considerata (anche da parte della critica, oltre che dai consumatori) come espressione del pieno compimento enologico in un vino, laddove l’assenza assoluta di sovrabbondanze organolettiche (siano esse cromatiche, aromatiche o gustative) è stata interpretata come una qualità negativa. La conseguenza è nota: l’inseguimento, a cavallo della fine del vecchio millennio e l’origine del nuovo, di corredi polifenolici epici, di concentrazioni cromatiche sempre più dense tendenti addirittura all’inchiostro, di trame quasi-masticabili, e di gradazioni alcoliche da vini liquorosi, in un orgia mistica di over-size organolettico ed exploit fruttato-estrattivo. Oggigiorno, invece, la tendenza verso l’alleggerimento dei prodotti della gastronomia ha favorito l’inizio di un processo di revisione di questo approccio, portando nel vino la tendenza ad alleggerirne ossatura e peso. Ciò sta contribuendo a restituire centralità alla questione, questa si veramente essenziale, del bilanciamento armonico di tutte le componenti organolettiche del vino, evitando di sacrificare sull’altare dell’estrazione l’espressione aromatica del vigneto e del suo ambiente pedoclimatico (qualità, forse, principe da ricercare per stabilire se siamo o meno in presenza di un grande vino). Insomma, anche un vino ‘leggero’ può essere senz’altro un ‘grande’ vino e casomai anche competere alla pari con i suoi simili appartenenti alla categoria dei pesi massimi. Maturità e dolcezza dei profumi però opportunamente bilanciate da precisione, freschezza e mobilità; l’espressione varietale del vitigno non sovrastata dalle folate alcoliche o dalla speziatura ceduta dal legno; l’equilibrio vibrante tra frutto e acidità; oppure l’estrazione delle sostanze coloranti e del tannino prudente e tale da non produrre vini ingombranti per il palato, sono tutti caratteri che possiamo ritrovare in un grande vino leggero, come ad esempio tra i rossi un Bardolino o un Rossese di Dolceacqua e tra i bianchi una Falanghina dei Campi Flegrei o un Bianchello del Metauro. In conclusione, e riprendendo l’interrogativo di Kundera sull’eterna diatriba tra leggerezza e pesantezza: in relazione al vino … “che cosa dobbiamo scegliere allora? La pesantezza o la leggerezza?” La risposta che emerge dalla serata è …dipende! Se in un àncora la leggerezza è un attributo negativo perché non le consente di adempiere alla sua specifica funzione, e cioè impedire che la nave vada alla deriva, e, viceversa, se in una penna è la pesantezza ad essere un valore negativo in quanto non consente alla penna stessa di essere agevolmente maneggiata dalla mano dell’uomo per scrivere, la stessa logica deve essere applicata con riferimento al vino. Aldilà dei gusti individuali e delle inclinazioni soggettive, in effetti, la specifica funzione del vino, la sua missione naturale, il fine ultimo, è quello di essere abbinato in modo armonico con il cibo: è dunque in base a tale fine che deve dipendere la scelta tra un vino leggero oppure uno strutturato. Piatti strutturati, ricchi di ingredienti e che riempiono il palato di sensazioni (gustative, olfattive e tattili) durante la masticazione e dopo la deglutizione richiederanno vini in grado di bilanciare questa potenza strutturale; viceversa cosa sposa al meglio una insalata di mare se non un bianco leggero e gradevole, che non invade il palato ma lo asseconda con la sua impronta sapida e gli accenni minerali?

La degustazione I° Impari Match

DOC Aversa Asprinio Santa Patena 2013 – I Borboni vs. IGT Venezia Giulia Ribolla Gialla 2005 – Radikon

È credenza comune che l’Asprinio di Aversa sia un vino semplice, privo di particolare struttura, e da bersi giovane perché destinato altrimenti a veloci cedimenti organolettici nel caso in cui si provi a prolungarne la longevità. Il Santa Patena de I Borboni smentisce quest’idea. Proveniente da uno specifico cru in contrada Giugliano, questo vino è prodotto con uve coltivate con Sylvoz su piede franco, e quindi senza ricorrere al tradizionale metodo di allevamento locale: l’alberata aversana. La scelta si giustifica proprio con l’esigenza di consentire alla vite di estrarre meglio e più facilmente le proprietà dal terreno ottenendo quindi il massimo dell’espressività gusto-olfattiva e una ‘struttura’ idonea per reggere l’evoluzione nel tempo. I terreni sabbiosi e di origine vulcanica, infine, rinforzano l’eleganza del vino donando sfumature minerale percepibili sia al naso che al palato. La Ribolla Gialla è un vitigno autoctono del Friuli Venezia Giulia dove viene allevato nel Collio (la zona a nord di Gorizia, fino al vicino confine sloveno) e nei Colli Orientali (la fascia collinare che circonda la città di Udine). Normalmente la Ribolla Gialla genera un vino la cui leggerezza lo rende un vino molto beverino e versatile, adatto a diversi momenti della giornata, dall’aperitivo alla cena. La Ribolla Gialla di Radikon invece, è un vino estremo senza compromessi, fatto di estremi, ma è al tempo stesso un vino che esprime come pochi altri (e forse come nella stessa regione solo i vini di Josko Gravner sanno fare) l’unione tra vitigno, terroir, lavoro dell’uomo e le tradizioni culturali locali. Proviene, infatti, da un vigneto di due ettari le cui uve sono vinificate in purezza attraverso l’utilizzo di un antica tecnica tradizionale: quella di sottoporre anche le uve a bacca bianca a lunghe macerazioni a contatto con le bucce. Questa pratica esalta le caratteristiche della Ribolla Gialla in cui gli acini molto carnosi e la buccia spessa sono compatibili con macerazioni prolungate a contatto con le bucce che consentono di estrarre l’enorme quantità di sostanze in essi presenti e che conferiscono al vino longevità, struttura e potenzialità di evoluzione. Nella Ribolla Gialla 2005 di Radikon, una volta completata la fermentazione (svolta in tini di rovere a contatto con le bucce, senza controllo della temperatura e senza aggiunta di lieviti) il periodo di contatto con le bucce ha raggiunto i quattro mesi. È un vino, dicevamo, che ‘disorienta’ i sensi. Il particolare processo di vinificazione genera tinte molto cariche, tra l’oro antico, l’aranciato e l’ambra. Non a caso questa tipologia di vini è conosciuta come ‘orange wines’ (anche se sarebbe meglio l’impiego della terminologia ‘bianchi macerativi’) a segnalare proprio come il loro colore fuoriesca dai tradizionali canoni di classificazione cromatica dei vini ottenuti da uve a bacca bianca. La loro struttura è imponente; il loro bagaglio olfattivo appare, in alcuni casi, infinito; sono vini dai nasi di solito complessi, molto spesso ampi, ma anche molto ampi; apparentemente già evoluti, e caratterizzati da note candite, speziate, tostate. Il loro palato è dotato di sapidità, di freschezza e ovviamente di un insolita presenza tannica dovuta al contatto con le bucce; il loro gusto è tutto giocato sull’effetto sorpresa derivante dalle attese ingenerate dall’analisi olfattiva, che fanno prefigurare un vino passito, o comunque con un rilevante residuo zuccherino, e l’assoluta secchezza del gusto.

DOC Aversa Asprinio Santa Patena 2013 – I Borboni

Splendida livrea gialla luminosa. L’assetto olfattivo rivela una marcata impronta minerale di gesso e di ossido di calcio, cui si intrecciano sentori di fiori di camomilla e poi note di buccia di lime. L’assaggio è vibrante; il martellante ritmo impresso dall’acidità e dalla sapidità non risulta mai invadente in quanto è, e verrebbe da aggiungere ‘sorprendentemente’, ben sorretto dal volume del vino che riempie ed avvolge palato. Chiusura di rara eleganza con un lungo finale tutto giocato su ritorni olfattivi minerali.

IGT Venezia Giulia Ribolla Gialla 2005 – Radikon Inizialmente una leggera opalescenza (del tutto accettabile per questa tipologia di vino) impone di attendere qualche minuto che il deposito di particelle in sospensione riveli il colore in tutta la sua maestosità: un luminoso ambra con screziature ramate nella tessitura. Il naso è leggermente ridotto e non raggiunge sufficientemente quell’eleganza cui ci ha abituato la Ribolla di Radikon. Ciononostante, il ventaglio aromatico è scandito dal continuo andirivieni olfattivo di agrumi canditi, fichi secchi, miele d’eucalipto, cera d’api, incalzati poi dalla resina, da sbuffi iodati e dalle erbe officinali. L’ingresso in bocca è ritmato dall’azione sinergica della freschezza e della sapidità che, insieme alla lieve presenza tannica, bilanciano ampiamente la dote alcolico-glicerica del vino. Finale lento e che si prolunga su note salmastre e balsamiche.

II° Impari Match

DOC Rossese di Dolceacqua Bricco Arcagna 2011 – Terre Bianche vs. Primitivo di Manduria ES 2013 – Gianfranco Fino

Pochi altri vitigni riescono ad interpretare la dicotomia leggerezza-pesantezza come il Rossese: un vitigno che è in grado di originare tanto dei vini che esaltano la leggiadria, la finezza e l’estrema piacevolezza di beva, quanto dei vini che si caratterizzano, invece, per la struttura imponente, per i profumi “scuri” come il tabacco e di liquirizia, e casomai sono dotati di chiusure salmastre e minerali. Quello oggetto della degustazione, il Rossese Bricco Arcagna di Terre Bianche, prodotto da vigne centenarie e frutto di uno studio sul campo di oltre dieci anni, rientra proprio in questa seconda tipologia di Rossese. Un Rossese, quindi, di grande struttura in grado di reggere il passo di un vero e proprio ‘monumento’ alla plasticità quale è il suo ‘avversario’. Il primitivo ES di Gianfranco Fino è stato capace di affermarsi nel strettissima cerchia dei più grandi vini italiani in pochissimi anni. L’avventura di Gianfranco inizia infatti solo nel 2004 con l’acquisto di un vecchio vigneto ad alberello di soli due ettari poi portati a diciotto. Cura maniacale della vigna, rese bassissime, pochi interventi in cantina unicamente mirati a valorizzare la naturale pulizia espressiva del primitivo sono gli elementi di un’alchimia perfetta che ha portato ad un successo così immediato. L’ES nasce da vigne ad alberello di 40, 50 anni e dal recupero delle vecchie tradizioni in campagna, come ad esempio quella legata all’assemblaggio di uve provenienti da diversi vigneti. Il vino rivela una potenza e un corpo davvero sorprendenti, una …‘muscolarità’ che tuttavia non è fine a sé stessa ma è perfettamente inserita in un quadro gusto-olfattivo che esprime un bilanciamento esemplare tra struttura, vena alcolica, acidità e sapidità.

DOC Rossese di Dolceacqua Bricco Arcagna 2011 – Terre Bianche

Manto rosso granato molto luminoso. Il timbro olfattivo è dominato dalle note di frutti di bosco cui si legano i frutti di bosco in confettura, e note florali di rosa canina in un quadro che si arricchisce mano a mano di nuances di legno di sandalo, di chiodi di garofano, pepe nero, per virare quindi verso sentori iodati e salmastri e declinare, infine, lentamente verso sbuffi di ceralacca. Bocca di struttura tutt’altro che timida: il sorso porta in dote la freschezza del sapore, tannini delicati e ottimamente fusi nella struttura del vino ed una stuzzicante sapidità in un discreto equilibrio generale. Finale su note di frutta rossa.

Primitivo di Manduria ES 2013 – Gianfranco Fino

Rubino scuro e compatto e con una carica antocianica talmente forte da lasciare evidenti aloni colorati lungo le pareti del calice. Naso ricco e generoso con un accento alcoolico invadente; la silhouette olfattiva esordisce su note di frutta sotto spirito, confettura di prugne e mirtilli che annunciano l’ingresso di spezie dolci, le note balsamiche, l’anice, e le erbe aromatiche, per poi chiudere con un esplosione di liquirizia. La struttura è opulenta; la bocca ne svela il carattere morbido e sensuale che opera tuttavia in modo sinergico con la freschezza e con i tannini ben coesi nella trama gustativa. Finale di adeguata estensione e di piena rispondenza aromatica.

III° Impari Match

DOC Campi Flegrei Piedirosso Vigna delle Volpi 2013 – Agnanum vs. DOCG Sagrantino di Montefalco Pagliaro 2005 – Paolo Bea

La terza sfida è la sfida delle ‘eccezioni’. Entrambi i vini presentati, infatti, fanno eccezione alle classiche raffigurazioni con cui vengono descritte le rispettive tipologie: e cioè che i vini ottenuti da Piedirosso sono vini leggeri, snelli e di pronta beva e che, invece, il Sagrantino (una delle varietà di uva più tanniche al mondo) genera un vino opulento ed imponente e che richiede anni e l’uso del legno per essere ‘addomesticato’. Il Vigna delle Volpi è un cru aziendale da cui vengono ricavate in genere pochissime bottiglie (circa 600) che proviene da una piccola parte di una vigna storica di circa tre ettari, allevata in gran parte con il sistema della vecchia pergola puteolana. Tre ettari e mezzo strappati alla città di Napoli in cui sono piantati prevalentemente Piedirosso e Falanghina e poi altre varietà locali in uno scenario unico caratterizzato dai pendii scoscesi e sabbiosi di matrice vulcanica che si trovano a ridosso del parco naturale degli Astroni. Il Sagrantino di Montefalco Pagliaro proviene da un vigneto condotto attraverso le antichissime conoscenze e tradizioni vitivinicole sedimentatesi nella famiglia Bea nel corso dei secoli (i Bea producono vino sin dal 1500) e che contribuiscono a creare un vino unico nel suo genere anche per metodo di produzione. L’azienda infatti è uno degli antesignani in Italia dell’agricoltura biologica e dell’utilizzo dei metodi tradizionali in cantina e Giampiero Bea è il Presidente del Consorzio Vini Veri.

DOC Campi Flegrei Piedirosso Vigna delle Volpi 2013 Agnanum

Rubino compatto e luminoso. La trama olfattiva è empireumatica e scandita da un fondo di note tostate e di cenere cui si intrecciano note di geranio, ciliegia, macchia mediterranea e note speziate. Il palato è sostanzialmente in linea con l’assetto olfattivo anche se risulta per certi versi più ‘ruspante’ ed introverso caratterizzato da una discreta dotazione in acidità e da tannini ritmati e da note fumé che riempiono la bocca e rendono gradevolmente amarognola la chiusura del sorso.

DOCG Sagrantino di Montefalco Pagliaro 2005 – Paolo Bea

Manto granato ricco di luce. Naso suggestivo, raffinato e travolgente; impeccabile la modulazione declinata su note di succo di pomodoro, frutta matura, ciliegia nera, ma anche cenni iodati, note ferrose e spezie dolci. La bocca rivela ancora una notevole vitalità, l’intero patrimonio olfattivo si riconferma lungo un assaggio ricco di grazia e di una precisione straordinaria in cui opera un impalcatura acido-tannica mai invadente, di solare efficienza e funzionale ad un perfetto equilibrio generale. L’epilogo, semplicemente emozionante per lunghezza e articolazione, è uno sfoggio di classe ed è il culmine di una incalzante progressione che sfuma su toni speziati.

Linea d’ombra

Pubblicato da aisnapoli il 3 - novembre - 2016Versione PDF

cover_lineaDi Luca Massimo Bolondi

Il sommelier che qui scrive, e adora leggere, recentemente é stato in libreria a Napoli. Una libreria storica, grande, organizzata su piú piani, con gli scaffali ordinati in sezioni, le isole con le offerte bene in vista, illuminazione calda e diffusa, non un granello di polvere sui libri, menomale perché la sua allergia lo avrebbe fatto fuggire con gli occhi gonfi e la goccia al naso, ha chiesto alla banconista dove avrebbe potuto trovare una raccolta di racconti di Giorgio Scerbanenco degli anni cinquanta, che aveva prestato ad un amico e non é piú tornata, e non é rimasto sorpreso di ricevere per risposta che il volume é in ristampa ma che sarebbe stato disponibile in un paio di mesi, e che si trattava forse dell’opera migliore dell’autore, segno che la signora qualcosa ne sapeva. La conversazione é proseguita ed alla fine il sommelier-lettore é uscito dalla libreria con un testo di Wolke sulla chimica in cucina e la piacevole sensazione di aver avuto un confronto costruttivo con una persona colta e aperta. Rientrato sull’isola dove vive, dopo qualche giorno ha incontrato l’ottimo articolo di Franco De Lucail mondo che cambia” e ha deciso di fare staffetta, raccogliendo il testimone e proseguendo la corsa.

Tra le intime gioie professionali del sommelier quando esercitava nel Gruppo di Servizi AIS, un posto speciale se lo é conquistato il pensionato solitario che, dimesso nel vestire, investí una congrua parte dell’assegno sociale nell’acquisto di una bottiglia di vino. Niente di aulico, etichetta senza fama, un sangiovese in purezza di un piccolo sconosciuto produttore umbro, vino onesto e, nella sua relativa semplicitá commerciale, ricco in profumi e al palato. L’acquisto avvenuto nel supermercato di prossimitá dove il sommelier, in divisa di servizio, accoglieva e accompagnava gli abitanti del quartiere alla scoperta delle qualitá celate nelle file di bottiglie, ordinatamente disposte sotto la luce fredda e irrispettosa della corsia.

In previsione di una rapida uscita e per ovvie esigenze di scaffale, nel supermarket il vino sta all’impiedi, raro trovarlo coricato, la bottiglia é impolverata solo in caso di negligenza del personale settorista, il prezzo é il discriminante, la posizione é territorio di conquista. Il sommelier, che ha un poco di esperienza nel settore, sa di casi nei quali lo scaffale ad altezza d’occhio viene negoziato in soldoni. Il vino, come ogni bene di valore il cui acquisto é un atto emozionale, non é finalizzato alla sopravvivenza, per ristabilire l’equilibrio idrico del corpo bastando l’acqua pura. La classe non é acqua, e nel caso del vino é tutta in quella esigua percentuale in contenuto, che fa la differenza. É per valorizzare quella differenza che, nel vino come in tutti gli alimenti, si giustifica l’esistenza e l’ingaggio di un professionista.

sommelier-nella-GDOLa storia della GDO, la grande distribuzione organizzata, scorre in seno alla storia del marketing, nel quale l’attenzione si é spostata dal prodotto al mercato e poi dal mercato al cliente, senza abbandonare la logica di valorizzazione del capitale, forse ben sapendo che tanto a quel punto il gioco é fatto, nel lato ricco del mondo postindustriale le persone sono ormai assuefatte a vivere per lavorare, produrre, consumare e non vi é il rischio di sovvertimenti. In questa evoluzione logica, che s’applica ad un contesto sconsolante, qualche forma di riscatto sembra peró farsi strada, per riaffermare l’umano senso in tre esse, sangue sentimento e spirito, che dá valore alla nostra esistenza. Una di queste, nel suo piccolo, parte dal basso, dal basico, dal mangiare-bere-riposare-magari sognare, e dal farlo bene. Benedetta sia quindi l’occasione di mettere nel supermercato un sommelier, cultore della qualitá. É come offrire a un comunicatore una platea vasta, nuova e relativamente assetata di novitá, e per giunta nell’ora di punta. Poi capita di incontrare anche l’appassionato facoltoso che cerca il pezzo d’eccezione vedendo l’enoteca nel supermarket. A conferma che gli schemi di gioco tradizionali possono saltare. AAA occasione di cambiamento epocale offresi, come sempre riservata a chi la sa vedere e cogliere. La pratica di vita ci dice che il sommelier, ovunque si trovi, sia tra gli scaffali del mercato, sia tra i tavoli della taverna, puó svolgere una funzione economica e sociale rilevante, quella dell’araldo del buono del bello e della conoscenza, ossia dell’unica difesa conosciuta contro il lato oscuro dei tempi, di tutti i tempi.

Il pensionato anche oggi esce dal supermercato col sorriso, pregustando il sermone che terrá ai pesciolini del suo acquario, per narrare del paesaggio intorno alla vigna, del valore dei gesti del contadino, della storia e delle storie che accompagnano ogni calice, dell’acqua che come in un miracolo si é fatta vino.

Se a qualcuno é punta vaghezza di sapere perché il titolo “linea d’ombra”, ecco la risposta:

É privilegio della prima gioventú vivere d’anticipo sul tempo a venire. Ci si chiude alle spalle il cancelletto dell’infanzia, e si entra in un giardino di incanti. Persino la penombra qui brilla di promesse. Ad ogni svolta il sentiero ha le sue seduzioni. E non perché sia questo un paese inesplorato. Lo sappiamo bene che l’umanitá tutta é passata di lí. É piuttosto l’incanto dell’universale esperienza, da cui ci aspettiamo emozioni non ordinarie o personali, qualcosa che sia solo nostro (…) fino a quando innanzi a noi si profila una linea d’ombra, ad avvertirci che bisogna dire addio anche al paese della gioventú. J. Conrad

Forse che stiamo entrando in una fase nuova, ricca di sfide da affrontare con responsabilitá, dell’antico gioco del coppiere?

Il mondo che cambia

Pubblicato da aisnapoli il 23 - ottobre - 2016Versione PDF

krug-clos-du-mesnil-2003_2Di Franco De Luca
Il mondo che cambia.
Sono un romantico, mi piace ancora comprare un vino dopo una bella chiacchierata con l’enotecario, magari dopo aver toccato argomenti di ogni sorta e con l’etichetta quale trofeo di una complessa negoziazione. Un po’ come quando in passato si acquistavamo i libri nelle vecchie e decadenti librerie, dove gli scaffali erano impolverati a causa del poco tempo dedicato loro dal libraio, troppo impegnato a leggere per poter meglio consigliare i clienti. Non amo la polvere in generale ma quella mi piaceva, perché era il segno di un’attenzione ormai sparita verso noi lettori. Oggi i libri sono allineati e puliti e alla cassiera tutt’al più possiamo chiedere una busta, e questo è triste.
Per i vini però forse va un poco meglio, e la dimostrazione è nell’evento accaduto ad Alessia Alvino, una nostra sommelier impiegata presso un noto market napoletano.
È lunedì mattina e Alessia nota un tipo curioso, un uomo che pare cerchi qualcosa tra gli scaffali ma che di tanto in tanto butta un’occhiata furbetta alla ragazza. Alessia è bella e certamente non mancano cascamorti di ogni taglia e misura, ma lei non percepisce questo, non sente l’esigenza di difendersi. L’uomo sembra gentile e più che altro pare cerchi un varco per comunicare. Alessia gli va vicino e gli chiede:
«Posso fare qualcosa per lei?»
Lui la guarda sornione e poi risponde:
«Forse sono io che posso fare qualcosa per te».
Nasce una conversazione sui vini, sulle tipologie trattate e, soprattutto, sulla modalità in cui questi sono gestiti. Alessia comprende che l’uomo sta solo cercando delle garanzie e allora inizia a rassicurarlo in tal senso, ma con garbo e onestà. E infatti, una volta soddisfatte tutte le perplessità, l’uomo spara senza esitazione:
«Vorrei un Krug Clos du Mesnil»
Alessia rimane colpita: finora ha venduto Aglianico e Fiano, Lambrusco e Piedirosso, qualche Barolo, qualche Brunello, qualche altro Champagne, ma mai un vino il cui prezzo superi gli ottocento euro. Quando lo accompagna alla cassa le tremano le mani e ha ragione. L’uomo se ne va contento, e Alessia già immagina le parole con cui racconterà la sua singolare esperienza.
Cambiamento_ItaliaI tempi sono cambiati e questo va accettato. È inutile fissare come ebeti poetici tramonti mozzafiato su schermi retro illuminati, meglio aprire la finestra e ammirare lo scorcio di cielo tra i palazzi… sarà meno coinvolgente ma è vero. Viva la bottega di una volta ma ben vengano anche le nuove realtà se volgono anche loro lo sguardo nella direzione della qualità. La verità è che la nostra idea di G.D.O. resta un po’ legata a un’immagine precisa: pile di prodotti alimentari stipati al sole in attesa di essere sistemati negli appositi scaffali. Ma questa immagine è superata. Oggi questi nuovi supermarket  sono evoluti e sempre più dotati di personale specializzato.
A Napoli, in particolare, questo processo è aiutato dai nostri sommelier che aderiscono con entusiasmo a questa nuova attività professionale. A parte Alessia, tra le più giovani e promettenti, ricordiamo altri affidabili professionisti impegnati ogni giorno sul campo: Andrea Cerino, Gennaro Miele, Raffaele Russo, Mauro Moragas, Luca Fedele e Eleonora Rescigno.
Che dire, credo che questo piccolo evento sia un segno dei tempi, e forse l’AIS Napoli ha visto giusto quando ha deciso di sposare il progetto (qui e qui). Mi piace pensare, in questa domenica uggiosa, che l’uomo gentile che ci ha emozionati, sia in questo momento a tavola con il suo Clos du Mesnil a festeggiare qualcosa di veramente importante, fosse anche solo il fatto di stare bene e di essere lieti in questi tempi così difficili.

La lingua del naso

Pubblicato da aisnapoli il 8 - maggio - 2016Versione PDF

rimedi-naturali-raffreddoreDi Luca Massimo Bolondi

Costretto in un letto da un gran raffreddore, nel niente da fare trascorrono le ore. La mente nell’ozio é libera e puó essere applicata alle piccole cose che, se analizzate a dovere, si ingrandiscono. Il piacere della colazione a tavolino, ad un’ora impensabile rispetto ai ritmi quotidiani del lavoro, ricompensa del dispiacere alla vista di una giornata radiosa, fuori dalla finestra, con un sole limpido e un’aria fina che altri godranno, poiché al malato sono preclusi. Una colazione ricca e variata: frutta, yogurt, caffelatte, torta, pane, per cominciare con un pieno di energia una lunga giornata. Peccato che i sapori siano guastati dalla chiusura del naso. I bei profumi, che fanno di ogni alimento un’esperienza, componendosi tra loro, marcando o stuzzicando i ricordi, ogni odore una qualitá differente, un elemento con un carattere proprio, riassumibile in una parola, e articolato con gli altri odori, a formare una frase, secondo la sintassi della degustazione. É il linguaggio olfattivo, altresí detta la lingua del naso, che parla all’intelligenza e alla memoria attraverso i sensi, attingendo da un vocabolario di oltre diecimila parole, e beato colui che ne conosce abbastanza.  A ben pensare, che peccato non poter disporre del vocabolario olfattivo davanti ad una colazione ricca e variata. Eppure, qualcosa di buono c’é, colpisce i sensi e da un senso alla piccola tavola imbandita rispetto alla tazzina solitaria sul comodino, tra i fazzoletti e l’aspirina.

stones-261x300Se un alimento non ha profumo non ha sapore, ecco un’opinione accettata come un paradigma. Ma la relativa povertá dell’esperienza sensoriale, dettata dal naso fuori combattimento in un giorno di raffreddore, offre un’occasione preziosa di concentrare l’attenzione sull’altra componente degli alimenti: il gusto. Educati, sin dal primo giorno del corso di degustatore, a prestare attenzione al profumo, sino a farne il vero Re della Prova ai Sensi, rischiamo di mettere sullo sfondo le capacitá di analisi della nostra bocca. É nel momento della deprivazione che assumono rilievo le cose presenti, che perdono l’alone di povertá e divengono soggetti d’indagine forieri di senso e significati. Perso temporaneamente l’olfatto, l’attenzione si puó concentrare sulle capacitá tattili degli organi della bocca, sulle componenti del gusto analizzabili con la lingua, sulla consistenza misurabile dalla muscolatura della lingua e della mascella.

Ai recettori del gusto, dolce, salato, acido, amaro, carnoso, e al tatto, ruvido, liscio, duro, morbido, aggressivo, soave, alla prova dello schiacciamento e della frantumazione, ancora duro o morbido ma in un senso diverso, eppoi tenace o friabile. Gli elementi sono analizzabili separatamente, poi ricombinabili nelle mutue relazioni di un sistema. Ogni elemento una parola e una qualitá, e insieme una sintassi, a formare il linguaggio al palato, ovvero la lingua della lingua.

La colazione ricca e variata é terminata. Restano le bucce, le briciole, i fondi di tazze e bicchieri. E la sensazione di avere riscoperto qualcosa di buono e di utile, che in un giorno di costrizione tra letto e stanza da bagno ricompensa del sole e dei profumi perduti.

Genesis

Pubblicato da aisnapoli il 12 - gennaio - 2015Versione PDF

binocular006Di Luca Massimo Bolondi

Gli esseri umani sono onnivori: traggono nutrimento dal sapere razionale, dalla logica, dalle metafore, dai sogni. Persino negli alimenti quotidiani, appena si allontana il problema della sopravvivenza, cosí urgente ai poveri e agli antichi, essi cercano i sapori e gli aromi. Gli uomini hanno imparato che una alimentazione incompleta espone a degenerazioni e malattie, rendendo l’organismo vulnerabile e accorciandone l’aspettativa di vita.

In principio ecco il caos. Da ogni parte appare una massa indistinta e fluida, un plasma opaco sempre piú caldo, tutto un fermentare tumultuoso, in cui la materia e i gas si fondono e si separano continuamente. L’oscuritá é solcata da lampi e tensioni elettrochimiche, mentre la massa é percorsa da correnti improvvise e da parti dense in movimento. Indagando la materia piú da vicino, si scoprono gli elementi e si possono osservare, nell’intimo, gli accadimenti. Appare un cosmo in cui brulica la vita, brillano come stelle i cristalli, disciolti negli acidi inorganici; nello spazio tra di essi, come i corpi spenti dei pianeti, i sali minerali compongono fluide strutture. Vagano come asteroidi i corpuscoli addensati di pigmenti e precursori di cristalli, disciolti in un tiepido e dolce brodo.
lorenz_attractorNel plasma di questo caos primigenio si svolge una caccia senza tregua: lunghe catene di composti di carbonio fluttuano inermi, inseguite, analizzate, selezionate e poi spezzate e assorbite da cellule minuscole e attivissime. Non tutte le molecole sono commestibili, le piú fortunate sono protette da legami forti, che impediscono l’attacco. Per questo sopravviveranno alla caccia e rimarranno a fluttuare nel liquido finale, a riposo. Per le altre non vi é salvezza. Finché la temperatura è sopportabile e l’atmosfera non è satura di alcol, le cellule avranno forza per condurre la caccia. Si fermeranno solo con l’esaurimento delle prede, o in condizioni ambientali proibitive. E sono le stesse cellule a rendere l’ambiente ostile. Il gas, il calore, l’alcol che saturano l’atmosfera sono infatti il prodotto della loro attivitá.
E mentre nel tino si svolgono gli eventi tumultuosi, si puó osservare, distaccando lo sguardo, per avere una visione dell’insieme, l’ambiente d’intorno. Sul tavolo magari c’é un appunto, con la formula della fermentazione, un ciclo completo di scambi e trasformazioni con una partenza e un arrivo, che si potrebbe immaginare perfetto, tanto di zucchero diventa tanto di alcool, con emissione quantificabile di gas carbonico e di calore, passando per la formazione di molecole intermedie. Da manuale. Solo da manuale. Nella realtá una parte degli scambi é destinata a compiersi in modo incompleto, un’altra parte puó non compiersi affatto, la formula, cosí determinata nella sua astrazione cartacea, nel tino lascia spazio alle probabilitá: una gran parte del caos ribollente diverrá una soluzione alcolica, una parte rimarrá intatta e lascerá un residuo zuccherino, un’altra parte ancora donerá, grazie all’imperfezione del ciclo, un destino evolutivo tutto da sperimentare. Oltre a regalare aromi e sapori. Per questo, accanto al foglio con la formula, c’é una pipetta di vetro, da saggio.
uva-fermentazione-vinoMa aromi e sapori, come ben sanno gli studenti di tutte le etá che s’applicano alla materia delle bevande alcoliche, non vengono solo dal ribollir dei tini. Ci sono un prima e un dopo, una matrice agricola nella materia prima che andrá nel fermentino e un’opera di elevazione a perfezionare il prodotto fermentato.
Bagnata dalla rugiada mattutina, il suolo odora di argilla e fresco, sale e muschio verde. Questa terra scura che si incolla alla zappa e macchia le dita, sapida e grassa, cosí diversa da quella terra gialla che sa di sasso e di paglia, di polvere e cloro, calcinata dal sole, che scorre dalla mano e lascia un velo come di sabbia fine. Queste sono solo due delle terre possibili, esperienza dice che se ne trovano tante nel mondo, ognuna foriera di un apporto diverso alla pianta ed al frutto.
Per non dire, che in una parola appena, del calore del sole, ogni giorno e in ogni luogo diverso, la giacitura del suolo, l’ordine e lo sviluppo della pianta, la natura di questa ed il suo frutto. La nuvola, la pioggia, il moto dell’aria, gli odori e le sostanze che l’aria porta con se. Magari gli stessi che in questo momento profumano il cortile dove il contadino e il suo enologo siedono insieme a parlare di come potrá venire il prossimo, davanti a un bicchiere di quello dell’anno passato.
Se un fisico, un chimico e un matematico, presi dal gioco ed ebbri alla follia, si cimentassero nel racchiudere in una formula tutti gli elementi e le relazioni tra di essi, nel tempo, per dire ecco come si ottiene questo vino, birra, sidro, liquore od acquavite, il risultato avrebbe la forma di un serpente dalle molte teste, che si snoda lungo la terra e che fisserebbe con occhio cristallino e ipnotico la sua preda. Sei tu forse che desideri sapere se l’equazione ammette soluzioni? Sei forse tu quello che desidera il controllo della genesi, determinata in ogni suo punto? Come asseriva Voltaire, il grande disegno é di dio, ma il diavolo sta nei particolari.

I volti di Montalcino

Pubblicato da aisnapoli il 30 - novembre - 2014Versione PDF

1517380_672262039554586_6666840080281079770_nDi Alessandro Farina
La mia passione per Montalcino nasce un paio di anni fa, quando ebbi la fortuna di partecipare a un’entusiasmante verticale del Brunello Riserva Tenuta Greppo svoltasi a Roma nel corso del 46° Congresso Nazionale AIS. Fu un viaggio a ritroso nel tempo in cui, in compagnia di Jacopo Biondi Santi, ebbi modo di assaggiare ben sette bottiglie introvabili e costosissime, inclusa la mitica Riserva 1955… unico vino italiano ad essere inserito da Wine Spectator in una cassetta “ideale” contenente i 12 vini migliori del XX° secolo. Cosicché un’attesa di ben quattro mesi, una giornata di ferie e una levataccia per prendere in tempo il treno, furono ripagate da un’esperienza irripetibile! Quei rossi di lunghissimo affinamento, come mossi da un’alchemica energia, mi fecero letteralmente sobbalzare dalla sedia!
Iniziò quindi il mio percorso di studio e di assaggi dei vini di Montalcino, un percorso che mi sta portando a scoprire man mano i volti di tanti altri produttori… ognuno con una sua storia, una sua filosofia produttiva… ognuno che attraverso il Sangiovese dà una differente interpretazione di questo magico territorio.
E’ maturata così l’idea di raccontare la mia passione, questa mia visione di Montalcino, e di farlo con una serata, realizzata grazie all’AIS Napoli e che ha visto venerdì scorso l’Enopanetteria “I Sapori della Tradizione” inebriarsi di sapori toscani.

Ad aprire le danze è stato il Rosso di Montalcino 2012 di Tiezzi, un vino che si è fatto apprezzare per la sua straordinaria bevibilità e per un naso complesso e ricco di fiori, che ci sussurrava come spesso il Rosso sia purtroppo sottovalutato o, quanto meno, messo (a torto) in secondo piano rispetto al Brunello.

Dalle mura di Montalcino, nelle cui prossimità sorgono i vigneti di Tiezzi, ci siamo spostati poi sul versante sud-ovest con l’assaggio del Brunello 2008 della superpotenza Banfi; un vino che ha la pretesa di allietare la tavola di centinaia di migliaia di persone (non necessariamente italiane), frutto di terreni più sciolti e di un’impostazione enologica più innovativa.

Subito dopo, i nostri occhi si sono posati su un vino dalle tonalità cromatiche più intense… si trattava del Brunello 2003 di Giulio Salvioni, artigiano del vino che opera sul versante sud-est di Montalcino; un vino che, nonostante l’annata calda, ha mostrato un grande equilibrio gustativo e ci ha ammaliato con sfumature di cacao e spezie orientali, sentori di vimini e macchia mediterranea.

Ci è toccato infine assaggiare (che fatica!) il Brunello di Biondi Santi 1999, un’annata ritenuta eccezionale a Tenuta Greppo, versante nord-est di Montalcino. Un vino la cui eleganza e complessità, olfattiva e gustativa, ha sembrato dare ragione a Ferruccio Biondi Santi che, in tempi non sospetti, aveva scommesso sulle potenzialità del Sangiovese per ottenere vini rossi da lunghissimo affinamento.

Per le nostre papille in questo “maledetto” venerdì sera non c’è stata tregua! Perché, dopo il ragù toscano in abbinamento ai vini, abbiamo sperimentato una novità della casa… un panettone artigianale elaborato con il lievito madre utilizzato per le famose “pizze della tradizione”, tra l’altro assaggiate in più versione nel buffet di benvenuto.

La riuscita di quest’evento, oltre ai vini che hanno fortunatamente parlato da soli e la buona cucina di Raffaela Verde, la devo anche a due persone squisite, due sommelier d’eccezione che mi hanno dato tutte e due le mani nel corso della serata: Franco De Luca, delegato AIS Comuni Vesuviani, e Antonio Galileo, attualmente in servizio presso il Grand Hotel Excelsior Vittoria di Sorrento.

A salutare i partecipanti una cassetta di vino contenente le Riserve Biondi Santi Tenuta Greppo… sei magnifiche bottiglie, ricolmate e certificate, che Stefano Pagliuca custodisce gelosamente e che tutti noi speriamo presto di assaggiare in una straordinaria verticale dal 1968 al 1985. Stay tuned! ;-)

VITICOLTURA DEL FUTURO: voi cosa ne pensate?

Pubblicato da aisnapoli il 29 - novembre - 2014Versione PDF

talebani-in-gruppo1Di Gerardo Vernazzaro*
Cari enoappassionati la ricerca va avanti anche se alcune volte non ci piace spesso perche il NUOVO spaventa e ci spiazza. Da alcuni anni la ricerca nel settore viticolo sta procedendo verso la selezione di nuovi portinnesti e sulle varieta’ RESISTENTI ( in particolar modo alla peronospora e all’oidio). Le varieta’ resistenti nascono da INCROCI di due o piu’ varieta’ mediante metodi convenzionali (non ogm). La Germania ha già inscritto nel catalogo nazionale le seguenti varietà resistenti: Bronner, Cabernet cortis, Prioris, Cabernet carbon e solaris, tutte a ciclo breve e maturazione precoce e non adatte al clima mediterraneo e hanno una sola resistenza o all’ oiodio o alla peronospora ( ce ne son anche altri selezionati in altri stati membri: Helios, Orion, Prior, Phoenix, Regent, Sirius, Villaris).
IGA e università di UDINE dal 2006 stanno portando avanti questa ricerca in collaborazione con VCR e UIV per selezionare varietà che si possano adattare alle nostre condizioni pedoclimatiche.
Le varieta’ sono frutto di incroci tra VITIS VINIFERA e IBRIDI INTERSPECIFICI e contengono almeno il 95% del patrimonio genetico di vitis vinifera ed hanno entrambe le resistenze .
GERMANY-DIGITAL-INDUSTRY-NEXT-GOOGLE GLASSQueste NUOVE varieta’ hanno il vantaggio di mantenere le caratteristiche enologiche della vitis vinifera con il PLUS del carattere RESISTENZA, quindi in alcune zone viticole con condizioni pedoclimatiche buone ed in annate FACILI, si puo’ evitare di fare TRATTAMENTI, mentre in annate sfavorevoli (vedi 2014 ) al massimo 1-2 trattamenti, e questo ha due vantaggi: il primo rientra nella tendenza sacrosanta del basso impatto per il Pianeta e si inserisce a pieno in una conduzione bio con il vantaggio di diminuire o talvolta eliminare l’ utilizzo di RAME ( che è un metallo PESANTE) e inoltre un grande risparmio economico per il viticoltore.
Nei millenni la selezione naturale e quella umana ci hanno lasciato in eredità i vitigni che conosciamo, ora la ricerca finalizzata a certi obiettivi ci sta presentando queste nuove varietà e con buone probabilità questa sarà la “VITICOLTURA DEL FUTURO” quindi tra poco la finiremo di parlare di lieviti indigeni, solforosa, ecc. e si inizierà  a discutere su questi aspetti viticoli e gli amanti del nettare di bacco si divideranno in TALEBANI, POSSIBILISTI, NEUTRI e i  PRO.
Siete pronti a bere tra 20 -30 anni un EARLY AGLIANICO o un PETIT PIEDIROSSO e un GRECO dore’? e tu a quale delle quattro categorie appartieni?

*Enologo

Symposium, vino e cibo…

Pubblicato da aisnapoli il 7 - novembre - 2014Versione PDF

simposioDi Luca Massimo Bolondi

Il mito ci dice che in principio fu l’Eden, la sazietá.  Poi vennero la fame e la sete, eterna condizione umana. La necessitá aguzzó l’ingegno e da essi nacque la conoscenza, insieme consolazione e cruccio dell’affamato e dell’assetato. Tra l’arte del nutrirsi e la civiltá corre il solido filo dell’evoluzione, a cucire insieme le pagine di un libro di storia e di ricette, di scienza di cantina e di cucina. Certo, chi scrivesse la storia dell’arte del nutrirsi non racconterebbe un’evoluzione lineare, come d’altra parte accade per ogni storia, ma un susseguirsi di tradizioni e innovazioni, dimenticanze e riscoperte, con il dubbio di fondo che i Sumeri e gli Ateniesi ne sapessero quasi quanto i maestri della haute cuisine e gli enologi contemporanei.  Ascoltiamo una voce di duemila anni orsono. Se mescoli il vino di Sorrento con un fondo di Falerno, puoi fare rapprendere il torbido, aggiungendovi delle uova battute. Si poseranno sul fondo con tutta la parte impura. (Orazio, Satire, Libro II, Satura IV) La tecnica enologica della chiarificazione con l’albumina era conosciuta e diffusa nella Roma augustea, cosí come molte altre pratiche di vigna, di cantina e di servizio. E non solo di tecniche si tratta, ma soprattutto della continuitá tra conoscenze applicate e arte di vivere.

“Non vi é nulla di piú quotidiano del Mangiare e del Bere. (…) Questi bisogni fondamentali dell’uomo sono stati organizzati dalle societá sin dalla notte dei tempi, secondo un certo numero di costanti che gli sono proprie:

-      una scelta deliberata, semi-istintiva e semi-ponderata, di derrate prese dall’ambiente immediatamente circostante o prossimo;

-      un sistema di manipolazioni e di processi tradizionali efficaci, al fine di trattare gli alimenti, trasformandoli dal loro stato originario, per renderli assimilabili e gustosi;

-      delle routine e dei riti, anche dei miti, per regolamentare gli usi e per conferire loro un valore che trascende il consumo materiale degli alimenti;

-      senza parlare di una ripartizione quantitativa e qualitativa degli alimenti, commisurata alla condizione dei commensali.

1188837373-eIl tutto, come le altre “invarianti” della civiltá, fedelmente conservato e trasmesso, da una generazione all’altra, talvolta modificato, arricchito, corretto, a un livello di fluttuazioni inattese o di preferenze nuove : il piú sovente, tuttavia, senza cambiamenti sostanziali notevoli, come nelle grandi regole, inconsapevoli e inveterate, che governano la nostra vita.” (Jean Bottéro, La plus vieille cuisine du monde, Audibert Editeur 2002, trad. dell’autore)

Ecco che, anche allo sguardo di un antropologo, l’evoluzione del gusto e delle abitudini alimentari diviene una costante necessitá storica, la tensione al miglioramento e alla novitá sembrando una caratteristica intrinseca delle civiltá, alla ricerca di quel misto di piacere e di sapere che trova la realizzazione nel savoir vivre.

Non si sottolineerá mai abbastanza la differenza tra nutrirsi, che comporta il semplice metabolismo delle vivande, e mangiare, che, tra persone di buona compagnia, suggerisce una complicitá tra la nutrizione e l’allegria, l’una e l’altra suscitate dal pensiero, dalla vita, dal servizio nei piatti e nei calici, dall’assaggio nei bocconi e nei sorsi, che si mostrano, grazie al lavoro della preparazione, appetitosi e tentatori.  In tutte le culture queste “parole dei sensi” rinviano, anzitutto, al loro significato radicale e prosaico, ma mostrano subito dopo di avere acquisito un valore superiore e sentimentale : un semplice pasto, volto a ingerire degli alimenti, si trasforma in festino, in banchetto, in festa. Ecco l’atto quotidiano e popolare, discreto, quasi invisibile, trovare il suo coronamento in un livello superiore, il festino, che travalica la fisiologia della nutrizione, dimostra la ragion d’essere della Cucina e della Sommellerie, apre una prospettiva di psicologia individuale e sociale, da semplice meccanismo di sopravvivenza si eleva ad atto volontario di sviluppo della civiltá.

cibo-e-vinoPer fare di un pasto un festino ci vogliono tre ingredienti : un buon piatto, un buon calice e una buona compagnia. Poiché un buon pasto rimane pur sempre un atto individuale, mentre il festino é un atto sociale, che implica l’abbondanza condivisa e la magnificenza. Il consumo dell’alimento, atto necessariamente ripetitivo, si sublima nel piacere del mangiare e del bere, a condizione che la tavola sia condivisa, generosa, allegra e stimolante. In termini culturali, il simposio é un momento di elevazione dello spirito con l’ausilio dei sensi; in termini sociali, é un piccolo atto di potenza, che avvicina gli uomini ai re e agli dei.

Corroborati dalla sensazione di muoverci nella prospettiva della cultura e non solo nella limitata dimensione del piacere, possiamo pensare alla ricerca della qualitá sensoriale come ad un esercizio di stile, e non come ad una giustificazione di gustose gozzoviglie.

Procedendo con metodo, e se é vero che lo stile, come la qualitá, é qualcosa di ineffabile, un profumo naturale, spontaneo, della maturazione del frutto della conoscenza, allora possiamo sperare che dalle nozze tra il sapere scientifico, applicato alla preparazione dei cibi e delle bevande, e la cultura generale, artistica, letteraria, possa nascere il saper vivere al meglio delle possibilitá offerte dal momento attuale.

La sfida potrebbe cominciare in una serata tra amici, il piú volenteroso avrebbe preparato la cena, gli ingredienti a disposizione sono quelli che sono, ma il cuoco avrebbe giá dimostrato una certa abilitá, in altre occasioni si é fatto valere ; gli amici sarebbero inizialmente riluttanti ad accogliere la proposta: piatto semplice ma si mangia quasi al buio perché cosí ci si concentra sul profumo e sul sapore; lo stesso avverrebbe per il vino; alla fine potrebbe prevalere uno scettico atto di fede, come quando in parlamento un governo chiede la fiducia su un provvedimento innovativo ma apparentemente innocuo; il risultato potrebbe essere una divertita scoperta del gusto, magari con qualche sorpresa, magari con una voce dal gruppo che proponesse di proseguire; magari la raccolta del consenso e il piacere provato nella prova alla semicieca potrebbero offrire l’opportunitá di un gioco da ripetere…

Gli eventi dell'AIS Napoli
    • dal 09 dic 2016 al 09 dic 2016 alle ore:20:30

      9 Dicembre, Un “Angelo” a Melito…Si può fare!

      Mancano: 3 giorni e 13:47 ore.
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