Associazione Italiana Sommeliers

AIS – delegazione di Napoli

...corsi sommelier in partenza
Gli eventi dell'AIS Napoli
    • dal 09 dic 2016 al 09 dic 2016 alle ore:20:30

      9 Dicembre, Un “Angelo” a Melito…Si può fare!

      Mancano: 3 giorni e 13:44 ore.
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    Corpo @ Corpo Certezze e falsi miti sul corpo del vino

    Pubblicato da aisnapoli il 22 - novembre - 2016 Commenta

    Foto 4Di Marco Fasciglione

    Che cosa dobbiamo scegliere allora? La pesantezza o la leggerezza? Questa domanda se l’era posta Parmenide nel sesto secolo avanti Cristo. Egli vedeva l’intero universo diviso in coppie di opposizioni: luce-buio, spesso-sottile, caldo-freddo, essere-non essere. Uno dei poli dell’opposizione era per lui positivo (la luce, il caldo, il sottile, l’essere), l’altro negativo. Questa suddivisione in un polo positivo e in uno negativo può apparirci di una semplicità puerile. Salvo in un caso: che cos’è positivo, la leggerezza o la pesantezza? Parmenide rispose: il leggero è positivo, il pesante è negativo. Aveva ragione oppure no? Questo è il problema. Una sola cosa è certa: l’opposizione pesante-leggero è la più misteriosa e la più ambigua tra tutte le opposizioni.” (M. Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere, Adelphi, 1985)

    Proprio lo scontro tra ‘leggerezza’ e ‘pesantezza’ è stato l’oggetto della degustazione tenutasi il giorno 11 novembre presso l’Enopanetteria i Sapori della Tradizione. La degustazione, guidata con la solita perizia e bravura da Franco De Luca vice-delegato dell’AIS, per l’occasione affiancato da Paolo Fasciglione degustatore AIS, è stata organizzata secondo una serie di ‘challenge’, di sfide, fra tre coppie di vini il cui corpo nell’immaginario collettivo degli enoappassionati non potrebbe essere in alcun modo confrontabile. Il tutto si è svolto nell’affascinate sala di degustazione dell’Enopanetteria e con le leggendarie pizze di Stefano Pagliuca come attrazione gastronomica. La degustazione ha costituito l’occasione per discutere e riflettere sulle seducenti trame che legano il corpo al vino e sui luoghi comuni che solitamente ricorrono quando si affronta questo tema. Foto 2Capita a volte, infatti, di vedere o sentire che un giudizio non particolarmente lusinghiero su di un vino sia accompagnato dalla motivazione che esso sia dovuto alla carenza di concentrazione o alla debolezza di struttura: in sostanza si è portati a considerare la ricchezza estrattiva come l’unico parametro per stabilire un grande vino: un po’ come se solo i vini inchiostrosi, iper-fruttati, alcolici e ultra-speziati siano veramente i più ricchi, i più sani e i più longevi. Tale punto di vista è il risultato di una precisa fase storica che ha caratterizzato il movimento del vino, fase in parte coincidente con l’affermazione dei grandi vini del nuovo mondo, in cui l’abbondanza di sostanze coloranti, di elementi aromatici fruttati o legnosi, di alcol e di tannino è stata considerata (anche da parte della critica, oltre che dai consumatori) come espressione del pieno compimento enologico in un vino, laddove l’assenza assoluta di sovrabbondanze organolettiche (siano esse cromatiche, aromatiche o gustative) è stata interpretata come una qualità negativa. La conseguenza è nota: l’inseguimento, a cavallo della fine del vecchio millennio e l’origine del nuovo, di corredi polifenolici epici, di concentrazioni cromatiche sempre più dense tendenti addirittura all’inchiostro, di trame quasi-masticabili, e di gradazioni alcoliche da vini liquorosi, in un orgia mistica di over-size organolettico ed exploit fruttato-estrattivo. Oggigiorno, invece, la tendenza verso l’alleggerimento dei prodotti della gastronomia ha favorito l’inizio di un processo di revisione di questo approccio, portando nel vino la tendenza ad alleggerirne ossatura e peso. Ciò sta contribuendo a restituire centralità alla questione, questa si veramente essenziale, del bilanciamento armonico di tutte le componenti organolettiche del vino, evitando di sacrificare sull’altare dell’estrazione l’espressione aromatica del vigneto e del suo ambiente pedoclimatico (qualità, forse, principe da ricercare per stabilire se siamo o meno in presenza di un grande vino). Insomma, anche un vino ‘leggero’ può essere senz’altro un ‘grande’ vino e casomai anche competere alla pari con i suoi simili appartenenti alla categoria dei pesi massimi. Maturità e dolcezza dei profumi però opportunamente bilanciate da precisione, freschezza e mobilità; l’espressione varietale del vitigno non sovrastata dalle folate alcoliche o dalla speziatura ceduta dal legno; l’equilibrio vibrante tra frutto e acidità; oppure l’estrazione delle sostanze coloranti e del tannino prudente e tale da non produrre vini ingombranti per il palato, sono tutti caratteri che possiamo ritrovare in un grande vino leggero, come ad esempio tra i rossi un Bardolino o un Rossese di Dolceacqua e tra i bianchi una Falanghina dei Campi Flegrei o un Bianchello del Metauro. In conclusione, e riprendendo l’interrogativo di Kundera sull’eterna diatriba tra leggerezza e pesantezza: in relazione al vino … “che cosa dobbiamo scegliere allora? La pesantezza o la leggerezza?” La risposta che emerge dalla serata è …dipende! Se in un àncora la leggerezza è un attributo negativo perché non le consente di adempiere alla sua specifica funzione, e cioè impedire che la nave vada alla deriva, e, viceversa, se in una penna è la pesantezza ad essere un valore negativo in quanto non consente alla penna stessa di essere agevolmente maneggiata dalla mano dell’uomo per scrivere, la stessa logica deve essere applicata con riferimento al vino. Aldilà dei gusti individuali e delle inclinazioni soggettive, in effetti, la specifica funzione del vino, la sua missione naturale, il fine ultimo, è quello di essere abbinato in modo armonico con il cibo: è dunque in base a tale fine che deve dipendere la scelta tra un vino leggero oppure uno strutturato. Piatti strutturati, ricchi di ingredienti e che riempiono il palato di sensazioni (gustative, olfattive e tattili) durante la masticazione e dopo la deglutizione richiederanno vini in grado di bilanciare questa potenza strutturale; viceversa cosa sposa al meglio una insalata di mare se non un bianco leggero e gradevole, che non invade il palato ma lo asseconda con la sua impronta sapida e gli accenni minerali?

    La degustazione I° Impari Match

    DOC Aversa Asprinio Santa Patena 2013 – I Borboni vs. IGT Venezia Giulia Ribolla Gialla 2005 – Radikon

    È credenza comune che l’Asprinio di Aversa sia un vino semplice, privo di particolare struttura, e da bersi giovane perché destinato altrimenti a veloci cedimenti organolettici nel caso in cui si provi a prolungarne la longevità. Il Santa Patena de I Borboni smentisce quest’idea. Proveniente da uno specifico cru in contrada Giugliano, questo vino è prodotto con uve coltivate con Sylvoz su piede franco, e quindi senza ricorrere al tradizionale metodo di allevamento locale: l’alberata aversana. La scelta si giustifica proprio con l’esigenza di consentire alla vite di estrarre meglio e più facilmente le proprietà dal terreno ottenendo quindi il massimo dell’espressività gusto-olfattiva e una ‘struttura’ idonea per reggere l’evoluzione nel tempo. I terreni sabbiosi e di origine vulcanica, infine, rinforzano l’eleganza del vino donando sfumature minerale percepibili sia al naso che al palato. La Ribolla Gialla è un vitigno autoctono del Friuli Venezia Giulia dove viene allevato nel Collio (la zona a nord di Gorizia, fino al vicino confine sloveno) e nei Colli Orientali (la fascia collinare che circonda la città di Udine). Normalmente la Ribolla Gialla genera un vino la cui leggerezza lo rende un vino molto beverino e versatile, adatto a diversi momenti della giornata, dall’aperitivo alla cena. La Ribolla Gialla di Radikon invece, è un vino estremo senza compromessi, fatto di estremi, ma è al tempo stesso un vino che esprime come pochi altri (e forse come nella stessa regione solo i vini di Josko Gravner sanno fare) l’unione tra vitigno, terroir, lavoro dell’uomo e le tradizioni culturali locali. Proviene, infatti, da un vigneto di due ettari le cui uve sono vinificate in purezza attraverso l’utilizzo di un antica tecnica tradizionale: quella di sottoporre anche le uve a bacca bianca a lunghe macerazioni a contatto con le bucce. Questa pratica esalta le caratteristiche della Ribolla Gialla in cui gli acini molto carnosi e la buccia spessa sono compatibili con macerazioni prolungate a contatto con le bucce che consentono di estrarre l’enorme quantità di sostanze in essi presenti e che conferiscono al vino longevità, struttura e potenzialità di evoluzione. Nella Ribolla Gialla 2005 di Radikon, una volta completata la fermentazione (svolta in tini di rovere a contatto con le bucce, senza controllo della temperatura e senza aggiunta di lieviti) il periodo di contatto con le bucce ha raggiunto i quattro mesi. È un vino, dicevamo, che ‘disorienta’ i sensi. Il particolare processo di vinificazione genera tinte molto cariche, tra l’oro antico, l’aranciato e l’ambra. Non a caso questa tipologia di vini è conosciuta come ‘orange wines’ (anche se sarebbe meglio l’impiego della terminologia ‘bianchi macerativi’) a segnalare proprio come il loro colore fuoriesca dai tradizionali canoni di classificazione cromatica dei vini ottenuti da uve a bacca bianca. La loro struttura è imponente; il loro bagaglio olfattivo appare, in alcuni casi, infinito; sono vini dai nasi di solito complessi, molto spesso ampi, ma anche molto ampi; apparentemente già evoluti, e caratterizzati da note candite, speziate, tostate. Il loro palato è dotato di sapidità, di freschezza e ovviamente di un insolita presenza tannica dovuta al contatto con le bucce; il loro gusto è tutto giocato sull’effetto sorpresa derivante dalle attese ingenerate dall’analisi olfattiva, che fanno prefigurare un vino passito, o comunque con un rilevante residuo zuccherino, e l’assoluta secchezza del gusto.

    DOC Aversa Asprinio Santa Patena 2013 – I Borboni

    Splendida livrea gialla luminosa. L’assetto olfattivo rivela una marcata impronta minerale di gesso e di ossido di calcio, cui si intrecciano sentori di fiori di camomilla e poi note di buccia di lime. L’assaggio è vibrante; il martellante ritmo impresso dall’acidità e dalla sapidità non risulta mai invadente in quanto è, e verrebbe da aggiungere ‘sorprendentemente’, ben sorretto dal volume del vino che riempie ed avvolge palato. Chiusura di rara eleganza con un lungo finale tutto giocato su ritorni olfattivi minerali.

    IGT Venezia Giulia Ribolla Gialla 2005 – Radikon Inizialmente una leggera opalescenza (del tutto accettabile per questa tipologia di vino) impone di attendere qualche minuto che il deposito di particelle in sospensione riveli il colore in tutta la sua maestosità: un luminoso ambra con screziature ramate nella tessitura. Il naso è leggermente ridotto e non raggiunge sufficientemente quell’eleganza cui ci ha abituato la Ribolla di Radikon. Ciononostante, il ventaglio aromatico è scandito dal continuo andirivieni olfattivo di agrumi canditi, fichi secchi, miele d’eucalipto, cera d’api, incalzati poi dalla resina, da sbuffi iodati e dalle erbe officinali. L’ingresso in bocca è ritmato dall’azione sinergica della freschezza e della sapidità che, insieme alla lieve presenza tannica, bilanciano ampiamente la dote alcolico-glicerica del vino. Finale lento e che si prolunga su note salmastre e balsamiche.

    II° Impari Match

    DOC Rossese di Dolceacqua Bricco Arcagna 2011 – Terre Bianche vs. Primitivo di Manduria ES 2013 – Gianfranco Fino

    Pochi altri vitigni riescono ad interpretare la dicotomia leggerezza-pesantezza come il Rossese: un vitigno che è in grado di originare tanto dei vini che esaltano la leggiadria, la finezza e l’estrema piacevolezza di beva, quanto dei vini che si caratterizzano, invece, per la struttura imponente, per i profumi “scuri” come il tabacco e di liquirizia, e casomai sono dotati di chiusure salmastre e minerali. Quello oggetto della degustazione, il Rossese Bricco Arcagna di Terre Bianche, prodotto da vigne centenarie e frutto di uno studio sul campo di oltre dieci anni, rientra proprio in questa seconda tipologia di Rossese. Un Rossese, quindi, di grande struttura in grado di reggere il passo di un vero e proprio ‘monumento’ alla plasticità quale è il suo ‘avversario’. Il primitivo ES di Gianfranco Fino è stato capace di affermarsi nel strettissima cerchia dei più grandi vini italiani in pochissimi anni. L’avventura di Gianfranco inizia infatti solo nel 2004 con l’acquisto di un vecchio vigneto ad alberello di soli due ettari poi portati a diciotto. Cura maniacale della vigna, rese bassissime, pochi interventi in cantina unicamente mirati a valorizzare la naturale pulizia espressiva del primitivo sono gli elementi di un’alchimia perfetta che ha portato ad un successo così immediato. L’ES nasce da vigne ad alberello di 40, 50 anni e dal recupero delle vecchie tradizioni in campagna, come ad esempio quella legata all’assemblaggio di uve provenienti da diversi vigneti. Il vino rivela una potenza e un corpo davvero sorprendenti, una …‘muscolarità’ che tuttavia non è fine a sé stessa ma è perfettamente inserita in un quadro gusto-olfattivo che esprime un bilanciamento esemplare tra struttura, vena alcolica, acidità e sapidità.

    DOC Rossese di Dolceacqua Bricco Arcagna 2011 – Terre Bianche

    Manto rosso granato molto luminoso. Il timbro olfattivo è dominato dalle note di frutti di bosco cui si legano i frutti di bosco in confettura, e note florali di rosa canina in un quadro che si arricchisce mano a mano di nuances di legno di sandalo, di chiodi di garofano, pepe nero, per virare quindi verso sentori iodati e salmastri e declinare, infine, lentamente verso sbuffi di ceralacca. Bocca di struttura tutt’altro che timida: il sorso porta in dote la freschezza del sapore, tannini delicati e ottimamente fusi nella struttura del vino ed una stuzzicante sapidità in un discreto equilibrio generale. Finale su note di frutta rossa.

    Primitivo di Manduria ES 2013 – Gianfranco Fino

    Rubino scuro e compatto e con una carica antocianica talmente forte da lasciare evidenti aloni colorati lungo le pareti del calice. Naso ricco e generoso con un accento alcoolico invadente; la silhouette olfattiva esordisce su note di frutta sotto spirito, confettura di prugne e mirtilli che annunciano l’ingresso di spezie dolci, le note balsamiche, l’anice, e le erbe aromatiche, per poi chiudere con un esplosione di liquirizia. La struttura è opulenta; la bocca ne svela il carattere morbido e sensuale che opera tuttavia in modo sinergico con la freschezza e con i tannini ben coesi nella trama gustativa. Finale di adeguata estensione e di piena rispondenza aromatica.

    III° Impari Match

    DOC Campi Flegrei Piedirosso Vigna delle Volpi 2013 – Agnanum vs. DOCG Sagrantino di Montefalco Pagliaro 2005 – Paolo Bea

    La terza sfida è la sfida delle ‘eccezioni’. Entrambi i vini presentati, infatti, fanno eccezione alle classiche raffigurazioni con cui vengono descritte le rispettive tipologie: e cioè che i vini ottenuti da Piedirosso sono vini leggeri, snelli e di pronta beva e che, invece, il Sagrantino (una delle varietà di uva più tanniche al mondo) genera un vino opulento ed imponente e che richiede anni e l’uso del legno per essere ‘addomesticato’. Il Vigna delle Volpi è un cru aziendale da cui vengono ricavate in genere pochissime bottiglie (circa 600) che proviene da una piccola parte di una vigna storica di circa tre ettari, allevata in gran parte con il sistema della vecchia pergola puteolana. Tre ettari e mezzo strappati alla città di Napoli in cui sono piantati prevalentemente Piedirosso e Falanghina e poi altre varietà locali in uno scenario unico caratterizzato dai pendii scoscesi e sabbiosi di matrice vulcanica che si trovano a ridosso del parco naturale degli Astroni. Il Sagrantino di Montefalco Pagliaro proviene da un vigneto condotto attraverso le antichissime conoscenze e tradizioni vitivinicole sedimentatesi nella famiglia Bea nel corso dei secoli (i Bea producono vino sin dal 1500) e che contribuiscono a creare un vino unico nel suo genere anche per metodo di produzione. L’azienda infatti è uno degli antesignani in Italia dell’agricoltura biologica e dell’utilizzo dei metodi tradizionali in cantina e Giampiero Bea è il Presidente del Consorzio Vini Veri.

    DOC Campi Flegrei Piedirosso Vigna delle Volpi 2013 Agnanum

    Rubino compatto e luminoso. La trama olfattiva è empireumatica e scandita da un fondo di note tostate e di cenere cui si intrecciano note di geranio, ciliegia, macchia mediterranea e note speziate. Il palato è sostanzialmente in linea con l’assetto olfattivo anche se risulta per certi versi più ‘ruspante’ ed introverso caratterizzato da una discreta dotazione in acidità e da tannini ritmati e da note fumé che riempiono la bocca e rendono gradevolmente amarognola la chiusura del sorso.

    DOCG Sagrantino di Montefalco Pagliaro 2005 – Paolo Bea

    Manto granato ricco di luce. Naso suggestivo, raffinato e travolgente; impeccabile la modulazione declinata su note di succo di pomodoro, frutta matura, ciliegia nera, ma anche cenni iodati, note ferrose e spezie dolci. La bocca rivela ancora una notevole vitalità, l’intero patrimonio olfattivo si riconferma lungo un assaggio ricco di grazia e di una precisione straordinaria in cui opera un impalcatura acido-tannica mai invadente, di solare efficienza e funzionale ad un perfetto equilibrio generale. L’epilogo, semplicemente emozionante per lunghezza e articolazione, è uno sfoggio di classe ed è il culmine di una incalzante progressione che sfuma su toni speziati.

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    PARLIAMO DI VINO… Enoteca Scagliola

    Una degustazione dedicata agli amanti del vino e ai professionisti che vogliono approfondire il mondo del BAROLO.

     

    30 Novembre ore 20.30

    Luca Martini, Miglior sommelier del mondo 2013, guida la verticale di Barolo Lazzarito Fontanafredda 1997 1999 2001 2004

     

    Enoteca Wine bar Scagliola

    Via San Pietro a Maiella n.15 Napoli

    foto-4Il Respiro del vino di Luigi Moio – Mondadori

    PRESENTAZIONE
    Venerdì 2 dicembre ore 18
    – via Partenope 36

    Come percepiamo gli odori? Da dove nasce quella parte invisibile del vino che dà origine al suo profumo? Com’è organizzato il profumo del vino? Perché è possibile distinguere i vini in “solisti” e “orchestrali”? Quali sono gli odori che ci permettono di riconoscere un vino? Che cosa succede al profumo del vino con lo scorrere degli anni? Il vino ha una forma? Che cosa vuol dire degustare un vino? Qual è il linguaggio degli odori del vino?
    A queste e a molte altre domande Luigi Moio risponde con chiarezza nel libro appena edito da Mondadori Il Respiro del vino (504 pagine, € 26,00): un viaggio affascinante alla scoperta di quella sfera invisibile del vino che sono i suoi profumi. Con il supporto d’illustrazioni originali e ricche di dettagli, racconta la sua lunga esperienza di appassionato studioso degli odori del vino, riportando aneddoti curiosi e informali, senza mai tralasciare il rigore dell’approccio scientifico. Il Respiro del vino è dunque il risultato di oltre vent’anni di studi e ricerche intorno all’intimità olfattiva del vino.

    Venerdì 2 dicembre alle ore 18 presso il Centro Congressi dell’Università di Napoli Federico II in via Partenope, ne discutono con l’autore il Prof. Guido Trombetti, già Rettore della Federico II, il Prof. Arturo De Vivo Prorettore della Federico II e i giornalisti Antonio Corbo e Luciano Pignataro. Introducono il Prof. Matteo Lorito Direttore del Dipartimento di Agraria dell’Università di Napoli Federico II e Sandra Furlan della Mondadori.
    Interviene il Prof. Gaetano Manfredi, Rettore dell’Università di Napoli Federico II. Modera Manuela Piancastelli.

    [...]Da diversi anni, studiare il profumo del vino è la mia grande passione. Nel lungo periodo che ho dedicato alla ricerca, durante i tantissimi seminari che ho tenuto e naturalmente durante le mie lezioni universitarie, mi sono accorto che, quando iniziavo a parlare del profumo del vino alle platee di tecnici o di studenti, l’attenzione era sempre straordinaria. Posso affermare che in ogni occasione l’aspetto olfattivo del vino è stato quello più interessante per il pubblico. Se per esempio mi dilungavo nella spiegazione di quali e quante molecole producono determinati odori, nonostante la complessità dell’argomento, tutti gli astanti restavano a dir poco incantati, perché era come se stessi svelando loro un fantastico trucco di magia.
    In questo libro sono confluite tutte le argomentazioni sul profumo del vino da me trattate negli ultimi vent’anni in ricerche, incontri, seminari, lezioni, integrate dai tanti spunti ritrovati nei miei diari personali, con l’unico obiettivo di soddisfare l’interesse per l’entusiasmante mondo del vino già palesato da studenti, tecnici, sommelier, appassionati e perfino persone astemie, molte delle quali hanno poi cambiato idea, con mia grande felicità.
    ….Vi parlerò nelle prossime pagine di quel profumo coinvolgente, di quel suo respiro trattenuto, al quale è impossibile opporre resistenza, che anticipa tutto ciò che si sente in bocca subito dopo avere avvicinato il bicchiere alle labbra. Di quel profumo che forse è l’aspetto sensoriale più straordinario del vino, perché è anche il linguaggio della sua composizione, della sua storia, delle sue tradizioni, dei territori in cui nasce e dei microclimi che ne accarezzano i giorni. Il vino è la sintesi sorprendente dei profumi di tutto ciò che ci circonda, perché ha nella sua natura più profonda le tracce della terra, dei fiori, dei frutti, delle spezie, del mare, della montagna, del vento, della luce e di tante altre cose che nobilmente rappresenta
    . (Luigi Moio)

    L’AUTORE
    Luigi Moio è professore ordinario di Enologia all’Università degli Studi di Napoli Federico II. Da più di vent’anni si occupa degli aspetti sensoriali, biochimici e tecnologici dell’aroma del vino.
    È autore di oltre 200 pubblicazioni scientifiche su riviste internazionali. Esperto scientifico per il ministero delle Politiche agricole, dal 2015 è presidente della commissione di enologia dell’Organizzazione internazionale della vigna e del vino (OIV) con sede a Parigi. È accademico dei Georgofili e dell’Accademia italiana della vite e del vino.

    Ufficio stampa dipunto studio 081 681505 – info@dipuntostudio.it

    MS_2016_04La relazione del Presidente Antonello Maietta racconta numeri e programmi: superati i 35.000 iscritti e in forte aumento anche la partecipazione ai corsi. Consegnato a Maurizio Filippi il Premio Trentodoc, vincitore del Concorso Miglior Sommelier d’Italia

    A Trento l’Associazione Italiana Sommelier si presenta in ottima salute, forte di un numero di iscritti in continua crescita, confermando il rinnovato interesse di un pubblico sempre più giovane e trasversale verso il mondo dell’enologia. Forte di una valenza didattica di alto profilo, l’Associazione ha incrementato nell’ultimo triennio i propri corsi di formazione del 39%, con un aumento dei partecipanti del 46%, dove la fascia degli under 30 risulta quella in maggior crescita. Un trend che fa ben sperare nella ripresa dei consumi interni di un comparto che ha subito negli anni una contrazione significativa. Questo aumentato interesse per il vino si auspica possa incrementare non solo i livelli quantitativi, quanto quelli qualitativi, processo in essere da alcuni lustri, ma soprattutto un consumo consapevole e sostenibile. AIS rilancia nuove collaborazioni istituzionali, dopo MIPAAF, con MIBACT e Ministero degli Esteri, estendendo la sua comunicazione esterna, anche in previsione di un rinnovato rapporto con RAI.

    15171281_889703277832408_7367651607305804996_nLa Guida Vitae, giunta alla terza edizione, si conferma un apprezzato strumento di orientamento nel vastissimo panorama produttivo italiano. Al suo recente lancio di Milano si sono registrati oltre 3.500 visitatori ai banchi di degustazione con i 500 vini premiati, ormai evento di vertice tra quelli dedicati al vino.

    La figura del sommelier sta cambiando e assume le sembianze di un professionista a tutto campo, capace non solo di cimentarsi nel tradizionale ambito della ristorazione, ma essere un ambasciatore del territorio e delle eccellenze italiane. Doti fondamentali per i partecipanti alle finali del Concorso Miglior Sommelier d’Italia, che hanno visto la vittoria di Maurizio Filippi, sommelier umbro proveniente da Montecchio.

    A lui il Premio Trentodoc e il titolo, assegnato dopo una competizione appassionante con gli altri concorrenti, il cui livello di preparazione ha reso onore a questa manifestazione. Massimo Tortora di Livorno si è classificato al secondo posto e Carlo Pagano di Isernia è arrivato in terza posizione.

    BM_2016_02Alfredo Buonanno, Matteo Antonelli e Stefano Mayer, rispettivamente per il Sud, Centro e Nord Italia, sono i tre sommelier che si sono aggiudicati le borse di studio offerte dalla Distilleria Bonaventura Maschio.

    Una giuria qualificata ha effettuato le selezioni il 25 e 26 ottobre scorsi presso la sede della distilleria, decretando i tre vincitori. Questi giovani sommelier sono stati premiati in occasione del 50° Congresso Nazionale AIS a Trento da Andrea Maschio, che rappresenta con la sorella Anna la più giovane generazione dell’azienda di Gaiarine, apprezzata in tutto il mondo per un prodotto d’eccellenza qual è Prime Uve.

    Per il tredicesimo anno consecutivo la Bonaventura Maschio in collaborazione con l’AIS si è fatta promotrice di un’iniziativa particolarmente lodevole, allo scopo di incentivare i giovani sommelier ad approfondire le tematiche legate al mondo della distillazione. Come nell’ambito dei vini, anche in questo particolare settore l’Italia vanta nel mondo una riconosciuta competenza e un indiscusso primato di tipicità, che anche le nuove generazioni sono chiamate a conoscere e apprezzare. E ciò soprattutto in un momento nel quale da più parti si invoca la moderazione nell’uso delle bevande alcoliche che in buona sostanza è un invito, da parte delle aziende più qualificate, a bere poco e a bere bene, privilegiando i prodotti migliori.

    Alfredo Buonanno del Ristorante Kre’Sios di Telese Terme (BN), Matteo Antonelli dell’Hotel Ristorante Mira Conero di Porto Recanati (MC) e Stefano Mayer del Frutteto Wine Bar di Bergamo sono risultati primi nei rispettivi master di specializzazione sulle acquaviti dal titolo “La Ricerca dell’Eccellenza”. Lezioni pratiche e teoriche tenute da esperti del settore riguardo la conoscenza dei distillati italiani e stranieri, le tecniche di distillazione in uso, le sperimentazioni che vengono svolte all’interno delle aziende, per finire con l’arricchimento delle competenze professionali nel campo delle degustazioni, alle quali i sommelier sono chiamati.

    19 Novembre, Berebene 2017 a Palazzo Caracciolo

    Pubblicato da aisnapoli il 18 - novembre - 2016 Commenta

    bannerone_berebene_2016Napoli, Palazzo Caracciolo, 19 novembre 2016
    BEREBENE

    I migliori Oscar qualità/prezzo premiati dal Gambero Rosso
    Città del gusto Napoli è lieta di presentare le novità della Guida Berebene 2017 degli “ottimi vini sotto i tredici euro”

    Sabato 19 novembre, presso la sede dello storico Palazzo Caracciolo – in via Carbonara 112, Napoli – va in scena l’evento Berebene.

    Città del gusto Napoli, la fabbrica partenopea di idee, sapori e suggestioni del Gambero Rosso, celebra l’uscita della Guida Berebene 2017 con una serata speciale, tutta dedicata ai migliori vini che hanno un costo inferiore a tredici euro e sono facilmente reperibili in enoteche e grande distribuzione. Un appuntamento in cui sarà presente una selezione dell’enologia italiana, alla scoperta di vitigni autoctoni e poco conosciuti; realtà vitivinicole tutte da conoscere e apprezzare per una scelta più consapevole. Da 27 anni Gambero Rosso offre una visione enoica più completa anche grazie alla guida Berebene che quest’anno premia ben 718 protagonisti che abbracciano tutta la penisola.
    La Città del gusto Napoli si unirà in un singolare connubio tra vini di spicco, cucina d’autore creata ad hoc e location esclusiva per contornare quello che è il concetto di ricerca enogastronomica innovativa.
    Una manifestazione che si aprirà alle ore 18.30 con un momento tecnico: una degustazione guidata e seduta con posti limitati sugli Oscar regionali e nazionali, alla presenza di produttori promotori della viticoltura di qualità, esperti di settore, sommelier, e wine lover.
    Alle ore 19.30, le porte di Palazzo Caracciolo accoglieranno il pubblico di appassionati. La selezione degli “ottimi vini, sotto i tredici euro” in abbinamento alle specialità culinarie, pensate in un percorso tra mare e terra, dolce e salato per soddisfare occhi e palato.
    I banchi d’assaggio saranno presieduti dai sommelier Ais Napoli per un coinvolgimento più emozionale.
    In quest’occasione, Città del gusto Napoli ha voluto sostenere le popolazioni colpite dal terremoto, mostrando solidarietà e sensibilità per mettere in luce particolari prodotti tipici norcini e non.
    Palazzo Caracciolo MGallery by Sofitel, dimora ottocentesca dei nobili partenopei, oggi è un hotel 4 stelle lusso che accoglie i suoi ospiti con il desiderio di regalare loro un affascinante “viaggio nel tempo”.
    A suggellare le atmosfere di gran classe degli eventi firmati da Città del gusto Napoli, le sonorità eleganti e raffinate del dj-set Lunare Project con -special guest- in consolle Roberto Barone, Art director di Radio Yacht.Berebene

    Sabato 19 novembre, dalle ore 18:30 alle 23:00.
    Napoli, Palazzo Caracciolo, via Carbonara 112
    Per informazioni e prenotazioni:
    Città del gusto Napoli
    tel. 0813119800, 3381691787 mail eventi.na@cittadelgusto.it

    Ecco l’elenco delle 39 aziende in degustazione : Alois Amarano Badia a Coltibuono Ballabio Cantina del Taburno Cantina di Custoza Cantina Gallura Cantina Pertinace Cantina Vignaioli del Morellino di Scansano Cantine Astroni Cantine Barone Cantine Federiciane Monteleone Cantine Lombardini Cantine Lunae Bosoni Casale del Giglio Casebianche Colli di Castelfranci Colpaola D’Antiche Terre Giuseppe Apicella La Quercia La Fortezza Le Manzane Mancini Poggio Trevvalle Porto di Mola San Giovanni San Lorenzo Vini Sanpaolo di Claudio Quarta Vignaiolo Sclavia Sirch Tenimenti Grieco Tenuta di Fiorano Tenute Eméra di Claudio Quarta Vignaiolo Terre Stregate Vestini Campagnano Villa Matilde Vitivinicola Anna Bosco Zaccagnini

    Storia di vini e di vigne: l’anima delle donne nei bianchi irpini

    Pubblicato da aisnapoli il 18 - novembre - 2016 Commenta

    1Di Gennaro Miele

    Le donne hanno tante anime, sono sfaccettature della stessa natura che ci circonda, osservare il loro modo d’ essere significa interpretarne la vita, osservando quella che non è solo una donna ma anche una produttrice di vino puoi carpire il senso che lei attribuisce alla vendemmia, al tempo fatto degli umori della natura, le donne del vino sono non solo memoria della loro vita ma della terra e dei loro frutti.
    Con Marina Alaimo, trai soffi del primo freddo novembrino, il ristorante Cap’alice di Mario Lombardi, è stato il palcoscenico per l’interpretazione del vino di due donne, anime diverse tra loro e profondamente somiglianti alle sfumature dei loro calici, diversi nelle annate come diverso ogni giorno può essere il risveglio ma in cui un filo conduttore le lega l’una alle altre.
    La narrazione della serata di Racconti di Vini e Vigne ha avuto le voci di Marina Alaimo, Marilena Aufiero e Diamante Renna Gaita che sono state le foglie attraverso cui il vento di una storia che si ripete da millenni, quella della vendemmia, ha soffiato con gentilezza ed eleganza, la storia di una parte d’ Irpinia, territorio vocato per la vigna ed evocato da chi del vino ha fatto la propria passione.
    Due donne e due vini a confronto, il Greco di Tufo di Marilena ed il Fiano Vigna della Congregazione di Diamante, capaci di stupire in una mini-verticale di tre annate, per eleganza e trasparenza nelle intenzioni, quella di non avere filtri verso chi si approccia ai loro calici.
    2CANTINE BAMBINUTO – GRECO DI TUFO DOCG
    La voce di Marilena racconta di una scelta fatta nelle vigne di famiglia in Santa Paolina, cuore della produzione storica del Greco, quella di affrontare la vinificazione del greco in purezza e di dare voce, nelle proprie bottiglie, solo alle proprie uve senza conferitori, assumendo l’onere del rischio e l’onore di poter dare il proprio nome ad un vino.
    Con una produzione di 20.000 bottiglie, il Greco di Tufo di Cantina Bambinuto si presenta con la sua veste tradizionale, una decisa acidità che è come l’aspetto ruvido di un carattere che apprezzi poi nel tempo, carpendone diverse sfaccettature, un modo d’essere cui devi dar modo di esprimersi per trarne sensazioni di spessore.
    Questo Greco non si concede al calice prima di due anni dalla vendemmia, l’attuale lavoro in vigna mira ad una selezione di lieviti naturali avvalendosi della collaborazione del Prof. Moschetti, genetista, che permette di non dover ricorrere all’utilizzo di lieviti acquistati, un vino della vigna in ogni sua dimensione.
    Il filo conduttore delle tre annate in assaggio, 2012-2013-2014 è una vivace freschezza già al primo assaggio che comunica una spiccata tendenza alla longevità, la delicata mineralità reindirizza poi verso la riconoscibilità del vitigno, la 2012 è al naso note iodate e leggere di liquirizia, un assaggio appena tannino e una buona struttura alcolica.
    Il calice del 2013 è delicato all’olfatto con un inizio di fiori di camomilla, minerale di pietra di gesso con un acidità più contenuta nel confronto fra le tre annate per aprirsi su una gradevole morbidezza, un assaggio in cui la freschezza sembra aver raggiunto un maggior assemblaggio nelle altre componenti nel corpo del vino con un gradevole finale ammandorlato.
    La 2014 è l’annata caratterizzata da una bassa resa e dalla pratica della fermentazione svolta con lieviti selezionati in vigna individuati su determinati filari, si apre con leggeri sentori agrumati accompagnati da note di fiori gialli, si ha la sensazione del caldo che carezza l’estate in cui le uve sono maturate, l’assaggio si presenta con una spiccata acidità, come un raggio di sole improvviso, leggerissima la carica tannica che ne amplia la capacità di abbinamento a tavola, entra poi la nota sapida, fattori che convogliano nella prospettiva di longevità.

    3VILLA DIAMANTE –VIGNA DELLA CONGREGAZIONE FIANO DI AVELLINO DOCG
    Diamante è una donna che non ama parlare molto ed in pubblico ha lo stile di un poeta timido che quasi vorrebbe nascondersi nel momento in cui i suoi versi vengono decantati, l’accento inglese delle sue origini non ha la durezza anglosassone ma piuttosto è una delle sfumature della terra che contraddistinguono il suolo di Vigna della Congregazione, chiamata in questo modo dal compianto Antoine Gaita in quanto appartenente in altri tempi alla Chiesa.
    Il modo di raccontare dei suoi calici ha accenni di malinconia e sintesi, il suo intento è di preservare la memoria di chi le è stato accanto e che ora ha una possibilità di vita nei calici delle ultime annate da lui curate.
    Le annate in degustazione sono 2009-2010-2013 nelle quali in filo conduttore è l’eleganza e il discostarsi dagli standard, elementi che nella visione di Antoine richiedevano tempi maggiori per l’uscita sul mercato, una riflessione in bottiglia che sarebbe poi stato il riflesso di un’eccellenza già percepibile in una produzione che si pone tra le 4000 e le 6000 bottiglie per annata
    Nella 2009 non si percepisce nota ossidativa ma bensì una leggera nocciola che lega con sentori dolci, in bocca è elegante e ricco, ha leggera freschezza e sapidità in chiusura, su toni olfattivi floreali e balsamici di salvia la 2010 irrompe poi all’assaggio con delicata acidità ben bilanciata dalla sensazione di calore dell’alcol che accompagna e non invade denotando buon equilibrio.
    Nell’assaggio della 2013 il pensiero va alle parole di Diamante ‘’questa è l’ultima annata curata da mio marito’’, ed il vederla versare è come ascoltare in silenzio le parole di un testamento, l’emozione olfattiva è appagata dal dolce sentore di agrumi canditi ed un leggerissimo accenno erbaceo, l’assaggio è ben definito nelle diverse componenti armonioso come il silenzio in vigna dopo la vendemmia.

    Delicati e personali i toni dei vini come anche lo sono stati i piatti della cucina di Mario Lombardi curati dallo Chef Claudio De Castris, dal risotto alla zucca con pecorino bagnolese e croccante di carciofi ad un delicato Baccalà in umido con scarola fino al ricordo, credo ancora presente in molti, di un Flan al cioccolato e castagne di Montella, piatti che hanno rispettato l’eleganza e la ricerca versata nei calici
    Lasciando Cap’alice credo che tutti abbiano portato dentro sé quella sera e gli appunti emozionali fatti di sorsi, quegli assaggi che sapevano del futuro e delle prospettive dei calici ma anche del passato con le sue amarezze e le sue speranze che sono il nostro presente.

    maradonaDi Gabriele Pollio
    Visionario. Ogni volta che c’è Teo Musso in ballo ricorre questa parola.
    La senti da chi lo ha conosciuto, la leggi nella sua autobiografia e negli articoli di giornale che lo riguardano.
    Io non lo conoscevo, sapevo tutto o quasi sulla sua storia professionale ma non lo avevo mai incontrato. Ero curioso però, molto curioso di capire perché tutti (ma proprio tutti tutti) restano affascinati da questo personaggio.
    Ci serviva solo un’occasione. Teo è uno che viaggia molto ma che a Napoli non passa spesso (quasi mai a dire la verità!). “A volte vorrei fare tutto ma ancora non sono riuscito a sdoppiarmi”, con questa frase si è presentato appena salito in auto…aveva appena concluso una telefonata con Angelo Gaja! Sdoppiarsi quindi. Obiettivo audace ma, per uno che ha inventato la birra artigianale in Italia, immagino possibile.
    Dicevo che ci serviva un’occasione, e allora abbiamo pensato di coinvolgerlo come docente nel corso di Sommelier della Birra di AIS Napoli. Chi meglio del creatore di tutto il mondo Baladin (birreria, birrificio, pub vari e chi più ne ha più ne metta) avrebbe potuto spiegare come si fa una birra? Ci è servito qualche mese di corteggiamento ma alla fine Teo è arrivato.
    Il tragitto dall’albergo alla sede del corso (Babette a Fuorigrotta) dura mezz’ora abbondante. Il tempo sufficiente per capire davanti a chi mi trovo. A me non sembra visionario e basta. Sa perfettamente di cosa parla e sa perfettamente come trasferirti ogni piccola sfumatura di quello che pensa. Quando si assaggiano le sue birre si ha la netta sensazione che dentro ci sia un’idea precisa delle emozioni di chi l’ha creata. Visionario si ma anche perfezionista.
    DSC_0016-2La serata corre via veloce. Non si ha mai la sensazione di assistere a una lezione, piuttosto sembra una chiacchierata tra amici (parecchi amici visto il numero di presenti al corso!). Teo racconta la sua storia e fa sembrare anche i momenti più difficili una continua opportunità che ha saputo cogliere.
    Vuole bene alle sue birre e si vede, gli vuole bene come lo si vuole a dei figli.
    Le racconta, non le degusta.
    Si parte dalla Wayan e si passa alla Nora. Rispettivamente il nome della figlia e della madre dei suoi primi due bambini. Birre che di canonico non hanno quasi nulla. La Nora, per esempio, prevede l’utilizzo di resine etiopi in luogo del luppolo.
    Passiamo poi a due extraterrestri. La Metodo Classico 2015 e la Xyauyu 2013. La prima prodotta secondo il metodo classico degli spumanti con tutto quello che ne consegue: 18 mesi sui lieviti, sboccatura e così via. Utilizzo di lieviti abituati a “lavorare” con i whisky torbati della Scozia e che riporta la torbatura nella birra.
    La seconda la spiego con una frase di Teo: “Questa è la birra con cui ho convinto mio padre, contadino delle Langhe, a bere birra dopo 87 anni durante i quali aveva bevuto solo vino”. Siamo su un altro pianeta rispetto ai sentori delle birre terrestri. Niente gasatura, niente schiuma. Temperatura ambiente. Un barley wine “da divano”.
    Visionario e perfezionista. Imprenditore di successo e genio sregolato. Insomma, il Maradona della birra. Ma non ditelo a lui…il calcio non gli piace.