di Luca Massimo Bolondi
I
Nel frattempo affido agli endecasillabi e alla posta elettronica questa esperienza.
Trovammi dell’atlante in su la terra
che dall’oceano mare è circondata,
che dell’umanità rifugge guerra,
che dalla creola gente è popolata.
Sono isole di roccia e rena rossa
che gli alisei carezzan tutto l’anno,
cui il tropico del Cancro scalda l’ossa,
cui pioggia è rara, ché se dà fa danno;
ricca di gente povera ma vera,
che il giogo lusitano un dì ha provato,
ma che, d’africo orgoglio resa fiera,
sola l’indipendenza ha conquistato
e dal quel cinque luglio d’anni orsono
pian piano ha costruito il suo destino.
Non tutto è stato sempre bello e buono
e ancora lungo assai pare il cammino
ma ognun creolo, bedju o figlio d’altrove
lavora e del buon dio attende le prove.
Ognuna delle dieci terre attive
ha forma e vocazion particolare;
le unisce un nome, un popolo le vive
e le separa solo il grande mare.
Una si chiama Sale, un’altra Fuoco
e ben puoi immaginarne la ragione,
l’una fu una salina ed oggi è un loco
ove il turista passa per padrone;
l’altra è un vulcano attivo, coltivato
da bravi vignaioli che l’altura
sfidano ed insieme la natura,
per fare un vino forte e profumato:
Vinho do Fogo Cha de la Caldera,
denso d’oro il color, oppure rosso,
da uva che là solo cresce, nera
tra lava, nubi e mare sempre mosso.
Un vino che negli anni fortunati
stupisce per l’aroma di passito,
per il calore morbido e tornito,
per i tannini lievi e arrotondati.
Isole ancor: Boavista, Brava e Maggio,
dove la sabbia regna sugli umani,
chiamate così dopo l’arrembaggio
da chi trattò gli schiavi l’indomani.
Infine ecco le belle e lì la mia,
quelle cui dato fu nome di santo:
Nicola, Tiago, Antòn, Enzo e Lucia,
quelle che abbandonar causò gran pianto,
poiché per tempo e per generazioni
sempre vi fu chi andò a cercar fortuna
lasciando figli e casa e terra bruna
e andando tra le navi e le nazioni.
Nicola e Antòn, dai monti aguzzi e duri,
proteggon le riberas verdi e vive
di corsi d’acqua, lungo le cui rive
crescon le canne i pascoli e alti muri.
Sono codesti i luoghi d’elezione
di un distillato che il mondo già apprezza,
di cui si fa ben poca produzione
e un gran parlar da gente poco avvezza;
la storia narra che le baleniere
andando per l’Atlantico a pescare
facessero del Grogue il proprio bere
che nel barile stava ad invecchiare.
Da canna ben premuta il succo pregno
viene con cura prima fermentato,
da storta ed alambicco distillato,
e infine posto a riposar nel legno.
Il vecchio Grogue, dal bel colore ambrato,
quasi ti può stordire di profumo,
riempie di nostalgia chi l’ha provato
e affascina chi l’ode da qualcuno.
Eppoi, da grogue bianco, a Sao Vicente,
mescendolo con miele e aromi vari
si fa quel pontche che, di pari esente,
caldo ti scalda e pare il cuor dei cari.
Bevande antiche eppure sempre attuali,
che parlano di isole lontane
dall’astio e dalla fretta occidentali,
più prossime al buon dio che ai capitali,
repubblicane come le banane,
piene di suoni e musiche ancestrali,
con qualche rissa nell’ore serali,
notti in cui canta un gallo e qualche cane.
Scogli, vento, silenzio e vino buono
cui l’alma mia non chiederà perdono.
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