Associazione Italiana Sommeliers

AIS – delegazione di Napoli

...corsi sommelier in partenza

Di Mauro Illiano

Dopo aver oramai sviscerato ben quattro Capitali del Gusto, oggi ho deciso di omaggiarvi di qualcosa a me più caro.

Ebbene vi illustrerò le mie memorie Amazzoniane, figlie di un viaggio che, nel 2005, mi vide partecipe nel cuore della foresta Peruviana, insieme al mio più caro amico, di una serie di banchetti indimenticabili.

Chi va in foresta lo sa, o perlomeno lo impara presto: tutto ciò che è commestibile è e deve essere un’ambizione delle fauci. A queste latitudini la scelta del pasto da consumare non rientra nelle facoltà dell’uomo, e finanche il più elementare dei diritti, quello alla sopravvivenza, è un qualcosa da conquistarsi “con i denti”, non di giorno in giorno.. ma d’istante in istante.

Così, sfamarsi di piranha cotti a legna, o lontre giganti lasciate ad essiccare, non è qualcosa di inusuale.. a patto che si riesca a pescarne o cacciarne!

La prima volta che vidi una scimmia ragno fu quando l’indio che mi guidava in cuore alla madre verde mi mise dinanzi ad una scelta esistenziale: mangiarne le carni (dopo aver assistito alla scuoiatura, allo squartamento ed allo sminuzzamento) o rimanere digiuno sino al dì seguente. Tale evento mi lasciò letteralmente disorientato, poiché si mostrava a me come uno shock ed un’opportunità al tempo stesso. Mai prima, nella mia vita, mi si era offerta la possibilità di ripensare seriamente al significato di “mangiare”. Sino ad allora, infatti, tale atto mi era apparso come una consecutio naturale del passare del tempo, ovvero un anello di congiunzione tra le ore che mi conducevano da un banchetto all’altro del giorno. Mai avevo preso in considerazione l’ipotesi di “non poter” mangiare, salvo nei casi in cui ero stato io stesso a sceglierlo deliberatamente. Così, quell’insolita condizione, mi proiettò dinanzi a riflessioni mai affrontate prima, sull’essenzialità del pasto e la sua sacralità più profonda, certo, ma anche sulla straordinaria gamma di interpretazioni che esso può assumere in luoghi e tempi differenti. Oggi, a distanza di sette anni, dopo aver percorso un po’ di strada, mi sento di affermare che l’allevamento, la caccia e la pesca sono ancora gli unici modi per assicurarsi la sopravvivenza, e tutte le superfetazioni che la società evoluta ha realizzato su questi essenziali metodi non sono che castelli di cristallo, pronti a cedere al primo colpo di martello, ma questo, forse, non importa.

Quest’estate, durante il mio secondo viaggio in Amazzonia, ho scoperto quanto una credenza può essere vera. Nella foresta esiste una particolare tipologia di formica definita “Formiga Limón”. Secondo chi le ha attribuito tale nome la sua carne ha un sapore acido molto simile al limone: E’ vero! Ricordo ancora la scena: Christian, la mia guida, strappò delle foglie arrotolate su se stesse, le schiacciò, ne estrasse un gruppo di formiche e mi ordinò di mangiarle. So che è difficile da credere, ma erano buone, ed il loro sapore era perfettamente identico a quello del limone.. Non so in che modo, ma credo che l’acido formico, innato nelle formiche, in qualche modo finisca per avere una mutazione in acido citrico.

Vi voglio raccontare un altro aneddoto. Nel 2005 in Perù mi trovai ad affrontare una traversata in piena selva, lo scopo era quello di raggiungere una rada completamente isolata sita a 7 ore di cammino dal pueblo dove ero stato accolto. Con me, oltre al mio compagno di viaggio, c’erano due indios. Tutti portavamo in spalla un sacco contenente l’essenziale per accampare, un po’ di frutta, ed un po’ di arnesi. La temperatura fuori era di 35 gradi ed il tasso di umidità sfiorava il 100%. In queste condizioni ciò che conta è rimanere vivi, e per farlo occorre acqua, molta acqua. Inutile sottolineare il fatto che l’unica bottiglia che ci fu concesso di portare dietro (per non aggravare la zavorra) finì dopo la prima mezz’ora di cammino. Così, giunti a nemmeno un decimo del percorso, non avevamo di che dissetarci, nulla tranne la memorabile chicha. Sino ad allora mi ero rifiutato di berla. Alcuni di voi sapranno di cosa sto parlando. Si tratta di una bevanda ottenuta dalla fermentazione del mais, o, più spesso, della manioca… il fatto è che la fermentazione avviene in bocca a contatto con la saliva. La moglie dell’indio ce ne aveva preparata una bella borraccia la sera prima della nostra partenza, diceva che oltre a dissetarci ci avrebbe aiutato a reintegrare i sali minerali.. Bevvi, non di gusto, ma bevvi. Purtroppo, circa ad un terzo del cammino, anche le risorse di chicha finirono. A quel punto non c’era altra soluzione, almeno secondo me. Ma il bello della scoperta risiede proprio nell’apprendere che quando tutto sembra dover andare in un certo senso, c’è sempre un nuovo elemento pronto a cambiare il corso degli eventi. L’indio che guidava la marcia ricorse ad un altro dei suoi trucchi magici; decurtò di netto un ramo di un albero, e, posizionandolo in direzione obliqua verso le nostre facce, ci fece intendere di bere. Inizialmente credevamo stesse scherzando, ma quando le prime gocce d’acqua iniziarono a scendere fu gara aperta a chi si dovesse rifocillare da quel braccio d’albero. Sono le scene come questa che, a mio avviso, meglio incarnano lo spirito dell’Amazzonia, lì dove il cibo è ancora un’essenza considerabile come un dono divino, con l’ulteriore differenza che lì la mano del Creatore è ancora ben visibile.

Una volta un bambino, mentre ero intento a parlare con un caro amico, al ritorno dal mio viaggio in Amazzonia, mi chiese “Di cosa profuma la foresta?”. E’ la domanda più intelligente che mi abbiano mai fatto su quel viaggio. Abituato com’ero a rispondere a quesiti del tipo “In foresta come facevi a telefonare casa?” o “Se dovevi andare al bagno.. non provavi vergogna?”, quella domanda, così sagace e così diversa dalle altre, generò in me un grandissimo piacere, ed una buona dose di speranza per il futuro.. Gli risposi “Secondo te di cosa profuma?”, e lui “..mhhh di frutta!!”, gli dissi “Può darsi, ma se te lo dicessi perderesti il gusto di andarci, allora ti dirò che profuma anche di frutta, ma non ti dirò quale frutto…”.

In effetti l’aspetto olfattivo della foresta è decisamente interessante, con le sue mille sfumature, la mescolanza di odori ed olezzi, le scie lasciate dagli animali, il pungente profumo delle piante giovani, il fetore delle paludi.. tutto quanto assume una dimensione nuova, da esplorare “in e con” tutti i sensi..

Quanto alla cucina, elementi del tutto insoliti tolgono spazio ad altri a noi più consueti. Ricordo che un giorno partecipai alla preparazione di un’insalata. Eccovi il racconto originale di quel piatto:

Per una buona insalata di palma si fa pressappoco così: ci si procura una palma reale, possibilmente grande, la più grande nei dintorni. Una volta trovatane ed abbattutane una, si individua il centro della stessa ed in base alla quantità di insalata desiderata si decurta un cilindro più o meno grosso, – a noi ne bastò uno di mezzo metro circa – . Bene, una volta isolato il cilindro si procede al taglio dello stesso in due parti eguali dividendolo in due mezzi cilindretti con un’ascia o, meglio ancora, con una sega. Una volta ottenuti i due mezzi barilotti li si dispone su un tavolo lasciando la parte ricurva verso il basso in modo da avere il piano piatto sotto tiro. A questo punto occorre un machete, e si procede con dei colpetti per scorticare l’anima dal rugoso strato esterno, dieci, quindici fendenti dovrebbero bastare. Una volta che il cuore del frutto si è staccato è fatta, le sottilissime lamelle semicircolari si separeranno con estrema facilità in modo da formare tanti leggeri e croccanti fogli da mangiare. Per il resto si procede come per una comune insalata: sminuzzamento, condimento, mescolatura. Et voilà!”*

Volendo essere sinceri mangiare non è mai stato bello come allora, poiché solo dopo quell’esperienza compresi che ciò presupponeva l’azione di portare alla bocca, ed a sua volta l’atto di portare era inscindibilmente legato al fatto di avere, e l’avere all’atto di procurare, ed infine il procurare dipendeva dall’andare latamente alla ricerca.. E ciò non può certo lasciare insensibile un viaggiatore, poiché per lui, parafrasando Ungaretti, “..la meta è partire”.

*Tratto da “Perùnavolta nella vita” pg. 209, di Mauro Illiano, Gruppo Editoriale L’Espresso.

Le Capitali del Gusto – New Delhi

Pubblicato da aisnapoli il 19 - marzo - 2012Versione PDF

Di Mauro Illiano

Se un Dio esiste, questi ha creato l’India. Se d’un sol posto potessi dar consiglio a chi del Mondo vuol venire a conoscenza, di certo indicherei la Terra del Trimurti. Un luogo straordinario ed inimmaginabile, in cui ogni uomo può riscoprire l’esser uno tra milioni, e nessuno tra tutti.

Un moto perenne agita le giornate indiane, un incessante frastuono accompagna ogni singolo istante, eppure il più potente silenzio alberga in eremi della medesima porzione di Mondo. Questa è l’India: contraddizione.

Uomini, scimmie, cammelli, elefanti e mucche dividono minuscole case divise da muri invisibili. E bambini, e cani, ed anziani occupano gli stessi marciapiedi, dai quali, accovacciati, dimostrano la medesima saggezza nell’attendere che gli eventi accadano. I loro occhi diventano, così, contenitori di visioni. In scena va la Vita, quella dei venditori di cocco, e dei guidatori di risciò, quella degli spazzini statali e delle vedove bambine, quella dei sultani e quella dei moribondi, tra i quali nulla v’è in comune se non l’atto dell’accettazione del proprio Dharma.

Tutto, qui, ha un preciso limite di inizio e fine, ed ogni intervallo corrisponde esattamente alla dimensione che le sacre scritture del Ramayana e del Mahabharata hanno inteso conferire ad ogni classe sociale.

Così, anche l’atto del cibarsi si delinea in base all’appartenenza ad una o ad un’altra Casta.

In quei mercati come in quei campi, nascoste o esposte al sole, esistono pietanze stupefacenti, in cui le più straordinarie qualità di riso incontrano verdure provenienti dalle regioni del Kerala o dell’Orissa, portate ottenute con Arbi, Brinjal e Guda (vegetali da cucinare) mescolate al prezioso Curry o al proverbiale Zafferano d’India. Le donne che vestono Sari di seta conoscono bene il sapore di Mathi e Jaleb (biscotti fatti in casa e spesso ricoperti di sciroppo), ed i loro mariti hanno il pregio di sfamarsi di Faluda (tagliolini aromatizzati con zafferano ed acqua di rose), concludendo i loro pasti con i più pregiati Tè di Assam. E’ il mondo dei Brahamini (sacerdoti e intellettuali)

C’è poi chi, da un gradino più in basso, si consola nel proprio limbo. Uomini che hanno visto apporre il Bindi a più di una moglie, che mangiano Bhaji (frittelle farcite e molto speziate) e Gulab Jamun (polpette con farina, burro, yogurt e mandorle), consumano Kulfi (gelati) a fine pasto, e si concedono il sapore unico del Fanny (distillato di cocco o acagiù). E’ la dimensione dei Khatriya (guerrieri)

Oltre il confine dei privilegiati, vive una schiera di individui medio-tenenti. Sono coloro che consumano pasti dai Dharba (ristoranti di strada). Coloro che pasteggiano a base di riso di seconda fascia, mescolato a Chutney (mistura di spezie piccanti). Coloro che, quando va male, sostituiscono con Lassi (yogurt) e Kheer (budino di riso molle) il vero e proprio pasto. Quelli del Chai (tè) più scadente. E’ la casta dei Vaishya (mercanti)

Lentamente si giunge alle anime più adombrate. Esseri le cui schiene si drizzano solo per il tempo di un pasto frugale, e le cui menti non hanno le energie per pensare a cosa stanno per mettere sotto i denti. Uomini che si sfamano di Roti e Chapati (pane schiacciato) sulle quali spalmano Chaat (mistura di frutta e verdura piccante) per dare un sapore al nulla. Di tanto in tanto si concedono una zuppa di Dhal (legumi), e bevono Urak (distillato di contrabbando) per dimenticare. E’ l’universo dei Sudra (contadini).

V’è poi l’abisso. Una pletore di individui disonorati eppure incolpevoli vaga dannosamente per le infuocate vie del sub-continente indiano. E’ gente che vorrebbe mangiare, ma a malapena si sfama ogni giorno. Così, il pasto per loro è ricerca. Lo scarto di un mercante in cambio di una lustrata di scarpe, una pallottola di Paan (digestivo composto da foglie di betel da masticare e sputare) offerta dal guardiano di un Mandir (Tempio Indù), il ratto dei frutti di un albero sporgente da una villa fuori dal centro. Tutto questo per sopravvivere, certo, ma soprattutto per perpetuare l’Izzat (l’arte del salvare la faccia). E’ il limbo dei Dalit e degli Hijira (intoccabili ed asessuati).

E’ così il film dell’India, un tutto che si fa in cinque, e poi in milioni. Figli di Divinità ancestrali e figli di Divinità minori si incontrano ogni giorno sui gradini dei Ghat per rendere il proprio omaggio al sole che sorge e tramonta. E quando il cielo è più accattivante, e quando il fiume sacro si fa di sangue, il profumo dei manghi si mescola alla scia di incenso lasciata dai Sacerdoti del fuoco. Ognuno segue la sua preghiera e coltiva il proprio Karma, ognuno prende coscienza del suo tempo. E, per un solo istante, è dato a tutti gioire, poiché ognuno, qualsiasi sia la sua casta, è cosciente che verrà il tempo, in un’altra vita, in cui le parti si invertiranno: l’uno si mescolerà al tutto, ed il tutto sarà uno.

Sabato 17 marzo ore 20.30 a Villa Diamante CON FEUDI DI SAN GREGORIO Un’esperienza enogastronomica multisensoriale nel corso della quale, a quattro importanti vini della rinomata azienda di Sorbo Srpico, verranno accompagnati altrettanti brani musicali jazz rielaborati per l’occasione dalla band “Annita Vigilante 4et -… Annita Vigilante – vocalist – Francesco Marziani – piano – Antonio Napolitano - contrabbasso – Giuseppe D’Alessandro – batteria – ” le cui note si uniranno alle molteplici sensazioni della degustazione. Una nuova chiave di lettura del mondo del vino, uno straordinario momento per scoprire le NOTE ORGANOLETTICHE ma soprattutto un modo nuovo di raccontare l’universo sensoriale. Agli ospiti il piacere della ricerca delle sensazioni, naufragando tra ritmi jazz. Alla serata parteciperà anche l’ AIS Napoli vera artefice degli abbinamenti. A presto con il menù della cena e gli abbinamenti vino-jazz

Cancale tra le Capitali del Gusto

Pubblicato da aisnapoli il 8 - marzo - 2012Versione PDF

Di Mauro Illiano

Esiste un modo per immaginare in grande, esiste un modo per destrutturare ogni concetto, esiste un modo per fare del minuto l’infinito, e racchiudere i propri sensi in una dimensione senza tempo né spazio. Tutto questo passa attraverso la disponibilità ad andare oltre i giudizi storici, oltre le misure, per approdare ad una dimensione propria, dove tutto è vero alla stregua del suo contrario, poiché ciò che “è” vive solo nell’atto di essere immaginato, senza la pretesa di diventare esso stesso la storia.

E’ per questo che ho eletto Cancale la mia Capitale gastronomica della Francia, mettendo da parte le più blasonate Parigi, Lione, Montpellier o Bordeaux.. poiché, dopo tutto, non potrei scrivere ciò che non penso.

Tutto comincia all’alba, quando la luna lascia il mondo, immergendosi nell’Atlantico oltre l’orizzonte, ed una bruma densissima monopolizza le silenti vie della cittadella. I portoncini chiusi dei negozi sono un susseguirsi di colori vivaci, ora smorzati dalla nebbia; nulla si ode intorno se non il mormorio stonato dei gabbiani, che annuncia all’occhio ciò di lì a poco lo attende. Così, in Rue du Port procedendo verso il molo non esistono altri rifugi se non i bar, che dagli usci semi-chiusi lasciano fuggire via i più primordiali odori: dolcissime note di burro ad avvolgere croissant appena sfornati, inebrianti sentori di frutti di bosco in forma di confettura, freschissima acidità delle prime gocce di un caffè. Il passo successivo è entrare. Dopo aver guadagnato una posizione comoda, è l’ora di ordinare. Parte dunque una sfida impari tra tarte aux fruits (crostata di frutta) , pain aux raisins (dolce con crema e uvetta), religieuses (bignè farciti).. e la più famigerata creazione bretone, ovvero la Crêpes Sucre-beurre, apoteosi di semplicità e sapore, alchimia dei più elementari ingredienti a formare un disco tanto calorico quanto digeribile, sul quale è possibile, democraticamente, ospitare ogni condimento, sia esso salato o dolce. Un café noir andrà bene sulla scelta dolce, in caso contrario occorrerà metter mano ad un altro cavallo di razza della Regione, il Cidre, succo fermentato di mela, dal sapore indescrivibile quanto mai uguale.

Terminato il primo round, c’è ancora tempo per scoprire che la notte ha portato via il mare. Procedendo sino a giungere al porticciolo, uno spettacolo surreale accoglie il viandante: pescherecci e barche chine come a dormire sulla rada ora secca, lì dove il dì precedente albergava il mare. Correnti oceaniche fanno dei confini marini ciò che vogliono, lasciando ciclicamente a secco interi porti. E fondali vivono una duplice vita tra giorno e notte, ospitando ora voraci pesci a consumare gli scarti dei pescherecci di ritorno, ora orde di gabbiani a rastrellare il fondo secco del luogo in cui va in scena la mattanza.  Poi, lentamente, ogni cosa torna al suo posto, le barche si destano a galla, l’Oceano riabbraccia la terra, ed i gabbiani spiegano le ali.

Le ore di mezzo di ogni giornata passano con la lentezza tipica dell’attesa. Così, andare a spasso in un marchés en plen air è la migliore occasione per prendere lezioni di gusto. Pochi banchi, tutti perfettamente allineati. Pani e panetti sistemati come in file di scolari, fanno da apripista alle più famose baguettes flȗtes o ficelles, che svettano dalle ceste di legno. La gente del luogo usa portarle sotto il braccio a mo’ di giornale, poiché in Francia la baguette non è solo un pezzo di pane, è un pezzo di cultura. Venditori di ortaggi fingono di farsi concorrenza, consapevoli che i rispettivi clienti non li abbandonerebbero mai, e pongono in cima alle proprie gerle mele e cavoli, a fare da portabandiera della gastronomia locale. Ci son poi i mercanti di formaggio, che trafugano tesori dalla Normandia per la felicità dei bretoni. Due su tutti i dischi d’oro a regnare: il paradisiaco Camembert, che tanto piacque a Napoleone III, ed il centenario Livarot, noto anche come “Colonnello”, per le 5 strisele in cui è avvolto che, un tempo, erano realizzate con legno di salice.. Queste ed altre storie si odono sulle vie del gusto della Bretagna, dove i pasti, come gli ingredienti, sono qualcosa di più che essenza vitale, qualcosa di cui vivere, si, ma non solo con il corpo.

Così, lasciandosi trasportare dalla sacralità del posto e del pasto, invertire le più ordinarie regole del palato non risulta faticoso, anzi diviene un’occasione per capire, per la prima volta, quanto anticonvenzionale sia e debba essere l’atto di degustare. Tornando sulle vie del centro passando da Quai Gambetta, allora, ogni occasione è buona per ovviare allo schema: sono le 11 del mattino, una Gelette Complète andrà benissimo! E poi di nuovo spalle al mare, alla ricerca di una dimora appartenuta alla Compagnia delle Indie Orientali, dove oggi, un affermato cuoco, prepara un piatto denominato “Rotta dei mari del sud”, in cui les fruits de mer incontrano ricercatissimi molluschi, tra i quali svettano le iraches, seppioline locali pescate, sotto giuramento, “solo mentre i lilla sono in fiore”. A questo punto è tempo di rumori sordi, come quello di un tappo che abbandona per sempre una bottiglia, per questo occorre chiedere soccorso ad altre Regioni. Per rendere onore alla creazione appena finita sotto il proprio naso, potrà andare bene un Aligoté o un Cremant di borgogna, oltre i quali è il caso di rispolverare il motto “rien ne va plus”, ovvero il gioco è fatto.

Il tempo passa sino a testimoniare quell’ora in cui il sole assume una sfumatura che dall’arancio melograno muta in cadmio nell’atto di inabissarsi ad ovest. Le tavole dei trentacinque ristoranti sul molo assumono la trasformazione dell’imbastimento, negozi per turisti serrano i propri ingressi, e mandrie di gatti nomadi si spingono verso Pointe des Crolles. Puntini bianchi provenienti dal mare presto assumono le sembianze di pescherecci bianchi a strisce blu, e nuvole di gabbiani li accompagnano sino a riva, dove il più grande spettacolo sta per avere inizio: Le marché aux huîtres!

Uomini o donne dalle braccia sovradimensionate scaricano parte delle 4.000 tonnellate di ostriche che Cancale regala alla Francia e al mondo ogni anno. Carrettini pittati delle più vivaci tinte espongono quei frutti in tutte le loro misure, sgusciati da mani abili quanto quelle di un baro. Così, procedendo da un lato all’altro dei banchi è possibile notare ostriche di tutte le pezzature che, come matriosche, sembrano potersi contenere l’un l’altra, sino a giungere a mastodontiche regine (le numero 0), che a stento si contengono in due mani aperte.

E’ questo il modo di affrontare il tramonto in terra bretone: sapori intensi, vento forte e sale nei capelli all’imbrunire. La notte è già lì, la cena può esserci o meno, a seconda di quanto il proprio palato abbia rotto gli indugi. Un ultimo giro di lancette passato a scrutare l’ennesima fuga del mare, ancora il tempo di un calice di vino, poi l’oblio.

Luisa Cuozzo il 16 marzo al Quartum Store di Quarto (Na)

Pubblicato da aisnapoli il 8 - marzo - 2012Versione PDF

Il 16 marzo al Quartum Store di Quarto (Na) cena in cantina

con Luisa Cuozzo, finalista di MasterChef

Dopo la sua brillante performance a MasterChef, il seguito talent show culinario andato in onda su Cielo Tv che l’ha vista arrivare al secondo posto tra 18 agguerriti aspiranti cuochi, venerdì 16 marzo (ore 20,30) Luisa Cuozzo approda ai fornelli del Quartum Store di Quarto (Na) per dare vita a un’intrigante cena in cantina.L’evento, organizzato da Quartum Cantine Di Criscio, in collaborazione con l’azienda vesuviana casa Barone di Massa di Somma, avrà luogo nell’accogliente punto vendita dell’azienda flegrea che per l’occasione vedrà trasformata la propria cantina in una suggestiva sala ristorante con tavoli circondati da botti.La giovane promessa napoletana impiegherà i pregiati pomodorini del piennolo di casa Barone e le cicerchie dell’azienda Gentilcore nella preparazione di alcuni dei suoi piatti.

In abbinamento verranno proposti gli apprezzati vini dell’azienda Quartum Cantine di Criscio e il Nocillo di casa Barone.

Menu

Crema di patate con polpo arricciato

“Cuoppo” di alici fritte

Crespelle in rosa con gamberi

Asprinio D’Aversa Spumante Brut

Lasagnetta con ragù di mare e bisque

Falanghina Campi Flegrei Doc 2011

Vellutata di cicerchie con baccalà e pancetta croccante

Falanghina Campi Flegrei Doc Barriquè 2010 

Crema inglese con soffice al fondente e spuma di marroni

Nocillo di casa Barone

 

Costo serata: 30 euro

Per prenotazioni (posti limitati, prenotazione obbligatoria):

Francesca Di Criscio Mob.  335 5479716 Email: francescadicriscio@virgilio.it

Quartum Store

via Giorgio De Falco  5/A (a 10 metri dalla Piazza Santa Maria) Quarto (Na)

Ufficio stampa

Laura Gambacorta 349 2886327 laugam@libero.it

In fiamme l’Osteria Reale di Tramonti. Forza Gigino!

Pubblicato da aisnapoli il 4 - marzo - 2012Versione PDF

Bad News! Abbiamo appreso per caso dell’incendio che il 25 Febbraio ha colpito l’Osteria Reale che si trova in via Cardamone nel borgo di Gete, suggestiva frazione di Tramonti (Sa) . Una delle strutture più note della Costa D’Amalfi è stata danneggiata in maniera grave dalle fiamme che, secondo i primi accertamenti effettuati dai Vigili del Fuoco e dai Carabinieri, sarebbero partite da un quadro elettrico all’interno del locale e si sarebbero poi propagate rapidamente ai tavolini e al tetto in legno. In poche ore sono andati in fumo tanti anni di sacrifici…Siamo convinti che Luigi Reale, proprietario dell’Osteria-Albergo e dell’azienda vitivinicola omonima possa rapidamente risalire la china grazie alla tradizionale tenacia della gente di Tramonti, ben testimoniata dalle viti centenarie di Tintore che Luigi sa allevare con tanta cura e attenzione. A Gigino, la solidarietà e l’incoraggiamento di tutta la delegazione Ais di Napoli. Forza Gigino! (T.L.)

Vino, Cibo e Cinema con Woody Allen al Veritas

Pubblicato da aisnapoli il 2 - marzo - 2012Versione PDF

ASSOCIAZIONE ITALIANA SOMMELIER delegazione di NAPOLI

Incontri di Cinegustologia® a cura di Marco Lombardi

Il 6 marzo alle ore 20,00 scoprirete da “Veritas” come il cinema di Woody Allen abbia profumi, sapori e consistenze. A raccontarvelo sarà il critico cinematografico ed enogastronomico Marco Lombardi attraverso la Cinegustologia (www.cinegustologia.it), proiettando le sequenza di alcuni suoi film che verranno poi “tradotti” in piatti e vini tutti da degustare. Il ristorante diventerà per una volta una sala cinematografica! con tanto di file e schermo. Dopo Woody Allen sarà la volta di Tim Burton (20 marzo).

Costo della cena, vini inclusi: 40 euro.Info e prenotazioni: 081.660585 info@ristoranteveritas.it

Woody Allen

Antipasto: MATCH POINT 2005

Insalata di rinforzo “affumicata” e baccalà mantecato

Primo: MANHATTAN 1979
Pasta e patate con seppie e pomodori verdi

Secondo: IO & ANNIE 1977
Maiale iberico con patate e friarielli

Dolce: LA MALEDIZIONE DELLO SCORPIONE DI GIADA 2001
Crema bruciata e frutta fresca

I Vini sono quelli di Villa Matilde:


Falerno del Massico Vigna Caracci 2007

Cecubo 2007

Eleusi 2008

E saranno presentati insieme a Tommaso Luongo, delegato dell’AIS Napoli

XLIII VENDITTIWINETOUR alla ANTICA CANTINA DI SICA

Pubblicato da aisnapoli il 29 - febbraio - 2012Versione PDF

VENDITTIWINETOUR | IPercorsiGastronomici | XLIII tappa

La manifestazione ideata e realizzata dall’enologo Nicola Venditti, titolare dell’Antica Masseria Venditti, insieme ai migliori ristoratori ed enoteche, giunta alla XLIII tappa, intende promuovere la migliore ristorazione italiana e le migliori enoteche del territorio, abbinando la gastronomia tipica locale ai vini doc e biologici di Venditti.

Il prossimo appuntamento è per mercoledì 29 febbraio 2012, alla Antica Cantina di Sica, in via Gianlorenzo Bernini 17 a Napoli alle 21.

Era il 10 maggio 1936 quando Antonio Sica aprì la sua bottiglieria-trattoria in via Bernini. La fama della cucina di Sica si diffuse rapidamente. Davanti ad una minestra di «spollichini» ed una caraffa di buon vino si ritrovarono Libero Bovio, Vasco Petrolini e Alfonso Gatto.
Da Sica ci si ritrovava per la cucina genuina, ma anche per parlare di letteratura, di pittura, di politica.
La recente storia, lascia invariata la tradizione. Ai tavoli della Antica Cantina di Sica, oggi come ieri, si gustano le specialità della cucina napoletana reinterpretate con rinnovata passione e amore per le cose genuine. E’ il tipico ristorante adatto per serate in compagnia sia nella splendida sala con volta in mattoni, sia nella veranda adiacente nella bella stagione.
L’atmosfera informale, l’arredo curato nei particolari, il servizio cortese e ospitale ne fanno una meta privilegiata dei tour gastronomici.

La serata del 29, inizierà con i saluti di Ciro Felleca, patron del locale. A seguire, l’enologo Nicola Venditti presenterà la sua azienda illustrandone la filosofia. Sarà aiutato dalle bellissime immagini proiettate su uno schermo, che vanno dalla bella cantina in legno lamellare alle suggestive foto dell’innesto a gemma e a spacco inglese realizzate nel “vigneto didattico”, per finire le suggestive foto della vendemmia notturna.

Il “vigneto didattico” è un’idea originale di Nicola Venditti realizzato nel 2005.

Saranno proiettate anche molte foto delle venti uve autoctone presenti nel “vigneto didattico” con cui l’azienda produce i suoi ottimi vini doc biologici. Venti minuti circa di belle immagini e racconti di vita per conoscere direttamente l’Antica Masseria Venditti con l’invito finale alla visita aziendale a Castelvenere all’Isola di cultura del vino.
Sarà spiegato nei particolari la coltivazione biologica e le scelte che tali normative comportano.

Si definisce biologico il prodotto così ottenuto e diventa veritiero solo se le autorizzazioni sono riportate sull’etichetta del vino.

A seguire un menu enogastronomico molto interessante che coniugherà ricercate specialità culinarie ai vini biologici dell’Antica Masseria Venditti.

Un benvenuto con Olio extra vergine d’oliva di Venditti su pane casereccio accoglierà gli ospiti della serata.
Il menu preparato per l’occasione inizia con un le Sfizioserie fritte, la Zizzona di Mozzarella di Bufala D.O.P. con Salumi campani con abbinamento il Vàndari Falanghina 2010 Doc bianco insignito della Gran Menzione all’ultimo Concorso enologico Internazionale del Vinitaly di Verona e Medaglia d’Argento a Biodivino 2011, concorso internazionale riservato esclusivamente ai vini biologici.

Seguiranno gli Strascinati ai Carciofi in abbinamento il Bacalàt 2010, cru ottenuto dalla omonima vigna con tutti i dati catastali dichiarati in etichetta, compresa la mappa.
Millerighe al sugo Rustico di maiale in abbinamento con il Barbetta 2009 Doc rosso, vino ottenuto dall’originale ed unico vitigno salvato dalla fillossera negli anni ’30 da un antenato Venditti, su consiglio delle “cattedre ambulanti”, segnalato con 90/100 da Wine Spectator.
Poi Filetto di Manzo al forno con purea e funghi verrà abbinato il Marraioli Aglianico 2008, un vino senza legno, riconosciuto Vino Slow 2012 di Slow Food, 2 bicchieri dal Gambero Rosso e 4 grappoli dall’Ais, selezionato come migliore aglianico della Campania dalla giuria degli appassionati a Radici del Sud 2011 nell’ambito del Festival dei Vitigni autoctoni del Sud.
Una Cassata napoletana al forno chiuderà la serata abbinata alla “Grappa di Barbetta”, un distillato unico nel suo genere che ci saluterà magnificamente.

Si richiede solamente la puntualità per … una serata veramente da ricordare.

ANTICA CANTINA DI SICA
17, via Gianlorenzo Bernini | Napoli

per info e prenotazioni gradite | contributo richiesto € 30

T +39 081 556 75 20 | M + 39 328 6913088 | M + 39 392 8035674
E cantinadisica@alice.it | W www.cantinadisica.it

Gli eventi dell'AIS Napoli
    • dal 07 mag 2019 al 07 mag 2019 alle ore:20:00

      Corso Sommelier della Birra n.10, in partenza il primo livello da Babette dal 7 Maggio

      Mancano: 12 giorni e 14:48 ore.
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