Associazione Italiana Sommeliers

AIS – delegazione di Napoli

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Archivio per la categoria: ‘Zibaldone:Spunti e riflessioni enoiche e non’

Di Karen Phillips

25 novembre 2010. Il quarto giovedi del mese di novembre. Una giornata in cui gli americani, in tutto il mondo, festeggiano il Ringraziamento. Una giornata da condividere con amici e famiglia … Un giorno “da andare a casa” per questa festa…

Ho deciso di fare proprio questo .. “andare a casa”. La mia “casa lontano da casa”… la solita A16… Questa volta mi sono diretta … verso Sorbo Serpico, verso Feudi di San Gregorio. Destinazione ristorante Marennà, una stella Michelin, a trovare il mio amico chef Paolo Barrale.

Nonostante un freddo e piovoso giorno d’autunno, lo staff del Marennà mi ha fatto subito sentire a casa un minuto dopo aver varcato la soglia della porta. Angelo Nudo, il sommelier di Marennà, ci ha salutato, ha preso i  nostri cappotti e ci ha mostrato il nostro tavolo. Lo chef Paolo Barrale … Paolone … sornione, ci ha salutato con un “Happy Thanksgiving … niente tacchino oggi “ ha detto sorridendo, ma io non ero delusa. Sapevo che qualsiasi cosa sarebbe uscito fuori dalla sua cucina mi avrebbe soddisfatto e fatto sentire a casa.

Arriva nei nostri bicchieri lo Spumante Dubl Greco di Tufo 2006… un brindisi per la festa, e cominciamo. E che inizio … due antipasti; candele farcite con gamberi, insieme a frutta di mare e cipolotti … il  secondo è stato baccalà con crema di patate e salsa di maionese con tartufo. Angelo ha abbinato gli antipasti ed i primi piatti con Pietracalda Fiano di Avellino DOCG 2009.

Successivamente, chef Barrale e il suo team ci hanno portato due fantastici primi dalla cucina … un risotto con cubetti di salmone (salmone marinato con le arance, limone e aneto), ed una pioggia di scorza di limone. Poi, il mio nuovo migliore amico … ravioli con ripieno di rape e patate su un letto di burrata, un formaggio morbido e cremoso.

A questo punto stavo per chiedere per un altro bicchiere di Fiano quando Angelo ha messo due bicchieri sul tavolo.” Voglio che provi questi due vini durante il secondo corso” … okay Angelo, sei tu il capo. Primitivo 2008 e Piano di Montevergine Taurasi Riserva DOCG 2002. Con un bicchiere di vino in mano, mi sono avvicinata alla cucina per vedere Paolo al lavoro.

Ho guardato come Paolo guidava la sua squadra, nella preparazione e nella presentazione dei piatti che stavano per essere serviti. Piatti come il brasato di maiale con radicchio, rape, spinaci, e tartufi: guancia di maiale cotto per ore nell’Aglianico fino a quando diventa così tenero che si scioglie praticamente in bocca. La guancia è stata servita in due modi … su un letto di crema di patate e tartufo e con crema di zucca.

Dessert — due assaggi … un sorbetto al melograno e un cannolo siciliano con pistacchi, sorbetto di nocciola e marmellata d’arance … Angelo ha servito il Privilegio Fiano di Avellino 2007.

Mentre prendevo il caffè, ho riflettuto, come faccio di solito, non solo sul mio pranzo, ma sulla mia esperienza. Il mio desiderio era quello di sentirsi a casa. Una casa lontano da casa.

Per godere di un pasto in modo completo e soddisfacente con i miei amici … con la mia famiglia.

Per rilassarsmi … e per ringraziare

Grazie Paolo …

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Napule è…With Chef Claudio Campanile at Mise En Place

Pubblicato da aisnapoli il 25 - novembre - 2010Versione PDF

Di Karen Phillips

In mezzo al traffico, il caos, il vico, la via, la pizza, la musica, la storia e l’arte … è lì.
Non si può mancare. Il cibo di strada partenopeo. In perfetta armonia con il trambusto della città. La città che ha dato i natali a ‘O Sole Mio e ci ha regalato una spettacolare cultura del cibo di strada. E da Mise En Place, lo scorso lunedi sera, lo chef Claudio Campanile ci ha portato a passeggio per i vicoli dei Quartieri Spagnoli per condividere alcune delle ricette tradizionali della sua Bella Napoli …

Claudio ha presentato una grande varietà di cibi fritti, molti dei quali arricchiti da una pastella particolare. Mozzarella in carrozza, la pizza fritta con cicoli e ricotta, i fiori di zucca, le frittatine di pasta, le zucchine fritte, le melanzane, i cavolfiori, e le  pizzette d’alghe. E poi una sorpresa … la polenta fritta con cicoli … a Napoli è affettuosamente chiamata ’e scagliuozz .

E non era l’unica sorpresa … in una ciotola di vetro trasparente…‘O Muss … il muso di maiale. Aggiungi trippa (nella versione al  limone o con sugo di pomodoro), un brodo di polpo piccante ed eravamo sazi e soddisfatti. Ho lasciato solo un po’ di spazio, però, per completare questa passeggiata attraverso il sidestreets con il  mini babà napoletano … nessun pasto è completo senza questo pezzo di luce del cielo imbevuto di acqua e zucchero (e in molti casi, rum), con un tocco di panna montata …
Questa settimana, il nostro menu è stata abbinato alla birra ale St.Mary del birrificio artigianale B1080 di Battipaglia.

Napoli … La Napoli di Claudio Campanile… una Napoli che ha trasformato Le Arcate, dove si svolgono le lezioni, in Spaccanapoli … Montesanto … o una qualsiasi delle decine di stradine e vicoli di Napoli.

Sidestreets piena di profumo di frittura e delle risate della famiglia e degli amici …

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Di Karen Phillips

Muffa Nobile…. Ho sentito queste parole per la prima volta durante una lezione di primo livello di sommelier Ais. Parole latine … Botrytis Cinerea, una muffa che si forma all’interno dell’ acino, ed è l’obiettivo di qualsiasi azienda che voglia produrre un passito, un vino da dessert. Un paio di paragrafi nel nostro libro di testo, una fotografia a pagina 164.

Volevo vedere da vicino e di persona … volevo visitare un vigneto con l’uva ancora sulla vite durante il periodo di sviluppo della Muffa Nobile . E volevo camminare attraverso i filari di viti e cogliere questo frutto dolce direttamente dalla pianta, come un bambino in un negozio di caramelle. Volevo tornare a Montemarano … Volevo davvero un’altra visita ai vigneti di Aglianico di Mastroberardino.

Sabato pomeriggio, 13 novembre. Di nuovo nel SUV di Antonio Dente, dopo una settimana di vento e pioggia in Irpinia. Pioggia che ha trasformato il terreno di questo vigneto in un pasticcio fangoso. In nessun modo un trattore potrebbe essere utile nella vendemmia prevista fra una settimana, Antonio annuisce. Wow … Sono stata qui circa tre settimane prima. Che differenza. Prima di tutto, la metà delle uve erano state raccolte da circa 10 giorni. Hanno deciso di lasciare sulle piante i grappoli più spargoli.. le uve che avevano più spazio per respirare. Un’altra importante differenza è che una grande quantità di foglie era stata strappata dalla pianta a causa del maltempo di inizio settimana. Da lontano, però, mi godevo la vista dello spettacolare Autunno d’Irpinia.

Ma sono venuta per uno sguardo da vicino. Per vedere, toccare e assaggiare l’uva insieme ad Antonio che ha cercato di spiegarmi quello che il mio libro non è riusciuto. Ci ha tenuto a sottolineare come l’uva fosse profondamente cambiata. I grappoli che sono stati lasciati sono diventati più scuri, più asciutti, più concentrati. Ne abbiamo scelto alcuni dalla vite e li abbiamo degustati. Dolci, sweet. Il supplemento di tempo concesso ai grappoli in vigna, alle giuste condizioni e on la cura adeguata ha dato il risultato che Mastroberardino auspicava.

La mia lezione continua. Queste uve sarebbero state  raccolte, e messe ad asciugare in una cella a temperatura e umidità controllata. Qui le uve continueranno a perdere acqua ed a  diventare più concentrate, più dolci. Qui le uve trascorreranno almeno 1 mese e mezzo prima di continuare il loro viaggio e diventare uno dei due passiti Aglianico che l’azienda Mastroberardino ha in mente di realizzare. Questo Aglianico, un vitigno molto sensibile, stava sulla giusta strada per dare all’Aglianico Irpinia DOC Passito la dolcezza desiderata, i profumi simili all’ aceto balsamico ed ai  fichi secchi. Antonio sembrava soddisfatto.

C’era un altro vigneto che Antonio voleva farmi vedere. Santo Stefano, Fiano di Avellino. Ho pensato che queste l’uve erano già state raccolte, ma Antonio mi ha svelato un piccolo ‘segreto’. Un esperimento. Tre file di Fiano erano state lasciate dopo il raccolto del  29 Ottobre. Abbandonate consapevolmente per innescare lo sviluppo della muffa nobile. Qui è stato più facile verificare quello che stava succedendo dentro l’uva. Qui le uve stavano diventando marroni e sembravano decisamente più dolci. E dopo qualche acino degustato, lo abbiamo constatato.

Si stava facendo buio, quindi di nuovo nel SUV. Sul viaggio di ritorno verso la cantina, stavo cercando di fissare le numerosi informazioni che Antonio aveva generosamente condiviso con me quel pomeriggio. Ora che ho capito meglio il fenomeno della muffa nobile, sono molto curiosa di sapere cosa tutto questo duro lavoro porterà in un bicchiere … i colori, i profumi, il gusto…

“Magari la prossima volta che torni ti faccio provare …”

Ok Antonio…Ci vediamo la prossima volta ..

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Il Cielo in una Stanza

Pubblicato da aisnapoli il 19 - novembre - 2010Versione PDF

Di Luca Massimo Bolondi
Questo scritto parte da una banale sequenza di esperienza – riflessione – volontà di comunicare. Questa sequenza guida tutti i report di eventi e i racconti di cose che si presumono realmente accadute. Applicando la sequenza a una degustazione di vini, è facile ottenere un’astratta quanto noiosissima sequela di aggettivi applicati a riconoscimenti, astratta perché il lettore che legge il racconto ha in mano la carta e non il calice, l’eloquenza che accompagna il sorso, però senza il sorso. Quando il lettore avrà, se mai avrà, quel vino nel suo calice, le condizioni di quel vino e della degustazione saranno diverse da quelle del racconto, e la carta servirà a poco. Ogni stappo è un evento quasi irripetibile e soprattutto nei grandi vini ad ogni bottiglia corrispondono una storia diversa e sfumature organolettiche diverse. Ogni degustazione può essere resa occasione di poesia, ma che siano versi a braccio, rigorosi nella metrica e rispettosi della rima, pregevoli in forma esclusivamente orale e possibilmente accompagnati dal vino nel calice. Infatti, l’unico vino buono è quello bevuto davvero.

Questo scritto parte da una banale sequenza e vediamo dove arriva. L’esperienza nasce da un’occasione, e l’occasione è tale se si è pronti a coglierla, altrimenti si parla di occasione perduta, che non muove alla riflessione ma al rimpianto e il rimpianto non viene il desiderio di comunicarlo in pubblico. Nella fattispecie accade che durante una riunione con Nicoletta Gargiulo, Tommaso Luongo e Massimo Florio, si parli di un incontro di lì a poco, all’Hotel Vesuvio, con il Marchese Frescobaldi, per la presentazione dei campioni distribuiti dalla sua azienda, con degustazione con la partecipazione di Tommaso e guidata da Nicoletta. Vuole il caso che all’ultimo momento la partecipazione venga estesa ai presenti e che l’incontro si riveli un G8 del vino, anzi un G4 che vede riuniti Marmoreto, Cos D’Estournel, Opus One e Chateau Haut-Brion, in rappresentanza dei principati del vino Chianti-Rùfina, Saint-Estèphe, Napa Valley e Médoc, congiunzione astrale di stelle fisse in una piccola porzione di cielo sovrastante il lungomare partenopeo. Farne esperienza, anche di uno solo, è cosa non comune, figurarsi incontrarli tutti insieme in una sola stanza, in una sola sera. Toccati dalla grazia, come gentleman bohemien chiamati a corte, la cosa muove alla riflessione, dopo il godimento naturalmente. Una sfida simile richiede stile e umiltà, non è solo l’invito a tuffarsi in un’orgia di squisitezze, è una esperienza sensoriale di altissimo profilo, sequenza di bontà, impone disciplina, divide et impera se si vuole uscirne vincitori. Cosa insegna allora un grande vino, a riconoscere i massimi valori della scala delle qualità in degustazione, e farlo chiudendo gli occhi aiuta a fugare il timor reverenziale dell’etichetta per concentrarsi sull’effettivo valore del prodotto. Sforzo immane, ma utile, fare conto di star degustando alla cieca, guadagnare concentrazione e freddezza per analizzare all’occhio al naso al palato e poi tornare a farsi conquistare dalle emozioni che la bontà complessa ci può regalare, abbandonarsi al godimento dopo aver apprezzato criticamente il bene offerto.
Toccare il cielo con un dito (di vino) ci aiuta a misurarne le altitudini cui, volando alto, potremmo arrivare. Dopo, ogni degustazione non sarà più la stessa, avendo imparato ad apprezzare sia la quotidiana semplicità di un vino sfuso sia la straordinaria opulenza di una bottiglia blasonata, conoscendo l’alfa e l’omega, il suolo e le stelle, avendo iniziato a sperimentare i passi che misurano questa distanza, ben sapendo che mai nessuno potrà percorrerli tutti. Come in una scala che ha un numero finito di gradini ma ciascuno di larghezza quasi infinita e che, come in una dimensione magica, cambiano periodicamente sotto i tuoi piedi. I vini del mondo sono tantissimi e ogni anno sono tutti diversi, almeno un poco, dalla precedente vendemmia: chi può dire di esserne l’enciclopedia? Quello del vino è un mondo strano, a farsi maestri si porgono non una ma entrambe le guance agli schiaffi della critica, perché c’è sempre qualcuno che ne sa più di noi… un mondo dove capita che il vignaiolo possa insegnare al cattedratico, dove un naso fino possa superare macchine da milioni.

Non ci resta che farci inesauribilmente curiosi, inesorabilmente disponibili, inestinguibilmente assetati. E ringraziare di cuore il destino gioioso che ci concede la imperdibile occasione di esserci.

Sicilian Street Party with Chef Marcello Valentino

Pubblicato da aisnapoli il 14 - novembre - 2010Versione PDF

Di Karen Phillips

La mia terza visita a Mise en Place mi ha regalato un goloso faccia a faccia con lo chef siciliano Marcello Valentino. Un chef che ci ha fatto camminare tra  le strade di Palermo … grazie ad un menù ricco di storia … un menu che parlava di street food siciliano e di cous cous.

Una rapida sbirciatina alle ricette raccolte nel mio Mise en Place kit … tanto per farmi un’idea di quel che, di lì  a poco, mi aspettava. Lo chef Valentino, tuttavia, ci ha dato molto di più. Tanti nella classe hanno tirato fuori i loro quaderni e penne per scrivere … per catturare ogni bocconcino di consigli … suggerimenti … piccole perle di saggezza gastronomica.

Abbiamo iniziato dal cous cous. Marcello ci ha spiegato i vari modi di cucinare questo piatto antico tra cui una versione di cous cous tostato che ha “scoperto”circa 5 anni fa …

Poi, il classico crocchè (cazzilli), le panelle (farina di ceci ), e l’arancina / arancino . Ricette presentate, quindi la possibilità di provare noi stessi … “Se non cucinate, non mangiate!” Romina Sodano (presidente della Mise en Place) ha detto scherzando.

La Sicilia ha una ricca cultura del cibo di strada … piena di sapore … piena di sorprese. Una di quelle sorprese è arrivata  tra due pezzi di pane, con un po’ di ricotta. Milza e Polmone …. Un panino alla milza. L’abito non fa il monaco … …. E ‘stato incredibile. La ricetta sul blog al più presto.

Nessuna lezione in Mise en place è completa senza il vino. Questa settimana è stato il turmo di Cantine Olivella. I piatti abbinati con Katà (100% Catalanesca) e Lacrimanero (Piedirosso, Aglianico, Olivella). Questi vini sono stati perfetti con il buffet di Marcello arricchito dai cibi che abbiamo preparato e di alcune chicche, come la trippa e le polpette di sarde.

Mi sono seduta,  in pieno relax con un bicchiere di vino e un piatto pieno di Sicilia. Ho parlato e riso con gli amici. Marcello ha continuato a dare ulteriori suggerimenti, ricette e idee per il buffet … ho perso il conto a questo punto. Ho gettato uno sguardo sopra la sua spalla, fuori dalla finestra guardando la pioggia ed il vento che hanno colpito Napoli quella sera.

All’interno, però, ero al caldo … e comoda. Stavo in Sicilia, passeggiando per le strade di Palermo. Mi stavo riposando su una panchina, all’angolo di una strada godendo il mio cous cous … il mio street food … e la compagnia del mio nuovo amico siciliano, Marcello Valentino.

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Tenuta San Francesco alla Taverna do’ Re

Pubblicato da aisnapoli il 14 - novembre - 2010Versione PDF

Giovedi 11 novembre, a “‘A Taverna do’ Re”, il noto ristorante di Francesco Parrella, si è svolta una serata organizzata da Gianni Lamberti con la partecipazione, in qualità di chef, di Dario de Caro.

Sponsor dell’evento l’azienda vinicola Tenuta San Francesco di Tramonti, con l’intervento di Gaetano Bove.La cena è stata la prima di una serie che prevede un tema culinario e in abbinamento i vini di un produttore sponsor.

Il menu della prima serata prevedeva:

-         Tartare di baccalà con pomodorini del piennolo, olive tarantine, capperi

-         Bocconcini di baccalà in tempura con crema di cavolo e papaccelle

-         Mezzemaniche con baccalà e zucchine

-         Baccalà in cassuola con pesto di melanzane e mandorle.

-         Dolce al cioccolato.

Fuori programma, prima del dolce, una sorpresa degli chef, consistente in rigatoni conditi con il pesto dell’ultima portata.

In abbinamento i seguenti prodotti dell’azienda di Tramonti, presentati dal simpatico Gaetano Bove:

-         Tramonti bianco Costa d’Amalfi doc 2009 (con la prima portata)

-         “Per Eva” bianco Costa d’Amalfi doc 2009 (con la seconda e terza portata)

-         “4 Spine” Costa d’Amalfi doc 2007 (con la quarta portata e con il fuori programma)

-         Grappa di Tintore.

Erano presenti, tra gli altri, il delegato Ais Napoli, Tommaso Luongo, e signora.

La serata si è svolta in un bel clima di cordialità e simpatia, grazie anche all’accogliente sala al piano superiore, capace di ospitare comodamente i 40 partecipanti. Durante la cena scorrevano, sullo schermo all’uopo predisposto, le immagini dei luoghi e vitigni incantevoli di Tramonti, realizzate da Gianni Lamberti.Come detto la serata era la prima di una serie che proseguirà a breve con il tema accattivante “il purpo”.

Per richiedere informazioni:

-         info@lambertifotoeventi.it.

Alcune foto della serata sul sito www.lambertifotoeventi.it.

 Di Mauro Erro

(foto 1)

Esco al sole accecante della kasbah di piazza Garibaldi dalla metropolitana della stazione centrale di Napoli.

Fa caldo. Qui fa sempre caldo se non piove.

È una giornata limpida, clacson urla suoni e frastuoni, facce e passi veloci, cartoni e barboni.

Mi butto in una delle strade secondarie della ragnatela dei suk che si spandono ai lati della piazza, il tono cromatico si scurisce, qui cala una lente bianca e nera e mi fermo davanti una vetrina che dà sulla strada. Dietro, un bancone e un marocchino, Omar, che mi sorride.

- Un Kebab.

- Classico? Mi chiede lui; classico significa dentro uno sfilatino e con aggiunta di patatine fritte.

Mi perdo sempre in qualche ricordo chiedendomi dell’identità delle cose quando saggio un bicchiere di Barolo. Sì, saggio, assaporo lentamente e non bevo. Un buon Barolo mi accompagna per almeno un paio di giorni. Ed ogni odore ne evoca un altro, un ricordo, un pensiero, un viaggio nel tempo, perché vi sono pochi vini in Italia e nel mondo dove la parola Tradizione assume un valore così forte anche se non si definisce.

Lo scamone sta bollendo in pentola da almeno un’ora. La cucina profuma di nebbiolo, chiodi di garofano, alloro e cipolla. La carne ha marinato tutta la notte con spezie e odori ed io ho aperto un Cannubi con qualche anno sulle spalle.

Eppure cosa ha a che fare il vino che sto bevendo, austero, di stoffa, caldo e accogliente con quel rosso che si produceva nei dintorni d’Alba a metà Ottocento, sicuramente frizzante e probabilmente dolce è cosa che mi chiedo così come mi chiedo cosa abbiano a che fare i wurstel e la pasta dolce o sfoglia con il panino napoletano fatto di sugna, cicoli e pepe nero che trovavo nelle rosticcerie quando ero ragazzo.

Non ci sono più le rosticcerie di una volta a Napoli come non ci sono più i bottai in Langa, annoto malinconicamente guardando delle foto.

(Foto 2)

Negli anni ’50 in Langa c’erano i bottai e per le strade, quando ci si passava vicino, si sentivano i fumi e le essenze; le botti erano pezzi d’alto artigianato che si costruivano su misura a seconda delle esigenze con castagno o quercia; chi aveva solo cinque ettolitri da affinare, chi sette, chi di più.

Ancora oggi, d’altra parte, la vigna Langarola risulta essere estremamente parcellizzata. Tutta Castiglione, ad esempio, conta più o meno 130 ettari vitati a Barolo e 55 aziende presenti. Una media di 2 ettari e poco più a testa. A La Morra la media scende a poco più di un ettaro.

I grandi legni di rovere di Slavonia vennero dopo, così come le pigiadiraspatrici, i rotomaceratori, l’acciaio, le barrique e i Barolo boys, così come prima del legno era esistito il cemento come culla per il nebbiolo.

In più di cento anni di storia moderna per Barolo innumerevoli sono stati i cambiamenti, ogni volta per rispondere ad un’esigenza del mercato diversa, una miglioria tecnica applicabile, disfare un modello e crearne un altro ed ogni volta ci s’interrogava sull’identità di questo vino, non risparmiandosi dure polemiche.

Tuttavia una ragione c’è: la Langa e la sua storia ha sempre raccontato sfumature. Cambi collina e cambi punto di vista. E non c’è niente di più importante (e pericoloso) della sfumatura ed ogni Barolo, di ogni decennio, pare, una volta stappato, stia proprio lì per testimoniarlo.

(foto 3)

Lo aveva capito Ferdinando Vignolo Lutati quando, a ridosso degli anni ’30, descrisse e delimitò Barolo in tre zone, divise per l’età di formazione dei terreni. Studio validissimo tutt’oggi.

In sintesi, dalla zona di Serralunga ad est, formatasi nel Miocene, ma più antica, di epoca Elveziana, caratterizzata da marne bianco-giallastre sino a Barolo di epoca Tortoniana con le sue marne grigio bluastre e con in mezzo numerose sfumature per giacitura e stratificazione dei terreni, esposizione ed altimetria, è sempre questione di particolari a fare la differenza.

Terreni più o meno argillosi, fertili, molto dotati di minerali, a ph subalcalino per la gran parte (7,9-8,1).

Sono seguiti a quegli studi del Lutati altri che hanno reso più preciso il lavoro di zonazione: si ricordano il lavoro del Ratti, di Arcigola-Slow Food, di Alessandro Masnaghetti e Luigi Veronelli prima di lui.

Pesco tra le carte una frase di Veronelli mentre al naso si fa largo la violetta: Dovessi tuttavia, per fatto strano, subire l’umana costrizione: “o mangia o bevi o vedi”, non avrei dubbio alcuno: berrei. Oh se berrei, mi rifarei bevendo. Nei vini ritroverei, con assaggio attento, minuzioso, compiaciuto, bocca retrobocca stoffa nerbo profumo colore e gusto, i cibi; per esaltante comparazione derivazione sintesi memoria, la bagna, la fonduta, i civet.

Cieco, quel vino mi direbbe il barocco ampio e senza cedimenti dello Juvara, e quello la cromatica esaltazione di Gaudenzio Ferrari, e quello il rigoroso imperio del castello di Serralunga.

La beltà del nebbiolo (del tipo Michet e Lampia in gran parte, innestati solitamente su 420/A, Kober 5BB o SO4).

Vitigno particolare, questo, il più grande in Italia per la produzione di vini atti all’invecchiamento e alla proposizione, nel tempo, della più evidente complessità aromatica. Dal ciclo vegetativo lunghissimo, il nebbiolo è materia che in mano ad attenti vinificatori finisce con l’essere una cartolina di nitida purezza del territorio che lo vede nascere. Basterebbe pensare alle diversità espressive tra quelli dell’Alto Piemonte, di Carema o Donnas, o quelli valtellinesi.

Anche il nebbiolo è questione di particolari. Dagli anni ’70 e ’80 si usa vinificarlo e imbottigliarlo per singolo vigneto, prima ancora, e alcuni come Maria Teresa Mascarello tuttora, unire le partite provenienti dalle varie vigne.

((Foto 4)

Barolo Silvio Grasso 1996 Bricco LucianiLa Morra, estensione circa 4 ettari, esposizione sud ovest, sud est, nord est; altimetria 220 mt. circa.

Rosso rubino, denso, vivace, unghia leggermente aranciata. Al primo naso pare abbia una scissione tra una parte dolce, piena, fruttata ed una speziatura accentuata. Nel tempo trova equilibrio. Note mentolate, di cenere e humus si fanno spazio. L’ingresso al palato è grasso, si fa largo, chiude con un bel timbro sapido e leggermente amaro. Ritornano dopo la deglutizione un vapore alcolico e sentori speziati. Il tutto pare armonico, anche se manca una maggiore definizione ed un guizzo di personalità.

A ventiquattro ore dalla stappatura perde tensione olfattiva virando sui toni scuri di cenere, humus, foglie. 

Barolo Giuseppe Mascarello e Figli 1999 Vigna Monprivato – Castiglione Falletto, sei ettari in possesso dei Mascarello dal 1970, esposizione sud est, altimetria 260 mt. circa.

Colore rosso rubino, denso nel cuore che degrada verso trasparenze all’unghia.

Primo naso severo e sanguigno. Menta, una tensione sapida accompagna un sentore scuro d’acciughe, poi china e chiodi garofano, un sentore di carne cruda ed un leggero floreale. Palato pieno all’ingresso, ma elastico nell’incedere, finisce lungo, saporito e sapido. Tornano netti i sentori di erbe officinali e la china.

A ventiquattro ore rimane saldo.

Barolo Elio Altare 1995 Vigna Arborina – La Morra, 10 ettari di estensione totale, esposizione sud, altimetria  270 metri circa

Rosso rubino di buone trasparenze, unghia granata. Nettamente empireumatico, brace e cenere, decisamente speziato, profuma di tabacco a cui si fianca un po’ di frutto, une eco balsamico, un accennato floreale. Bocca succosa ed elastica, nel finale si evidenzia una nota amara ed uno sbuffo alcolico appena scomposto.

Il giorno dopo evidenzia l’aspetto speziato e scuro.

Barolo Bartolo Mascarello 1999 (dalle vigne Cannubi, Ruè, San Lorenzo e Torriglione)

Rosso rubino brillante dalle decise quanto affascinanti trasparenze, degrada su un granato caldo all’unghia.

Naso fragrante e sottile, didascalico e preciso di terra, di viola e rosa appena accennate, di eucalipto, di erbe officinali, di tartufo. Bocca soave, leggiadra, essenziale. Finale lungo e sottile, minerale, sapido. Tornano le erbe officinali per via retrolfattiva.

Il giorno dopo si affievolisce su toni più spenti di infuso di camomilla.

Barolo F.lli Cavallotto 1999 Bricco Boschis Vigna San Giuseppe – Castigione Falletto, cru in possesso dei Cavallotto dal ’48, può considerarsi quasi un monopolio. Esposizione sud, sud ovest, est, ovest e nord ovest, altimetria 280 metri.

Rosso Rubino brillante, vivo e luminoso. Naso duro di radici e sangue, ingentilito dalle evidenti note balsamiche. Floreale appena percettibile, poi grafite e china, terra bagnata. Bocca affilata, giovane, leggermente frenata nello sviluppo finale da un tannino fermo.

A ventiquattro si apre a note più gentili e floreali.

Foto tratte dal libro Le storie di un re di nome Barolo, Salvatore Marchese, Franco Muzio Editore

Cartina tratta dal volume 100 Barolo, Gigi Brozzoni, Go Wine Editore

Questo articolo pubblicato anche su

Luciano Pignataro wine blog

Il Viandante Bevitore

Di Mimmo Gagliardi

Sono quasi cinque mesi che mi sto dedicando alla scoperta delle bontà enogastronomiche del nostro paese. Le cose da vedere sono tante, il tempo è poco, ma quando mi è capitata sotto gli occhi la locandina di questa manifestazione non ho esitato un instante ad organizzarmi per poterci essere.

Infatti da oggi inizia Cio’ Bì, un evento che coniuga la conoscenza della storia del cioccolato (Cio’) e della birra (Bì) con la degustazione di Cio’ e Bì prodotti da case artigianali campane.

Entro in Villa Floridiana al Vomero verso le 13 e faccio il biglietto per la mostra e le degustazioni.

Mi annunciano che il Museo delle Ceramiche è chiuso ma la Mostra è aperta. Forse assumo un’espressione troppo interrogativa, tanto che l’impiegato sente il dovere di rispiegarmelo. La cosa che non capisco è perchè, visto che la Mostra si svolge dentro il Museo, le altre sale debbano restare chiuse se il dentro l’edificio ci devo per forza entrare?

Tanto più che il biglietto, sebbene non costoso, comprende anche l’ingresso al Museo di cui però non potremo usufruire. Poco male, torneremo in orari più consoni. Mi scuso con l’impiegato per la mia poca recettività e mi dirigo verso il palazzetto sede del Museo Duca di Martina.

Sono con le mie bambine, che mi chiedono di fare un giro del giardino e di giocare sull’erba. Le lascio ben volentieri sedere sul prato, come gran parte delle persone che si godono la temperatura ancora mite.

La pioggia interrompe i nostri giochi sul’erba e ci ripariamo sotto uno dei gazebo che ospitano gli stands di degustazione.

Incontro i miei amici dell’AIS Napoli che hanno uno stand promozionale. La foto ricordo è d’obbligo per un aspirante sommelier come me. Luca Bolondi mi indica un percorso di degustazione delle birre per potermi consentire di godere pienamente dell’evento, che io però non svelerò.

Mi avvicino agli stands dei microbirrifici campani, chiedo informazioni e mi faccio illustrare le caratteristiche delle varie birre prodotte.

Qualcuno ha anche in mostra ed in libera “annusata” i vari ingredienti: malto, frumento, luppolo cereali e spezie con i quali si fabbrica la birra. E’ interessante scoprirne l’odore originale per fissarlo nella memoria e poi cercare di ritrovarlo nella birra quando la si degusta. Molto intrigante è anche la possibilità di poter visitare alcuni microbirrifici, previa prenotazione telefonica. Sarà una cosa che farò sicuramente. (Coming soon con l’Ais Napoli, NdR)

Nel gazebo a destra dell’ingresso della Mostra ci sono:

- birra Medatus (via Taborni n. 26 Vitulano-BN)

- birra dei Faraglioni di Capri prodotta da Mirko Brunetti del ristorante Agorà (piazza Caprile n.1 Anacapri-NA).

- birrificio di Sorrento che non ha una vera e propria sede, ma è possibile trovare i loro prodotti in vari locali indicati qui: http://birrificiosorrento.blogspot.com/

- birrificio Il Chiostro (Via L. Ariosto n.25 Nocera Inferiore-SA)

- La Birra Artigianale (Saint John’s Bier località Selva Faicchio-BN)

Nell’altro gazebo trovo:

- birra AEFFE (Via Riccardo Ciancio n.60 Castel San Giorgio-SA)

- birra Maneba (Via Palma n.181 Striano-NA)

- birra Maltovivo (Via San Sebastiano n.37 Capriglia Irpina-AV)

- birra Karma (C.so Umberto I n.291 Alvignano-CE)

Apprendo che ulteriori informazioni sui microbirrifici possono essere reperite qui: http://www.microbirrifici.org/Campania_birrifici_regione.aspx

Poi c’è lo stand del Belgian Beer Ambassador Italia, dove grazie ai miei amici del pub Babette degusto una splendida birra monastica Orval, ma ci tengo a precisare che è solo a scopo scientifico…

Alla fine del percorso c’è lo stand dell’enoteca Babette di Fuorigrotta (via R. Caravaglios n.21), dove è possibile acquistare i prodotti degustati.

Tutte le birre artigianali campane presenti possono essere degustate sia al pub Babette di Ugo Torre, situato vicino all’omonima store, quindi in abbinamento a piatti classici da pub o dalle nuove proposte di Ugo, sia presso la Nuova PizzAria La Notizia di Enzo Coccia accompagnando un bella pizza napoletana.

Lascio a malincuore gli stands e insieme ad altri amici che ho trovato durante il percorso, entriamo alla Mostra.

Nell’atrio ci accoglie un tappeto con l’immagine del mappamondo e l’indicazione delle zone di produzione di birra e cioccolato. Ai lati ci sono due tabelloni con delle colonne in plexiglass, a sinistra il cioccolato e a destra la birra, che illustrano le tecniche di preparazione e di produzione. Nelle colonnine di plexiglass ci sono, ovviamente, le materie prime di produzione e l’effetto è molto carino.

Oggi è la giornata della birra e quindi visitiamo la parte Bì della Mostra.

Nelle varie sale sono stati messi in mostra diversi boccali di diverse dimensione, fattura e materiale, in un viaggio di trecento anni. Ce ne sono alcuni di rara bellezza, come uno in avorio e argento tutto intarsiato.

Nell’ultima sala è in corso la proiezione di diapositive commentate dalla brava Maia Confalone della Direzione del Museo, sulle forme e dimensioni dei boccali di birra dal ’500 all’ ’800.

Esco dalla mostra e visto che non piove più le bimbe riprendono a giocare sul prato creando un pupazzo con i rami e le foglie secche. Mi portano a vederlo e mi si scalda il cuore perchè il mio duro lavoro di disintossicazione da Nintendo comincia a dare i suoi frutti!

Purtroppo non posso prendere parte all’incontro degustazione delle 16:30 perchè troppo lungo e non aperto, ovviamente ai bimbi, ma scendo comunque alla sala inferiore della Villa, dove c’è la bouvette.

Già scendendo le scale l’odore di pizza fritta mi invade le narici e, sapendo chi c’è dietro tutto questo, sorrido e pregusto all’idea di cercare di approfittare…

All’esterno della sala dove si sta svolgendo la degustazione, trovo Enzo Coccia della PizzAria La Notizia che stende la pasta, stempera la ricotta, mette i cogoli e il pepe, chiude il ripienino e poi lo mette in padella dove Ugo Torre di Babette si occupa della perfetta cottura. I risultato di questa joint-venture è mondiale, vi assicuro! Enzo ci vede, ha pietà di noi, specialmente delle bimbe e ci concede eccezionalmente un assaggio di queste bontà.

All’interno della sala gli amici dell’AIS Napoli, Massimo Florio, Fabrizio Erbaggio e Luca Bolondi si danno da fare per soddisfare l’esigente Belgian Beer Ambassador.

Rimaniamo a chiacchierare allegramente con tutti per un po’ e poi, giusto il tempo per una visita alle tartarughe del laghetto e per uno sguardo al meraviglioso panorama su via Caracciolo e la villa comunale che si è fatta ora di andare.

Ma ovviamente saremo di nuovo qui il 4 novembre per continuare il nostro viaggio in Cio’ Bì con il cioccolato.

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