Associazione Italiana Sommeliers

AIS – delegazione di Napoli

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Archivio per la categoria: ‘Zibaldone:Spunti e riflessioni enoiche e non’

IMG_20140407_110248Di Mariachiara Filosa (alias Maki Flo)

VeronaFiere. Domenica 6 aprile ‘14. Ore 9,30. Il sole che mi lambisce le braccia e un caldo che mi accarezza l’anima… Sarà forse emozione? Ed eccomi lì, dopo tanta attesa all’ ingresso San Zeno in Viale del Lavoro… Ad accompagnarmi il mio piccolo bagaglio di esperienza, una mente sempre in ebollizione, affamata di idee, curiosa di novità!
Circondata dal brusio di tanta gente, persone di ogni dove, inglesi, francesi, tedeschi, cinesi, giapponesi… una vera Torre di Babele all’ombra di un edificio di nuova costruzione… e poi alzo gli occhi al cielo e finalmente realizzo “Vinitaly 2014”!!! Ecco sì, ci sono! Arrivata in quel luogo sacro che per chi come me, fa del vino una linfa, è un po’ la “Mecca” , quasi fosse il “primo pilastro”, l’annuale pellegrinaggio che cade ad Aprile, una tappa obbligatoria del viaggio “esperenziale” nel mondo di Bacco per ogni bevitore buongustaio che si rispetti! Eccitazione, adrenalina, batticuore… E poi eccomi lì immersa in un caos, sì esattamente… Tanti padiglioni, grandi ciascuno all’incirca quanto Piazza Plebiscito e l’imbarazzo della scelta… Vininternational, padiglioni regionali, degustazioni guidate, percorsi sensoriali, neo-esperienze gusto-olfattive, vini premiati e chicche enologiche… Per non parlare dell’ eccellenza gastronomica… Chef stellati, pranzi luculliani e abbinamenti insoliti!
IMG_20140407_111835Insomma da dove cominciare? E voi cosa avreste scelto?!? Ho deciso di cominciare da un paese in cui il turismo vitivinicolo affascina sempre più… Il Sud-Africa! Chenin/Grenache Blanc, Sauvignon Blanc, Shiraz, Cabernet Sauvignon, il vitigno autoctono Pinotage… Lasciandomi catturare dalla verve delle sorelle Brutus, fondatrici della “Seven Sisters”, mi son fatta guidare alla scoperta dei vini della West Coast, territorio caratterizzato da estati calde, poco umide con temperature che si aggirano dai 25 ai 35 gradi Celsius ed inverni dalla piovosità media annuale che si aggira tra i 450 mm e i 600 mm, vini che sorprendono per il loro basso contenuto alcolico e bassa acidità. La varietà che mi ha colpito di più? La Bukettraube, creata in Germania, che dà vita ad un vino fresco, fruttato, facile da bere e che a differenza degli altri presenta una notevole acidità… L’ Odelia 2013 una scoperta olfattiva che ti riporta alla brezza dell’ Atlantico!
Lasciata l’ Africa, son tornata in Europa dalle mie amate bollicine, incuriosita dallo champagne Louis de Sacy! Una delle degustazioni forse più emozionanti di quest’esperienza veronese: dapprima il Brut Zéro Cuvée Nue, Pas Dosé, in cui il Pinot Nero prevalente dona una spiccata morbidezza… Ma il segreto di cotanta bontà non mi viene svelato da Alain Sacy, erede di una famiglia da oltre 12 generazioni vignaioli e da sole 3 di champagne… Riesco a farmi svelare solo piccoli particolari: e’ a Verzy , sulle montagne di Reims che nasce questa bottiglia dal packaging singolare, con una sola etichetta sul lato posteriore da cui traspare il nome della cuvée, esaltando così il perlage delle bollicine! Arrivo poi al Brut Grand Cru, champagne di grande equilibrio, in cui note di frutti rossi ed agrumi del Pinot Nero e Pinot Meunier lasciano il passo a note di spezie, date dallo Chardonnay, di cui il 10% è stato invecchiato in barrique! Ed eccomi al terzo, lui che più mi ha intrigato, il Brut Grand Cru Rosé, dal color rosa salmone, con un perlage fine e persistente, un rosé d’ assemblage , di cui il 90% di Pinot Nero e il 10% di Pinot Meunier con note evidenti di bacche selvatiche e pepe rosa… Ed una punta di tabacco… L’ho immaginato protagonista di un aperitivo estivo con una tartare di tonno e scampi! Ed infine concludo il mio “battesimo in Champagne” con il Brut Premier Cru Millésimé 2008, 50% Pinot Nero e 50% Chardonnay … Una vera composta di frutta matura al naso, raffinato, maturo ma non entusiasmante da eleggerlo tra i miei preferiti!
IMG_20140407_112043Entusiasta ho continuato sulla scia del metodo classico ed ho degustato una vera rarità… L’ Arcano, Franciacorta della famiglia Gatta, con l’ 80% Chardonnay e il 20% Pinot Nero, un incontro di sensi, di cui non basta un calice per apprezzarne le qualità organolettiche, uno spumante in continua evoluzione e perché no, diciamolo pure, uno di quelli di cui la flûte non può mai essere vuota!
Et dulcis in fundo… La degustazione più impegnativa ed entusiasmante in compagnia di Francesca, Peppe, Cira e Massimo Florio, che come un abile Caronte ci ha guidati dalle sponde del fiume Oglio, a quelle del fiume Adda… Dalla Franciacorta alla Valtellina! Un invito nel salotto della Lady del vino, la Signora Pia Donata Berlucchi, una vera nobildonna d’ altri tempi che con il suo savoir-faire ci ha condotti alla scoperta del Franciacorta Brut Millesimo 2007, una serie limitata che dopo sette anni di attesa si presenta oggi all’apice perfetto della sua maturazione. Il Freccianera, nato da una piccola partita di Franciacorta con una netta prevalenza di Pinot Bianco su Chardonnay e Pinot Nero come quella del 1977, festeggiata dalla mano del più grande designer del panorama italiano Franco Maria Ricci (N.d.A. da non confondere con l’editore di Bibenda) che ha firmato le 7.000 bottiglie in serie limitata con una variante dell’etichetta originale. Dal ’77, anno del primo millesimato di Fratelli Berlucchi, al 2007, anno della sua vendemmia. Un numero “sette” che si ripresenta come segno di perfezione in equilibrio tra la storia e la modernità. E lei, la signora Pia Donata, da vera “padrona di casa”, ci ha spiegato che quello che oggi rappresenta lo stile austero ed elegante della famiglia Berlucchi, 37 anni fa si chiamava “Etichetta Nera”, premiato come prodotto e riconosciuto come la più bella etichetta italiana fra gli spumanti a metodo classico… Unica pecca?!? La temperatura di servizio… Troppo caldo, ma quanto basta per valorizzarne la grandezza stilistica!
Insomma, un incontro che ha cambiato la mia prospettiva ed accresciuto la mia voglia di continuare a credere in ciò che faccio, un ottimismo contagioso trasmessomi dalla forte caparbietà e volontà tenace della Signora del Franciacorta, definita dai più “lady di ferro”! E ad oggi nella mia piccola esperienza nel “varietale” mondo del vino, posso affermare che nessun obiettivo è irraggiungibile, anzi, le difficoltà rendono ancor più interessante il percorso… In ascesa mi auguro!!!
Grazie Vinitaly 2014… Ed in alto sempre i calici!!!

Tutti pazzi per Mary? No per il Piedirosso!

Pubblicato da aisnapoli il 21 - marzo - 2014Versione PDF

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Di Gerardo Vernazzaro*

Ieri un’altra conferma dell’ attenzione che sta suscitando ultimamente questo piccolo grande vino, ma soprattutto delle potenzialita’ fino a pochi anni fa  sottovalutate che invece stanno adesso man mano affiorando nelle consapevolezze dei degustatori, ed in particolar modo in quelle dei produttori “attenti” che sono sempre piu’ fiduciosi per il futuro di quello che fino a poco tempo fa, veniva definito sbrigativamente “figlio di un Bacco minore“. Le ultime degustazioni in ordine di tempo a cui ho partecipato: quella di Campania Stories al Grand Hotel Parker’s di Napoli con giornalisti nazionali ed esteri e quella di ieri sera tenutasi all’ enoteca La Botte di Caserta, con oltre 70 partecipanti venuti per degustare e sentir parlare di Piedirosso (e pensare che nello stesso momento giocava il Napoli …) sono appunto le testimonianze dirette e tangibili delle possibilita’ di questo vitigno. Figli di un Dio MinoreMa veniamo a ieri sera: la degustazione e’ stata condotta magistralmente dal patron di casa Marco Ricciardi, con il geologo e sommelier Antonio Galileo e dal bravo e “sensibile” collega, Maurizio De Simone. Ben 18 piedirosso provenienti dai Campi Flegrei,Vesuvio e Sannio con annate recenti e a seguire due batterie con Piedirosso Campi flegrei 2009-2007-2005 e -udite, udite- 2003, vere sorprese? No conferme! Almeno per me, con vini integri nel frutto, senza segni di cedimento alcuno, note salmastre e minerali sempre in evidenza (forse qualcuno meritava di essere aperto qualche ora prima, ma con un po’ di attesa nel bicchiere, tutto al posto giusto…). Le considerazioni da fare su questi vini con qualche anno in piu’ sono le seguenti:

1) Vini di certo non nati per essere bevuti oggi, o comunque non progettati per tenere in tempo;

2) La consapevolezza viticola scarsa soprattutto se si arriva ad oltre 10 anni fa;

3) Poca fiducia o meglio “fede” nel vitigno e nei territori di appartenza.

Oggi le cose sono cambiate e ci sono alcuni produttori che stanno facendo la differenza e stanno aprendo le porte a un nuovo e luminoso futuro per questo vitigno -vino e soprattutto per il territorio dal quale proviene. I piedirosso in degustazioneDurante la degustazione e’ stato delineato un profilo che va da quello Flegreo piu’ snello e scattante, a quello del Sannio piu’ deciso e corposo e che non da spazio alle trasparenze e quello del Vesuvio che si colloca nel mezzo di questi antipodi sensoriali. Un dato preoccupante e’emerso dalle slide presentate da Maurizio: negli ultimi 50 anni da 4000 ettari siamo arrivati fino agli attuali 700 ettari di piedirosso coltivato, questo dovuto soprattutto alla difficolta’ di coltivazione del vitigno, alla scarsissima resa e nonché alle difficolta’ di vinificazione per la sua tendenza alla riduzione. Forse questa riscoperta, questa attualita’ del vino Piedirosso, intesa in termini di possibilita’ di abbinamento gastronomico, per la tendenza del mercato a prediligere vini piu’ sottili ed eleganti e comunque fortemente legati al territorio, potrebbe essere la leva giusta per continuare ad investire in ricerca viticola e incoraggiare i produttori a ripiantarlo dando pero’ Valore Aggiunto a questi piccoli cru, gocce nel mare del vino globale . Anche se le istituzioni, i consorzi, e chi di dovere, non dovessero assolvere a questa esigenza, sarà sufficiente che ogni produttore ” serio” continui a dare impulso positivo a questo vitigno, ognuno a suo modo modo suo ed in base alle sue possibilita’ economiche, colturali e culturali, per poter affermare con convinzione che nel prossimo decennio ne vedremo delle belle.

Il futuro e’ rosa , no e’ rosso , anzi no e’ PIEDIROSSO !

*Enologo di Cantine Astroni

Anna MagnaniDi Giuseppe Rea
La nascita del Consorzio Sannio D.O.P. segna sicuramente un momento importante per la valorizzazione, la tutela e la promozione di un comparto vitivinicolo e di un territorio dove la vite è il segno inequivocabile dell’identità culturale e sociale dell’intera comunità sannita.
Lunedì 17 Marzo nella luminosa aula magna all’interno di “ Eccellenze Campane” si è svolta una significativa degustazione, dove oltre a mettere in evidenza l’importanza dei vitigni simbolo del Sannio, si è data luce al vitigno Falanghina, evidenziando soprattutto le sue potenzialità evolutive.
A tale scopo, sono state degustati cinque vini da uve Falanghina, provenienti da areali e produttori diversi all’interno del distretto vitivinicolo denominato Sannio.
La prima Falanghina degustata, dell’Azienda “Corte Normanna” millesimo 2012, si presentava timida nel colore, al naso regalava sentori giovanili e ricordi di fermentazione, fresca ed intensa; la forte componente acida gestiva tutto lo sviluppo gustativo e si configurava anche come elemento di forza ed unione, tra sapidità ed alcolicità.
La seconda Falanghina,“Fois”, millesimo 2011 dell’Azienda Cautiero, si poneva in netta evidenza attraverso una cromaticità più dorata, preannunciando morbidezza e garbo che accompagnavano e sostenevano il corpo snello del vino.
Il terzo assaggio, Falanghina del Taburno “ Terra dei Briganti2007, si annunciava con tonalità più ricche e luminose, oro chiaro, mineralità e note salmastre all’olfatto, il frutto vivo e mai stanco, faceva da sponda alla sapidità ed il corpo verticale, spinto e sorretto dalla componente acida regalava profondità e persistenza.
Quarto vino, “ VàndariSannio Dop Falanghina, millesimo 2003, Antica Masseria Venditti; in veste oro luminoso, segno del suo stato evolutivo, integra e unita, predominava l’alcol mentre la spalla acida conduceva la persistenza gustativa avvolgendo il palato con un manto lungo ed a tratti nervoso.
Da un ambizioso progetto culturale dell’azienda Fontanavecchia, nasce il quinto vino, Falanghina del Taburno 2001; l’iniziale chiusura olfattiva, accompagnata da nobili note ossidative che richiamavano l’ambra, sfidavano il tempo, vivacità nel colore e note di frutta secca si dispiegavano successivamente regalando una beva importante, pervasiva, equilibrata e mai decadente, avvolgente, con profilo alcolico ben fuso nella trama gustativa.
E’ certo che tutto il vino nasce dal frutto e quindi dalla terra, ma è ogni giorno più evidente che solo il “genio” umano può trasformare l’uva in un grande vino, che tale può essere riconosciuto anche se non manifesta fedelmente le caratteristiche tipiche degli acini da cui nasce.

Massimo Florio

Di Roberta Porciello
Iniziare il weekend con brio, alcol e buona compagnia…io l’ho fatto al Top Wine Club Conad di Colli Aminei. Piacevolmente colpita dal clima, dalla compagnia, dalla professionalità e cortesia. Siamo a Viale Colli Aminei 365 per una verticale di Marchesi de’ Frescobaldi Brunello di Montalcino Castelgiocondo 2008-2007-2006. Padrone di casa e Caronte nel nostro percorso tra le annate del Brunello, Massimo Florio. Tre annate e tre piatti preparati dallo chef di casa, alla ricerca dei tre abbinamenti migliori e della nostra annata preferita; partiamo dal 2008 penalizzato per una primavera particolarmente piovosa ha un colore rosso granato, al naso spicca un frutto maturo tra prugna e frutti rossi , mora principalmente, leggere note di tostatura, in bocca il tannino non ancora equilibrato con una sapidità sul finale; il primo piatto che abbiniamo è una “signora” ribollita ricca di spezie e profumi prima fra tutte la cipolla…l’abbinamento non è ancora al massimo. Passiamo al secondo vino siamo nel 2007, annata a dir poco perfetta climaticamente si nota anche nel vino, alla vista limpido di un rosso granato, al naso spiccate note di frutta rossa [more] e floreali in primis la violetta il tutto ben amalgamato a profumi terziari. Il gusto è prepotente, di ottima struttura, la componente tannica è bilanciata da un buon tenere alcolico; ben si accoppia alla “bracioletta della nonna” perfettamente cotta e già di per se equilibrata nel suo gusto. Per finire il terzo vino la miglior annata, il “mio” miglior vino e subito…ilBrunello di Montalcino di Castelgiocondo bicchiere vuoto, annata equilibrata climaticamente; alla vista un colore limpido e “brillante” di un rosso granato e consistente. Al naso è complesso un inizio fruttato sempre more per poi aprirsi con note terziarie cuoio, pellame, pepe e tabacco e una leggera nota minerale sul finale. Alla bocca è caldo e morbido, equilibrato con i tannini vivaci in armonica evidenza; e qui c’è un pecorino toscano 6 mesi di maturazione. E bene si dopo assaggi, riassaggi, conferme…il 2007 lo vedo ben abbinato alla ribollita e alla braciola, per il formaggio il 2006. Un finale entusiasmante con un piacevole sorpresa: signori e signore Brunello di Montalcino Castelgiocondo Riserva 2003 con un ampio bagaglio aromatico, all’esame gustativo risulta un alcol potente ma non eccessivo che si equilibra bene con l’acidità. Un atmosfera familiare fatta di competente e professionalità….siamo già prenotati alla prossima Top Wine.

Italia o Resto del Mondo con INDòvino

Pubblicato da aisnapoli il 23 - febbraio - 2014Versione PDF

le bottiglie INDOvinoDi Lello Cimmino

Quando io e mia moglie Carmela, abbiamo progettato l’enoteca di Stefano, l’idea guida è stata sempre tesa a creare, più che una rivendita di vino, un luogo di cultura e divulgazione del vino, un luogo dove ci si poteva incontrare, parlare di vino e scambiare le proprie impressioni. Rischiando la pura blasfemia, mi ha fatto sempre piacere pensare ad una “Saletta rossa del vino” , ma, dopo queste serate da Stefano, la saletta è diventata anche “Bianco”.
Le degustazioni cieche di “INDòvino” hanno dato vita a veri e propri dibattiti con contrapposizioni vibranti ed a volte anche tese, al punto che si sono autoformati dei gruppi che io ho definito, visto il clima altamente esilarante, i “Compagni dei rossi” e gli “Amici dei bianchi”.
1620668_10203104687208411_422739438_nMa, passiamo a svelare subito i vini della serata “Italia o resto del Mondo”. Il primo vino scelto per testare i nasi e giocare in contropiede è stato un internazionale ma altoatesino ossia il Riesling Kaiton di Kuenhof del 2012: dodici gradi e mezzo di lieve minerale freschezza, con una controllata acidità, dal colore verdolino, al naso note agrumate di cedro e pompelmo e finissimi sentori di fiori. Gli Indovini in sala ne facevano una ricca descrizione sensoriale, ma non vi era una chiara collocazione della provenienza. Il primo rosso invece è stato uno spagnolo, scelta voluta per omaggiare un grande paese del rosso, ma soprattutto scelto per la sua complessità, ossia il BO2 Bodega Barranco Oscuro: corposo tempranillo coltivato ad una altitudine di 1368 mt, uno dei vigneti tra i più alti d’Europa.
la sala gremitaQuattordici gradi di fedele viticoltura naturale, naso non facile, ma con con una potente speziatura di bella complessità. Tannini di buona rotondità, non aggressivi con finale persistente e fruttato di classici frutti rossi con piccole note balsamiche. Un vino non immediato, ma che dava vita ad un bel confronto tra sostenitori dei biodinamici e non. Anche qui forti dubbi su una collocazione certa.
Il terzo vino è stato ancora rosso: Taurasi 2008 di Pietracupa, 14,5°, rubino, elegante, intrigante ma non sfacciato, con un tannino morbido di eleganza bordolese, acidità dosata e lunghissimo finale di frutta rossa matura e speziatura autorevole. E’ stata la vera sorpresa della serata, una codifica non comune, infatti su 30 partecipanti nessuno lo ha identificato come Taurasi. Questo non per incapacità dei partecipanti, non a caso vi erano presenti corsisti diplomati con pieni voti.
Infatti, questo 2008 non presenta i classici sentori del Taurasi, e la vicinanza ad un bordolese non sinifica snaturare la proprie qualità; anzi è una certificazione di questo prodotto di particolare espressione, di fedele adesione al territorio ma con una spinta decisiva verso l’eccellenza dei grandi vini.
L'INDòvino Giovanni BalzamoE’ stato davvero interessante sentire le impressioni tra chi ha sostenuto che si sia tolto un po’ della carta di identità del più importante vino del sud e chi invece ha sostenuto che sia invece una strada da percorrere per un giusto confronto con i vini più blasonati. Provare per credere.
Il quarto è stato del resto del mondo, in particolare la Germania, Felseneck Riesling Trocken di Weingut Schafer-Frohlich, annata 2008 e 13° della zona della Nahe. All’esame visivo si presanta giallo paglierino con riflessi verdastri.
Al naso, per gli amanti come me del genere, subito si tradiva.
Inebriante, intensa pietra focaia, ardesia, agrume pompelmo e frutta esotica. In bocca perfetto equilibrio tra esaltante mineralità e alcool controllato, secco, lunghissimo finale, una vera icona dei riesling tedeschi. Con questo vino, il vincitore della serata metteva la prima seria ipoteca.
Se si parla di resto del mondo, dopo il riesling, non si può non scegliere l’altro bianco più buono del mondo, lo chardonnay.
La scelta non poteva non cadere su un francese.
Il quinto vino da “INDòvinare”, è stato il Saint-Aubin Premier Cru del 2001 e ripeto duemila uno della azienda Morey-Blanc, zona Meursault – Cotè D’Or. Chardonnay dal colore giallo dorato scintillante, naso perfetto, sentori di tostature di frutta secca, ficcanti note di banana. Al palato un pieno ritorno della perfetta olfazione, pieno, burroso ricco, con buona spalla acida e finale di nocciole e mandorle tostate esaltate da un perfetto passaggio in barrique. Qui, alcuni “INDòvini” fingendo di non ever capito bene la collocazione, hanno più volte chiesto un riassaggio.
Il sesto vino, provocatoriamente, è stato il Batar 2008 di Querciabella, blend di pinot bianco e chardonnay in pari percentuali di 13,5°, toscanissimo biodinamico ma con l’occhio strizzato alle lavorazioni della borgogna. Oro antico con bagliori di verde lumonoso, al naso delicata frutta tropicale, pepe bianco, che ritorna subito dopo il primo sorso al palato. In bocca è caldo con un buon sostegno acido, finale di miele e agrume caramellato. Batar è stato da sempre considerato uno dei bianchi di punta d’italia.
Break a base di pizzeFiniti i vini in degustazione e prima di svelare le bottiglie, si animava una piacevole discussione tra esterofili e patriottici e come descritto prima, anche tra sostenitori del rosso e del bianco. Nello svelare i vini, in corso d’opera, si decide di aprire e gustare a vista un settimo vino. Per completare il quadro sensoriale dei grandi vini bianchi si è deciso di aprire il Sauvignon Blanc dell’azienda Nuova Zelandese Cloudy Bay, 13,5°. Paglierino tenue, seducente al naso con le classiche note di sambuco, anice, cedro e con note di fresche erbe aromatiche come timo, salvia e basilico. In bocca è risultato fresco, agile e molto persistente con un finale di intenso lime.
Questi i sette vini da scoprire, mentre ad accompagnare la degustazione, in continua evoluzione di proposte, la resident chef Raffaella Verde, oltre alle pizze della tradizione, ci ha proposto una frittatona di maccheroni con provola e successiva cottura al forno. A qualcuno, lacrimante ha ricordato la propria nonna. La frittatona, alta quattro dita, si presentava spettacolare, ma in poco tempo è stata totalmente divorata. Con il secondo buffet finale, la serata si doveva sciogliere, ma la piacevolezza delle discussioni e l’allegria degli “INDòvini” ha determinato un piacevole seguito che ha dato vita ad un bottle sharing; alcuni partecipanti appartenendo al gruppo dei “Compagni del Rosso” e degli “Amici dei Bianchi”, hanno aquistato, approfittando dello speciale sconto proposto del 20% ai partecipanti, delle bottiglie che sono state subito consumate.
Nessuno voleva andar via dal locale, Stefano ci ha coccolato fino alle 2:00 del mattino.
Chi sono stati i premiati? L’INDòvino è stato Giovanni Balzamo, che ha chiaramente identificato tre vini su sei, complimenti. La seconda premiata è stata la simpaticissima Lisa Manfellotto, per la particolare verve mostrata nella partecipazione al dibattito.

INDòvino, la cronaca “bicchiere per bicchiere”

Pubblicato da aisnapoli il 21 - gennaio - 2014Versione PDF

La batteria di IndovinoDi Lello Cimmino
Le serate INDòvino, oltre ad affermarsi come vere e proprie esperienza sensoriali e gustative, con la serata del 13 dicembre 2013, dal titolo Giovane o Maturo, hanno acquisito anche un significato filosofico-enologico.
Si, perché, gli “INDòvini” che hanno partecipato non dovevano porre la loro attenzione nell’idividuazione di un vino giovane (appena imbottigliato) o maturo (lungamente conservato).
La serata è iniziata leggendo qualche passo tratto dal libro di Andrea Scanzi “Elogio dell’invecchiamento” e pertanto si chiedeva ai partecipanti di esprimersi sul concetto di “Giovane”, se pensavano che il vino degustato nonostante l’età potesse essere ancora immaturo e quindi suscettibile di una migliore evoluzione,
oppure “Maturo” se pensavano che il vino degustato era arrivato al punto giusto della sua evoluzione.
Clivi BrazanPrima di affinare i nasi, come benvenuto si è degustato un Extra Brut Nature dell’Azienda Peruzzi, Verdicchio spumantizzato con metodo classico, che ha destato una piacevole sorpresa in tutti per i delicati sentori di nocciola e finissimi fiori, che accompagnava picevolmente il fumante buffet di pizze.
La serata “ Giovane o Maturo” ha previsto 5 vini bianchi ossia:
- Clivi Brazan 2001 di Ferdinando Zanuso, Friulano con piccole parti di Malvasia Istriana,
- Savagnin 2006 di Andrè et Mireille Tissot, Savagnin in purezza,
- Filip 2007 della Azienda Miani, Friulano in purezza,
- Vigneto delle Oche 2008 dell’azienda San Lorenzo, Verdicchio dei Castelli di Jesi, Classico riserva,
- Clos des Amendiers 2007 prodotto da Triple A Georgia , Rhatziteli.
Questi i vini, la cui complessità delle lavorazioni di alcuni, si confondevano con le particolari evoluzioni di grande interesse di altri.
RkatziteliE’ il caso del Savagnin, la cui poco attraente “ossidazione”, il colore ambra brillantissimo, la bocca potente, minerale ma nervosa, ha aperto un vero e prorio dibattito.
Ancora, lo stupore di scoprire il vino più antico al mondo le cui viti sono coltivate con mandorli, la lavorazione immutata in anfore di argilla, il colore simile ad un thè non filtrato, il Rkatziteli.
I due Friulani, Clivi Brazan 2001 e Filip 2007 di Miani, si lasciavano svelare come vitigno ma non nelle evoluzioni. Al primo hanno dato tutti un tempo ulteriore di evoluzione, al secondo hanno dato la più lunga prospettiva di invecchiamento. La palma di vino inaspettato è toccato al verdicchio Vigneto delle Oche 2008 dell’azienda San Lorenzo, Verdicchio dei Castelli di Jesi, Classico riserva, carico di piacevole mineralità con sentori spiccati di note floreali, mela gialla, ananas e un lungo agrumato finale.
I premiati della serata sono stati diversi:
il duo Francesca e Viviana per il miglior affiatamento enologico, una vera e propria associazione enologica a delinquere, complimenti! Ma, il vero tattico della serata è stato Mariano, che annotava tutto e la sua analisi è stata considerata una perfetta scheda sensoriale della serata, bravissimo.
Prossimo appuntamento “INDòvino”, venerdi 31 Gennaio 2014 ore 20:30, con “Italia o resto del mondo?.

Radici che camminano

Pubblicato da aisnapoli il 14 - gennaio - 2014Versione PDF

raizDi Luca Massimo Bolondi

“ ‘O ciore chiú felice é ‘o ciore senza radice, corre comme ‘o cane senza fune, é ‘o ciore senza patrune ”.  Il mito della libertá nello stato di natura riserva sempre qualche sorprendente smentita.  A cominciare dalla strofa di canzone appena citata, cantata dalla voce degli Almamegretta, Raiz, nome che nelle lingue luso-ispaniche significa radice, e del fatto che l’unico fiore senza radici che corre é quello che il fattorino del fiorista si affretta a consegnare prima che appassisca.  Peró é vero che le piante viaggiano, con tutte le radici intatte e la speranza di attecchire all’arrivo, da un luogo all’altro del mondo.

Sommelier, botanici e appassionati del vino sanno che lo stesso vitigno si puó incontrare in terre lontane tra loro.  Se c’é, qualcuno ce lo ha portato, essendo le coincidenze evolutive assai rare in natura.  E qualche domanda sorge spontanea:  come e perché é arrivato lí ; come vive e come si é adattato sul posto?  Curiosamente, sono le stesse domande che poniamo a un emigrante incontrato all’estero.  Di viti emigranti si tratta.  Piante e animali viaggiano da sempre, seguendo l’istinto migratorio e quello di sopravvivenza, battendo rotte di migliaia di chilometri, spargendo semi nel viaggio e all’arrivo, esportando dai propri territori di origine la progeníe, che si adatta a questi, modificando le proprie caratteristiche, nel tempo.

emigrantiDa quando gli uomini viaggiano, per esplorazioni, conquiste, guerre e fuga dalla povertá, portano con sé un bagaglio biologico nel quale spiccano le piante utili, e tra esse la vite.  Dá una certa sicurezza, infatti, sapere che al terminde dell’avventura si potrá piantare qualche pianta da frutto e, magari, in un prossimo futuro stappare una bottiglia di buon vino dal sapore di casa…  L’analisi storica ci dimostra che all’imperialismo degli stati si é accompagnata la colonizzazione vegetale, che rappresenta il lato agronomico dell’esportazione degli usi dei costumi e delle strutture sociali.  (Crosby, Imperialismo ecologico, Laterza 1988).  Le radici della vigna europea, basata sulla vitis vinifera sativa, hanno camminato e navigato e volato sino a piantarsi praticamente in tutte le terre del mondo; il moto é cresciuto col tempo, dapprima misurato in migliaia di anni, secondo i tempi della propagazione naturale, successivamente, dal XVI al XIX secolo, con una lenta espansione, corrispondente alle politiche coloniali europee e ai mezzi di trasporto preindustriali; piú recentemente, dal 1830 al secondo dopoguerra mondiale, il moto é divenuto una colonizzazione rapida e massiccia al seguito delle grandi migrazioni europee verso le terre promesse d’oltremare.  Ai milioni di uomini che hanno traversato gli oceani hanno fatto seguito milioni di barbatelle che hanno composto la vigna mondiale come la studiamo oggi.

Vigne di NapoliCosa é successo alle viti che hanno viaggiato cosí tanto e cosí diversamente per il mondo?  Semplificando, due cose: da una parte l’ibridazione delle varietá per incontro tra i vitigni esistenti sul posto, magari giunti per propagazione naturale, e i vitigni importati, ibridazione che ha comportato la manifestazione di nuove varietá; da un’altra parte l’adattamento dei vitigni importati al nuovo terroir, con lo sviluppo di nuove caratteristiche organolettiche del frutto.  In termini di genetica, stiamo parlando di un orizzonte temporale limitato, poiché in soli cinque secoli madre natura non consente grandi modificazioni, ma non troppo limitato da non avere consentito ad una intensa opera dell’uomo di spingere sull’acceleratore del motore biologico, ottenendo con le tecniche colturali un adattamento della pianta al clima, al microclima, alla biochimica dei suoli.  Viene spontaneo pensare che, alla luce di queste dinamiche evolutive, la distinzione tra vitigni autoctoni e vitigni internazionali perda il carattere della classificazione per assumere un significato storico; é il risultato, molto piú che l’origine, ció che conta ai fini agricoli ed enologici.  Come i pronipoti degli emigranti risultano irriconoscibili ai bisnonni quando tornano in vacanza nella patria avita, parlano lingue affatto diverse, mostrano fisionomie aliene, come vichinghi in sicilia;genesi_ebbrezza_noe ecco una barbera andina andare ospite di una degustazione comparativa in piemonte e chiedersi perché é stata costretta alla visita ai supposti parenti, ecco un moscatel caboverdiano incontrare un moscatel di setúbal, presentatogli come suo triscugino, e guardarsi da un calice all’altro chiedendosi che ci stanno a fare lí, uno secco e l’altro dolce, uno dorato l’altro ambrato entrambi dalla nascita, aromatici entrambi ma con un corredo incomparabile, magari se si trovano simpatici possono giocare a chi apre il pranzo e chi lo chiude…

L’Antico Testamento ci racconta di un Noé che approda dopo il diluvio su un monte dell’Asia Minore e lí mette radici, ringrazia la divinitá per lo scampato pericolo, festeggia con una libagione epica; quello che le scritture non dicono é se la libagione fosse del frutto della vite antidiluviana o della neotrapiantata sua parente.  In ogni caso sappiamo che tra le piante salvate dalle acque il mito ci consegna un esemplare con foglie pentalobate, viticci e una vocazione inesauribile a continuare il viaggio per le terre emerse, portando in tutto il mondo le sue radici che camminano.

La prima serata di “INDò vino”: Nord o Sud

Pubblicato da aisnapoli il 12 - dicembre - 2013Versione PDF

Stefano PagliucaDi Lello Cimmino

Spiazzante, intrigante, una vera e propria sberla enologica. La prima serata in degustazione cieca “INDò vino” col tema Nord-Sud tenutasi venerdì 22 Novembre ha lasciato i partecipanti oltre che a “bocca aperta” anche e suprattutto a “naso aperto”. Infatti, bisognava far “ris(c)orso” a tutti i ricordi perché il quartetto di bottiglie che è sceso in cantina tecnicamente praticava solo il “fuorigioco”. Ma sveliamo subito la formazione.

Per il Sud bianco il siciliano Pietramarina 2004 di Benanti, si avete letto bene, quasi dieci anni, un eccezionale Carricante del Etna di 12,5°.

Per il Nord bianco il veneto Capitel Croce 2008 di Anselmi, Garganega al 100% di 13° e vinificato in barrique.

Il primo si presentava giallo paglierino con riflessi verdolini, ed, a naso, intenso ricco di fiori e sentori di pietra focaia. Il secondo si presentava INDOvini al lavorodecisamente dorato, a un naso ricco di fiori di agrumi. In bocca, strutturato, morbido ed elegante, note di pesche mature e albicocche secche con un finale di agrumi canditi. Sul primo confronto, il 70% dei presenti indicava il primo come un bianco del Nord, perché come luce, bocca, eleganza e finezza ricordava un bianco del Veneto o del Piemonte. Solo in pochi, tra cui il vincitore della serata Luca, non si lasciavano tradire dalla sulfurea mineralità e dalla finezza floreale che solo un sud freddo e vulcanico può esprimere. Al contempo si pensava che il dorato, strutturato ed agrumato del secondo appartenessero sempre ad un sud climaticamente molto caldo.

Per i rossi si è scelto: in rappresentanza del Sud il pugliese 14 Primitivo Gioia del Colle di Polvanera 2008 di 14°.

i vini svelatiPer il Nord l’Amarone della Valpolicella Classico di Zenato 2008 di 16,5°. Il primo si presentava di un rosso rubino profondo, con ammalianti profumi di prugna e ciliegia mature, che si confermavano anche al palato con una grande succulenza ed intensità finale. Il secondo, si presentava rubino con una bellissima unghietta aranciata, al naso amarena sotto spirito e piccoli frutti rossi. In bocca caldo, morbido con una esplosione continuia di ritorni di confetture.

Nel secondo confronto gli “INDòvini” non si lasciavano confondere dalle facili codifiche dell’Amarone e del Primitivo, ma il vero fuorigioco questa volta è consistito nel far emergere che un grande vino del Sud per anni mortificato possa competere senza minimatente sfigurare con dei blasoni nazionali. Questi i vini, mentre la serata si è svolta con grande convivialità con degustazione a vista di fumantissime pizze a ruoto. Non sono mancati momenti di pura comicità come quando nel tentativo di codificare alcuni sentori un INDòvino ha sentito odore di detersivo per biancheria tipo Dash. Qui, si sono aperti subito diversi fronti di opposizione, tra quelli che sostenevano che i sentori avvertiti fossero si di Dash, ma in polvere. Altri invece, dissentivano nettamente affermando che si trattasse senza margine di errore di Dixan liquido. Gran finale con scelta della bottiglia da portare via con lo sconto eccezionale praticato da Stefano Pagliuca per questi eventi: il 20% su tutte le bottiglie a scaffale.

Prossimo appuntamento, venerdi 13 dicembre con la serata Giovane o Maturo. Chi sarà il prossimo “INDòvino”?

Gli eventi dell'AIS Napoli
    • dal 03 mag 2014 al 03 mag 2014 alle ore:09:30

      Dal 3 Maggio, “20 ANNI di DOC”, Auguri Campi Flegrei! Ciclo di appuntamenti in vigna con Ais Napoli e Malazè

      Mancano: 8 giorni e 06:51 ore.
      Leggi maggiori dettagli »
    • dal 10 mag 2014 al 31 mag 2014 alle ore:09:00

      “Il Corpo del Vino”, corso di aggiornamento Ais Campania per sommelier a cura di Armando Castagno

      Mancano: 15 giorni e 06:21 ore.
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